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[Citazione del momento]
Non essere così triste e pensieroso, ricorda che la vita è come uno specchio, ti sorride se la guardi sorridendo. Jim Morrison
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La Capoeira, gioco-danza-lotta. Una sorta di terapia comunitaria

category Altre terapie Matteo Simone 21 Maggio 2012 | Stampa articolo |
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“Gingar sempre”

Mestre Bimba

 

“…capoeira é muito mais que uma luta, capoeira é ritmo, é música, é malandragem, é poesia, é um jogo, é religião…”

Mestre Pastinha

 

 

La Capoeira nasce in Brasile come arte marziale praticata dagli schiavi africani che si esercitavano tra di loro a combattere mentre erano reclusi in celle molto basse.

La Capoeira era vietata perché si temeva che gli schiavi si preparassero troppo bene a combattere e questo non era accettabile per le autorità locali, così quando i capoeiristi si accorgevano di essere visti simulavano di danzare.

Nel 1770 ci fu il primo riferimento alla Capoeira come manifestazione di lotta degli schiavi brasiliani. Il 25 aprile del 1789 ci fu il primo arresto di un capoerista di nome Adao per il solo fatto di essere un lottatore di Capoeira.

Il 28 settembre del 1871 una legge stabilì che i discendenti degli schiavi ce nascessero a partire da quella data sarebbero liberi e il 13 maggio del 1888 una legge liberava tutti gli schiavi.(1)

Con l’abolizione della schiavitù e l’instaurazione della Repubblica,  la capoeira non cessò di essere perseguitata, continuando ad essere considerata come una pratica criminale, punita con la prigione in base al l Codice Penale della Repubblica degli Stati Uniti del Brasile del 11/10/1890, articolo 402.

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Psicografoanalisi: psicologia “della” scrittura, psicologia “dalla” scrittura, psico-espressività – dallo scarabocchio alla coerenza disgrafica

category Grafologia Giuseppe Maria Silvio Ierace 28 Aprile 2012 | Stampa articolo |
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La rappresentazione grafica non è mai gratuita, né del tutto casuale, anzi ci parla spesso degli stati psichici in termini sufficientemente precisi e aderenti, anche se, per forza di cose, necessariamente parziali, e forse incompiuti, soprattutto a causa delle difficoltà “tecniche” che si frappongono tra gli schemi mentali e le loro raffigurazioni sulla carta.

Caratteri della scrittura

L’uso della tastiera da dattilografia (collegata a vari dispositivi meccanici, elettrici e/o elettronici), del personal computer, della posta elettronica (email, electronic mail), e degli sms (Short Message Service) da telefono cellulare, incomincia ad abituare le nuove generazioni a esercitare sempre meno la manualità nel vergare direttamente i fogli, con il conseguente più frequente ricorso al carattere “stampatello”. Una tale consuetudine potrebbe non trovare convincenti spiegazioni soltanto in questo progressivo abbandono dell’attitudine amanuense. Difatti, in un adolescente, l’impiego dello stampatello potrebbe essere provocato da una qualche ricerca di indipendenza, e dal desiderio di avere dei validi punti di riferimento ai quali potersi aggrappare nel corso delle sue crisi esistenziali. Nel caso di adulti, la desuetudine al corsivo, riflette diffidenza, se non proprio chiusura verso gli altri, dei quali, per paura che venga scoperta la propria vera essenza, si rifiutano  critiche e valutazione. In fondo, si tratta del timore di non essere all’altezza dell’immagine che si vorrebbe dare di sé, e dell’insicurezza di non poter soddisfare le attese create. A volte, ci si trova di fronte alla consapevolezza dell’inidoneità al ruolo di responsabilità rivestito, generatrice di stress e frustrazione. Lo stampatello maschera le debolezze, non tradisce emozioni e sentimenti, reprime quella spontaneità che favorisce le relazioni con gli altri, mettendo al riparo da qualsiasi giudizio. Al contrario, non esistendo due corsivi esattamente uguali, come non esistono due persone identiche, è proprio nel carattere corsivo che va indagata l’espressione dell’individualità.

Il disegno

“L’uomo che scrive disegna inconsapevolmente la sua natura interiore. – diceva Max Pulver - La scrittura cosciente è un disegno inconscio, disegno di sé, autoritratto”. Come al disegno viene generalmente riconosciuta una forza espressiva tale da giustificarne ampiamente l’impiego pure a scopo psicodiagnostico, la medesima considerazione vale per la scrittura. Il materiale e il compito affidati al soggetto fungerebbero da “lente di proiezione” e le registrazioni grafiche rappresenterebbero quello schermo su cui viene a visualizzarsi l’immagine della personalità, forse a volte ingrandita, altre volte non ben messa a fuoco.

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Fare squadra : premesse, fattibilità, obiettivi – conclusione

category Psicologia Alfonso Falanga 24 Aprile 2012 | Stampa articolo |
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Nel precedente articolo, a proposito del fare squadra come esito di un efficace esercizio della leadership, abbiamo indicato la capacità del leader di dare senso ai comportamenti disgreganti del gruppo, in reazione ad una fase di crisi, come uno dei principali strumenti necessari a ricompattare il collettivo.

Che vuol dire, perciò, “ dare senso “ ?

Per provare a capirlo immaginiamo un’azienda, di medie proporzioni, che viva un sensibile calo dei profitti e dunque che veda messa in discussione la sua stessa permanenza nel mercato. Qui non importa definire le ragioni della contrazione del profitto, se ad esempio dipenda da un calo di vendite o da un abbassamento dei prezzi dovuto all’arrivo di un forte competitore. Ciò che conta è che le maestranze, intese come gruppo, di fronte a tale evento arrivano a mettere in discussione le politiche aziendali e ciò non  quale esito di una legittima e necessaria analisi del problema bensì come semplicistica – e logorante quanto inutile – ricerca del “ colpevole “.

Quando il gruppo comincia a non riconoscersi più nell’immagine dell’azienda emergono gli individualismi. L’obiettivo personale, di ordine materiale ma anche di definizione di una propria identità professionale, non si identifica più in quello collettivo ma da esso, anzi, si sente minacciato. A questo punto è  la stessa storia aziendale che traballa.

Compito immediato del leader, in  tali circostanze, è rielaborare questa stessa storia il che vuol dire innanzitutto integrare in essa il problema piuttosto che proporlo come evento accidentale ed esterno al gruppo. Come accade per qualsiasi organismo sottoposto a stimoli stressanti, il primo passo da compiere verso la soluzione, infatti, è riconoscere ed accogliere il nodo conflittuale. Il problema, perciò, entra a far parte della storia dell’azienda. Il che non significa assumersi colpe, appunto, bensì riprogrammare il futuro aziendale ( obiettivi a medio e lungo termine, ruoli e compiti, aree di intervento o da abbandonare, ecc ) a partire dall’evento critico. ” Abbiamo fatto il possibile, ma le circostanze avverse ci hanno impedito di procedere verso il successo ” : non ci potrebbe essere messaggio, da parte della leadership al gruppo, più distruttivo di questo.

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Fare squadra : premesse, fattibilità, obiettivi – 3

category Psicologia Alfonso Falanga 18 Aprile 2012 | Stampa articolo |
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Nel precedente intervento abbiamo indicato nella capacità di ascolto del leader una delle principali variabili indispensabili a realizzare in un gruppo, particolarmente in una situazione di crisi, lo “ spirito di squadra “. Per tale si intende, in sintesi, la disponibilità e la capacità di ogni membro del collettivo di rendere prioritario l’obiettivo comune rispetto a quello individuale. Va da sé che tale è la condizione, sempre e comunque, che rende “ gruppo “ un semplice agglomerato di persone, unita alla costante interazione interna.

Qui si intende sostenere che la spinta verso il bene comune diventa, se opportunamente sostenuta ed amplificata dalla leadership, l’ “ arma “ vincente di cui il collettivo dispone per fronteggiare problematiche interne o con l’esterno tanto serie da comprometterne l’esistenza stessa.

In che modo, perciò, la capacità di ascolto del leader può contribuire a potenziare questo strumento? Una volta che l’abbiamo definita come la sua “ maestria “ nell’interpretare i comportamenti e le istanze del gruppo o di alcuni dei suoi membri e di attribuirvi senso, anche lì dove atteggiamenti ed idee risultino in contraddizione con gli scopi del gruppo, come si concretizza poi tale attitudine ? In che modo, cioè, il leader utilizza  praticamente  questa sua capacità facendo sì che i membri del gruppo preferiscano alla fine lo scopo collettivo a quello individuale ?

Certo, in un’azienda, ad esempio, lo scopo finale ( il profitto ) coincide con l’interesse di ogni persona che vi lavori ( lo stipendio a fine mese ).

Per una squadra di calcio uno schema di gioco vincente, fondato su una visione di insieme, difficilmente sarà messo in discussione dagli individualismi.

Il problema nasce quando il gruppo è sottoposto a forti sollecitazioni che mettono in discussione gli assetti e le modalità di comportamento fino ad allora adottate e ritenute efficaci. In queste condizioni ogni nesso logico e scontato tra meta individuale e meta di gruppo non vale più, anche quello più classico tipo “ se l’azienda tiene, continuo a prendere lo stipendio “.

La crisi, generalmente, alimenta gli individualismi.

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Ma cosa vogliono veramente le donne

category Atri argomenti Angela Flammini 16 Aprile 2012 | Stampa articolo |
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Bella… La parola bella è nata insieme a lei (Quasimodo, atto primo dell’opera “Notre Dame de Paris”)

Se ti stai ponendo questa domanda, o sei una donna e, come tante, vivi in uno stato di insoddisfazione latente e nemmeno tu sai se puoi ancora essere felice, oppure sei un uomo e, come tanti, non riesci proprio ia capire l’universo femminile e ti sembra che qualsiasi cosa tu faccia per rendere felice la tua donna, sia sempre insufficiente. Nel primo caso, questo articolo può far riemergere la tua consapevolezza e rifocalizzare le tue esigente primordiali. Invece, se sei un uomo, molto probabilmente troverai tutto ciò assolutamente non comprensibile, forse infantile e sciocco e, quasi certamente, non facile da attuare… Quello che una donna vuole ed abbisogna totalmente, a qualsiasi età ed in ogni cultura, è naturale, ma tutt’altro che banale, è essere donna, ovvero essere FEMMINILE. Beh, scoperta l’acqua calda! Eppure quanti sanno dire cosa significhi essere “donna” e quali sono i bisogni fondamentali che una donna, anche fisiologicamente e filogeneticamente ha, senza cadere in scontati stereotipi? Essere donna significa assecondare la propria natura, che vuole il corpo della donna strutturato ad accogliere l’uomo e la maternità. Mentre l’uomo è strutturato per la caccia, il corpo della donna, ha il dono dell’attesa e della stazionarietà. Da sempre, il ruolo della donna è poliedrico, compagna, mamma ed amica, ed innumerevoli sono i suoi compiti, tra cui il sostegno emotivo e la cura di se stessa, dei figli e dell’habitat. Le donne, tutt’oggi, benché lavorino e spesso siano coadiuvate dagli uomini, sono naturalmente deputate alla cura della casa e della prole, della quale si occupano in modo totale e solipsistico per nove mesi. Un tempo, le donne vivevano le loro attese, nella comunità, supportate psicologicamente e materialmente dalle altre donne ed il loro reciproco sostegno emotivo, le loro chiacchiere, contribuivano ad accrescere il livello di ossitocina, l’ormone del benessere femminile, naturalmente prodotto durante tutte le attività di cura e belletto del corpo e del proprio ambiente, ovvero nelle attività creative, nonché in tutte quelle tenerezze tipiche dell’intimità emotiva. In vero, conseguentemente alle sue attività di cura e di accoglienza, la donna, aveva ed ha tutt’oggi il normalissimo bisogno di essere FEMMINILE e di sentirsi BELLA, AMATA e SPECIALE, per tutto quello che fa. E’ questo che le da la motivazione per costruire una famiglia ed accudire la prole.

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Fare squadra : premesse, fattibilità, obiettivi – 2

category Psicologia Alfonso Falanga 4 Aprile 2012 | Stampa articolo |
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Fare squadra in momenti di crisi, per un collettivo, è spesso il risultato di un efficace esercizio di leadership di gruppo. E’ la conseguenza, cioè, della capacità del leader di produrre un mutamento nel comportamento collettivo in direzione di scelte sinergiche ed innovative rispetto ai deficit ambientali interni e/ o esterni.

Ma chi è, nel collettivo, il leader? Come mai lo è diventato? Quali sono i suoi compiti, rispetto alle mete di gruppo, e quali le caratteristiche personali/ attitudinali e le competenze che lo distinguono e lo hanno collocato in quella posizione ?

A volte si confonde il ruolo del leader con quello di capo. La distanza tra le due figure, sia in gruppi estesi che in collettivi minori, è però ben definita.

Il capo è chi stabilisce i compiti e pertanto deve avere il polso delle capacità e delle attitudini di ogni membro del gruppo. Il capo è chi dice cosa fare, dove e quando. Decide le regole ed è attento affinché siano rispettate.

Il leader definisce gli obiettivi rispetto ai quali si impegna a coinvolgere le energie materiali, morali e psicologiche proprie e dei membri del gruppo.

L’autorità del capo viene riconosciuta in base alla sua competenza.

L’autorità del leader, oltre alla competenza e dunque dal fare, è data anche e forse più dall’essere.

La forza del leader è il carisma, sintesi di esempio/ competenza/ qualità morali.

Il carisma non sempre è definibile in base alla pura logica in quanto contiene una forte componente emotiva.

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