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[Citazione del momento]
Se solo l’avessi saputo, avrei fatto l’orologiaio. Albert Einstein
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Il goal setting nella psicologia dello sportivo

category Atri argomenti Valentina Glorioso 29 Luglio 2014 | Stampa articolo |
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Prefiggersi delle mete non è un concetto nuovo per coloro che praticano sport (anche a livello non agonistico), ma a volte capita che essi non sappiano come fissare degli obiettivi, che, in psicologia dello sport, vengono chiamati “ben formati”. Si tratta di mete strutturate e pensate in maniera efficace ed organizzata: se le mete dello sportivo non sono state “ben formate”, egli si potrà trovare di fronte ad obiettivi vaghi, disordinati, non stimolanti, troppo ambiziosi o irraggiungibili e, dunque, causa di frustrazione e abbandono.

Uno psicologo che lavora in ambito sportivo (nel resto del mondo conosciuto anche come “Wellness Coach”) può supportare l’atleta e chiunque si alleni attraverso competenze e tecniche specifiche, in particolare quella del “Goal Setting”: si tratta di un piano di definizione degli obiettivi pensato in modo tale da individuare adeguati step da raggiungere, valutando e stabilendo insieme quali traguardi perseguire per migliorare le proprie prestazioni.

Comprendere in modo nitido COSA si vuole ottenere, IN QUANTO TEMPO, e CON QUALE STRATEGIA accresce notevolmente le possibilità di avere successo e, per mezzo del progetto costruito, consente di trasformare quello che era un desiderio iniziale, magari anche lontano, in realtà concretamente tangibile, aumentando così anche la stima di sé stessi.

E’ importante che ci sia tale processo di chiarezza sulle nostre scelte e sul processo decisionale che le accompagna: a volte, infatti, pur esistendo la giusta motivazione al lavorare su un obiettivo, ciò che manca è una metodologia mentalmente pianificata, le tempistiche appropriate ed un atteggiamento pro-positivo costante. Tutto ciò può vanificare gli sforzi e le energie impiegate dallo sportivo “ingabbiandolo” in una spirale di sfiducia e di demotivazione all’allenamento, interferendo con il raggiungimento del proprio obiettivo.

 

L’ANSIA: normalità o patologia?

category Psicologia Valentina Glorioso 18 Luglio 2014 | Stampa articolo |
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Il termine “Ansia” di per sè non va inteso con una connotazione totalmente negativa: esso rimanda, infatti, ad una funzione adattiva dell’uomo, quella di metterlo in guardia di fronte ad un pericolo manifestatosi, consentendogli, così, di reagire in maniera appropriata per gestire e superare la situazione pericolosa. Si pensi, ad esempio, all’ansia provata da quelle persone di mezza età che all’improvviso si trovano senza lavoro: tratti d’ansia sono assolutamente pensabili in una situazione di tal tipo poichè rappresentano una risposta non solo congrua al momento, ma anche uno stimolo per mettere in campo strategie efficaci nel superare l’empasse lavorativo (la paura di rimanere disoccupati può essere la spinta a darsi da fare, a reinventarsi per trovare un nuovo inserimento professionale).

Ad essere disfunzionale o patologico è, invece, l’insieme delle modalità con cui le reazioni d’ansia vengono attivate: in assenza di un pericolo reale, in maniera sproporzionata rispetto all’entità della minaccia presentatasi, o ancora, come dinamica caratteristica ed indifferenziata nel modus vivendi del soggetto.

Alcune Persone vengono abitualmente assalite da una sintomatologia ansiosa tutte le volte in cui devono affrontare compiti molto semplici come uscire da casa, fare la spesa, cercare un lavoro o cominciare una relazione di coppia.

In ottica psicodinamica, coloro i quali in tali circostanze ricorronono all’ ansia, sono soggetti la cui disposizione è tendenzialmente quella di rifuggire le difficoltà della vita: per questo gli “ansiosi” partecipano poco alla vita dei loro coetanei, preoccupati (anche solo a livello inconsapevole) da ogni minimo cambiamento del contesto in cui vivono.

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Transessualismo e sessualità

category Psicologia Massimo Tagliabue 11 Luglio 2014 | Stampa articolo |
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Dalle dichiarazioni di parecchi uomini, sembra che la frequentazione dei transessuali sia in aumento rispetto al passato. Ma guardiamoli bene, questi uomini frequentatori dei trans: spesso sposati, con una vita cosiddetta normale, una moglie con cui il rapporto sembra funzionare, un lavoro soddisfacente. Anche se non hanno mai avuto rapporti omosessuali, essi sono invincibilmente attratti dai transessuali.

Vi sono, ritengo, varie spiegazioni che possiamo addurre al proposito: innanzitutto, la loro identità di genere è confusa, se non marcatamente confusa. In altri termini, essi stessi non sanno bene se siano uomini o donne. Ciò può essere dipeso dal tipo di educazione ricevuta (genitori che han trattato i figli maschi come femmine e viceversa), o, nel caso dei maschi, da una fissazione ed identificazione inconscia con la madre, sviluppando un’identità di genere femminile, se non un’omosessualità manifesta o latente. Tuttavia, esistono casi, sempre prendendo in esame il clima educativo, di comportamenti aggressivi, svalutativi o sprezzanti della loro identità e delle condotte specificamente maschili da parte di uno e entrambi i genitori, più frequentemente da parte della madre. E’ possibile, in tali condizioni, che un individuo, sviluppi una discreta paura della donna per cui, per difendersene, si diriga verso un individuo che, se le cui fattezze esterne sono femminili, il marker biologico e i caratteri sessuali primari sono maschili. Voglio semplicemente sostenere che, recarsi con un transessuale, significa negare (inconsapevolmente) la paura della donna e rassicurarsi che le donne non sono pericolose; nello stesso tempo, l’individuo viene rassicurato che la persona che ha di fronte non è realmente una donna, in quanto possiede il genitale maschile.

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Tra i due litiganti il terzo non gode: il trauma della separazione nella sindrome di alienazione genitoriale

category Disturbi e patologie Teresa Tarantino 9 Luglio 2014 | Stampa articolo |
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“Ci sono prigioni con barriere, ma ce ne sono di più raffinate da cui è difficile fuggire, perché non si ha la consapevolezza di essere prigionieri”.

Henri Laborit

Comportamenti aggressivi, problemi scolastici, paure, depressione, paranoie, disturbi fisici (mal di testa, problemi gastrointestinali, ect.). Questi alcuni dei disturbi che i figli contesi possono manifestare nelle situazioni di separazione coniugale.

Lo studioso Gardner (1992) ha individuato otto sintomi osservabili nel comportamento del bambino, per poter parlare di sindrome di alienazione genitoriale (P.A.S.):

1) campagna di denigrazione, nella quale il bambino riproduce i messaggi di disprezzo del genitore «alienante» verso quello «alienato.

2) razionalizzazione debole dell’astio, per cui il bambino spiega le ragioni del suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni illogiche, insensate o, anche, solamente superficiali.

3) mancanza di ambivalenza, per la quale il genitore rifiutato è descritto dal bambino come completamente negativo laddove l’altro è visto come completamente positivo.

4) fenomeno del pensatore indipendente indica la determinazione del bambino ad affermare di essere una persona che sa ragionare senza influenze e di aver elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione.

5) appoggio automatico al genitore «alienante, ovvero una presa di posizione del bambino sempre e solo a favore del genitore alienante.

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La depressione in adolescenza

category Disturbi e patologie Valentina Glorioso 8 Luglio 2014 | Stampa articolo |
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L’adolescenza è una fase importantissima ed altrettanto delicata nel ciclo di vita di ogni persona, in quanto periodo di forte crisi che mette alla prova sia l’adolescente che i suoi genitori.

E’, infatti, questo il momento in cui bisogna esser capaci di adattarsi alle nuove esigenze emergenti: l’intero processo di crescita ed il suo esito dipenderanno sia dalle possibilità dell’adolescente di fronteggiare gli eventi critici mantenendo una buona autostima, sia dalle competenze genitoriali nel lasciare al figlio un giusto spazio di “libero movimento” che gli permetta di collaudarsi come persona diversa da mamma e papà, pur continuando a percepire in essi dei punti di riferimento stabili nella sua vita.

Alcuni genitori a volte affermano “quest’anno è esplosa una bomba!”, “non lo riconosciamo più”, scambiando per patologici atteggiamenti e spinte comportamentali che, al contrario, sono fisiologici nel periodo adolescenziale: è proprio in questa fase di passaggio che, infatti, il carattere del ragazzo può andare incontro a sconvolgimenti e rotture di equilibri precedenti; colui che fino a poco tempo prima era bambino vuole dimostrare di non essere più il “piccolo di casa”. Il desiderio che muove la maggior parte dei comportamenti adolescenziali è il dimostrare la propria identità e di reclamare a gran voce l’indipendenza dagli adulti. “La direzione che queste espressioni possono assumere dipenderanno dal senso che il bambino attribuisce al fatto di essere cresciuto” (Ansbacher & Ansbacher ne “La Psicologia Individuale di Alfred Adler”).

Durante tale processo di separazione ed individuazione adolescenziale, vanno affrontati i cosiddetti compiti evolutivi: quelli legati all’amore, allo studio/lavoro, ed i compiti sociali (amicizia). Il modo in cui verranno assunti risentirà molto del tipo di bambino che si è stati in precedenza. Si osserva sovente come coloro che sono stati, ad esempio, bambini timorosi, siano giovani-adulti che guardano al futuro con paura e pessimismo e che cercano di affrontare la vita con il minimo sforzo. Essi, inoltre, dinanzi a critiche e osservazioni altrui, rispondono allontanandosi dalla vita e senza, di fatto, far fronte ad i problemi che gli si pongono dinanzi.

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La Patrona dell’umanità come spettacolo, il pensiero come terapia

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 6 Luglio 2014 | Stampa articolo |
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In una celebre canzone di De André (“Testamento”), si rende testimonianza del fatto che si può morire in tanti modi, ma quasi sempre in solitudine. Sant’Agostino decide di rimanere “solo cum sola”; al contrario, Socrate passa i suoi ultimi istanti in conversazione, come Petronio a banchetto. Kant accetta la fine con un’esclamazione lucida: “Es ist gut”, mentre il sordo Beethoven serra il pugno in segno di rifiuto e ribellione. Per chi vi vede la permissione divina, nella prospettiva d’un incomprensibile bene maggiore, sarebbe come la rassegnata obbedienza a una simbiosi purificatrice.

Si tratta d’un transito, come delucida Rabindranath Tagore: “La morte non è lo spegnersi della luce. È soffiare sulla lampada perché è giunta l’alba”. Al massimo, d’uno scomparire, come nella concezione di Fernando Pessoa: “La morte è la curva della strada. Morire è solo non essere visto”.

“Né il sole, né la morte si possono guardare fissamente”, asseriva François de la Rochefoucauld. E dunque, probabilmente, non riusciremo a cogliere né la cessazione della funzione biologica, tanto meno la decomposizione corporea, semmai l’annullamento, una sottrazione dell’immagine, un mutamento di luogo, la ciceroniana “commutatio loci”.

“La morte non è nulla per noi giacché quando noi siamo la morte non è venuta e quando è venuta non siamo più”, sentenziava a ben ragione Epicuro. Ciò però avrà consentito di rivelare le nostre opere (Siracide 11, 27), in quanto è proprio la fine d’una storia a farcene comprendere il significato. Tutto ciò che ha un inizio ha pure un termine e questo avrà fornito o un senso di sazietà o un conato di nausea.

Forse, a differenza di altre creature, l’uomo è consapevole d’essere mortale. In questa conoscenza, per Martin Heidegger, consiste la sostanza stessa della vita: “Solo l’angoscia della morte rende l’uomo se stesso perché lo strappa dalla banalità dell’esistenza non autentica”. Dolore e morte sono le esperienze che più ci rendono umani, relativizzando tutti i nostri limiti.

Si vive dunque in attesa della fine, morendo progressivamente un po’ alla volta: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” (Salmi 90, 12). Il “Cotidie morior” di Seneca rammenta che la morte ci sta sempre dinanzi, non come un imprevisto, ma quale unica assoluta certezza. Anche se, poi, magari in cuor suo, nessuno è pienamente convinto d’estinguersi definitivamente e nutre speranze in qualche fideistica forma di sopravvivenza: “Chi non ha speranza nella vita futura, non vive nemmeno in questa” (Lorenza il Magnifico).

( Continua … )