Comorbilità: significato, esempi e implicazioni in psicologia

La comorbilità è un termine che si incontra sempre più spesso quando si parla di salute mentale, eppure il suo significato resta poco chiaro per molte persone. Se ti è capitato di sentirlo durante un colloquio con uno psicologo, leggendo una diagnosi o cercando informazioni online, è normale avere dei dubbi. In questo articolo spieghiamo in parole semplici cosa si intende per comorbilità, perché è così frequente in ambito psicologico e cosa comporta nella pratica per chi affronta un percorso di cura.

Capire questo concetto può fare davvero la differenza: aiuta a dare un nome a situazioni complesse, a orientarsi meglio tra diagnosi e trattamento, e soprattutto a sentirsi meno soli di fronte a difficoltà che sembrano intrecciarsi tra loro.

Definizione semplice di comorbilità (con esempi)

Cosa si intende con il termine comorbilità? In parole molto semplici, si parla di comorbilità quando un individuo presenta due o più condizioni cliniche nello stesso periodo di tempo. Il termine viene dal latino cum (insieme) e morbidus (malattia), e indica proprio questa coesistenza. In inglese il concetto si esprime con la parola comorbidity, ormai diffusa anche nella stampa scientifica italiana.

Il concetto nacque in ambito medico: fu il medico Alvan Feinstein a introdurlo nel 1970 per descrivere la presenza di patologie aggiuntive in pazienti già in cura per una malattia principale. Da allora, il fenomeno è stato studiato in modo approfondito sia in medicina sia in psicologia e psichiatria, dove studiosi come Massimiliano Aragona ne hanno analizzato la rilevanza nella diagnosi dei disturbi mentali.

Un esempio molto comune in psicologia è quello di una persona che soffre contemporaneamente di un disturbo d’ansia e di depressione. Non si tratta di due problemi separati che “per caso” si trovano insieme: spesso queste condizioni si influenzano a vicenda, rendendo l’esperienza complessiva più pesante di quanto sarebbe ciascuna malattia presa singolarmente.

Facciamo un esempio concreto. Immagina Marco, 35 anni, che da mesi fatica a dormire, si sente costantemente preoccupato per il lavoro e ha smesso di uscire con gli amici. Il suo medico gli ha parlato di ansia generalizzata, ma Marco nota anche una profonda tristezza, mancanza di energia e perdita di interesse per le cose che prima gli piacevano. In una valutazione psicologica emerge che Marco convive sia con un disturbo d’ansia generalizzata sia con un episodio depressivo: questa è comorbilità.

Altri esempi frequenti in salute mentale includono la combinazione tra un disturbo alimentare e un disturbo d’ansia, la schizofrenia con disturbi dell’umore, e l’ADHD nei bambini accompagnato da difficoltà di apprendimento. In medicina, malattie croniche come il diabete si presentano spesso in combinazione con patologie cardiovascolari — un fenomeno che gli studi documentano con crescente attenzione, come si è osservato nei pazienti colpiti dal SARS CoV-2, dove la presenza di malattie croniche preesistenti ha aggravato in modo significativo la situazione clinica e aumentato i costi dell’assistenza sanitaria.

Comorbilità, comorbidità e morbidità: che differenza c’è?

Una domanda molto frequente riguarda la relazione tra comorbidità e comorbilità. Di fatto, comorbidità e comorbilità sono usati come sinonimi nella pratica clinica italiana. Il termine comorbidità è un calco più diretto dall’inglese comorbidity, mentre comorbilità è la forma più diffusa nella letteratura nazionale. In ambito medico e in psicologia entrambe le forme sono accettate: ciò che conta è il concetto che esprimono. Se il tuo medico usa una volta una forma e una volta l’altra, non preoccuparti: il contenuto è lo stesso.

Un termine correlato ma diverso è la morbidità (o morbilità), che indica la frequenza con cui una malattia si presenta in una popolazione in un determinato periodo. La morbidità non fa riferimento alla compresenza di più condizioni, ma alla probabilità che una certa patologia colpisca un gruppo di soggetti. Ad esempio, dire che “la morbidità del diabete è in aumento” significa che sempre più persone nella popolazione ricevono questa diagnosi — non che il diabete si presenti insieme ad altre malattie.

La comorbidità, al contrario, riguarda sempre la combinazione di più patologie nello stesso paziente.

Comorbilità vs diagnosi multiple vs diagnosi differenziale

Questi tre concetti vengono spesso confusi, ma indicano situazioni diverse.

Comorbilità indica che due o più disturbi coesistono realmente nella stessa persona e nello stesso periodo. Entrambe le condizioni sono presenti e attive. Ad esempio, un paziente può avere sia un disturbo ossessivo-compulsivo sia depressione: sono due sindromi distinte, entrambe diagnosticabili, che convivono.

Diagnosi multiple è un’espressione più generica che indica la presenza di più diagnosi, senza necessariamente implicare che i disturbi condividano cause o meccanismi comuni.

Diagnosi differenziale è invece il processo con cui il medico o lo psicologo distingue tra più condizioni che potrebbero spiegare gli stessi sintomi. La sintomatologia di molti disturbi si sovrappone: l’irritabilità, ad esempio, può essere parte sia dell’ansia sia della depressione sia di un disturbo bipolare. La diagnosi differenziale serve a capire quale condizione è effettivamente presente. Solo dopo un’attenta osservazione clinica si può stabilire se il paziente presenta una vera comorbilità o se una singola patologia spiega di fatto tutti i sintomi.

Perché la comorbilità è frequente (fattori transdiagnostici)

Se ti stai chiedendo perché è così comune che più disturbi si presentino insieme, la risposta sta in parte in quelli che gli psicologi chiamano fattori transdiagnostici: meccanismi che non appartengono a un singolo disturbo ma attraversano più condizioni e ne favoriscono lo sviluppo.

Tra i principali:

  • La ruminazione, la tendenza a pensare in modo ripetitivo e circolare ai propri problemi. È presente nella depressione, nell’ansia, nei disturbi alimentari: non è “proprietà” di una sola malattia.
  • L’evitamento, la strategia di allontanarsi da situazioni, emozioni o pensieri percepiti come minacciosi. Riduce il disagio a breve termine ma lo alimenta nel lungo periodo, ed è causa comune nel mantenimento di ansia, fobie e disturbi post-traumatici.
  • Lo stress cronico e il trauma: esperienze difficili, soprattutto se precoci, possono essere causa di alterazioni nel modo in cui il sistema nervoso risponde allo stress. Un’infanzia segnata da trascuratezza, ad esempio, può aumentare la probabilità sia di ansia sia di depressione sia di problemi relazionali in età adulta.
  • Fattori neurobiologici condivisi: alcune sindromi condividono una base biologica simile, come alterazioni nei circuiti della serotonina, il che spiega perché in certi soggetti i disturbi tendono a presentarsi in combinazione.

In ambito evolutivo, la comorbilità nei disturbi della lettura e della scrittura è particolarmente studiata: un bambino con dislessia presenta frequentemente anche discalculia o difficoltà attentive, perché i processi cognitivi coinvolti si sovrappongono in parte.

Tutto questo per dire una cosa importante: se senti di avere più difficoltà che si intrecciano, non è colpa tua. È il modo in cui funziona la mente umana, e la psicologia lo sa bene.

Cosa cambia in valutazione e trattamento

La presenza di comorbilità ha implicazioni concrete sia nella gestione della valutazione sia nella costruzione del percorso terapeutico.

Come si svolge una valutazione psicologica

Una valutazione psicologica accurata è il primo punto per riconoscere una possibile comorbilità. Il colloquio clinico è il cuore del processo: il professionista ascolta il paziente, raccoglie informazioni sulla sua storia personale, familiare, sulle difficoltà attuali e su come queste si sono sviluppate nel tempo.

L’anamnesi struttura queste informazioni: eventi di vita, disturbi precedenti, familiarità per determinate malattie, contesto sociale. I questionari standardizzati aiutano i medici a misurare la presenza e l’intensità di determinati sintomi in modo più oggettivo.

Quando il caso è complesso, il professionista può coinvolgere altri specialisti per una valutazione più completa — un aspetto fondamentale con i bambini, dove i disturbi dell’apprendimento si intrecciano spesso con difficoltà emotive.

Cosa significa per il trattamento

Una diagnosi di comorbilità è una bussola, non una sentenza. Sapere che sono presenti più condizioni permette al professionista di costruire un trattamento che tenga conto della complessità, anziché intervenire su un solo problema lasciando gli altri in ombra.

In pratica, la terapia può prevedere di dare priorità alla condizione che crea più sofferenza, lavorare sui fattori transdiagnostici che mantengono tutti i disturbi attivi, e in caso di malati con quadri complessi, coordinare la gestione con altri specialisti. Per i soggetti che hanno già tentato percorsi senza successo, la comorbilità spiega spesso perché: se si lavorava solo su una parte del quadro, è comprensibile che i risultati fossero parziali.

Cosa puoi fare tu

Anche prima di una terapia, alcune strategie semplici possono aiutarti. Tenere un diario dei sintomi — annotando quando compaiono, in quali situazioni, con quale intensità — è uno strumento prezioso per te e per il tuo medico. Curare le routine di base (sonno, alimentazione, movimento) resta fondamentale: quando vacillano, ogni difficoltà peggiora. Coltivare le relazioni di supporto, anche quando la tendenza sarebbe isolarsi, è un fattore protettivo che l’influenza positiva delle connessioni umane rende insostituibile.

Quando chiedere una valutazione specialistica

Ecco alcuni segnali a cui prestare attenzione:

  • Le tue difficoltà durano da diverse settimane e non migliorano da sole.
  • I sintomi si presentano “a grappolo”: non è solo ansia oppure tristezza, ma sembrano esserci più problemi intrecciati.
  • Le difficoltà interferiscono con il lavoro, le relazioni, lo studio o la vita quotidiana.
  • Senti che qualcosa non quadra, anche se non sai dare un nome preciso a quello che provi.

In tutti questi casi, chiedere il parere di uno psicologo è un passo di cura verso te stesso, non un segnale di debolezza.

Domande frequenti

Che cosa significa comorbilità?

La comorbilità indica la presenza contemporanea di due o più disturbi o condizioni cliniche nella stessa persona. In psicologia, ad esempio, si parla di comorbilità quando un paziente soffre allo stesso tempo di ansia e depressione, o quando un bambino presenta sia un disturbo dell’apprendimento sia ADHD.

Cosa vuol dire “diagnosi di comorbilità”?

Significa che il professionista, dopo un’attenta valutazione, ha riconosciuto la coesistenza di più condizioni cliniche. Non è una diagnosi “peggiore”: è una fotografia più completa della situazione, che permette di impostare un trattamento più mirato.

Comorbilità e multimorbilità sono la stessa cosa?

Non esattamente. La comorbilità si riferisce alla presenza di condizioni ulteriori rispetto a una diagnosi principale. La multimorbilità è un concetto più ampio, usato soprattutto in medicina, che indica la compresenza di più malattie croniche senza stabilire una gerarchia. Nella pratica clinica moderna i due concetti tendono a sovrapporsi.

Qual è un sinonimo di comorbilità?

Il sinonimo più diretto è comorbidità, calco dall’inglese comorbidity. Nella pratica italiana i due termini sono intercambiabili.

Risorse e approfondimenti

Se ti sei riconosciuto in alcune delle situazioni descritte in questo articolo, o se senti che le tue difficoltà meritano uno sguardo più attento, considera di prenotare un primo colloquio con uno psicologo o psicoterapeuta. Un primo incontro non è un impegno vincolante: è un’occasione per raccontare la tua situazione, fare domande e capire insieme quale percorso potrebbe essere utile.

Non devi affrontare tutto da solo. Chiedere aiuto è un atto di coraggio — ed è il punto di partenza più efficace per iniziare a stare meglio.