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Timidezza e ansia (fobia) sociale: paura di essere se stessi

category Disturbi e patologie Maria Teresa Maiocchi 30 Gennaio 2013 | 5,117 letture | Stampa articolo |
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C’è differenza tra timidezza e ansia sociale?

La domanda si pone in quanto sia la timidezza che l’ansia sociale sono caratterizzate da elementi comuni, come l’irrompere di vistose manifestazioni psicofisiche (tachicardia, rossore, tremori,…) in particolari situazioni sociali, entrambe sono caratterizzate dal paura ad esporsi,  timore di un giudizio negativo,  tendenza ad isolarsi.

Si può parlare, dunque, di un turbamento emotivo comune ai due stati che nel caso della timidezza  si manifesta, occasionalmente, come imbarazzo in situazioni sociali in cui si teme il giudizio, mentre nell’ansia sociale  si trasforma in uno stato ansioso molto pervasivo che prende il sopravvento sulla persona, interferendo massicciamente sulle relazioni sociali, tanto da provocare difficoltà significative in ambito relazionale sia lavorativo che affettivo.

Quindi non necessariamente un timido si trasforma in una persona affetta da ansia sociale.

L’ansia o fobia sociale viene collocata, clinicamente, tra i disturbi d’ansia e definita come “ paura marcata e persistente di una o più situazioni sociali o prestazioni nelle quali la persona è esposta a persone non familiari o al possibile giudizio degli altri. L’individuo teme di agire (o di mostrare sintomi di ansia) in modo umiliante o imbarazzante”… “l’evitamento, l’ansia anticipatoria o il disagio interferiscono significativamente con le abitudini normali della persona, con il funzionamento lavorativo, con le attività o le relazioni sociali”.

Chi ne soffre è consapevole che sua paura è esagerata e irrazionale eppure cerca di evitare le situazioni temute, nel timore di non essere in grado controllare le proprie reazioni.

Il suo pensiero è occupato dalla preoccupazione di quello che gli altri possono pensare di lui, dalla convinzione di non essere in grado di affrontare la situazione temuta, in quanto già vissuta come ansiogena. Situazioni temute possono essere: parlare in pubblico, mangiare di fronte ad altri, scrivere sotto lo sguardo di altri, incontrare persone nuove, manifestare il proprio pensiero, affrontare un colloquio di lavoro, incontrare persone autorevoli, avvicinare persone del sesso opposto.

Di fronte alla situazione temuta l’ansia è intensa, le manifestazioni fisiche sono marcate, il pensiero non controllato può subire una vera paralisi col conseguente blocco della parola, od un accavallamento di pensieri che si affastellano nella mente senza produrre una verbalizzazione coerente e lineare. Il comportamento conseguente alla pervasività di questi pensieri è quello di evitare la situazione temuta.

In casi estremi l’ansia può assumere le caratteristiche di attacco di panico, aggravando ulteriormente il quadro clinico ed  il conseguente isolamento sociale che può portare a stati depressivi.

Timidezza e ansia sociale sono imparentate con la paura. Paura di cosa, di chi? Evidentemente paura degli altri, ma andando più a fondo sulla natura del problema si può affermare che  se è vero che si tratta di un problema di relazione con altri, è altrettanto vero che il timido ha un rapporto problematico con se stesso: porta  in sé una parte più autentica di quella manifesta, ma tenuta nascosta perché considerata, secondo un giudizio socio-ambientale interiorizzato, non conforme: soffre perchè pensa di non potere essere ciò che è: un divieto interno lo impedisce.

Dunque l’ansia sociale può essere considerata una manifestazione esternalizzata che nasce da un conflitto interno più profondo.

Per comprendere meglio questo meccanismo è necessario comprendere come si struttura l’ansia sociale

 

Come si struttura l’ansia sociale

Chi soffre di ansia sociale è stato un bambino timido.

Per capire come si diventa timidi occorre comprendere come il bambino costruisce l’immagine che ha sé, come costruisce la propria identità.

È consolidata la teoria secondo cui le caratteristiche del clima emotivo e affettivo che configura il contesto familiare e lo stile educativo rappresentino le basi per sviluppare nel bambino sicurezza personale, fiducia, curiosa esplorazione del mondo.

È dunque nell’ambito familiare che il bambino costruisce progressivamente l’immagine di sé strutturandola a partire da come si sente visto dallo sguardo della madre, del padre, dal microsociale:  col tempo sviluppa un’immagine di sé fisica, psicologica, affettiva e morale in risposta alle “indicazioni” implicite ed esplicite del contesto familiare.

Vi sono stili educativi molto protettivi, molto severi, ipercritici, ansiosi, tendenti all’isolamento della famiglia dal resto del mondo o trascuranti  che ostacolano la libera espressione di sé, la fiducia nelle proprie capacità, l’apertura verso situazioni e persone nuove.

Quando nel bambino compaiono i primi segnali di vergogna (emozione sempre presente nel timido), è già presente un conflitto tra quello che crede di dovere essere (aderendo alle attribuzioni pervenute) e quello che sente di essere: la vergogna è quella di avere emozioni e pensieri soggettivi, non in linea di conformità con l’ambiente e le sue convenzioni. Da qui il senso di colpa per violare (anche solo con pensieri ed intenzioni) le regole, le indicazioni del gruppo di appartenenza.

Si viene quindi a creare una confusione tra l’immagine personale profonda e nascosta e l’immagine sociale: tra ciò che è e ciò che deve essere. È questa confusione che genera l’incertezza, l’ insicurezza che sono alla base della timidezza e dell’ansia sociale.

Raggiunta l’età adoscenziale, col tempo, si è consolidata la necessità di mimetizzarsi nell’ambiente, conformandosi sempre più all’idea che gli altri si sono costruiti di lui, modellando per sè una maschera sociale sotto cui si nasconde un mondo di emozioni e fantasie diversi  da quelli manifestati.

Lentamente si può sviluppare una marcata ansia sociale, che se da una parte rappresenta una difesa nei confronti di un mondo vissuto come ostile e giudicante, dall’altra può essere letto, paradossalmente, come atto eversivo segnalato da manifestazioni fisiche di grande evidenza.

Questa lettura psicologica dell’ansia sociale reca in sé la strada terapeutica che si muove in due direzioni: psico-corporea e psicologica.

 

Curare l’ansia sociale

Nella cura dell’ansia sociale risulta efficace integrare un intervento psico-corporeo con un percorso psicologico finalizzati al recupero dell’auconsapevolezza e l’affermazione personale.

Il training autogeno è uno strumento terapeutico  molto utile per imparare a rilassarsi, a conoscere e modulare le emozioni, prendendo empaticamente contatto con i diversi distretti corporei particolarmente  coinvolti nello stato ansioso: si tratta di imparare ad autoindursi la distensione muscolare, a mantenere la normalità del battito cardiaco e della respirazione. In questo modo l’irrompere dei sintomi fisici nella situazione ansiogena non è vissuto passivamente, ma viene evitato proprio per un contatto interno consapevole con il proprio corpo.

Parallelamente ed in modo integrato, il percorso psicologico è volto a riconoscere il valore evolutivo della paura, a riconoscere e valorizzare  i contenuti psichici interni, a collocare in posizione dialettica la polarità tra mondo interno ed esterno vissuta come ansiogena, a sviluppare modalità di essere e di stare con gli altri del tutto personali in piena libertà ed autenticità.

 

 

Dott.ssa Maria Teresa Maiocchi
Psicologa Clinica e di Comunità
Via S. Maria Valle, 3/A
20123 Milano
cell.: 338.1383980
e-mail: mariateresamaiocchi [@] fastwebnet [.] it







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