Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
Dei beni ai quali non è mai venuto in mente a un uomo di aspirare, egli non sente la mancanza. Arthur Schopenhauer
Viagra online

L’invenzione della virilità: omofobia, xenofobia, misoginia, dividendo patriarcale, Female Executive Stress Syndrome, Glass ceiling, Baby-blues, “Sillabario dei tempi tristi”

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 3 Giugno 2012 | 7,573 letture | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Il virilismo è stato un modello identitario, e quindi politico, molto forte prima che la crisi di una tale prospettiva, di “contratto” sessuale, unitamente alla crisi della modernità, divenisse evidente, e proprio con un ultimo tentativo di rilanciare l’ordine culturale ispirato alla riproposta della polarizzazione di genere, magari per palese inferiorità mentale, e alla subordinazione delle differenti etnie, e minoranze di “diversità”, grazie a imperialistiche colonie per soli maschi, ridotte poi a ghetti per maschi soli.

Ma, se il virilismo classico è morto, sostiene Sandro Bellassai, in “L’invenzione della virilità” (Carocci, Roma 2011), forse “non è ancora stato sepolto”!

L’esattore di prepuzi-custode di orifizi

Il dio biblico, secondo l’espressione di Joyce, “esattore di prepuzi”, sembrerebbe, altrettanto ovviamente per Vattimo, “custode di orifizi” e della legittimità del loro impiego. Bauman parla invece di una via di fuga dalla quotidianità e dell’elusione del confronto con gli altri come di una specie di transitorietà dell’utopia. Perché forse la possibilità di essere gay ha incluso l’omosessualità in una presunzione di probabilità, differenza ridotta a dettaglio, diluizione delle particolarità, insomma un’integrazione definitivamente disintegrante. Si è confusa allora l’indifferenza con un’illusione di eguaglianza, la quotidianità dell’esperienza con la sua superfluità?

Il risultato somiglia al finale del gioco “liberi tutti”, piuttosto che alla proposta più vasta dell’assioma rivoluzionario “tutti liberi”. Alla rivendicazione del sé si sarebbe sostituita una forma di agnosticismo che cancella ogni affermazione identitaria. E la “nouvelle vague” consumistica avrebbe sopraffatto, non soltanto l’utopia minoritaria e il diritto alla diversità, ma, con la libertà della ribellione, pure l’ottimismo gaio.

Dello stesso sesso, omosessuale, diverso, pervertito, la declinazione dipende dal contesto di riferimento e si riallaccia all’alternativa “natura e cultura”, soprattutto se la congiunzione non si riesce con l’accentazione a trasformare in verbo. Quanto conta nei comportamenti umani ciò che è innato e ciò che risulta acquisito? Certo l’educazione impartita istruisce sulla performance e sulle scelte di omologazione ed eguaglianza. Ma l’ormone non c’entra niente? Il testosterone, tra le altre cose, determina quella capacità di interpretare a colpo d’occhio le emozioni degli altri per poterli meglio manipolare, la disponibilità, tutta maschile,  al rischio e persino la lunghezza dell’anulare rispetto all’indice.

Il secondo e il quarto dito

Il rapporto tra il secondo e il quarto dito, insomma, fornisce informazioni per prevedere malattie, valutare il grado di fertilità, comprendere l’orientamento sessuale di una persona? Le predisposizioni alla sessualità, all’aggressività, a dominare, come alle materie scientifiche, o a determinati sport, ma anche all’alcolismo, sarebbero pianificate. I più dominanti e aggressivi, hanno anche più chance di fare carriera in ambienti fortemente competitivi, e, considerati più attraenti dalle donne, sono maggiormente portati a sedurre e a comportarsi secondo gli stereotipi del machismo. All’inverso, una deficienza di testosterone appronta meglio alle materie umanistiche, come può pure diventare sintomo di maggiore predisposizione al tumore del seno nelle donne e della prostata negli uomini.

Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive dappertutto”!

Gli ormoni governano l’assertività e la capacità di farsi valere.  Solo tirando fuori le unghie si dimostra di essere “bitch”, sostiene Rachel Simmons, in “The curse of the Good Girls” (2009). La femminilità è seduzione, affidabilità, ma costringe all’evitamento dei conflitti nel timore di perdere l’amore. Competenza ed efficienza non rafforzano le opinioni delle “brave” ragazze e il soffitto di cristallo  (“Glass ceiling”) contro cui andranno a sbattere è il diadema che le incorona reginette della propria insoddisfazione e della gioia di tutti gli altri, genitori ed educatori compresi.

Sillabario dei tempi tristi

Ilvo Diamanti trova le giovani agguerrite tanto combattive da sentirne “il rumore di ferraglia”, ma, nel suo “Sillabario dei tempi tristi” (Feltrinelli, Milano 2009), individua la nuova formula politica nella “mediocrazia”, neologismo per esprimere il potere dei “media”, ma che contemporaneamente evoca mediocrità, senza associarlo a “Womenomics”, secondo cui la crescita economica dipende dal lavoro femminile.

Solitamente infatti il potere non si affianca al merito, in quanto la leadeship consiste di un altrimenti inspiegabile carisma e molto di più nel padroneggiare le regole del gioco (sporco). La cooptazione va risarcita e lo scambio di favori rientra, quale baratto, tra le tante modalità del mercato. Le donne, pur avendo un più elevato senso di responsabilità, oscillerebbero maggiormente tra onnipotenza e impotenza, ma, facendo più cose insieme,  dispongono di capacità multitasking. Sono queste qualità sufficienti a colmare il gender gap?

Simboli, modelli, pregiudizi intrappolano tanto le donne quanto gli uomini, i quali, si sospetta che siano gay, o che non possiedano gli attributi maschili necessari, se non si dimostrano abbastanza aggressivi, cattivi, “stronzi”.

Anche se sul piano espressivo si preferiscono le trasgressioni semantiche, prossime allo stato di fine del desiderio, la costruzione grammaticale della natura della donna appartiene pur sempre all’altro genere. Comportamenti e linguaggi hanno così ugualmente mantenuto, e a lungo, orientamenti dominanti, gerarchici, sprezzanti, nel timore di uno scenario postmoderno, impregnato di indeterminatezza che più non incanala, nei suoi effetti tangibili, l’aggressività, secondo la classica narrativa della tragedia del “delinquente onorato”, preferendo le incarnazioni in idoli di perversità.

Il profilo psicologico del dirigente d’azienda

Mezzo secolo fa, nell’elencare le caratteristiche psicologiche del “manager”, sul quadrimestrale di Psicologia della Scrittura, dapprima Marco Marchesan  (Il profilo psicologico del dirigente d’azienda secondo la psicologia della scrittura, fascicolo 1, 1959) e successivamente Odoardo Tofanetti (Requisiti psicologici del dirigente d’azienda, fascicolo 3, 1962), esaltavano la “ferma, decisa” volontà, la capacità di reprimere e di punire per scoraggiare gli indisciplinati, di mantenere “ordine e ritmo di lavoro conforme ai programmi”.

Coniugando efficienza, gerarchia e successo, lo spazio della dirigenza veniva attribuito all’assoluta dominanza maschile. Da un lato, il manager doveva possedere doti personali in grado di valorizzare le “risorse umane”, dall’altro era obbligato a mostrarsi autorevole, come solo un “capo” può esserlo.

Un capo, un boss, un manager, un leader si riconosce a prima vista, sostiene Henry Mintzberg, in “The nature of managerial work”( 1973), perché equilibrato, dotato di buon senso nel prendere decisioni; si dimostra tranquillo con i collaboratori e si sente responsabile delle loro persone come dell’intera organizzazione.

Le posizioni di responsabilità attirano però egocentrici e narcisisti a pavoneggiarsi e a centralizzare i poteri in modo da mettere in atto speditamente ogni decisionalità, contraddistinta proprio dalla caratteristica della velocità, purché essa non si trasformi in frenesia, inevitabile foriera di errori. Perché l’efficacia conta spesso più dell’efficienza, almeno quanto l’autenticità e l’originalità, in modo da competere con la globalizzazione, evitando di delocalizzare. La cura per le persone, non disgiunta dall’attenzione nei confronti dell’ambiente, consente di maritare felicemente economia ed etica. E la disponibilità verso le altre culture, poi, aiuta l’adattamento ai cambiamenti. Il mercato richiede quasi una sorta di nomadismo nell’approccio commerciale e nello scambio, purché sempre questa flessibilità non perda di vista qualità e tipicità.

Adesso che il dinamismo è divenuto una forma caratteriale femminile, anche per incisività e asciuttezza di stile, la riflessione è stata sostituita dalla delega a collaboratori fidati, con cui condividere, con maggior disposizione di ascolto, le analisi dei problemi prima di cogliere intuitivamente ben più rapide sintesi.

La competizione, nel frattempo, sembra essersi trasformata in un appannaggio maschile.

Della “donna in carriera”

Attraverso l’evocazione di stereotipi supplementari ai sottotesti di un certo lavorio simbolico, ci si sente costretti a rappresentare le donne in termini ulteriormente riduttivi. Lo stereotipo della “donna in carriera” ha costituito una deriva tanto inquinata da contaminare spazi di maschilità dai quali, peraltro, risultava fatalmente influenzato, quasi come in un’inutile coabitazione.

La sua antenata virago aveva già violato le norme della diversità, perché l’auto-rappresentatività iconica delle donne non era mai riuscita a escludere quei sensi di colpa procurati da scelte di vita, diciamo “egoistiche”, cioè dal rifiuto di rinunciare alle aspirazioni personali. Il richiamo agli impegni familiari rimandava ineluttabilmente alla figura della matrigna di Biancaneve e l’archetipo della madre “cattiva” si incunea ancora nella sensazione di un fragile senso di benessere mentale. Davanti all’altare dell’attrazione fatale del successo si sono abbandonati, e spesso si sacrificano, gli affetti migliori a favore di effimere seduzioni autarchiche.

Il rampantismo, per il genere femminile, si fa equivalere all’assenza relazionale. La donna virilizzata dallo stakanovismo, si dice eufemisticamente “indossi la cravatta”, oltre che i pantaloni, tradisca con maggiore frequenza, divorzi più facilmente, ma soprattutto faccia ammalare il marito.

Female Executive Stress Syndrome

Per contro, “Female Executive Stress Syndrome” potrebbe diventare la causa della negazione della femminilità, dell’anoressia o dello sdoppiamento di personalità. Allo stress postraumatico procurato dai crimini commessi sulle donne vanno aggiunte le problematiche connesse a fallimenti matrimoniali e rimescolamento delle famiglie, gravidanze e maternità, infertilità e ciclicità bioritmiche, sindrome pre-mestruale e Irritable Bowel Syndrome.

Nel sesso femminile, ogni età sembra contenere il suo precipuo fattore stressante, dall’adolescenza alla menopausa. In un’epoca di promiscuità, divorzi ed epidemie di AIDS, è molto difficile intrattenere relazioni, o prendere decisioni per una futura vita di coppia, a vent’anni. A cinquanta, ci si scopre intrappolate tra l’inquieta richiesta di indipendenza da parte dei figli e il progressivo decremento di autonomia dei genitori ormai anziani. Le questioni relative a come conciliare tempo libero e professione, o a presumibili dubbi di sterilità, saranno più pressanti per le trentenni. Mentre a quaranta si rivela critico affrontare da single la vita privata, e ancor più lottare contro le discriminazioni in campo lavorativo.

L’impedimento nel conseguire promozioni all’interno di un’organizzazione (“Glass ceiling”) ha spesso cause sessiste, forse già prima che razziali, anagrafiche, di disabilità, diversità, o di qualsiasi genere di minoranza sociale.

Il “dividendo patriarcale

Nel solco di una continuità che rassicuri il genere maschile, turbato dalla pericolosa emancipazione femminile, uno scellerato Pactus legis Salicae rilancia un più complessivo interesse da legare a quello che Robert W. Connell (1996) chiama “dividendo patriarcale”, in quanto “vantaggio” che, intanto e solo “i maschi”, ottengono dalla “subordinazione” delle donne in genere.

The marriage benefit imbalance

Attualmente il matrimonio è anacronistico, retaggio di una società nella quale era necessaria un’istituzione per garantire sicurezza, tutelare proprietà, regolare la riproduzione. Sposarsi conviene complessivamente più agli uomini che alle donne. Il matrimonio facilita l’accumulo di risparmi e la distribuzione della ricchezza, allunga la vita dei mariti, più gratificati, e pertanto protetti dalla depressione, più sobri, moderati, organizzati, dediti al lavoro.

L’unione coniugale, poi, fa male alla linea delle donne, mentre gli uomini ingrasserebbero semmai con la separazione, per via dei differenti stili di vita e soprattutto a causa della perdita dei salutari benefici che portare la fede al dito comporta.

Le donne che credono di sposarsi per amore riscuotono minor successo, e sono più esposte all’angoscia e allo stress. Elisabeth Gilbert, in “Committed: a skeptic makes peace with marriage” ne parla come di un clamoroso squilibrio: “the marriage benefit imbalance”. La “necessità” di convolare a nozze, per le donne, più che dall’amore, è dettata dal desiderio: di fuga dalla famiglia d’origine, di miglioramento economico, o di prestigio. Non cercano il “principe azzurro”, se mai l’abbiano cercato, ma “qualcuno” che le valorizzi. Altrimenti si scappa già prima che la coppia scoppi. La Gilbert non si meraviglia infatti del numero crescente di divorzi ma della percentuale di quelli che riescono a restare insieme.

Il ciclo naturale dell’esistenza femminile

La maternità suscita ambivalenze, sentimenti e rivendicazioni, preoccupazioni e timori, desideri di perfezione e paura di non farcela, ma forse mai come oggi, avendo perso la sua istintiva naturalità, è costretta, come difatti è, a gareggiare con professione, passioni e altre esperienze di vita. La maternità non si razionalizza con facilità ed è la condizione che in assoluto condiziona, in tutti i sensi, la posizione femminile. Il problema comporta la stessa ridefinizione degli assetti comunitari che coinvolga sia la ripartizione dei compiti sia la sfera dell’intimità.

La maggioranza degli odierni conflitti e delle disuguaglianze di genere provengono da principi di libertà nella competenza dell’attività di cura, poco conciliabili con la disponibilità alla presenza sul mercato del lavoro che risponde invece al modello fordistamale oriented”, ritagliato su di un maschio adulto totalmente da impegnare “anytime, anywhere”. Le aziende non sono in grado di programmare l’incertezza della gravidanza e della maternità, rispettivamente viste come handicap e malattia. La comunità per contro non può non valorizzare un momento del ciclo dell’esistenza femminile da inquadrare come valore aggiunto e da rinegoziare in un’ottica di trasparenza e in una relazione di fiducia.

Reproduction versus production

Data l’enfasi sui compiti materni, lo sbilanciamento avviene dopo il parto. L’identità femminile si trova dinanzi al fatidico bivio “production versus reproduction” e il riadattamento dei ruoli desueti serve a tutelare i più deboli, i figli, le disabilità, gli anziani.

Troppe donne, divenute madri, scoprono che la loro favola non prevede un lieto fine e, in base alle ferree regole del gioco dell’oca della vita, la nascita di un figlio impone loro di fermarsi per più giri. Se le cure materne pesano più del previsto, è la coppia stessa che potrebbe non reggere ai ritmi e alle esigenze di accudimento della prole.

Della guerra tra i sessi

Da parte della misoginia difensiva maschile, il protagonismo femminile può venire stigmatizzato, nella sua soggettività di successo, in un’esorcistica riduzione a corpo di desiderio. Il femminismo si rifiuta di prestarne l’oggetto e di garantire conforto materiale e affettivo, eufemisticamente celato, per le perfide sorelle,  dalle definizioni di “istinto materno” e di “sposa e madre esemplare”.

La prova della crisi non sarà un confronto sui grandi temi, ma la prosaica verifica della turnazione tra chi deve lavare i piatti o cambiare i pannolini ai neonati, che, nonostante tutto, continuano a nascere, anche se con sempre minore frequenza, in quanto pianificati da una coscienziosa meccanica del sentimento, adesso molto più tecnica e meno improvvisata.

Baby-blues

Il “Baby-blues” non colpisce più soltanto le puerpere fino ai tre mesi d’età del neonato, ma anche una piccola percentuale di maschi impegnati nella consapevolezza di paternità. Una “crisi” questa piuttosto sottovalutata da psichiatri e psicologi, forse perché genericamente segnalata da stress, accompagnato da problemi economici, stanchezza, mancanza di sonno, calo nella vita di relazione.

Not in my name

Quest’empirismo egualitario ha determinato una reazione quasi masochista nella volontà di cambiamento, una sorta di accettazione del matriarcato, a certe condizioni però che non si sarebbero potute facilmente realizzare. Il ritiro da molte posizioni di privilegio, dapprima non ha comportato disorientamento, fintantoché si avessero delle aspettative in un immediato futuro. Quando però la prospettiva di attesa si dimostra cessione, resa incondizionata, subentra l’incertezza di fronte all’ambivalenza e alle contraddizioni che non possono mancare, purché “not in my name”, o in difesa della “razza” (maschile) da parte di un manipolo di “cavalieri che montano la tempesta”.

Riders on the storm/ Into this house we’re born/ Into this world we’re thrown/ Like a dog without a bone/ And actor out on loan/ Riders on the storm/ There’s a killer on the road/ His brain is squirmin’ like a toad/ Take a long holiday/ Let your children play/ If ya give this man a ride/ Sweet family will die/ Killer on the road, yeah/ Girl ya gotta love your man/ Take him by the hand/ Make him understand/ The world on you depends/ Our life will never end/ Gotta love your man, yeah”.

Il senso dell’acquisto compulsivo

La produzione di merci, soprattutto nella pubblicità, ha posto in scena anche il genere maschile per quello che è, un elemento rientrante nella dinamica consumistica. E il consumatore “ideale” sostiene lo sviluppo dello sperpero nel momento in cui viene sollecitato e incitato da una frustrazione controllata. Alla perdita di autonomia psicologica e a indirizzare le compere ci pensano poi i sondaggi.

Eppure, nella comunicazione, è insita pure una certa responsabilità sociale, poiché nell’atto di appropriarsi di qualcosa è come se si veicolasse una ricerca di senso che, attraverso la scelta, contribuisce a strutturare l’identità. La forza evocativa di alcuni marchi stimola in maniera eccezionale l’emotività intensificandola nella vibrante concretezza di un’immagine emblematica di integrità (Virgin), vittoria (Nike), frutto proibito (Apple), ecc. Archetipi universali oltremodo attraenti perché rispondono a impellenti bisogni psichici di condivisione, esplorazione, innocenza, fantasia, elevazione spirituale. Nell’individuare una tensione sociale il brand aspira a rivestire il ruolo di sense provider, e, nell’acquistare, si attribuisce senso ai progetti che si vorrebbero portare avanti.

La pervasività mediatica sancisce, attraverso la politica degli sguardi, l’imposizione di modelli pubblicitari, e soprattutto televisivi, rendendo la debolezza maschile dell’uomo-immagine, fatta di frustrazione e d’impotenza, un problema individuale, psicologico, da affrontare in chiave terapeutica, non potendo venire risolto nella dimensione esistenziale di una forma di corporeità sociale. Se l’identità di genere non è più in grado di contenere le tensioni sessuali, il compito di governare le relazioni affettive va sottoposto al follow up clinico. Ma certo, essendo venuta meno la dimensione linguistica tradizionale, la quale associava alla paura pure il rispetto, i sentimenti maschili di impotenza si accompagneranno alla rabbia contro il genere femminile.

Roemedium impotentiae

La vergogna provata per un disturbo vissuto nell’intimità viene affrontato con il glamour del marketing. Gli inibitori della fosfodiesterasi 5, con implicazioni sulla molecola di monossido di azoto nel sistema cardiovascolare, hanno spesso e brillantemente risolto la delicatissima questione. La scotomizzazione degli elementi etiologici contribuisce però alla cronicizzazione, in quanto il successo temporaneo in termini di prestazioni non affronta le cause parzialmente riconducibili a meccanismi biochimici, endocrinologici, vascolari o psicologici e relazionali. Tra le cause di disfunzione erettile vanno annoverati sia la sindrome metabolica sia un deficit di massa muscolare. Cosicché a migliorare l’autostima e l’immagine di sé sarà più semplicemente un intervento sullo stile di vita.

Un alcaloide estratto  da un albero delle foreste africane, la yohimbina, procura vasodilatazione incrementando la libido. La maca, crucifera delle Ande, è un tonico afrodisiaco. Il tribulus stimola la produzione di testosterone, il ginseng cura astenia e deficienze ormonali, mentre il ginkgo biloba è più adatto ai diabetici. Ma, a meno che a bloccarlo non sia l’ansia da prestazione, le sostanze analoghe a sildenafil e tadalafil, rispettivamente prescritte per migliorare singole performance, o garantire copertura più ampia, non stimolano il desiderio.

intravaginal ejaculation latency time

Le variazioni della sessualità comprendono pure quello che viene definito “intravaginal ejaculation latency time” che definirebbe “tempi e luoghi” dell’orgasmo e quindi manifestazioni di turbe neurobiologiche quali l’eiaculazione precoce. Il disagio individuale è indubbiamente soggettivo e solo la relazione si può considerare terapeutica. Chi non si sente amato, a sua volta, non desidera; e, al calo del desiderio, si associa di pari passo il calo dell’umore, la depressione e anche il rischio vasculopatico aumenta enormemente.

“Razionalisti” ed “emotivi”

Rimarginare le ferite inferte nel corso delle infelici esperienze personali della guerra tra i sessi avrebbe dovuto tener conto della suddivisione tipologica tra “razionalisti” ed “emotivi”, quelli che non si discostano dal gruppo e gli individualisti, l’azione e il pensiero, chi si occupa della propria mente e chi del proprio corpo, gli “occidentali” e gli “orientali”, in fondo tra i più e i meno maschi, o meno e più femminei.

Tra il “qualcosa” che ci manca e il “qualcosa” che ci assomiglia

La duplicità esteriore, che esclude gli uni dagli altri, si ripropone interiormente nell’inclusività dei contrari, per cui l’interezza stenta in ogni caso a concretizzarsi. La solitudine crea problemi con se stessi e con il piacere e ogni relazione, in particolare quella erotica, si drammatizza, si estremizza, non più solamente nel connubio inestricabile di Eros con pathos, ma anche con
Potos (il desiderio) e il potere. Se, infatti, il piacere non si collega, e con una profonda radice, a qualcosa di duraturo, si corre il rischio di non conoscerlo veramente nella realtà, restando imprigionati in una banalità di sogni notturni improntati ad ansiogena scontentezza. Il potere logora…,  chi più chi meno, ci ha a che fare, che lo detenga veramente o no. Se il maschio e la femmina che stanno dentro di noi, che si sia esteriormente femmine o maschi, non si conciliano, si resterà a metà strada tra l’essere e il nulla. E finiremo per scoprirci a metà strada tra il “qualcosa” che ci manca e il “qualcosa” che ci assomiglia.

Livio nel concludere il racconto della mediazione di Menenio Agrippa, nella secessione sul Monte Sacro, conferma: “…discordia pereunt concordia valent” (II, 32). L’utopia è davvero improbabile, allorquando la conciliazione nasconda un tentativo di prevaricazione o di restaurazione. Ma mettersi, e rimettersi in discussione continuamente, produce angoscia, di fronte a tutte le possibili divaricazioni.

Die Ausstellungswert

La prevalenza di ciò che
Benjamin chiamava il “valore di esponibilità” (die Ausstellungswert) nei confronti
del “valore cultuale” (die Kultwert), nell’ostentare la “nudità del re” produce un’ulteriore deriva del maschile in una corporeizzazione e genitalizzazione che esalta l’esibizionismo, laddove la caratteristica tradizionale non prevedeva dimostrazioni ma si accontentava di allusioni agli atteggiamenti sociali o tutt’al più alla prestanza fisica.

Apparĕo ergo sum

Quando risulta preponderante questo valore di esponibilità è inevitabile che si produca un radicale mutamento della “cosa” stessa. Il filosofo berlinese ne parla a proposito della leggibilità in una determinata epoca, là  dove improvvisamente il passato subisce una sorta di “teléscopage” attraverso il presente: “Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora (Jetzt) in una costellazione.  In altre parole: immagine è la dialettica nell’immobilità.  Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente temporale, continua, la relazione tra ciò che è stato e l’ora è dialettica: non è un decorso, ma un’immagine discontinua, a salti.  Solo le immagini dialettiche sono autentiche immagini (cioè non arcaiche); e il luogo, in cui le si incontra, è il linguaggio”.

Questa distorta persuasione della deriva maschile è tornata a innalzare l’ostentazione impudica a essenza virile come all’epoca delle arcaiche statuette itifalliche dei vari Min, Priapo, Hermes, facilitando il linguaggio dell’imitazione e dell’apparenza.

Eppure, al giorno d’oggi, la rappresentazione mediatica della mascolinità non riesce a celare tratti di insoddisfazione, insicurezza, disagio e fibrillante inquietudine, in un immaginario revival dell’esotismo ideale plebeo di un fisico selvaggio e primitivo, che esclude figure reali, facendo trasparire un’irrisolvibile aggressività di fondo, priva di sbocchi e vie di fuga, e in costante fase di futile attacco.

L’immagine femminile invece potrebbe addirittura non avere un’imposizione identificativa per il proprio genere, bensì assolvere alla funzione decorativa e premiale per il sesso opposto.

La “crisi del maschio” eclissa la presunzione di trascendenza, assolutezza e ineffabile sacralità che prima l’ammantava di un’aura di neutralità a custodirne inviolabilmente l’invisibilità. Spogliare il re, renderne palese quella nudità oscena, annulla ogni efficace strategia di riscossa che si dimostri pur lontanamente in grado di mantenere attive le illusioni di potenza, e indiscusse le restaurazioni di dominio. Il trauma da detronizzazione spinge a un confuso malessere, dall’impietosa evidenza di finitezza, e persino la frustrazione in un tale contesto potrebbe apparire anacronistica. Chi non riesce a ostentare ed esibire è destinato all’impotenza; l’insuccesso diventa una debolezza, la mancata esposizione un’assenza, la modestia del contenimento e la ritrosia espositiva una morte civile. Nel generale denudamento, il più classico degli attributi, da carattere unico di riconoscibilità, acquista posizione di spicco in un residuo di rappresentabilità. E, nel rovesciamento della consuetudine dei ruoli, l’esposizione dell’identità sessuata genera una sorta di autocoscienza di parzialità.

Le ritidi perioculari

I segni dell’età non possiedono più il fascino nostalgico da bel tenebroso e, per sopravvivere al tempo con l’inganno, occorre attenuare le ritidi perioculari, distendere le rughe frontali, ridefinire la linea della mandibola, smorzare la lucidità procurata da sebo e sudore. Perché il quadro ormonale che si riverbera sulla vita media e la struttura stessa delle ghiandole sebacee, come dei capelli è differente per sesso ed età; grandi e numerose le ghiandole più comedogeniche e ricche di lipidi. Nell’uomo poi il rilassamento cutaneo s’instaura più lentamente, come le rugosità sottili, ma quelle procurate dall’espressione mimica sono più marcate e precoci, in specie nell’area delle palpebre e del mento.

Full Monty

Trasformati  in oggetti del desiderio”, scrive Sandro Bellassai, in “L’invenzione della virilità” (Carocci, Roma 2011), riferendosi ai personaggi della commedia “Full Monty”, di Peter Cattaneo, “sperimentano così un’attenzione nuova per il proprio corpo, fanno esperienza di cosa voglia dire trovarsi dall’altra parte del circuito erotico, lasciano emergere la propria parzialità – e dunque si spogliano della tradizionale neutralità maschile – nel momento in cui lo sguardo femminile passa a condurre il gioco”.

“… neanche loro diranno niente sulla tua personalità … E’ questo che guarderanno, giusto?”

il fatto è che tu:declamava il testo italiano del brano di Lloyd Price - Possiedi personalità, una, personalità, dolce, personalità, guardi, personalità, ridi, personalità, baci, personalità. Per questo m’hai rubato il cuor…

Soltanto un certo “non so che” riconduceva la questione all’atteggiamento, all’eleganza, allo stile, o forse semplicemente a un’emozione.

Per la canzone era il 1960, per il film il 1997, e la precarietà nel lavoro aveva (e ha) dequalificato il ruolo maschile, rendendogli più difficile impersonare il breadwinner, l’esclusivo o il maggior procacciatore di reddito per la famiglia. Oggi come oggi è altrettanto verosimile che sia una donna a guadagnare e ad aspettarsi che il marito si occupi della casa, anche se poi non si vedrà riconosciuto il diritto alla custodia dei figli, in caso di separazione.

Il linguaggio degli uomini

Quando gli uomini parlano tra di loro, usano un linguaggio diverso da quando si rivolgono alle donne. In tal caso, gli interessi maschili sono esclusivamente sessuali, ipnoticamente calamitati dalla potenza della lussuria. Un argomento equivoco, composto da menzogne e delusioni, mentre, come diceva il poeta pachistano Faiz Ahmed “il vero contenuto della poesia è la perdita della persona amata”. Un amore che si cerca nelle conversazioni clandestine con le amanti, le prostitute, i transessuali, dato che le legittime relazioni quotidiane sono intessute su di una sostanziale incomunicabilità.

Gli uomini dell’epoca post-femminista sono intimoriti, insicuri, si dimostrano impacciati, privi di quei riferimenti che consentirebbero loro di corteggiare con disinvoltura, di scegliere liberamente la persona giusta con cui davvero vivere insieme, o eventualmente di esternare quel “coming out” non sempre richiesto. Eppure i tabù sembrano essere stati un po’ tutti rimossi!

La “passatezza”

Tramontato il concetto di trascendenza virile, si faceva difficile la semplice azione per perpetuare la legittimazione tautologica di qualsiasi privilegio di neutralità universale, senza sottrarsi all’esibizione narcisistica, in un vortice consumistico per palestrati fruitori di cosmetici, centri fitness e chirurgia estetica.

Convogliare la connotazione stilistica verso la “passatezza” avvia il consumatore futurista su sentieri nostalgici e iconici di antiche, eppure rinnovate, verginità identitarie di naturalismo biologico, di fronte all’incalzante percezione di minaccioso tecnicismo, anche in campo riproduttivo, con conseguente rivelazione degli inquietanti risvolti per l’intera collettività.

L’economia centralizzata e coordinata era riuscita a incorporare ogni dimensione simbolica, anche quella aristocratica dell’invisibilità. L’esperienza corporea legata al senso di inadeguatezza non può che risultare un ansiogeno circolo vizioso, che va mescolandosi all’angoscia di imminente svirilizzazione. Il nuovo regime di visibilità maschile è responsabile dell’aggravamento della sofferenza (intesa anche come pathos) maschile, già profondamente colpita dal disagio d’essere divenuta “oggetto”, oltre che dalla crisi della sua stessa soggettività.

Men’s help

Help, I need somebody,/ Help, not just anybody,/ Help, you know I need someone, help./ When I was younger, so much younger than today,/ I never needed anybody’s help in any way./ But now these days are gone, I’m not so self assured,/ Now I find I’ve changed my mind and opened up the doors./ Help me if you can, I’m feeling down/ And I do appreciate you being round./ Help me, get my feet back on the ground…” è il testo di una delle canzoni sinceramente autobiografiche di un Lennon spossato dal malessere emotivo dovuto all’insoddisfazione, appesantito da un regime alimentare disordinato e principalmente logorato dalla sua relazione coniugale.

Un uomo normale deve avere la sostanza di chi non accetta ordini, perché sa già di fare la cosa giusta, né “deve chiedere mai”, perché la caratteristica che fa da contrappunto appartiene a degli attributi genitali nel senso della sfericità. Quando gli attributi si mostrano non si è equiparati a loro, anzi essi costituiranno il principale motivo di giustificazione di un comportamento virile. Perché essere diverso dalle donne non significa se non provare il piacere di essere uomo.

Le fantasie che stai facendo ora sulla collega d’ufficio dipendono dal testosterone. – sentenziava Andrea Biavardi dalle pagine di un mensile, il cui titolo potrebbe essere parodiato con “Men’s help”, come acutamente ha fatto Federico Boni – Se hai questi picchi ormonali ogni quindici venti minuti, è normale che anche i tuoi pensieri sessuali aumentino. Quindi la prossima volta che metti una mano sul sedere alla tua collega, saprai come risponderle: ‘Ho le mie cose’. In caso di denuncia per molestie puoi sempre invocare l’infermità ormonale…”.

Se le donne non sono collaborative non riescono, in fin dei conti, neppure a essere protettive, mentre l’uomo che perde il senso della gerarchia si muta in violento tiranno, onde esercitare una sopraffazione che non gli riuscirebbe in altro modo, in quanto, per principio, sorelle, mogli e figlie non si (com)battono, si “battono”, a seconda della prospettiva familiare o sfruttatrice, che “battano” per proprio conto o meno. Quello che intendiamo allora come “deviazione mentale”, a volte, non sarebbe altro che il riemergere di un istinto primordiale non più sufficientemente controllabile.

La reazione maschile a richieste femminili impellenti o sfrontate si traduce in aggressività gratuita ed esplosiva, forse anche perché l’equilibrio identitario, riluttante ai cambiamenti, non ha ancora elaborato il lutto per la perdita di legittimazione di una supremazia vacillante.

Demenza autoritaria

Che si tratti di un uomo “nuovo”, o della riproposizione di un modello immaginato dal senso comune o costruito dai media, la sua mente è “anoressica”, ossessionata dalla forma fisica e dal salutismo a tutti i costi. Il corpo maschile assediato da stress, ipertensione, fumo, diventa succube di diete, chirurgia estetica, cosmetici e bellezza. La cultura “machista” che si ripropone nella precarietà appare come una mascolinità effimera e ancora tutta da decidere e da chiarire.

Il linguaggio ufficiale del nostro sistema socioculturale è rimasto tortuoso, nel suo prediligere di alimentare la confusione di uno scenario in cui non si distingue bene il senso ultimo delle cose, anche perché la lettura, in precedenza e sin dall’incipit, era viziata da una prospettiva di trionfo o di schiavitù, mentre oggi lo è dall’ottica dell’antagonismo, della marginalità, della reputazione e del “passato che non passa”, in quanto non attentamente vagliato dall’Io, il quale, come diceva Freud, “non è padrone in casa propria”.

In questa dimensione si parla di “totalitarismo pubblicitario”, o di “democrazia autoritaria”, di nazionalismo che nutre idee di comunità dalla discendenza noachide o di missione evangelizzatrice nella contemporanea esportazione di libertà e di mercato, oppure di “integrale” integrazione dei migranti, normalizzatrice “sedentarizzazione” dei nomadi, ecc.

Una brama megalomane di emulazione americanofila ha rispolverato il termine “governatore” di regione, senza preoccuparsi di aver riproposto così una (poveri noi!) infelice designazione da colonizzatori d’altri tempi, e di “a place in the sun”.

L’icona verbale e gestuale della rappresentazione fallica si mischia nel folklore dell’invenzione di tradizioni etniche, sagre paesane, e festicciole di “piccole patrie”, che Eric J. E. Hobsbawn denunciava trent’anni fa.

A essere sempre incinta di nuovi virilismi è la paura dell’altro, del diverso, dello sconosciuto.

Indefinite or ambiguous clusivity

La polarizzazione di genere viene minacciata dall’indistinzione. Anche il corpo, parametro dell’identità, riesce a smarcarsi dalla drastica logica binaria e, offrendosi ad ammiccamenti equivoci, costringe il linguaggio ad assimilare una trasformazione “risessualizzante”. A promettere piacere esclusivo (e “all inclusive”) non si propone in prima persona un “modesty I“, ma sono le più tollerabili parzialità dell’immagine anatomica, più facili oggetti di proprietà e icone per macchine continuamente desideranti, proiezioni ridotte per un presunto unanime immaginario erotico, in cui l’impennata sovversiva coabita con un estremismo ormai sempre più protesico e voyeuristico.

Il consumismo ha allargato la forbice anagrafica del suo target, abbassando l’età minima di accesso a merci stereotipate e innalzandone la massima. Ne scaturisce la riemersione di dissidenze che rimettono in discussione i desideri, non ben articolandone le distinzioni dai bisogni. L’espressione di un trend viene imposto come verifica identitaria e la pressione sociale è direttamente proporzionale al parossismo conformativo risultante. Lo stesso immaginario costruito attorno al desiderio, dalla pubblicità alla pornografia, risente inevitabilmente dei modelli dominanti, spesso implicitamente imposti.

Se v’è diserzione, la motivazione viene individuata in una volontà destrutturante.

La domanda di prestazione parte da un’esclusiva maschile, l’offerta, l’adescamento, la disponibilità stanno dalla controparte. Il sottile confine semantico tra esperienza e commercio fa del sentirsi donne “nel “ mondo l’essere donne “di” mondo. E la fantasia di potenza nasconde un fantasma di opposto tenore. Il titano è sorto dalle ceneri residue di una catastrofe.

Il sonno dell’identità ha generato il mostro del virilismo. Anche se c’è poi da chiedersi se il lupo sia davvero cattivo. E sì, perché, più che una semplice esibizione, una spasmodica ostentazione, sembra piuttosto che la virilità sia sempre stata una messa in scena, un’invenzione. Trattandosi di una virtualità, è stata solamente interpretata come un assetto normale, mentre non rientra affatto in un progetto di legittimazione, né assicura giustezza di operato.

Alternative alla scelta fantasmatica ve ne sono, ma rispondono alle modalità in cui percepiamo noi stessi.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Referenze bibliografiche:

Bauman Z.: “Amore liquido”, Laterza, Bari 2010

Bellassai S.: “L’invenzione della virilità”, Carocci, Roma 2011

Benjamin W.: “Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit”, in Zeitschrift für Sozialforschung, Paris 1936

Biavardi A.: “Sbuccia il maschio”, Mondadori, Milano 2002

Boni F.: “Men’s help. Sociologia dei periodici maschili”, Meltemi, Roma 2004

Connell R. W.: ”Masculinities”, Polity press, Cambridge 1995

Dell’Agnese E.: “Tu vuo’ fa l’americano: la costruzione della mascolinità nella geopolitica popolare italiana”, in Dell’Agnese E., Ruspini E.: “Mascolinità all’italiana. Costruzioni, narrazioni, mutamenti”, Utet, Torino 2007

Diamanti I.: “Sillabario dei tempi tristi”, Feltrinelli, Milano 2009

Downs L.L.: “If ‘Woman’ is Just an Empty Category, Then Why Am I Afraid to Walk Alone at Night? Identity Politics Meets the Postmodern Subject”, Comparative Studies in Society and History, XXXV, 2, 1993

Gearing S.: “Female Executive Stress Syndrome: The Working Women’s Guide to a Balanced and Successful Life”,  The Summit Publishing Group, Arlington (Texas) 1997

Gilbert E.: “Committed: a skeptic makes peace with marriage”, Viking Adult, New York 2010

Hobsbawn E. J. E.: “The Invention of Tradition”, Cambridge University Press, Cambridge   1983

Mintzberg H.: “The nature of managerial work”, Harper and Row, New York 1973

Nye R. A.: “Locating Masculinity: Some Recent Work on Men”, Signs Journal of Women in Culture and Society, Vol. 30, Is. 3, Spring 2005

Simmons R.: “The curse of the Good Girls: Raising Authentic Girls with Courage and Confidence”, Penguin Press HC, New York 2009

 

 







Lascia un Commento

*