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[Citazione del momento]
C'è una misura in ogni cosa, tutto sta nel capirlo. Pindaro

Linguaggio e comunicazione

category Atri argomenti Laura Alberico 30 Agosto 2010 | Stampa articolo |
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La comunicazione non si identifica con il comportamento, essa è l’espressione di una intenzione e si manifesta mediante l’informazione e l’interazione tra i soggetti comunicanti. Lo scambio interattivo è osservabile tra due o più partecipanti che hanno intenzionalità reciproca. Le funzioni della comunicazione sono di natura preposizionale ( linguaggio) e relazionale ( la comunicazione genera, rinnova e modifica le relazioni umane). La comunicazione ha le sue origini negli animali ma nella specie umana esprime idee, sentimenti e intenzioni; essa è oggetto di studio multidisciplinare perché riguarda il soggetto umano che è, per sua dimensione costitutiva, un soggetto comunicante. Studiare la comunicazione significa affrontare l’argomento da diversi punti di vista. L’approccio matematico pone in evidenza il concetto di informazione come differenza tra due o più dati. Nello schema della comunicazione di Shannon e Weaver si evidenziano i vari passaggi che uniscono la fonte del messaggio al destinatario ( stimolo-messaggio-codice- trasmettitore- canale- ricevitore- decodificamessaggio-concettualizzazione). Nel contesto comunicativo ci può essere un feed-back positivo o negativo. Dal punto di vista semiotico la comunicazione implica la capacità insita di generare dei significati. Come sostiene Peirce il segno rappresenta una “ inferenza” cioè la possibilità di trarre delle conseguenze dai segni presi come indizio: “ L’oggetto del ragionamento è provare, partendo dalla considerazione di ciò che già conosciamo, quel cos’altro che non conosciamo”.

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La dipendenza affettiva

category Psicologia Ameya Gabriella Canovi 12 Agosto 2010 | Stampa articolo |
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Si soffre tanto per amore… Ma quando è vero? Talvolta ci ritroviamo a credere di amare, ma invece dipendiamo soltanto: l’amore diviene una droga, quando perde il suo vero significato…


***

“Io non vivo senza te”
Le canzonette sono piene di frasi che inneggiano all’indispensabile presenza dell’altro che dia un senso alla nostra vita. Già Platone ci definiva mezze mele in cerca di una precisa, specifica metà…

E’ socialmente accettato soffrire per amore, socialmente sostenuto ed auspicabile per perpetuare la specie, scegliere un partner, vivere in coppia, riprodursi. Precocemente ed in genere incessantemente si cerca un legame, una relazione, stabile, unica e che possibilmente duri per sempre.
E’ un comportamento adattivo ricercare un partner ideale per la riproduzione dei propri geni, meno adattivo è invece crearsi un’ossessione per quel partner. E ancora meno adattivo è morire per amore. Eppure accade. Succede di trovarsi invischiati in una relazione “tossica”, ossessionati dall’importanza dell’altro al punto da perdere di vista se stessi.
Qui non si parla più di amore. Entriamo nel campo della dipendenza: Love Addiction.

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Ameya Gabriella Canovi

category Gli autori Ameya Gabriella Canovi 12 Agosto 2010 | Stampa articolo |
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Salve , sono Ameya Gabriella Canovi
ho 49 anni, insegno inglese e sono anche dott. in Psicologia, Scienze del comportamento e delle relazioni sociali e interpersonali mi occupo di dipendenza affettiva da anni e ho un blog molto seguito: www.amoredipendente.splinder.com

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I giorni dell’abbandono: come reagire e superare il trauma delle separazioni

category Atri argomenti Anna Chiara Venturini 12 Agosto 2010 | Stampa articolo |
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Le separazioni fanno sempre male, sono lutti che ci troviamo nostro malgrado ad elaborare, traumi dolorosi soprattutto se siamo noi ad essere abbandonati. Alcuni reagiscono minacciando il suicidio, altri iniziano a perseguitare l’ex amato, altri ancora invece soffrono attraversando il dolore e lasciandosi attraversare da esso perché il dolore c’è, esiste ed è innegabile. Tuttavia non sempre chi ci è accanto è in grado di reggere questo dolore: alcuni si defilano, altri pronunciano frasi di circostanza- Non ci pensare! Vedrai che passerà, datti tempo! Morto un papa…. - col risultato che ci si sente sempre più soli, più incompresi e più confusi. Si sa e si sente che sono frasi di chi sta bene, di chi non sta soffrendo come noi l’angoscia dell’abbandono e della separazione, e che sortiscono l’effetto contrario, ci fanno arrabbiare e ci rendono ancora più tristi e soli.   Quando si viene abbandonati viene minata la sicurezza personale, e per un attimo la propria identità viene messa a soqquadro: “E’ colpa mia, ho sbagliato io, cambierò se è questo quello che vuole!”, senza mettere minimamente in discussione l’agito dell’altro, come se di certo, se sia è abbandonati, è perché lo si è voluto e meritato. Si entra così nella fase di separazione-frustrazione: l’unione è andata in frantumi, con essa molte delle proprie certezze e si “subisce” la situazione di abbandono. Nessuno sembra in grado di aiutarci a far fronte e il peso del dolore sembra tutto sulle nostre spalle: non neghiamo allora l’evidenza e parliamo col nostro dolore, usiamolo per capire e capirci, trasformiamo l’abbandono in separazione attiva, facendo una corretta analisi della situazione per comprendere cosa davvero è accaduto, senza darsi né dare la colpa ma soffermandosi ad analizzare le dinamiche spesso malate e consolidate che hanno portato alla rottura.

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Perché siamo infelici, bambini perduti – il diritto alla felicità

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 10 Agosto 2010 | Stampa articolo |
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John Bowlby  (“Attachment and Loss”, 1969) interpretava ogni struttura di personalità nei termini di quelli che potevano essere stati gli esiti di esperienze vissute in età infantile. Da qui l’importanza, per chi vuole avere bambini, della sensibilità nella maniera di accudire, che va dalla capacità di riconoscimento dei bisogni alla prontezza nel soddisfarli. In questo senso, la relazione affettiva che si stabilisce tra chi si prende cura e chi tale cura riceve, non può non costituire se non una manifestazione di amore concreto ed incondizionato. Ciò significa: anche a prescindere dal comportamento e dagli eventi, poiché l’amore è un nutrimento che non può essere sottratto senza procurare gravi disarmonie. L’affetto che si trasmette deve poi avere caratteristiche di stabilità e di continuità, privo cioè di interruzioni o di differenze di erogazione. Ciò deve avvenire però nel pieno riconoscimento, da parte di chi riceve attenzione, dell’autorevolezza dell’altro e nella più completa chiarezza gerarchica, evitando quindi d’incorrere nel rischio di una confusione generazionale. Cosicché gli eventuali genitori non si porranno sullo stesso piano degli amici e soprattutto non dovranno pretendere di essere loro presi in cura anzitempo, in quello che potremmo definire come una sorta di “accudimento invertito”.
Mentre gli adulti rimangono spesso, almeno in parte, dei “grandi” bambini, questi ultimi sono invece, in tutte le fasi della loro crescita, delle “persone” complete i cui sentimenti e pensieri vanno rispettati ed apprezzati per quello che sono, senza cioè pretendere competenze e maturità che ancora non possono dimostrare di esercitare. Hanno, infatti, più che di tante altre cose, bisogno di aiuto costante e di una guida sicura nel fare nuove esperienze, nonché di insegnamenti da cui attingere valori ai quali adeguare il comportamento sociale. La scuola rappresenta per loro un crocevia affettivo indispensabile nel quale scoprire autonomamente il mondo, impostare il futuro, costruire un’identità, sviluppare un pensiero critico.
A differenza degli adulti, di norma, quasi sempre in grado di verbalizzare i propri stati d’animo, i bambini si esprimono in un linguaggio meno praticato di solito dai grandi, perché prevalentemente ludico e simbolico, frequentemente imperniato su segnali corporei. E, se il gioco è il linguaggio dei bambini, gli adulti a volte non sono in grado di ascoltarlo, e, qualora lo ascoltassero, non saprebbero come interpretarlo, altrimenti  mai ne inibirebbero la creatività e la spontaneità, irreggimentandoli, se non  a proprio uso e consumo, quanto meno in schemi che non si addicono all’età dello sviluppo e della fantasia. L’errore più madornale ovviamente consiste nel ritenere valido l’obiettivo di colmare i vuoti interiori lasciati dalla trascuratezza e dalla dabbenaggine, riempiendoli di oggetti, reificando così ogni altra futura aspirazione al benessere.

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Psicologia collettiva

category Psicologia Laura Alberico 3 Agosto 2010 | Stampa articolo |
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“ La psicologia sociale studia i modi in cui i comportamenti, i pensieri e i sentimenti delle persone vengono influenzati dalla presenza reale o immaginaria di altre persone o altri gruppi” ( Allport)
Lo studio dei fenomeni collettivi risale alla fine del XIX secolo. In questo periodo storico ci furono grandi trasformazioni sociali come l’industrializzazione, l’inurbamento, le condizioni di miseria le rivolte e l’aumento della popolazione. Gli studi più importanti relativi ai fenomeni della psicologia collettiva furono quelli di Le Bon (1895), Sighele (1891), Tarde (1901) e Freud (1921). Lo psicologo e sociologo francese G. Le Bon sostiene che l’individuo, nell’ambito del gruppo allargato, subisce una radicale trasformazione e compie azioni che altrimenti non compirebbe, egli cioè perde il controllo di sé “Le folle non ragionano, accettano o rifiutano le idee nel loro complesso, non tollerano discussione e contraddizione, e le suggestioni che le dominano invadono l’intero campo della loro coscienza e tendono a trasformarsi immediatamente in azioni”. Le Bon parla di “ anima collettiva” che rende uniformi i comportamenti; gli individui diventano tutti uguali e accettano gli imperativi a loro indirizzati attraverso un meccanismo di “contagio” e di suggestione ( unità mentale delle folle). Secondo Le Bon esiste una condizione di inferiorità intellettuale delle folle rispetto agli individui che le compongono perché c’è una perdita di inibizione che può portare a comportamenti oggettivamente migliori o peggiori ( moralità delle folle). Il magistrato francese G. Tarde respinge l’interpretazione di Le Bon. Egli è convinto che nell’ambito del gruppo si conservano le differenze individuali e parla di “imitazione” e non di “contagio”. Freud sostiene che nella folla diminuisce il senso di responsabilità e razionalità e compaiono sentimenti di potenza e di omogeneità di comportamento ma, al contrario di Le Bon, sostiene che le pulsioni individuali non sono diverse da quelle preesistenti nel singolo individuo. Nel 1891 Sighele pubblica un’opera ( La folla delinquente) considerata tra i primi studi di psicologia collettiva in Europa. La folla, per Sighele, rappresenta una personalità unica ( come sosteneva anche Tarde) in quanto gli individui che ne fanno parte si annullano a causa di suggestione o contagio sociale. Alcune teorie sulla psicologia delle folle vengono riprese dalla psicologia sperimentale in epoca più recente. Zimbardo ( 1969) sostiene che nelle folle esiste una responsabilità diffusa, una deindividualizzazione e un comportamento impulsivo, irrazionale e regressivo. Diener (1976) afferma che il fenomeno della perdita della propria identità può portare a comportamenti diversi e non solo aggressivi, anche se il contesto influenza l’autoconsapevolezza e i riferimenti di regolazione interna dell’individuo ( valore e abitudini). Gli psicologi Johnson e Dowling (1979) sostengono che la diminuzione del principio di identità può anche dare luogo all’aumento del comportamento prosociale. Negli studi di Reicher (1984) si parla di “ identità sociale”cioè di una sorta di impronta collettiva alla quale gli individui si conformano in quanto membri di un gruppo, essi non perdono l’identità ma ne acquistano una nuova.

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