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La gioia di vivere nella sincronicità

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 27 Luglio 2016 | 4,048 letture | Stampa articolo |
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In “Sincronicità” (traduzione di Barbara Sambo, Ma.Gi., Roma 2014), F. David Peat, allievo del teorico dell’implicate ed explicate order, David Bohm (1917-1992), ammette che gli episodi di reale “connessione acausale” si verificano di rado.

Dal desiderio al delirio di completezza

Ma gli individui con difese dell’Io particolarmente deboli o che attraversano stati psicotici rischiano di essere ossessionati da tali episodi numinosi, al punto da non riuscire più a distinguerli dalle semplici coincidenze. Il loro desiderio di completezza li spinge a credere che tutti gli eventi siano in qualche modo collegati”.

Quest’ossessione nel voler decifrare i messaggi del cosmo rientra forse però in un “delirio di completezza”.

Una risposta che non fa danno

Di fronte alla domanda posta dal protagonista del film dei fratelli Coen “A serious man” (2009), poiché appunto vuol essere a tutti i costi un vero mensch, il rabbino interpellato inizia a raccontargli la storia d’un dentista il quale, esaminando con l’apposito specchietto un suo paziente non ebreo, trova incisi, dietro ognuno dei denti dell’arcata inferiore, dei caratteri semitici che, letti insieme alla rovescia, formano un chiaro e significativo appello di soccorso: “aiutami“. L’odontoiatra si chiede “se” si tratti di un messaggio di Hashem (Dio), e in tal caso, “cosa” stia cercando di dirgli, e soprattutto “chi” debba aiutare.

La risposta è nella Cabala, nella Torah?”.

Riluttante, la spiegazione del rabbino costituisce nella sua brevità un’intera parabola sul senso della vita: tutto finisce con una sola risposta inconsistente. “Tu vuoi sapere se quella parola è un messaggio di Dio… Forse, non sappiamo… Vuoi sapere se significa aiutare gli altri… Non sappiamo, comunque aiutare gli altri non fa danno”.

Come il mal di denti

Insomma, non ci sono risposte, anche all’incalzare delle richieste di Larry: “Ma chi ce l’ha messo lì quel messaggio, era per il dentista o per altri?”. E poi: “Che fine ha fatto il dentista?“. E il rabbino: “Beh, dopo un po’ il dentista non ci ha pensato più al messaggio, ed è tornato alla vita… Vedi Larry queste domande che ti turbano sono come il mal di denti, le senti per un po’ e poi spariscono…”.

Quel “Chissà, noi non possiamo sapere tutto” rientra in una psicologia di Weltanschauungen, più precisamente in quella della joie de vivre diametralmente opposta alla fatigue de vivre del mensch di Joel D. ed Ethan J. Coen.

 

Una psicopatologia della joie de vivre

Era stato Karl Theodor Jaspers (1883-1969) a non ricorrere al termine “psicopatologia” a proposito di visioni del mondo (Weltanschauungen), ma dei rischi che queste possano offrire oggi, nel mondo moderno, scrive ora Vittorino Andreoli in “La gioia di vivere” (Rizzoli, Milano 2016).

“Histoire bataille”

Nel mondo occidentale domina quella che Marc Léopold Benjamin Bloch (1886-1944) ha denominato “histoire bataille”, una storia scritta all’insegna di vittorie e sconfitte, lotte di potere che divampano, coinvolgenti, dietro l’unica spinta del timore di soccombere.

Nell’età della comunicazione, la ricerca del piacere si limita a gratificazioni momentanee ed effimere. Chi non si preoccupa di apparire e cerca di trovare risposte ai bisogni profondi, guarda alla propria interiorità e vive come se fosse invisibile, nascosto alle crudeltà delle menzogne e all’assurdità dell’orrore. Essendo la sua disponibilità silenziosa, non si trova alla ribalta e non fa notizia, poiché si schiera dalla parte del valore dei sentimenti che restano impalpabili. I suoi gesti non possono venire strumentalizzati dalla politica, e la tendenza confluisce verso il minimalismo, affinché nulla possa essere sprecato.

Rinunciare al senso comune?

Nella commedia in cinque atti di Vittorio Bersezio (1828-1900) “Le miserie ‘d Monsù Travet” (1863), il coscienzioso impiegato, subissato dai soprusi, sceglie d’esser libero e senza superiori, pur avendo finalmente ottenuto la tanto sospirata promozione. Il nome del protagonista (letteralmente Travicello) riprende il racconto che Fedro attribuì a Esopo, dalla morale stringata sul tollerare uno statu quo.

Un popolo pieno/ Di tante fortune,/ Può farne di meno/ Del senso comune…”, chiosava, nel 1841, Giuseppe Giusti (1809-1850).

Disponibilità silenziosa e invisibile

Un sintomo della contraddizione tra agire e desiderare la si può riscontrare nella programmazione del tempo libero, scandita dalle imposizioni dei privilegi d’appartenenza, dalle scelte elitarie e da uno stile di vita che persegue la medesima realizzazione nel campo lavorativo, di richiamare attenzione, secondo una percezione di sé che trova compimento esclusivamente nel mostrarsi.

L’invisibile disponibilità della joie de vivre risulta equivalente all’esclusione di chi avverte la necessità di trovarsi e ricalca le situazioni fiabesche in cui, da una parte, la parola magica attribuisce poteri eccezionali all’abito che s’indossa, oppure dove la trasparenza di quest’ultimo espone alla condizione di chi c’è, ma come se non ci fosse.

Nessun Pan-opticon

L’ambiguità invisibilità/trasparenza fu una proposizione omerica nell’episodio dei ciclopi che, accorrendo in soccorso del compagno monocolo accecato, si pongono di fronte al falso nome del Pan-opticon. La prospettiva di chi tutto guarda attentamente, nei confronti di chi parla troppo, Polifemo, confluisce nella finalità di non essere poi visto da Nessuno.

Per scrutarsi dentro, in ogni caso, occorre “chiudere un occhio”, quell’unico occhio, in solitudine, senza farsi dare aiuto dai vicini, quasi per sentirli, e sentirsi, inutili, come “A serious man” dei fratelli Coen.

Eppure, abbandonarsi all’arrendevolezza ed essere abbandonati all’inadeguatezza non sono contingenze proprio sovrapponibili, se non nella pura fragilità del loro stato. Per capire si osserva, ma non si discrimina, poiché il dialogo richiede sempre uno specchio idoneo e, senza interlocutore valido, conversare si riduce a un’arida chiacchera.

 

La sindrome dissociativa

Nel coniare la voce schizofrenia, nel 1911, Eugen Bleuler (1857-1939) sottolineava la scissione (schìzein) della mente (phrèn), che ha operato una netta separazione dal mondo, mentre il binomio io ambiente-altro è conditio sine qua non dell’intera esistenza.

Esserci sta per mantenere contatti, relazionarsi. Una qualsiasi  divisione avrebbe comunque riguardato anche l’io, in quanto, nello sforzo di adeguarsi alla frattura con il mondo, avrebbe incrinato la propria unicità, costringendola a dialogare con se stessa. Questa doppiezza, iniziata con la dissociazione, prosegue nello sviluppo delirante di inquadrare come ostile l’unitarietà di tutto il resto. Un insieme in cui alberga anche parte dell’io persecutore di se medesimo.

Il vuoto attorno e quello dentro non marcano delineati confini. Nell’assoluta trasparenza si girovaga tra i frammenti di sé, in un transito che indifferentemente può portare dal terrore alla serenità, dall’assenza alla pienezza, e viceversa, come in un incontro con l’imprevisto.

Serendipità

Horace Walpole (1717-1797) formulò il neologismo serendipità (1754), ispirato dalla lettura del racconto orientale “Viaggi e avventure dei tre principi di Serendippo”, tradotto da Cristoforo Armeno nel 1548, derivandolo pertanto dall’antico nome persiano dell’isola di Ceylon (o Sri Lanka). L’intento era quello d’indicare la sensazione della casualità nell’esperienza dell’intuizione, ma poi ha finito per riguardare qualcosa di euristico.

 

La dimensione dell’Io

L’identità è la naturale reazione alla ricerca d’individuazione-identificazione nei confronti degli altri. Il risultato di tale sommatoria lo ritroviamo nell’espressione linguistica “noi altri”, in cui tutti (sia noi che gli altri) assurgono al ruolo di protagonisti.

La tendenza all’uniformazione rende flebile ogni sfumatura di delimitazione dal mondo oggettuale. E la confusione fa quasi sentire parte dell’insieme.

L’evoluzione della solidarietà

Pëtr Alekseevič Kropotkin (1842-1921) ipotizzò una modalità evolutiva distante dalla concezione darwiniana, in cui la lotta per la sopravvivenza veniva sostituita da solidarietà e cooperazione, per evitare ogni possibile perdita, o eventuale sentimento di sottomissione. Un’idea di razionalismo illuministico poggiata su solide, quanto indiscutibili, basi scientifiche, eppure niente affatto “eroica”, che non richiede cioè uno sforzo titanico né tanto meno una morte gloriosa per sancire drammaticamente una postuma, sia pur immortale, grandiosità maniacale.

In una circolarità costruttiva, al posto dell’antagonismo entra in gioco una sinergia dell’attenzione per l’altro. E insicurezza e timori, comuni alla condizione umana, si diluiscono così nel crogiolo dell’immensa forza di quel “noi altri” che risulta poi alla fin fine dall’unione di tante piccole inconfessate fragilità.

Folie à deux

L’amore in quest’ottica rappresenta una forma di “delirio a due”, in cui l’attenzione esclusiva per l’altro riesce a raggiungere la più piena soddisfazione di occuparsene. Un identificarsi nel mondo per partecipare quindi della percezione di se stessi. Laddove l’odio e il dominio sono invece appannaggio dell’eroe in cerca di comando ed egemonia.

Esserci ma inattivi

Arrendevolezza e devozione si situano all’estremità opposta. A fornire sicurezza, in quest’ultimo caso, è la disponibilità alla condivisione. È una sorta di curiosità a prendere il sopravvento, insieme con una rispettosa osservazione.

Weltanschauungen o Folie à beaucoup?

L’imperativo di guardare e non toccare impone ai Giainisti di astenersi dall’agire, limitandosi a contemplare, di essere sì nel mondo, ma senza minimamente alterarlo.

La sospensione del giudizio (ἐποχή)

Ecco alcune considerazioni utili a tenermi lontano dalla tentazione di esprimere un giudizio a favore di una visione piuttosto che di un’altra; - annota Vittorino Andreoli – semmai, posso concludere che è preferibile riconoscere l’esistenza di una varietà di visioni del mondo, anche perché mi terrorizza l’idea che ne esista una sola ‘vera’. Sento il bisogno di insistere su questa precisazione aggiungendo che la cooperazione tra gli uomini non è un traguardo facile, così come imparare a suonare il pianoforte… Accade anche per lo scrivere: è una grande fatica, ma rileggere un brano in cui pare di avere espresso un pensiero con chiarezza è gratificante ma non esaltante, anche perché subito dopo avanza un altro pensiero da trasformare in parole. Scrivendo è possibile raggiungere convinzioni che non si sospettava di possedere fino a quel momento. Forse è stata la scrittura a crearle, magari senza volerlo…”.

Come per i “principi di Serendippo” alla ricerca di connessioni acausali!?!

 

Nell’esaminare la differenza tra avere ed essere, Erich P. Fromm (1900-1980) aveva ripreso una distinzione schopenhaueriana. Oggi, quella celebre riduzione si concretizza tutta nell’acquisto, un possesso che si fa decoro. Arma evolutiva di lotta e sopraffazione è diventato il denaro, già da sempre simbolo di potere.

“Sono ciò che ho”

A un certo punto però non si tratta tanto di avere, inteso come possesso, quanto di incorporare, perseguire la trasformazione dell’oggetto nel proprio essere. La distinzione schopenhaueriana tra “ciò che sei” e “ciò che hai” va modificata allora in una parafrasi del biblico “Ehyeh asher ehyeh” (Esodo 3:14), “sono ciò che ho”. Una dinamica che sposta l’io sulle cose da scegliere giusto nel momento in cui si vuol cambiare il proprio carattere.

Si fruisce di ciò che si é

Essendo predominante l’istinto dell’appartenenza si possiede per quanto, e alla stregua di come, si è posseduti. Si entra quindi nell’ingranaggio più intimo del meccanismo del dominio, ma in entrambi i sensi, sia di padrone sia di succube conquistato.

Soffocato dal mercato, il falso ego, che si è strutturato nell’identificazione con gli oggetti, ha anche immagazzinato ogni istanza, affastellandola accanto a quelle medesime restrizioni che la riguardano, su degli scaffali rinforzati da un Es ingigantito e bulimico, perché ormai la coscienza del Super-io è stata relegata all’esposizione in vetrina, quale vuota panoplia senza un contenuto che la sorregga.

Un’immedesimazione comprensiva

La partecipazione affettiva dev’essere reciproca. L’empatia è l’essenza stessa d’una relazione che si nutra di interesse e identificazione. Un’immedesimazione comprensiva, sia nel senso cognitivo che in quello dello stare insieme, e contemporaneamente un sentire all’unisono. Una simultaneità di reazioni e affinità in cui la risposta provocata nell’altro risulta già insita nella formulazione della domanda che gli si pone.

Il nocciolo di tutti i tabù

L’autore de “La gioia di vivere” paragona l’empatia a una specie di “nudità verso tutto ciò che di solito si tiene coperto” e che improvvisamente si svela nell’intimità, un preambolo di comunione delle anime, visto che lo scambio riguarda ciò che ci caratterizza indissolubilmente.

Ma, dentro di noi c’è sempre qualcosa di indicibile, ammantato da un alone di baluginante mistero. Il segreto che ci portiamo dietro è sacro, il nocciolo di tutti i tabù. Aprire la propria interiorità, accogliendo l’altro dentro di sé, lo esclude però da un “sancta sanctorum”. L’enigma esige rispetto, perché costituisce il nucleo principale dell’indipendenza.

Un “buco nero”?

Partendo dalle osservazioni di Esther Bick (1901-1983) sul senso di annichilimento provato dal bambino in certe condizioni ambientali, Frances Tustin (1922-1996) ci ha parlato di un trauma infantile originario (“depressione da buco nero“), soffermandosi sulle modalità di reazione a un tale trauma, che contribuiscono a creare il guscio protettivo, ma impenetrabile, entro cui sembra si possa trovare caparbio riparo.

L’autismo potrebbe essere interpretato pertanto come un meccanismo di difesa di tanta intimità dalla minaccia di perdita della propria individualità e di dispersione nel mondo.

Conchiglia o scorza

Gli “oggetti duri”, considerati come parti della propria pelle, offrono conforto al terrore di scomparire, e delle attività percettive e manipolatorie auto-referenziate (“forme sensoriali autistiche“) garantiscono l’esistenza limitatamente a certi spazi, purché seguano pedissequamente rigorose procedure. Quasi fossero comandamenti delle più ancestrali Scritture da ripristinare.

Fu detto agli antichi: ‘Non spergiurare’ … – ammonisce Matteo (5, 33-34) – Ma io vi dico: Non giurate affatto”. Del resto, la massima espressione della sacralità del segreto è riposta nell’espressione vetero-testamentaria “Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio” (Esodo 20,7).

Ciò che accende la magia della vita viene spento dalla profanante contaminazione di un appiattimento irrispettoso, volgare e chiassoso. Mentre i tabù richiedono comportamenti scaramantici silenziosi che in automatico ne preservino l’inviolabile mistero.

Un desiderio di completezza che sistematizza il delirio?

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Andreoli V. La gioia di vivere, Rizzoli, Milano 2016

Peat F. D. Sincronicità, (traduzione di Barbara Sambo), Ma.Gi., Roma 2014

Tustin F. The Protective Shell in Children & Adults, Karnac Books, London 1990

 







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