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[Citazione del momento]
Quando, finalmente, impariamo a vivere, sopraggiunge la morte. Lucio Anneo Seneca
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Fissare gli obiettivi in azienda e nello sport: c’è attinenza?

category Psicologia Alfonso Falanga 15 Settembre 2014 | Stampa articolo |
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Senza obiettivi non si va da nessuna parte. Letteralmente.

La meta conferisce senso alla propria attività, che sia professionale o sociale, che si tratti di studio o di sport. Oppure dell’andare in vacanza.

La definizione degli obiettivi, perciò, è fortemente connessa ai processi motivazionali. A tale riguardo, è più agevole motivare una persona ponendogli uno scopo finale chiaro e accessibile, che quando il traguardo appare confuso e poco congruo alle risorse disponibili.

Sembra un’affermazione scontata, banale. Lo è certamente, eppure le ovvietà sono spesso svalutate, anche se in esse, il più delle volte, sono situati i principi guida dell’azione umana.

Alla luce di queste premesse, riflettiamo brevemente sulla presunta relazione tra il fissare gli obiettivi in azienda e la definizione delle mete per quanto riguarda un atleta agonista.

Nelle Imprese, in alcuni casi, i processi motivazionali che riguardano i team di lavoro risultano elaborati seguendo lo schema, e  la terminologia,  propri al mondo dello sport agonistico.

Eppure le differenze ci sono e sono rilevanti, per quanto ovvie. Appunto.

In primo luogo, un lavoratore non è un atleta, e non lo è per alcuni semplici motivi, tra cui prevale il fatto che non necessariamente quella persona ha scelto il lavoro che fa e, forse, non gli piace nemmeno farlo.

Oggi, in tempo di contrazione delle opportunità di inserimento nel mondo produttivo, tale eventualità risulta ancora più probabile.

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Psicodiagnosi e disturbi di personalità – psicopatia, sociopatia, narcisismo in criminologia

category Disturbi e patologie Giuseppe Maria Silvio Ierace 13 Settembre 2014 | Stampa articolo |
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I crimini, quali tentativi d’omicidio e gravi lesioni fisiche, provocati da generica vendetta o da un’aggressività ipocontrollata, a causa d’una bassa soglia alla reazione violenta difronte a minima provocazione, sarebbero associati al disturbo paranoide di personalità, mentre a quello schizoide andrebbero ricollegati i misfatti compiuti  alla ricerca di eccitazione, come il sequestro di persona per esempio.

L’iperirritabilità della personalità antisociale, consistente in un intenso stato di rabbia, non provocata dalla vittima e precedente il delitto, starebbe alla base di reati di gruppo o commessi per mero profitto economico, come rapine e furti; questi ultimi appannaggio pure delle personalità istrioniche che poi mettono in atto anche comportamenti miranti a evitarne le conseguenze.

Il disturbo ossessivo-compulsivo s’accosta essenzialmente alle esperienze di perdita, oltre che ad aggressività e iperirritabilità, mentre le personalità schizotipiche, le evitanti e dipendenti generalmente non verrebbero implicate nelle condotte criminali.

La maggior parte dei soggetti, comunque, manifesta più categorie diagnostiche concomitanti, il che rileva ancora una volta l’esclusività individuale d’una determinata personalità.

Unitamente a iperirritabilità, vendetta, spostamento dell’aggressività, ricerca d’eccitazione, la disforia con bisogno di trovare sollievo dalla tensione e le pulsioni compulsive ad agire costituiscono le variabili motivazionali del borderline, che risulta il disturbo di personalità più comune all’interno d’un campione che affianchi alla psicopatologia specifiche imputazioni. Seguono a ruota il disturbo antisociale e il paranoide, preceduto di poco dal narcisistico, i cui delitti sono eseguiti per compensare un senso d’inadeguatezza e indegnità, con atti di controllo, dominio ed esercizio di potere sulla vittima.

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Comunicazione e motivazione: informare, incuriosire, interessare e guidare

category Psicologia Alfonso Falanga 6 Settembre 2014 | Stampa articolo |
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Ogni processo comunicativo ha un’origine e punta ad un obiettivo: la meta consiste nel produrre un cambiamento comportamentale in colui o coloro a cui ci si rivolge.

Ogni comunicazione, allora, ha come finalità coinvolgere le energie fisiche e mentali dell’interlocutore su uno scopo: fare un acquisto, potenziare la propria perfomance scolastica o sportiva, realizzare un’ambiziosa meta professionale, ecc. Ogni processo comunicativo, in questa prospettiva, si traduce in un processo motivazionale.

La natura della spinta iniziale e dello scopo finale dipendono, perciò, dalla natura della relazione, dunque dal ruolo rivestito da coloro che ne sono protagonisti: come accennato, può riguardare la professione, il sociale, lo studio, lo sport o aspetti della vita privata.

Ci stiamo ovviamente riferendo ad origini e mete condivise, diremmo “sociali” in quanto visibili e comprensibili (non vuol dire che producano necessariamente accordo, ma solo che sono evidenti a tutti): nella pratica,  a queste si aggiungono , a volte sovrapponendosi, spinte e finalità individuali, private, spesso inconsapevoli, se non del tutto inconsce.

Dunque la faccenda è complicata, e parecchio. In ogni caso, proprio per questa complessità, comunicare per motivare è un processo che deve svilupparsi attraverso fasi distinte e precise, che possono intrecciarsi, sostenersi, ma non possono essere eluse. Ci riferiamo a specifiche attività, quali informare, incuriosire, interessare e guidare il “soggetto” da motivare: abbiamo detto che può essere il cliente per il venditore, lo studente per l’insegnante, l’atleta per il coach, il membro di un gruppo di lavoro per il team leader, il figlio per il genitore, il partner per l’altro partner, ecc.

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L’istinto di narrare

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 28 Agosto 2014 | Stampa articolo |
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La mente è un prodotto dei due emisferi, o è qualcos’altro rispetto a questi? L’Io è il controllore centrale di sinapsi e neurotrasmettitori? E l’anima si nasconde nell’epifisi o rappresenta l’illusione che un “alieno” ci possieda?

Probabilmente, a partire dalle percezioni elaborate dalla rete neurale, il cervello costruisce delle piccole “storie” da raccontarci, quale abile “romanziere”, che narra la nostra esistenza come se fosse il suo capolavoro definitivo.

La natura umana contiene una spontanea e forte immaginazione, per cui creatività e pazzia spesso si affiancano.

Composti sol di fantasia” gli insani sono e i rimatori, confessa Shakespeare nel “Sogno d’una notte di mezz’estate”.

Le grandi menti sono di sicuro alla follia molto vicine/ e spazi esigui separano i loro confini”, cantava, tra il serio e il faceto, John Dryden nel suo poema satirico del 1681, “Absalom and Achitopel”.

Dei suoi colleghi, Lord Byron diceva: “Noi del mestiere siamo tutti matti!”.

Daniel Nettle (2001) avrebbe individuato questo “grande mistero” dell’intreccio tra creatività spontanea e forte immaginazione nella schizofrenia. Tali malati si caratterizzano per via d’una gran varietà d’eccentriche credenze e di comportamenti bizzarri che gli psichiatri classificano come deliri e allucinazioni. Sentono voci estranee, ma suadenti al punto tale da suggerire cose che non condividono, eppure da costringerli a eseguirle, e sospettano che le loro stesse azioni siano indirettamente sollecitate da alieni cospiratori.

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Cosa Intendiamo per attacco di panico?

category Disturbi e patologie Daniela Ruggiero 16 Agosto 2014 | Stampa articolo |
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L’attacco di panico è comunemente definito come una manifestazione d’ansia molto intensa, breve e transitoria, che avviene in un periodo ben delimitato e preciso.

Sono generalmente episodi imprevedibili e l’ansia è talmente intensa da lasciare l’individuo, una volta terminato l’attacco, in una condizione di profondo sfinimento e assenza di energie.

I sintomi che caratterizzano l’attacco di panico sono:

Dispnea, palpitazioni, nausea ,dolori al petto, sensazioni di soffocamento e asfissia, sudorazione e tremori.

Intensa apprensione, terrore e sensazione di disastro incombente.

Depersonalizzazione e derealizzazione.

L’attacco sopraggiunge improvviso e  raggiunge rapidamente l’apice (di solito in 10 minuti o meno), ed è spesso accompagnato da un senso di pericolo o di catastrofe imminente e da urgenza di allontanarsi; il soggetto avverte un forte senso di terrore accompagnato dalla paura di morire e/o impazzire. La sintomatologia che si manifesta nel corso dell’attacco regredisce spontaneamente in breve tempo .

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Mi scontro o evito?: il conflitto di coppia

category Atri argomenti Valentina Glorioso 16 Agosto 2014 | Stampa articolo |
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Contrariamente alla “psicologia del senso comune”, noi addetti ai lavori sappiamo che l’assenza di litigi all’interno di una coppia non è indice di un rapporto ottimale, tutt’altro.

Il conflitto rappresenta un momento costruttivo nel corso di una relazione, l’espressione di un’aggressività, per così dire, necessaria, specie in alcune fasi del rapporto di coppia (ad esempio con l’ingresso nella nuova famiglia che la coppia va a costituire o dopo la nascita di un figlio) e, in generale, durante tutti quei momenti in cui è indispensabile cambiare equilibri precedenti, e rinnovare creativamente le sfumature del rapporto. Non è, dunque, il conflitto a dover essere evitato, bensì la sua connotazione distruttiva, in cui non c’è spazio per movimenti verso il futuro ed il benessere del Noi.

Cosa c’è alla base di tutto ciò? Talvolta accade che le premesse stanti dietro al progetto di coppia siano piuttosto fragili. Si pensi a quelle unioni che si istituiscono intorno all’aspettativa di uno o di entrambi i partner di trovare nell’altro il complemento “perfetto” di se stessi, la cosiddetta “altra metà della mela”. O ancora, a coloro i quali si portano dietro, senza magari esserne consapevoli, i conflitti della generazione precedente. In tutti questi casi, se da un lato non si è capaci di flessibilità e cambiamento di vedute, e dall’altro il partner rifiuta di stare dentro suddette aspettative, è probabile che scoppino delle liti (o che implodino nei cosidetti “litigi mascherati”) difficilmente risolvibili tra le due parti, che alla lunga possono creare situazioni di stallo nella coppia; quadri familiari in cui formalmente continua un rapporto che, però, di fatto resta ferma allo stesso punto cieco.

In queste circostanze il lavoro pensabile non è sempre e necessariamente la terapia di coppia: un primo step potrebbe essere un percorso di tipo individuale, in cui la Persona maggiormente in difficoltà, cominci ad entrare in contatto ed a comprendere le proprie complessità, in modo da avviare un processo di cambiamento di prospettiva alla vita. Questa potrebbe essere l’occasione per svincolarsi da “gabbie mentali” del passato (essere ancora mentalmente dipendenti dalla propria famiglia d’origine; essere condizionati dai giudizi dei familiari), diventare capace di negoziare nella relazione con l’altro (esporre all’altro i propri bisogni e ascoltando i suoi, evitare di ricorrere a “musei coniugali”; condividendo nel presente le cose che non ci vanno bene, non fermarsi agli agiti ma comprendere cosa c’è in termini emotivi dietro a determinate azioni) e riscoprire e svelare anche al partner la propria autenticità ed unicità, senza privarsi di interessi importanti per sé (che di fatto non possono rappresentare nessun ostacolo per la relazione)  favorendo, così, l’instaurarsi di un clima positivo e più rilassato sia per se stesso che all’interno della coppia.

 

Valentina Glorioso

www.valentinaglorioso.altervista.org