Autolesionismo e adolescenza: il cutting, quando il dolore mentale diventa fisico

L’AUTORE

Il Dott. Marco Santini – Psicologo Sesto San Giovanni – esercita l’attività di psicologo, psicoterapeuta e sessuologo a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, ed è il responsabile dell’area clinica dello studio di psicologia Percorsi Psicologici, con sedi a Sesto San Giovanni e Seregno (MB).

Il cutting è una pratica diffusa in questi ultimi anni e comporta il farsi dei tagli sul corpo (molto più spesso gli adolescenti usano i polsi, le braccia e le cosce come luoghi deputati a ricevere il taglio, che, è bene ricordarlo, è autoindotto).

Questa pratica è piuttosto diffusa nei giovani e vede l’espressione di un dolore psichico non elaborabile, “messo in atto” sul proprio corpo che diviene teatro del malessere e dell’angoscia provata dal giovane da un punto di vista psichico.

Ciò che è indicibile a parole viene comunicato attraverso il proprio corpo.

Il corpo però non può essere mostrato perchè portatore di quel malessere che è difficile da comunicare, e pertanto, lo si deve mascherare con maglie a manica lunga (anche d’estate, la stagione più odiata), jeans, braccialetti, polsiere…

Oggi si stima che questa pratica interessi due ragazzi su dieci che e sia maggiormente praticata dalle ragazze nel 67% dei casi (dati forniti dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza).

L’esordio è riscontrabile attorno agli 11 anni, quando si inizia a fare i conti con la pubertà e con una ristrutturazione identitaria nascente (si abbandona l’immagine del bambino/a che fino a quel momento aveva rassicurato il giovane e si deve competere con il gruppo dei pari di età e di genere, in un primo momento, e successivamente con il gruppo misto per genere ed età).

Il processo di individuazione e soggettivazione è un processo evolutivo che connota la fase di transizione dell’adolescente e, come tale, può comportare l’esordio di molteplici problemi.

Questi passaggi evolutivi sono spesso fonte di ansia e disagio, soprattutto se l’ambiente familiare circostante al giovane adolescente non è particolarmente recettivo dei suoi nuovi bisogni, o si riscontra scarsa empatia da parte dei caregivers, o, in alcuni casi, pur avendo un contesto familiare “sano”, l’ambiente esterno alla famiglia potrebbe non essere rispecchiante i bisogni del giovane, basti pensare a situazione in cui si è vittima di bullismo o di isolamento sociale.

In queste situazioni, si possono verificare questi problemi che devono essere repentinamente trattati attraverso un supporto psicologico, onde evitare l’insorgere di problematiche più gravi e di una cronicità del sintomo.