Misticanze – “il tristo pasto” – parole di pane – il sapore del colore – si mangia per come si pensa, si parla, si agisce o ci si astiene dal farlo
L’idea di correttezza o scorrettezza nasce dalla continuità, dall’abitudine, dalla ripetizione automatica di un gesto, le quali, non riconoscendo l’inconsueto e l’insolito, lo giudicano non conforme, errato, disdicevole, disgustoso. Le buone maniere a tavola rappresentano un esempio paradigmatico dell’educazione che viene impartita ai pargoli. Poi, a mutuare in superstizioni le convenzioni, intervengono i rituali scaramantici. Mescere il vino dalla bottiglia con un movimento di supinazione dell’avambraccio, in Calabria, è peggio che versarlo con la mancina, mano “del diavolo”. Mai apparecchiare per tredici convitati; la tovaglia non si sbatte dopo cena; saliera ed oliera si poggiano sul tavolo senza passarle di mano in mano; non incrociare i coltelli e non porgerli dalla parte della lama, non infilzarne la punta nel pane, non disporre quest’ultimo capovolto, non farlo cadere, non buttarlo, né sciuparlo in nessun modo: lo si raccatta e lo si bacia per evitare i tristi presagi della forzata raccolta di ogni briciola, una volta defunti. Perché il pane è grazia e “dono di Dio. Come la parola”, scrive Gian Luigi Beccaria, in “Misticanze, parole del gusto, linguaggi del cibo” (Garzanti, Milano 2009).
Per il sacro rispetto che si rivolge al pane “quotidiano”, sulle forme della pasta lievitata si segna una croce prima di infornare, in modo da raddoppiarne il valore simbolico e renderlo segno, esso stesso in grado di trasmettere significati che travalichino l’essenza del suo essere e della sua funzione. Il pane “della carità” ricorre per san Giovanni, sant’Anselmo, san Calogero, san Rocco, a cui nel deserto lo portava il cane; per san Nicola si crede abbia il potere di sedare le tempeste. Si tratta di piccoli pani schiacciati e timbrati da sigilli benedetti, con lo stemma cittadino, l’immagine del patrono (san Rocco), oppure un simbolo solare (san Nicola).






