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Anche un po’ di depressione è troppo

category Psicologia Mauro Acierno 23 Febbraio 2015 | Stampa articolo |
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Dopo essersi dedicati alle cose e alle persone amate, dopo aver portato a compimento i progetti mondani, dopo aver collezionato successi e fallimenti, sopraggiunge il momento della meditazione sulla propria vita, cercando di cogliere in essa un ordine e un significato all’interno di un ordine e di un senso più vasti e trascendenti. E’ il momento dell’affermazione dignitosa della propria individualità e del proprio stile esistenziale, che si riconosce diverso da quello degli altri, con cui si mantiene un rispettoso rapporto di tolleranza, ma senza avere il bisogno di essere accettati e di piacere. La propria diversità e il senso di compiutezza della propria persona, costituiscono il patrimonio dell’anima di ogni individuo che abbia raggiunto questa fase del ciclo vitale. Subentra però a questo punto anche la disperazione rispetto all’esistenza propria e alla vita in generale, che ci mette di fronte alla cruda realtà della morte. I bilanci esistenziali sono infatti momenti drammatici, in cui si cede alla potente tentazione di rimpiangere ciò che non è stato e che invece avrebbe potuto essere, si prova nostalgia per un passato che crediamo migliore di quanto in realtà sia stato, poiché viene ammantato di ideali e di desideri inappagati, si realizza che la propria vita è andata secondo certe direttive consce e inconsce e non c’è più tempo e più modo di rimediare e di cambiare. Sono momenti di intensa solitudine in cui la realtà della morte induce un sentimento di separazione e di allontanamento da tutto e tutti. E’ qui che si instaura una forma di depressione relativamente forte!

La depressione colpisce più di 34 milioni di persone di tutte le età ogni anno. Si afferma che le stime di prevalenza di sintomi depressivi clinicamente rilevanti varia dal 10% al 15%. Un dato allarmante visto che, con l’invecchiamento della popolazione, tenderà ad aumentare (Sexton et al., 2012). La depressione a esordio tardivo si riferisce a uno stato che si verifica per la prima volta in una persona anziana (dopo i 65 anni). Anche se quest’ultima non è una parte normale del processo di invecchiamento, può sopraggiungere e deve essere trattata o può portare a disabilità e aumento della mortalità. Essa colpisce tutto il corpo, così come l’umore e pensieri. Di seguito è riportato un elenco dei più comuni sintomi, secondo il National Institute of Aging:

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Sade e l’Apollinaire sadiano

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 17 Febbraio 2015 | Stampa articolo |
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El que abraza a una mujer es Adán. La mujer es Eva./ Todo sucede por primera vez.… Nada hay tan antiguo bajo el sol./ Todo sucede por primera vez, pero de un modo eterno./ El que lee mis palabras está inventándolas.” (Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva./ Tutto accade per la prima volta…. Non c’è nulla di antico sotto il Sole/ Tutto accade per la prima volta, ma in modo eterno/ Chi legge le mie parole, le sta inventando.) – da “La dicha” -La felicità -, ne “La cifra” (1981) di Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo (1899-1986).

Chi legge versi ormai? Chi ha memoria delle origini? Chi s’è ricordato di Sade l’altro ieri? Probabilmente, se non ci fosse stato un interesse “curioso” o professionale, un’indagine psicoanalitica o di psicopatologia sessuale, forse neanche  Algernon Charles Swinburne (1837-1909), Charles Pierre Baudelaire (1821-1867), Arthur Rimbaud (1854-1891), e neppure Guillaume Apollinaire [pseudonimo di Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicky] (1880-1918) avrebbero scritto [L'Œuvre du Marquis de Sade, 1909, riproposto dall’Editore Elliot, con il titolo “Sade” , per la traduzione di Giovanna Rui, con un’introduzione di Giuseppe Scaraffia (Roma 2014)] dell’ideologica “divina spregiudicatezza”, e d’uno stile che trapela dalle lettere e dalle teorizzazioni molto più che dalle vicende politiche e giudiziarie che coinvolsero Donatien-Alphonse-François De Sade (1740-1814), rimasto poi indissolubilmente legato al fondamentale tema della perversione, del sesso, della pornografia.

In questa commistione di “follia e maledizione”, Maurice Blanchot (1907-2003) ha trovato, un po’ forzosamente, una qualche parentela nascosta con Lautréamont [Isidore Lucien Ducasse (1846-1870)]. Georges Bataille (1897-1962), ne “La Littérature et le Mal” (1957), avrebbe analizzato l’opera sadiana alla pari di quelle dello stesso Charles Baudelaire, Emily Brontë, Jules Michelet, William Blake, Marcel Proust, Franz Kafka e Jean Genet.

Quasi in qualità di teologo che incarna l’inquietudine dell’intellettuale europeo, e da mistico dell’erotismo dall’ascendenza nietzschiana e surrealista, Pierre Klossowski (1905-2001), formula un’esegesi singolare in “Sade mon prochain” (1947). Mentre, in “Sade Fourier Loyola” (1971), Roland Barthes (1915-1980), individua “des classificateurs, des fondateurs de langues” e accomuna quindi lo scrittore maledetto (langue du plaisir érotique), al filosofo utopista (langue du bonheur social) e al mistico e santo gesuita (langue de l’interpellation divine). Per Barthes l’«eccesso» sta nella scrittura, nel cui impeto individua l’intervento sociale d’un testo, mentre nell’impegno del contenuto ne intravede invece una  «caduta storica». La vera forza d’un testo allora la si va a misurare in quell’«eccesso» che consente d’oltrepassare le leggi a cui s’attengono società, ideologia, filosofia.

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La paura fa spavento

category Psicologia Gianluigi Giacconi 16 Febbraio 2015 | Stampa articolo |
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Vediamo di comprendere cos’è la paura, questa emozione così pervasiva nella nostra esistenza, come essa si attiva ed agisce sul piano somatico e su quello psichico e quali sono i suoi aspetti utili e proficui e quali quelli disfunzionali, nevrotici, distruttivi.
Facciamolo facendoci accompagnare da alcuni estratti di scritti del dottor Giacconi.
Probabilmente l’elenco delle paure emerse da un’indagine superficiale sarebbe generalmente scarso e breve. Questo perché gran parte delle paure che ci condizionano sono spesso inconsapevoli ed inconsce.
In realtà la maggior parte delle persone vive quasi perennemente in uno stato psicologico di paura, timore, ansia, apprensione, percependo uno stato di fondo di continua precarietà ed insicurezza.
La paura è uno dei più grossi problemi dell’umanità attuale, tra le principali cause di malattie sia fisiche che psichiche, è alla base di tutti i disturbi ansioso/depressivi nelle loro varie manifestazioni.
Abbiamo tutti spesso paura di qualcosa e siamo spesso alleati delle nostre strategie nevrotiche di difesastato di allertaall’attacco, alla rinuncia, all’ipercontrollo, alla repressione di sé e delle proprie emozioni ed istinti.

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Il fenomeno del mancato ricordo: “…La parola sulla punta della lingua”

category Psicologia Mario Di Nunzio 13 Febbraio 2015 | Stampa articolo |
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Ti è capitato di essere certo di conoscere il nome di una persona, di un oggetto o di un luogo, ma di non riuscire a ricordarlo? Questo fenomeno è comune a tutti ed è noto comeTip-of-the-tongue (TOT) o fenomeno “della parola sulla punta della lingua“.

A molte persone capita di non ricordare il nome di qualcuno, un vocabolo o una parola.

Capita  in momenti  imprevisti, quando meno vorremmo che accada.

Come quando capita di incontrare un conoscente o una persona che conosciamo benissimo e non ricordiamo il suo nome.

L’amico, o conoscente, ci saluta con molta cordialità, chiamandoci per nome.  Rispondiamo  anche noi con altrettanta cordialità, ma non riusciamo a ricordare il suo nome.  Che figura !

Eppure questa  persona la conosciamo benissimo:  ma, in questo momento, ci sfugge il suo nome.

Cominciamo una lotta con noi stessi:  una ricerca affannosa  fra i  nomi della nostra memoria, a  frugare affannosamente fra i nomi che ci sembrano assomigliare.

Tutto questa ricerca in breve tempo, mentre incrociamo  il nostro amico che in questo momento ci sfugge  il nome.

Una  ricerca affannosa contro il tempo,  prima che  la persona va via, mentre siamo enormemente  addolorati di non poter ricambiare il saluto, riconoscendo il suo nome – che poi è anche il riconoscimento  totale di quella persona.

“ Ahh ! Ciaooo.  Come va ? Sì, stiamo tutti bene in  famiglia… Grazie.  E voi ?….”.

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Transizione alla genitorialità: i contributi psicodinamici

category Psicologia Mauro Acierno 10 Febbraio 2015 | Stampa articolo |
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La gravidanza e la nascita di un figlio, “turning point” nello sviluppo dell’identità femminile e nella vita di una coppia, comportano una profonda crisi “maturativa” di rimaneggiamento e riordinamento psichico alla ricerca di nuovi equilibri (Ammaniti, 1992). La transizione alla genitorialità delinea un processo di profonda trasformazione che riattiva rappresentazioni mentali strettamente legate alla precedente storia relazionale, dalle quali si riaffacciano le passate esperienze di attaccamento con le proprie figure genitoriali ed i vissuti di accudimento esperiti durante l’infanzia (Di Vita, Brustia, 2008).  Il tempo della gravidanza è fondamentale per i futuri genitori al fine di creare uno spazio fisico e mentale, che dovrà ospitare le rappresentazioni di sé come madre, del proprio partner come padre e del futuro bambino: in questo lungo e complesso processo di elaborazione “si snoda il tema dell’identità” genitoriale, di genere e familiare (Di Vita, Giannone, 2002).

Per la donna è evidente che la realtà biologica e psichica della gravidanza comportino una trasformazione della sua immagine corporea, “il corpo vissuto e il corpo reale”, e del sentimento di identità, che si attua in un processo di duplice individuazione di sé, “come figlia di fronte alla propria madre, come madre di fronte al proprio figlio” (Racamier, Taccani, 1986, p. 57), e nello stesso tempo di accettazione del figlio separato da sé. Tale processo di doppia individuazione avviene anche per l’uomo, che è figlio del proprio padre e nello stesso tempo diviene padre, anche se egli non vive i cambiamenti corporei e psichici e le ansie intense e complesse legate alla trasformazione del corpo e al parto. A lui spetta il compito non facile di sostenere il percorso della gravidanza, poi quello di favorire la relazione madre-bambino e il comportamento esplorativo successivo del bambino, attraverso il sostegno alla donna, la collaborazione e l’accudimento, ma ciò è possibile solo se anche il futuro padre avvia il lavoro psichico di profondo rimaneggiamento e ritrascrizione del proprio scenario rappresentazionale. L’adattamento a questi mutamenti può rappresentare un processo complesso, nel quale possono aprirsi scenari di fragilità psicologica, sia individuali che di coppia, che la letteratura ha ben analizzato negli ultimi decenni.

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Se non sei fedele alla tua individualità compaiono i disagi

category Atri argomenti Monia Ferretti 9 Febbraio 2015 | Stampa articolo |
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Ogni  giorno siamo chiamati ad affrontare situazioni, e a relazionarci con persone diverse: il nostro partner, i nostri figli, i genitori i colleghi, gli amici.

È fondamentale quindi sapersi adattare ai vari contesti, e questa è proprio una delle abilità che deve possedere un individuo adulto.

Ma sapersi adattare non significa trascurarsi e mettere la propria individualità in secondo piano. Questo purtroppo avviene di frequente e molti di noi pensano, vivono le proprie emozioni ed hanno un comportamento più in linea  con ciò che  vogliono gli altri che con sé stessi.

Inconsapevolmente indossano una sorta di maschera e sono sempre disponibili, accondiscendenti, e pronti a soddisfare le esigenze altrui. Pensano con la mente dell’altro ed hanno un comportamento che si allontana da quello che realmente vorrebbero per sé.

Il problema è che tale modo di comportarsi non è funzionale, e anzi di frequente diviene la base per l’insorgenza di disagi importanti.

Molte persone giungono in terapia insoddisfatte della propria vita, ma totalmente inconsapevoli di questo e che il loro malessere è causato anche da tale realtà.

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