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[Citazione del momento]
L'uomo e la sorte non la pensano mai allo stesso modo. Publilio Siro
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Elogio della Pazienza (e del senso della Lentezza)

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 23 Aprile 2015 | Stampa articolo |
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Nel suo “Elogio della Lentezza” (il Mulino, Bologna 2014), Lamberto Maffei faceva una riflessione sulla “bulimia consumistica” generatrice di “anoressia dei valori”, citando in proposito la considerazione di Giacomo Leopardi: “La pazienza è la più eroica delle virtù giusto perché non ha nessuna apparenza eroica” (Zibaldone).

Un pensiero “irriverente” che denuncia gli aspetti più negativi d’un’accelerazione di quella percezione “saltatoria” del tempo, di cui parla Zygmunt Bauman, passivamente subìta nell’attuale vivere quotidiano.

Purtroppo, non si tratta soltanto d’una questione di percezione del tempo, perché la velocizzazione, in contrasto con le nostre naturali attività intraprese solitamente in virtù del necessario giudizio, induce un atteggiamento spregiudicatamente decisionista e, come ha notato Martha Nussbaum, l’economia di mercato giunge a ripercuotersi sull’istruzione stessa della persona.

In “Pazienza” (Mursia, Milano 2014), Luciana Regina precisa come “L’educazione, perlomeno in quanto venga intesa come semplice potenziamento, ‘enhancement’, e non nel senso più alto di formazione – ‘Bildung’-, o di fioritura -‘flourishing’- della vita buona, non è certo imperniata sul valore della pazienza, per esempio, ma sulla temerarietà, l’assecondamento delle passioni, l’innovazione, che conducono al successo”.

Si può intendere l’enhancement in senso ampio o in senso stretto, come accrescimento o come esagerazione, e lo si può distinguere per la durata del suo effetto, se cioè limitata nel tempo o permanente, continuando ad attribuirgli un sapore da performance tecnica. Flourishing è tutt’altra cosa: “to live within an optimal range of human functioning, one that connotes goodness, generativity, growth, and resilience”, scrivono Barbara Fredrickson e Marcial Losada (2005).

Bildung si riferisce poi alla tradizione tedesca di plasmare se stessi per giungere a una piena maturità intellettuale, senza trascurare di coltivare la propria creatività e immaginazione. Quale risorsa fondamentale della Bildung, Friedrich Hölderlin individua la capacità di pazientare, proprio per il rispetto dei tempi naturali di maturazione che suscita.

I veri  nodi comunque dell’attuale emergenza educativa sono procurati dalle manifestazioni di vuoto di significato.

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Il mito del “volere è potere”

category Psicologia Alfonso Falanga 22 Aprile 2015 | Stampa articolo |
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Il nostro comportamento è frequentemente distinto, in situazioni conflittuali, dal riproporre gli schemi mentali ed i modelli d’azione che hanno contribuito, in modo significativo, alla genesi del conflitto. O, quando le origini del dilemma sono esterne al soggetto, dal ripetere ossessivamente la scelta meno idonea a dipanare il nodo. Rendendolo perciò ancora più ingarbugliato.

Tale dinamica trova spiegazione in molteplici fattori sia di origine intrapsichica che relativi a distorsioni cognitive, ossia a modi di pensare basati su disinformazioni e luoghi comuni tanto stantii quanto rischiosi per il proprio- ed altrui, in taluni casi- benessere materiale ed immateriale.

Tra questi, emerge il famoso (famigerato) detto “volere è potere”, che trova traduzioni in semplicistici slogan ad effetto – tipo “se vuoi, puoi”- utili ai guru del cambiamento per rimandare al soggetto, che è direttamente alle prese con il dilemma, tutta la responsabilità della sua condizione e celare, così facendo, l’incapacità a dare effettivo sostegno.

Si tratta di dinamiche che coinvolgono singoli individui, gruppi ed intere organizzazioni.

Da qualche decennio, anzi, proprio il mondo del lavoro è il palcoscenico dove i seguaci del “volere è potere”, declinato nelle sue molteplici forme, mettono in scena le loro scintillanti performance.

Eppure le complessità che quotidianamente affrontiamo come soggetti privati (in famiglia, con il partner, nel sociale, ecc.) e/o come professionisti dovrebbero farci dubitare di formule magiche e di soluzioni fatte di slogan, vuoti come la maggior parte degli slogan.

Altrettanto sarebbe lecito che accadesse all’interno delle Organizzazioni, i cui assetti tradizionali sono messi in discussione, ormai da anni, da fenomeni micro e macro-sociali, micro e macro-economici. Condizione, questa, che dovrebbe aumentare le pretese degli Imprenditori verso chi si propone loro come portatore di soluzioni.

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Rapporto di Coppia: Attenzione ai Reciproci Bisogni

category Atri argomenti Monia Ferretti 21 Aprile 2015 | Stampa articolo |
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Rapporto di Coppia: Attenzione ai Reciproci Bisogni

Da molti anni come psicologo psicoterapeuta mi occupo di terapia di coppia. La mia esperienza mi ha insegnato, che una delle cose più importanti quando si parla della coppia ma allo stesso tempo anche una delle più trascurate, sono i bisogni di entrambe i partner.

Affinché il rapporto di coppia possa funzionare ed essere soddisfacente, entrambe devono avere rispetto sia per i propri bisogni, ma anche per quelli dell’altro. Se ciò non avviene possono apparire malumori, frequenti litigi, fino ad arrivare ad una vera e propria chiusura da parte di entrambe

Il rispetto per se stessi e per gli altri è infatti il fulcro di ogni relazione, se questo viene a mancare iniziano a vacillare le basi che sostengono la coppia. E questa inizierà a spostarsi sempre più da una modalità collaborativa, dove i partner si confrontano e trovano un punto di incontro sulle proprie inevitabili differenze, ad una modalità agonistica dove ci saranno spazio prettamente per l’attacco, la critica, la colpevolizzazione e l’arroccamento nella proprie posizioni.

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La terapia del Respiro

category Psicoterapia Giuseppe Maria Silvio Ierace 16 Aprile 2015 | Stampa articolo |
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Il nostro corpo intesse continuamente nuove relazioni che intervengono nei suoi processi trasformativi per contribuire a mantenerne l’armonia.

Per conoscerne i ritmi, occorre ascoltarlo nei suoi movimenti essenziali e nelle principali funzioni di postura, appoggio, sostegno. La sensorialità di quest’esperienza ci permetterà di cogliere il dialogo tra il tono e la distensione, tra interno ed esterno dell’organismo, in seno allo schema che si è andato modellando nel tempo.

Secondo la “Music Learning Theory” di Edwin E. Gordon, il processo di apprendimento musicale nasce proprio in quest’esperienza di ascolto (“interno”) dei movimenti del corpo da parte dell’orecchio “interno” (o anche “pensiero musicale”). L’audiation, a fondamento della musicalità, avrebbe luogo infatti quando si sente e si comprende della musica, in assenza fisica di percezione acustica.

A scandire il tempo delle relazioni, e mantenere in vita suoni e silenzi, è il respiro.

Ilse Middendorf (1910-2009) s’è particolarmente concentrata sulla pausa alla fine dell’espirazione, rilevandone l’importanza nel formare l’intero moto respiratorio.

Una respirazione esclusivamente diaframmatica, in grado da sola di aumentare i tre diametri (verticale, orizzontale e antero-posteriore) del volume toracico, è possibile in stato di rilassamento assoluto e in assenza di qualsiasi attività. Altrimenti, a partire dalla strutturazione stessa della postura, verrà progressivamente coinvolto il sistema motorio, in proporzione all’ampiezza delle fasi di scambio gassoso.

In sinergia con i muscoli addominali, costali e toracici, il diaframma svolge il ruolo di mantice, ponendo in relazione i movimenti del respiro con la posizione del corpo nello spazio. La “giusta postura” così non sarebbe altro che il risultato di un respiro “giusto”. E l’equilibrio dinamico della persona la si può dedurre dalla conoscenza degli atti della sua respirazione.

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Elogio della Lentezza (e della Pazienza)

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 13 Aprile 2015 | Stampa articolo |
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Lo sviluppo delle conoscenze influenzano  il funzionamento del cervello spingendolo a modificarsi nella direzione richiesta dall’attrezzo o apparecchiatura inventati. L’innovazione “digitale” ha quindi contribuito a spiazzare quanti non sono riusciti a mantenersi al passo coi tempi per cogliere quella che, per certi versi, va considerata un’opportunità e, per altri, un ulteriore “disagio” della civilizzazione.

L’uso delle dita su di una tastiera (di cellulari, smartphone, tablet…), in particolare del pollice e dell’indice, le ha elevate al rango di principali dispositivi di comunicazione artificiale, promuovendone di conseguenza una maggiore rappresentazione a livello della corteccia cerebrale.

Così, come il non uso induce atrofia, l’impiego continuativo d’un arto determina l’aumento della sua configurazione sulla mappa encefalica dell’area funzionale motoria. È il caso singolare della mano sinistra di quei musicisti che con essa devono sostenere lo strumento (tipo il violino) e trovare poi le note sulle corde. Si tratta d’una sorta d’ibridazione tra utensile adoperato e struttura cerebrale irrimediabilmente tesa a innescare un cambiamento in quei processi di plasticità neuronale coinvolti nella specifica funzione svolta. Cambiamenti di tipo lamarckiano, comunque, ristretti all’individuo e non ereditabili, come quelli che possiamo osservare nelle ultime generazioni, le quali hanno imparato a ristrutturare il linguaggio in modalità più rapida e sintetica, per meglio adeguarsi al percorso temporale dettato dall’interazione con apparecchiature digitali, le quali intervengono, con correzioni e proposte, e persino con una propria ritmicità spaziale, sull’espressione stessa del pensiero dell’operatore.

È quel medesimo meccanismo per cui, durante l’apprendimento d’una lingua straniera, si è naturalmente portati a formulare idee direttamente in quell’idioma. E già la stimolazione magnetica transcranica sarebbe in grado, a seconda della frequenza, di inibire o eccitare l’attività neuronale e di suscitarne riorganizzazioni funzionali.

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Quali connessioni tra Formazione, Coaching e Counseling? di Alfonso Falanga

category Psicologia Alfonso Falanga 5 Aprile 2015 | Stampa articolo |
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Questa riflessione ha origine da alcuni interrogativi, quali:

1) fino a che punto, in una prospettiva esperienziale più che teorica, la Formazione è distante dal Coaching e dal Counseling?

2) quali sono i momenti in cui queste modalità di intervento eventualmente presentano elementi in comune?

Simili quesiti ne richiama un altro, vale a dire qual è l’obiettivo legittimo di un percorso formativo.  Ovvero che cosa il formatore può effettivamente “promettere” ai destinatari.

Giova specificare che, in questa sede, per “intervento formativo” si ritiene una modalità di trasmissione del sapere che non si esaurisca nel mero passaggio di dati da chi “sa” a chi “non sa”, bensì implichi il coinvolgimento emotivo/cognitivo/comportamentale dei partecipanti in un lavoro di rielaborazione “attuale”, calata nel qui ed ora personale/sociale/professionale dei concetti appresi.

Il processo formativo, perciò, non si limita ad aggiungere “più” sapere al bagaglio concettuale ed esperienziale dei destinatari, bensì favorisce in essi nuove prospettive in merito al tema in questione. Ci riferiamo, beninteso, a punti di vista che si sviluppano a partire dal lavoro in aula –dunque attraverso lo scambio cognitivo ed emotivo formatore/destinatari ed all’interno del gruppo dei partecipanti- per poi generare prospettive autonome, durature e radicate nella pratica quotidiana.

Da questa premessa deriva che qui si sta argomentando di una formazione che non si concluda nella performance teatrale del form-attore di turno, del guru conoscitore dei segreti del successo, di chi punta a stupire l’uditorio con slogan titri e ritriti e che esorta al “cambiamento” senza mai cambiare egli stesso, vendendo come fa  da vent’anni sempre le stesse formulette.

Qui si sta parlando di Formazione. Punto.

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