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Piccoli equivoci tra noi Animali… e No

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 29 Agosto 2016 | 3,396 letture | Stampa articolo |
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Gli animali vengono verso di noi” disse laconicamente Ludwig Wittgenstein, ma non è facile concepire come e quando prepararsi a questo specialissimo incontro con la diversità d’un’esperienza di vita sufficiente in se stessa, e poi al di fuori d’ogni tentazione verso l’antropocentrismo, e nell’esteriorità in cui riflettere il nostro più intimo sentire e cogliere l’anelito collettivo dell’esistenza in quanto tale.

Un’eventuale confusione tra le specie condurrebbe allo stordimento, è la risposta di Umberto Pasti, in “Animali e No” (disegni di Pierre Le-Tan, Bompiani, Milano 2015).

Per colpa dell’insulto che aveva subìto, Luca si era abituato a questa sua condizione di ibrido, un poco rapace (soprattutto quando mangiava) e un poco umano (lì, supino al mio fianco). Ma per me si trattò di addentrarmi in un intrico spinosissimo. Murato nella mia condizione di uomo, non riuscivo a capire quasi nulla del comportamento degli animali. A causa di Luca, dell’ansia di quei mesi, del dolore provocatomi dalla sua impotenza, le barriere di contenimento che separano i regni, e all’interno dei regni i generi e le specie, stavano crollando: mi sorprendevo a chiedermi se gli antenati di quel pastore fossero cani o sciacalli, e cosa stesse pensando quel ragno terricolo in agguato, e cosa dicessero quelle tre, quattro, cinque allodole – e discorrevano tra loro, o con l’Acacia esausta di polvere e di vento su cui erano posate?”.

Carolina è un colubro liscio (Coronella austriaca), Teo un botolo, Darling una mantide dalla caratteristica inquietante, “il suo sguardo, mentre mangiava a quattro palmenti, era rivolto altrove, a una specie di interiorità siderale, inintuibile, inavvicinabile, che accentuava il suo aspetto di creatura venuta da un altro mondo, da un pianeta più grigio e più freddo del nostro, probabilmente più evoluto… guardandosi intorno con quegli occhi da E. T. (poteva volgere il capo di trecentosessanta gradi), e talvolta osservando me con un sorriso sarcastico che in realtà dipendeva dalla forma a V della sua bocca… tutto era una scoperta, il cielo stellato coi suoi testi geroglifici (gli asini, ragliando nella notte, parevano darne pubblica lettura)…”!

 

Al gracidare degli umani il filosofo della botanica e della difesa del territorio (minacciato da uno sviluppo indiscriminato) preferisce il concerto di rane e raganelle.

Altri lo definirebbe piuttosto un insieme di vocalizzi territoriali. Eppure, quelli degli anfibi sono talmente evoluti, per farsi sentire dalle femmine, che il coquí portoricano si impone come uno degli animali più rumorosi in assoluto.

I maschi delle rane tungara sono soliti attirare le compagne con il rischio, se non riducono l’intensità del segnale, d’essere intercettati proprio per questo dal loro predatore chirottero, pronto in agguato a farne strage.

Al fine di annunciare la presenza del nemico, i cercopitechi di Campbell ricorrono a gridi differenti a seconda di chi o cosa sia in arrivo. L’aggiunta d’uno speciale suffisso ne modifica il significato…

In combinazione fra loro, tuttavia, tali suoni riescono a comporre l’equivalente d’una, per quanto grossolana, grammatica?

 

Jane Goodall, il cui maggior contributo nel campo della primatologia è il riconoscimento dell’uso di utensili da parte degli scimpanzé, anziché marcare i singoli esemplari, come di consueto, con codici alfanumerici, attribuisce loro dei nomi (Wounda, David Greybeard, Resty…), convinta che siano forniti di emozioni, sentimenti, una mente e pure personalità.

Quando sono sola, in particolare nella foresta, ho come la sensazione d’essere a contatto con un grande potere spirituale. Ritrovo il miracolo della vita in ciascuna di quelle piante straordinarie, negli insetti, negli animali. Tutto è interdipendente, ogni cosa è in relazione con le altre, in un complesso disegno della vita…(!)”.

Lisa Vozza e Giorgio Vallortigara in “Piccoli equivoci tra noi Animali” (Zanichelli, Bologna 2015) sentenziano: “Attribuire caratteri, azioni e intenzioni umane a qualunque cosa ci passi davanti al naso è un’attività incontrollabile e universale del nostro cervello, che gli scienziati chiamano antropomorfismo. La vita quotidiana ne offre esempi incessanti e innumerevoli, non soltanto in relazione agli animali…”.

Animali e No”: Umberto Pasti sembra abbia l’abitudine di terminare i titoli dei suoi libri con l’olofrastica negativa, nel senso di contraddittoria completezza che gli volle dare Elio Vittorini (1908-1966): ricordo “Giardini e No” del 2010!

I suoi testi sono una raccolta di lapidarie affermazioni, anche se talvolta appaiono surreali, in quella commistione di gusto, stile, letteratura e poesia, nella quale non tralascia aspetti avventurosi, come nella ricerca del “Narciso dell’inglese”, dagli ammalianti profumo e bellezza, di cui insegue nel deserto le parche fioriture. E questo per farci riguadagnare propedeuticamente la capacità di osservare la natura con occhi, come dire, quanto meno amorevoli.

 

Io guardavo, una tigre sedeva in un boschetto/ e sorridendo soffiava dentro un flauto./ Giravano come onde, forze bestiali/ e gli sguardi brillavan di sogghigno…/ E chinando il capo grazioso/ le parlava una graziosa fanciulla./ Diceva, lei: o tigri, e leoni!/ Vi manca una cultura musicale.” -Viktor Vladimirovič [Velimir] Chlebnikov (1885-1922).

Noi umani facciamo gratuita confusione nell’attribuire cause dove non ci sono e magari nel non vederle laddove esistono.

Ma perché peschiamo quelle qualità soprattutto nella nostra esperienza umana? – proseguono gli autori di “Piccoli equivoci tra noi Animali” -  Forse perché è l’unico repertorio che conosciamo davvero, un inventario di caratteristiche che, seppure con qualche limite, ci offre qualche rozzo strumento per descrivere il largo e curioso mondo che ci circonda. O forse peschiamo da lì perché il repertorio ci pare ‘di proprietà’ di noi esseri umani, ma è in realtà condiviso almeno parzialmente con le altre specie con cui abbiamo percorso un pezzo del cammino evolutivo… la corrispondenza delle nostre impressioni al vero va provata…”.

Quello che nel delfino, il quale non possiede muscoli facciali, sembra un sorriso viene determinato dalla semplice fissità della sua espressione e lo sbadiglio del babbuino maschio alfa (dominante) è invece un minaccioso avviso di aggressività comunicato ai rivali mostrando denti e gengive.

Sempre il babbuino, come le altre scimmie non antropomorfe, tipo i machachi, non ha l’abitudine di fare il verso ai visitatori dello zoo, semmai è il contrario, per cui il verbo “scimmiottare” quale sinonimo di imitare non è affatto così scontato come supponiamo. La convinzione di interpretarne il comportamento in una sorta di similitudine è tutta nostra, perché loro invece continuano imperterriti a fare quello che già stavano facendo, sia pur nel somigliarci.

 

Solitamente, gli animali percepiscono molto di più il movimento e i colori solamente se questi rappresentano realmente un’utilità nel distinguere il cibo, riconoscere un partner o un rivale, individuare tempestivamente un predatore.

I fotorecettori della retina umana, i coni, vengono attivati dalla luce riflessa nelle lunghezze d’onda caratteristiche soltanto del rosso, del verde e del blu. A farne opportuni mélanges sono i neuroni delle stazioni superiori del sistema nervoso, organizzati per coppie di colori opponenti, bianco-nero, rosso-verde, giallo-blu.

L’altro tipo di fotorecettori, i bastoncelli, ci permettono la visione in scarsità d’illuminazione. Il gatto, bianco o nero, è daltonico e, pur non distinguendo il rosso dal verde, vede molto meglio al crepuscolo, sia per via del maggior numero di bastoncelli, sia per la dilatabilità della pupilla a fessura, fatta apposta ad  adattarsi rapidamente alle variazioni di luce.

Lo stesso succede nei serpenti a sonagli, inoltre la membrana termosensibile, delle due fossette fra gli occhi e le narici, fornisce ad alcuni rettili preziose informazioni ai recettori nervosi in grado di rilevare l’infrarosso.

La luce ultravioletta viene percepita dagli uccelli e dalle api. Una fondamentale differenza, certo, consiste nelle lenti composte degli insetti che eccellono giusto nel cogliere i movimenti.

Per via della ridotta visibilità in acqua, i pesci più modestamente nuotano dappresso agli ostacoli per usarli come punti di riferimento spaziali, oltre che per evitarli.

 

I pulcini sono attirati dal semplice schema riproducente tre punti disposti a triangolo rovesciato, analogamente tre macchie nella posizione in cui si trovano occhi e bocca vengono automaticamente inseguiti dallo sguardo dei neonati.

Il cervello prende in considerazione più realtà simultaneamente e tende a riempire quelle assenze che potrebbero risolvere i problemi a cui l’evoluzione l’ha sottoposto. Un primo compito consiste nel riconoscere i partner sociali, che hanno in comune l’aspetto e, tra questi, i parenti prossimi in particolare. L’emisfero sinistro è deputato a distinguere i tratti invarianti, il destro a riconoscerne le specificità.

Il meccanismo con cui alle persone e agli animali restano impresse le facce è localizzato nella corteccia temporale e prefrontale e, come la memoria dei nascondigli o il riconoscimento degli odori, si tratta di funzioni utili alla sopravvivenza, nel momento in cui occorre rispettivamente distinguere i volti noti dei membri del proprio gruppo dagli sconosciuti, rintracciare tra tanti luoghi qualunque la riserva di cibo, o evitare quello avariato.

I ricordi che possono essere espressi a parole riguardano la memoria dichiarativa, quella procedurale il meccanico operare.

Trarre insegnamento dalle passate esperienze è ciò che contribuisce a formare le regole di comportamento, mentre commentarle rientra nella capacità d’attribuire dei pensieri agli altri, o “teoria della mente”, una sovrastruttura illusoria, utile a fornire spiegazioni, descriverle e dunque comunicare con il linguaggio.

Gli scimpanzé dimostrano migliore memoria visiva e spaziale, dietro lo stimolo di dover tener d’occhio l’ambiente, e, in base alle esperienze e alla necessità, le occasioni non sono mai mancate per poterla sviluppare.

 

Hal Herzog sostiene che uno dei fattori per cui si è più ben disposti a proteggere i rappresentanti d’una determinata specie, invece che trasformarli in cibo od odiarli tout court, sia costituito dalla dimensione dei loro occhi, corrispondente al “fattore” esprimente docilità, identificato da Konrad Z. Lorenz (1903-1989) come “tenerezza”. Cosicché gli animali che mantengono anche da adulti le caratteristiche infantili, quali piccoli denti e mandibole, orecchie ciondolanti, macchie nel pelo, divengono più facilmente beniamini di casa (pets).

Anche se poi il genetista gallese John Stephen Jones ebbe ad affermare, nel 2010 su The Lancet, che: “Dentro ogni siamese c’è un gatto nero che lotta per venir fuori”!

Il pelo nero si concentra prevalentemente nelle parti più fredde (muso, orecchie, coda, testicoli), perché, nel siamese, è lì che funziona l’enzima tirosinasi che contribuisce a formare il pigmento melanina. Il suo difetto genetico, trasmesso dalla variante del gene mutato, consiste in una diversa sensibilità alla temperatura corporea, laddove si presenta più alta, tipo l’addome, mentre l’effetto cromatico, sia pur entro i ristretti vincoli imposti dalla genetica, sono determinati dall’ambiente, freddo o caldo.

Comunque, quel fenomeno evolutivo, per cui negli individui adulti d’una specie permangono le caratteristiche morfologiche tipiche dei cuccioli, prende il nome di neotenia. Esempio tipico il cane (Canis lupus familiaris) che mantiene alcune caratteristiche proprie dei giovani lupi (Canis lupus).

Gli umani trovano attraenti gli animali d’affezione, riconoscendo in essi quei segnali della docilità dovuti alla domesticazione, per come ha dimostrato l’esperimento di Dmitri Konstantinovich Belyaev (1917-1985). Il quale, negli anni cinquanta del secolo scorso, nel selezionare delle volpi argentate, notò come la docilità si associasse sempre ai segnali fisici della giovinezza, che dagli animali selvatici venivano perduti con l’età adulta.

Adam Wilkins, Richard Wrangham e Tecumseh Fitch hanno ipotizzato che l’insieme di questi caratteri sarebbero espressi in alcune cellule neuronali che si formano precocemente nell’embrione degli animali cordati, nei pressi d’una struttura flessibile a forma di tubo, appunto detta “corda neurale”, o notocorda. Durante lo sviluppo poi migrano altrove per dare origine, fra l’altro, alle cellule che producono i pigmenti, le mandibole, i denti, le orecchie, e le ghiandole surrenali, coinvolte nelle reazioni aggressive della lotta o della fuga, indispensabili nella vita selvatica.

In un certo senso, questa questione ci riporta al “gatto nero nascosto dentro il siamese”. Il primo continua a rientrare nell’immaginario superstizioso, come maiali e conigli, che mascherano cinghiali e lepri, in quello della commestibilità?

Non è quindi solo l’espressione dei segnali di docilità, o l’effetto tenerezza, ad attrarre emotivamente. Nella controparte umana che li riconoscerebbe, Edward O. Wilson aggiunge un’importante componente biofilica, di amore per la vita in ogni forma nella quale si manifesti. Cionondimeno, il nostro sistema visivo individua velocemente movimento, colori e segnali di docilità, quale retaggio d’un’arcaica funzione di evitamento del pericolo e di ricerca di cibo e compagnia. E tutto ciò rientra tra gli ingredienti d’un sistema emotivo, tuttora ambiguo, dal quale molto spesso ci lasciamo ingannare, quando in un senso, quando in un altro, o ancora più frequentemente, secondo una qualche convenienza?

Giuseppe M. S. Ierace

 

Bibliografia essenziale:

Belyaev D.K. Destabilizing selection as a factor in domestication, Journal of Heredity, 70 (5), 301-308, 1979

Herzog H. Some We Love, Some We Hate, Some We Eat: Why It’s So Hard to Think Straight About Animals, HarperCollins, New York 2010

Pasti U. Animali e No, (disegni di Pierre Le-Tan), Bompiani, Milano 2015

van Lawick-Morris-Goodall V. J. In the Shadow of Man, Houghton Mifflin, Boston, 1971

Vozza L. e Vallortigara G. Piccoli equivoci tra noi Animali, Zanichelli, Bologna 2015

Wilkins A. S., Wrangham R. W., Fitch W. T. The “Domestication Syndrome” in Mammals: A Unified Explanation Based on Neural Crest Cell Behavior and Genetics, Genetics, vol. 197, no. 3, 795-808, 2014

Kellert S. R. and Wilson E. O. The Biophilia Hypothesis, Island Press, Shearwater Books, Washington D.C. 1993

 







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