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La sindrome del “Savant” (savantismo) e l’arte di ricordare tutto

category Disturbi e patologie Giuseppe Maria Silvio Ierace 14 Novembre 2011 | 24,834 letture | Stampa articolo |
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Il savantismo viene identificato come “sindrome” (del “Savant”, appunto) e non come malattia vera e propria, per la quale siano riconosciuti criteri standardizzati di diagnosi (Muñoz-Yunta J. A. et al., 2003). La definizione è quella di una rara condizione in cui soggetti con disfunzioni dello sviluppo (in particolare, i tipici disturbi dell’autismo), nettamente in antitesi con le marcate limitazioni complessive, dimostrano straordinarie abilità in alcuni ambiti specificamente circoscritti.
La definizione che ci fornisce Darold A. Treffert, nel suo “Islands of genius”, parla di “spettacolari isole di talento o intelligenza che spiccano per il loro paradossale contrasto con la gravità dell’handicap”. In maniera del tutto informale, questo autore ne distingue tre categorie: i dotati di abilità “frammentarie”, in grado di memorizzare un insieme di dati poco significativi; i “talentuosi”, con competenze in un settore ampio, e dalle abilità evidentemente in controtendenza rispetto ai loro handicap; i “prodigi”, dotati di capacità comunque sorprendenti, anche qualora non fossero associate ad alcuna invalidità.
Le cause sarebbero per lo più genetiche, anche se non si escludono quelle acquisite, ed eventualmente compresenti con altri disturbi dello sviluppo, quali lesioni cerebrali, malattie contratte in fase pre-natale, natale, post-natale, nell’infanzia, e persino più tardi.
Circa la metà delle persone affette dalla “sindrome del Savant” presentano disturbi autistici (compreso l’Asperger), mentre l’altra metà sviluppa altri tipi di disabilità, a partire dal ritardo mentale, sindrome di Gilles de la Tourette, sindrome di Opitz-Kaveggia… Alcuni di loro sono portatori di evidenti anomalie neuropatologiche (come, ad esempio, la mancanza del corpo calloso), localizzate in particolare nell’emisfero cerebrale sinistro.
“… Non tutti i savant sono autistici e non tutti gli autistici sono savant…” afferma Treffert, mentre altri sostengono invece che i tratti caratteristici dell’autismo e le capacità dei savant potrebbero essere strettamente intrecciati fra di loro.
La sindrome del savant è dalle 4 alle 6 volte più frequente negli uomini che nelle donne, e questa differenza non si può spiegare solamente per via della preponderanza maschile tra i soggetti autistici, per cui, secondo alcuni, potrebbe essere un eccesso di testosterone in circolo durante la vita fetale a limitare lo sviluppo dell’emisfero sinistro, favorendo la migrazione di cellule in quello destro.
Secondo un’altra ipotesi, alla base di questa condizione ci sarebbe una carenza di neuroni “specchio”, le speciali cellule cerebrali che permettono un apprendimento per imitazione. Chi, come i pazienti affetti da autismo, non possiede la naturale predisposizione a immedesimarsi negli altri, e quindi a imitarli, cioè non è in grado di “rispecchiarsi” e socializzare, sarebbe costretto, per stare al mondo, a sviluppare strategie di apprendimento alternative, come la memoria, la musica, i calcoli o il “senso del tempo”, tutte capacità che possono essere apprese e potenziate senza dover necessariamente interagire con il prossimo.
Un po’ tutti i savant hanno in comune una prodigiosa capacità mnemonica: una “memoria molto profonda (piuttosto accurata e dettagliata) sebbene molto ristretta” (poiché circoscritta a pochi ambiti); si tratta però di un’eccezionalità “senza cognizione”. Un ”idiot savant” potrebbe manifestare, oltre a quelle notevoli capacità (talented o prodigious skills) tipiche della sindrome del savantismo, e ai disturbi autistici, anche delle cosiddette splinter skills, ovvero schegge di abilità, o “competenze immediate”, frammentarie, come, ad esempio, un collezionismo ossessivo di dati da memorizzare, totalmente non ricollegabili al resto della propria quotidianità.
Si tratta, in ogni caso, di una sindrome abbastanza rara, tanto che, nell’ultimo secolo, se ne sono contati meno di un centinaio di casi. Ad esempio, James Henry Pullen, il “genio dell’ospizio di Earlswood”, sordomuto, era bravissimo nel costruire modellini di navi, come un carpentiere altamente qualificato. I gemelli Charles e George, di New York, erano soprannominati “calendari umani” perché in grado di indovinare in quale giorno della settimana sarebbe andata a cadere qualsiasi data loro proposta. Alonzo Clemons, dal quoziente intellettivo piuttosto basso (40), dopo un’occhiata di sfuggita, riesce a plasmare con la creta figure animali identiche agli originali reali. Leslie Lemke, non deambulante, non vedente, nonostante i gravi danni cerebrali, è in grado di riprodurre al pianoforte, dopo averli appena uditi, brani musicali molto complessi.
Il notevole numero di savant autistici e non vedenti, abili specialmente in campo musicale (il prodigio del jazz Matt Savage, il filippino suonatore di marimba Thristan Mendoza, l’americano Tony DeBlois, l’inglese Derek Paravicini…), starebbe quasi a riprova di una curiosa ricorrente triangolazione di cecità, autismo e genio musicale.
Daniel Paul Tammet, autistico inglese, oltre a una memoria molto sviluppata, dimostra un ricco assortimento linguistico e spiccate potenzialità matematiche. La forma di autismo di cui è affetto questo soggetto corrisponde alla sindrome di Hans Asperger, che si differenzia dalla malattia identificata da Leo Kanner, nel 1943, per via dei minori deficit intellettivi e delle migliori prestazioni linguistiche. Difatti, l’autismo di Kanner si caratterizza proprio per le difficoltà comunicative, con inevitabile indebolimento delle relazioni sociali, la mancanza di empatia, con tendenza a trattare le persone “come se fossero oggetti”, la ridotta sfera di interessi, nonché “un desiderio ansioso e ossessivo di preservare la monotonia”. Tammet ha esordito con uno smodato impegno verso le cose futili, il collezionismo fine a se stesso, l’impulso a contare qualsiasi cosa, la conoscenza enciclopedica circa un noto complesso rock; inoltre, la sua difficoltà di astrazione faceva aderire pedissequamente le sue azioni alla lettera.
In questa peculiare forma di autismo, in cui vengono compromesse le relazioni sociali ma non le capacità percettive e cognitive, si avverte un’irresistibile attrazione verso il ragionamento matematico, e nei confronti di tutte quelle attività tese a comporre “ordine” nelle cose, come le classificazioni, dalle quali poter ricavare un effetto rassicurante. Agli “Asperger” risultano invece incomprensibili i doppi sensi e disorientanti i giri di parole, che pure rientrano tra le espressioni, verbali e non, della comunicazione ordinaria, per cui la loro lettura della mimica e della gestualità non distingue lo scherno, la malizia, l’allusione. Sarebbe la diversità del percorso mentale a favorire pertanto imprevedibili sbocchi collaterali.
In questo specifico caso, le rare patologie che potrebbero aver contribuito all’insorgenza del savantismo consisterebbero anche in un disturbo della percezione in cui si ottiene un intreccio di sensazioni (sinestesia), del quale esisterebbero molte varianti, ad esempio: i suoni evocano immagini, oppure, come in Tammet, ad assumere consistenza, forma, colore, e perfino tono emotivo, sono i numeri (Baron-Cohen S. et al., 2007). “I numeri sono immagini mentali dotati di forme e colori, che mi danno particolari sensazioni – racconta Daniel nel libro “Born on blue day” (2007) – Per esempio il 333 è amabile, il 289 è orrendo… Come la Monna Lisa e una sinfonia di Mozart, anche il pi greco ha una sua ragione per essere amato”. Le sue facoltà mnemoniche e matematiche sarebbero quindi facilitate da questa capacità di associare sensazioni ed emozioni a informazioni “fredde” e inerti come i numeri.

Il neuropsicologo, discepolo e collaboratore di Lev Vygotsskij, Aleksandr Romanovic Lurija, a cui si deve la teoria di come le attività cerebrali superiori siano processi derivanti dall’interconnessione di sistemi che investono più aree funzionali cerebrali, anche molto diverse tra loro per caratteristiche e topologia, ha studiato il caso del reporter russo Solomon Šhereshevsky. Ogni suono avvertito da quest’ultimo possedeva un colore, uno spessore, un gusto, evocandogli un complicato intreccio di sensazioni. “Insomma, le parole accendevano l’immaginario mentale di Š”, scrive Joshua Foer, in “L’arte di ricordare tutto” (Longanesi, Milano 2011), nel sottolineare lo stretto legame esistente tra linguaggio e memoria, a lungo analizzato da Lurija.
Il giovane giornalista era incapace di pensare in modo figurato. Costretto alla visualizzazione di ogni singola parola e all’abbinamento di immagini, la metafora gli era sconosciuta e la poesia impossibile, perché ogni cosa doveva venire ridotta alla prosaica semplicità della lettera.
Tutte le nostre memorie sono interconnesse in una rete di associazioni, ma quelle prodotte da Solomon erano davvero eccessive e nient’affatto funzionali, tanto da compromettere seriamente ogni facoltà di astrazione.
Lurija conobbe il caso di Solomon Šhereshevsky nel maggio del 1928 e lo studiò per trent’anni, riportandolo poi in uno di quelli che viene ancora oggi considerato tra i classici della letteratura scientifica che prenda in considerazione la psicologia cosiddetta “anormale”: “Malen’kaja knizka o bol’soj pamjati” (piccolo libro di una grande memoria).
La chiave per decifrare la causa di questa psicopatologia Lurija la definì “arte dell’oblio”. L’errore di fondo, sempre che di “errore” si possa parlare, di Solomon Šhereshevsky era quello di ricordare troppo. In fondo, affinché il mondo che ci circonda acquisti senso, deve venire sottoposto a una qualche opera di filtraggio.
E’ del tutto normale che i ricordi siano sottoposti a un ordinario e lento declino, che segue la cosiddetta curva della dimenticanza. Un’informazione acquisita persiste nella memoria per un certo periodo di tempo, viepiù allentandosi fino a tendere a scomparire. In un’ora circa si perde quasi la metà dei dati afferrati, dopo un mese ne rimane meno di un quarto, per rimanere, da quel momento in poi, quasi costanti, poiché consolidati nella memoria a lungo termine.
In “Über das Gedächtnis” (1885), Hermann Ebbinghaus (1850-1909) riportò gli esperimenti compiuti su di sé, dai quali concluse che, pur aumentando il numero di ripetizioni, la memorizzazione si accresce, ma sino ad una certa soglia (effetto del superapprendimento); che, per ricordare meglio, bisogna suddividere l’apprendimento in più sedute tra loro distanziate, piuttosto che insistere ad apprendere tutto in una volta (apprendimento massivo e distributivo); la posizione di quanto va memorizzato rende più facile il ricordo di ciò che sta all’inizio e alla fine di una lista, piuttosto che di quello che si trova nel mezzo (effetto seriale); la memoria dei dati appresi diminuisce con il trascorrere del tempo, ma si dimentica in modo più marcato nelle prime ore e meno dopo, in quanto, superato il primo indebolimento, le tracce mnesiche diventano più tenaci (curva dell’oblio).

L’impossibilità di rievocare i ricordi non sarebbe determinata da una loro errata archiviazione, ma dalla loro progressiva scomparsa.
In base alle ricerche condotte, nel ventennio tra il 1934 e il 1954, sui pazienti epilettici, da parte del neurochirurgo canadese Wilder Penfield (1891-1976), a cui va attribuita la rappresentazione dell’omuncolo motorio e dell’omuncolo sensoriale sulla corteccia primaria, gli psicologi avevano dedotto invece che la registrazione mnesica dei dati, anche di quelli ai quali il cervello non avesse prestato che una minima attenzione cosciente, sarebbe stata permanente; l’eventuale instabilità andava imputata alla difficoltà di accesso, e il recupero si sarebbe potuto eventualmente rendere possibile grazie a delle tecniche specifiche, come l’ipnosi (Loftus E. & Loftus G., 1980).
Nel 1984, lo psicologo olandese Willem Wagenaar ha condotto su se stesso degli esperimenti finalizzati alla valutazione del recupero della memoria dei sei anni precedenti, scoprendo che circa un quinto degli avvenimenti più lontani, per poter essere rievocato, necessita di precisi suggerimenti su dettagli ragguardevoli e particolari di una qualche intensità (Wagenaar W., 1986).
Ciononostante, quello della tanto decantata memoria “fotografica” sembra sia un fenomeno poco plausibile, confuso probabilmente con l’esperienza “eidetica”, un’immagine residua vivida che comunque permane nella mente per poco tempo.
Richard Wawro, artista autistico scozzese, quasi cieco, si era specializzato nell’esecuzione di paesaggi realizzati con dovizia di particolari, notevoli anche per la forza dell’impatto creativo e la profondità dei colori; ricorreva ad una tecnica pittorica particolare, impiegando dei pastelli ad olio, e soprattutto non usò mai modelli, disegnando sulla base di immagini viste per poco, una sola volta. Ma, nonostante possedesse una perfetta memoria delle fonti dei suoi dipinti, spesso aggiungeva, come licenza “poetica”, qualche tocco personale.
Il savant autistico inglese Stephen Wiltshire, detto “the living camera”, da scrupoloso “architectural artist”, riesce a riprodurre, dopo averli osservati per pochi minuti, ampi paesaggi, o skyline di intere città, con dettagliati elementi decorativi di monumenti, palazzi e grattacieli… ma nient’altro, o meglio, non una pagina scritta, come magari ci si aspetterebbe.
Nel 1917, Georges Malcolm Stratton (1865-1957), lo psicologo noto per le sue ricerche nel campo dell’adattamento percettivo, si occupò degli ebrei ultraortodossi polacchi (Shass Pollack) che, in maniera maniacale, imparano a memoria tutte le 5422 pagine del Talmud babilonese, scoprendo che la loro impressionante precisione non era sostenuta dalla cosiddetta memoria fotografica, bensì riconducibile alla determinazione ed alla perseveranza nello studio.
Più recentemente, Eleanor A. Maguire (2000) ha evidenziato nei sedici tassisti londinesi, da lei e dal suo gruppo sottoposti a risonanza magnetica cerebrale, un maggior sviluppo della parte posteriore destra dell’ippocampo, quella coinvolta nella navigazione spaziale, che risultava maggiorata di una percentuale esigua (il sette per cento, rispetto ai controlli), ma comunque significativa, visto che l’effetto della modificazione appariva pronunciata proporzionalmente alla durata dell’energico lavoro di ricerca dei percorsi stradali. Ciò significa che, entro certi limiti, seguendo il modello della neuroplasticità, il cervello è sempre in grado di riorganizzarsi e riadattarsi alla registrazione di nuove informazioni.
Con la collaborazione, poi (2003), anche degli autori della monografia “Superior Memory” (1997), John M. Wilding ed Elizabeth R. Valentine, la Maguire analizzò, grazie alla risonanza magnetica funzionale, l’attività cerebrale degli “mnemonisti” (atleti della mente) impegnati in procedure di vigorosa memorizzazione, scoprendo che anche questi, al contrario dei soggetti di controllo, sovraccaricano di lavoro le aree cerebrali preposte alla navigazione spaziale e alla memoria visiva, quindi ancora l’ippocampo posteriore destro. La spiegazione poteva essere rintracciata nella particolare tecnica, impiegata dagli “atleti della mente”, pur non sinesteti congeniti, come il soggetto studiato da Lurija, di convertire coscientemente le informazioni da memorizzare in immagini da distribuire lungo un percorso spaziale, il classico “palazzo della memoria”, di cui ci parla la leggenda di Simonide di Ceo. Una forma di sinestesia artificiale, che facilita l’associazione di un dato con qualcosa che si possa immaginare senza sforzo alcuno.
Ma se le cose stanno così, allora, perché è tanto difficile associare nomi a volti? (“Why is it difficult to put names to faces?”) come si intitola appunto il classico esperimento di Gillian Cohen (1990) sul cosiddetto “paradosso Baker/baker” (“Panettiere/panettiere”, intesi nel senso e del cognome e del mestiere).
Chi è informato della professione del volto fotografato (e proposto nel test “name face pairs”) ha più probabilità di ricordarsi anche il cognome, grazie al dato memorizzato in più, perché il riferimento ulteriore si ricollega a una maggiore rete di concetti già preesistenti, rappresentati in nodi o gruppi di neuroni, tipicamente associati a quel precipuo lavoro (panettiere-panetteria-forno-pane-aroma-alzarsi presto al mattino-indossare un caratteristico cappello…). Il richiamo alla mente soltanto di nomi è invece più difficile, specialmente senza altre informazioni di identità personali, proprio perché i nomi sono privi di significato e quindi mancano delle associazioni semantiche.

Il termine “savant”, fino al XIX secolo aveva avuto una connotazione altamente qualificante. Definire “sapiente” conferiva qualità di erudizione, attribuiva conoscenze, indicava alte facoltà di elaborazione di idee astratte. Il premio Nobel Charles Robert Richet (1850-1935), in un suo curioso libello (Le savant), del 1927, riservava tale titolo a chi “consacrava le proprie energie alla ricerca della verità”, aggiungendo comunque l’intento: “…je voudrais montrer (à propos de mes recherches) combien, dans une découverte quelconque, médiocre ou importante, notre rôle personnel se ramène à peu de chose, si peu de chose que ce n’est rien… Pourtant on reconnaîtra que le hasard doit être aidé par la persévérance”.
In ciò fu precursore dello psicologo cognitivo Michael Howe, che sosteneva: “A differenza di quanto comunemente creduto, il genio non è un dono speciale elargito magicamente a pochissimi fortunati. I geni arrivano a realizzare le opere o a effettuare le scoperte per cui sono universalmente apprezzati in due fasi piuttosto lunghe, e che in parte si sovrappongono: la prima in cui acquisiscono capacità particolari che dovranno utilizzare, la seconda in cui esprimono la creatività che li porterà alla scoperta o al capolavoro”.
L’analisi delle biografie di persone eccellenti aveva permesso al professore di Exeter di individuare una serie di caratteristiche comuni: grande interesse per il proprio lavoro, impegno costante, forte senso di indipendenza, concentrazione straordinaria, tolleranza alle frustrazioni, capacità di sopportare uno sforzo mentale prolungato. Quindi… l’aiuto della “persévérance”, tanta perseveranza e determinazione, quelle stesse che Georges Malcolm Stratton aveva individuato tra gli studiosi del Talmud babilonese.
Poi, può intervenire la serendipità, una casualità esterna a scatenare l’intuito dell’eureka: il bagno in acqua di Archimede, la mela di Newton, la muffa di Penicillium sulle colture batteriche di Fleming… “Il caso – soleva dire Louis Pasteur – favorisce le menti preparate”.
Il termine in questione, “savant”, non ebbe niente in comune con facoltà fuori dal normale, o con prodigi mnemonici, fino a quando, nel 1887, John Langdon Haydon Down (1828-1896), divenuto famoso per la sindrome genetica che porta il suo nome, non coniò l’ossimoro “idiot savant”, che sottolinea la compresenza di qualità anomale con deficienza intellettiva. La definizione già allora era impropria, in quanto “idiot” specificamente inquadrava il ritardo mentale quantificato come inferiore a un Quoziente Intellettivo di 20-25, mentre la maggior parte dei casi di savantismo si manifestavano in soggetti con QI superiore a 40. Quando cominciò a non essere più accettabile quello che ormai era divenuto un epiteto ingiurioso, si passò alla denominazione “autistic savant”, fin quando non fu accertato che solo alla metà di questi pazienti poteva essere diagnosticata la sindrome di Kanner. L’attuale denominazione di “savantismo” nasce quindi soprattutto quale conseguenza di accuratezza diagnostica, ma anche in segno di rispetto verso la dignità di ogni persona, che sia malata o sana, uguale o diversa.
Indubbiamente il più famoso savant, alla cui vicenda si è ispirato Barry Morrow, l’autore del soggetto del film di Barry Levinson, “Rain Man” (1988), per il personaggio interpretato da Dustin Hoffman, resta Kim Peek, in cui il cervelletto risultava dilatato e i due emisferi non comunicanti tra loro, a causa dell’assenza sia del corpo calloso sia della commessura anteriore. Più che di autismo, la sindrome del personaggio del film (Raymond Babbit), nel caso di Kim-puter (come lo chiamavano gli amici), si parlerebbe di quella rara malformazione genetica collegata al cromosoma X, causa di ritardi nello sviluppo psichico e di anomalie fisiche (quali macrocefalia, ipotonia congenita, imperforazione dell’ano), sindrome di Opitz-Kaveggia o FG sindrome.

Le facoltà straordinarie dei savant riguardano, per lo più, quelle in cui è specializzato l’emisfero cerebrale di destra, come le capacità visive e spaziali, mentre risultano difettose le attività di competenza del sinistro, quale il linguaggio. Per certi versi, qualcosa di simile accadrebbe, secondo Bruce L. Miller e altri (1998), ai pazienti affetti da demenza fronto-temporale, qualora la degenerazione riguardi l’emisfero sinistro; mentre le facoltà cognitive vanno scemando, prenderebbe sopravvento e maggior rilievo la creatività visiva e musicale.
In una certa misura, alcune abilità, seppure eccezionali, potrebbero essere slatentizzate da una disinibizione, quella dalla tirannia dell’emisfero dominante sinistro. Allorquando cioè si è sottratti all’obbligo di archiviare dati, fatti, cifre, o nomi, nella cosiddetta memoria dichiarativa, concedendo loro accesso all’interno del sistema più primitivo della memoria “non” dichiarativa, che funziona senza l’intervento del pensiero cosciente, e alla quale facciamo comunemente ricorso per imparare a camminare, nuotare o ad andare in bicicletta, afferrare al volo un oggetto, oppure disegnare. Per esercitare quest’ultima dote, occorre infatti inquadrare una forma, contornandola di linee astratte, tracciando un bordo che escluda lo spazio negativo, e con esso la procedura cosciente che impedirebbe questa serie di azioni.
Lo spegnimento della “tirannia dell’emisfero sinistro dominante” potrebbe essere indotto artificiosamente da una tecnologia capace di disattivare alcune parti del cervello in modo selettivo e temporaneo. Si tratta della stimolazione magnetica transcranica (TMS), che usa un campo magnetico localizzato, allo scopo di neutralizzare l’emissione degli impulsi elettrici prodotta da certe aree neuronali. In ambito terapeutico, viene impiegata solitamente nella cura dell’emicrania, del disturbo post-traumatico da stress, o della depressione, ma l’impiego che se ne può fare in campo sperimentale sembra molto più intrigante.
Allan Whitenack Snyder e la sua équipe hanno utilizzato la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTMS) per inibire il lobo temporale sinistro (il cui danno è implicato nella condizione di savant) di persone normali, inducendo in alcuni di loro un miglioramento nella capacità di contare rapidamente i punti che compaiono molto velocemente su di uno schermo, calcolandone esattamente il numero (“numerosity skills”). Anche l’abilità di tracciare a mente disegni molto accurati viene destata con lo stesso procedimento, tanto da spingere il neuroscienziato australiano a definire l’rTMS “la macchina per amplificare la creatività”.

L’attenuarsi dei ricordi sarebbe piuttosto un fenomeno del tutto naturale, organico, determinato da una progressione degenerativa delle cellule cerebrali. “Oggi, – scrive Joshua Foer – quasi tutti concordano sul fatto che gli esperimenti di Penfield sconfinassero nel campo delle allucinazioni e avessero più a che fare con i sogni e con i déjà vu che con i ricordi veri e propri”.
Jorge Luis Borges, in uno dei racconti della raccolta “Finzioni”, “Funes, o della memoria”, ha descritto una versione romanzata di un personaggio dalla memoria infallibile, menomato però dall’impossibilità di dimenticare, per cui alla fine non riesce a distinguere le cose rilevanti da quelle banali. Una memoria troppo accurata è dunque incapace di generalizzazioni e perciò stesso non riesce a stabilire ordini di priorità.
“La nostra conoscenza del cervello – sostiene Joshua Foer, in “L’arte di ricordare tutto” (2011) – è paragonabile a quella che avremmo di una città se la guardassimo da un aereo. Riusciremmo a localizzare le aree industriali e residenziali, l’aeroporto, le principali arterie del traffico, e sapremmo più o meno dire dove inizia la periferia. Conosciamo piuttosto bene, e con dovizia di particolari, l’aspetto delle singole unità che la popolano (i cittadini e, nella nostra metafora, i neuroni). In linea di massima, però, non sapremmo dire dove vada a mangiare una determinata persona, come si guadagni da vivere o quale tragitto compia ogni giorno. Il cervello ci appare leggibile a distanza molto ravvicinata e da molto lontano. E’ il livello intermedio – la sostanza del pensiero e del ricordo, nonché il suo linguaggio – il grande mistero.”
Le esperienze dei tassisti londinesi, che si costruiscono delle mappe cerebrali, degli mnemonisti che esplorano i “palazzi della memoria”, dei sinesteti congeniti e di quelli che dell’associazione di sensazioni hanno fatto una tecnica per meglio memorizzare, confermano che un ricordo, per essere ripescato, necessita di una percezione che lo riproponga. Sono i nodi, nella rete delle interconnessioni, che consentono l’attività creativa e facilitano la rievocazione della memoria. Creatività e memoria non seguono una logica lineare, per cui è impossibile una loro sequenzialità o consultazione. Una parola fa pensare si a un colore, a un gusto, a un gesto, a un’attività, ma ciò avviene quasi come in una cascata di impulsi che investano un percorso cerebrale concretamente ricollegato a una serie di neuroni, i quali ne codificano i concetti. Cosicché l’approfondimento della psicologia della memoria non può trascurare lo studio della psicologia della percezione.
Giuseppe M. S. IERACE

 

 

Bibliografia essenziale:
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3 Commenti a “La sindrome del “Savant” (savantismo) e l’arte di ricordare tutto”

  1. marasbedifferent

    Ho trovato l’articolo molto interessante, ma apliando un po’ il campo di ricerca, ci potremmo chiedere:
    “qual’è allora la discriminante che aiuta a distinguere un campione olimpico, dall’inventore della legge di gravità, da un uomo capace di recitare 12000 libri a memoria, dal nostro vicino disoccupato, ma che cura quel roseto come nessuno al Mondo?
    E se facessimo tutti parte di un unico organismo più grande?”
    Noi abbiamo provato a rispondere a queste domande.
    Se avete voglia e tempo leggete “Olimpiadi di talento e genialità” sul blog di MARAS be different e dite la vostra su questo argomento.

  2. Gilberto

    bisognerebbe ampliare le analisi biologiche

  3. Gilberto

    e mappare esattamenteni le zone celebrali che contengono queste potenzialitá; versus, la possibilitá di provvocare volontariamente queste manifestazioni.

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