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[Citazione del momento]
La nostra gloria più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta. Confucio

SESSUALITA’ E STRESS

category Disturbi e patologie Dott.ssa Monica Cappello 12 Marzo 2010 | Stampa articolo |
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Una vasta letteratura scientifica documenta la stretta correlazione tra stress, ansia, depressione e diverse malattie andrologiche, anche se non è sempre facile stabilire se ansia e depressione siano una conseguenza della malattia piuttosto che la causa principale della stessa patologia.

Nel campo della DISFUNZIONE ERETTILE, la ricerca negli ultimi anni è stata prevalentemente orientata verso le cause organiche e soprattutto sui fattori di rischio cardiovascolare. Bisogna sottolineare, però, che la Disfunzione Erettile ha un profondo effetto sull’autostima del soggetto e sulla sua qualità della vita, coinvolgendo non solo l’ambito della relazione di coppia, ma anche i rapporti interpersonali con le altre donne, dal momento che la DE finisce per creare per molti uomini uno stress psicologico in grado di condizionare le loro relazioni con i propri familiari e con gli amici.

Lo stress che può derivare da una patologia di questo tipo è riscontrabile in percentuali elevate di pazienti, attorno al 30%.

L’ansia e in particolare l’ansia da prestazione, con lo stress che ne consegue, ha un ruolo molto chiaro nella genesi di molte forme di DE e ne costituisce la più comune causa intrapsichica.

Inoltre, anche la depressione viene ritenuta una possibile causa di questo disturbo.

Dall’altro lato, appaiono sempre più frequenti le segnalazioni di alterazioni delle funzioni sessuali, dalla perdita della libido, alla disfunzione erettile e all’anorgasmia, come conseguenza della terapia farmacologia della depressione.

Il disturbo dell’EIACULAZIONE PRECOCE risulta caratterizzato da perdita o assenza del controllo eiaculatorio, stress accentuato, difficoltà interpersonali e ridotto tempo di latenza eiaculatoria intravaginale, che può quindi interferire con la qualità della vita dei soggetti che ne soffrono e con quella delle loro partners.

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Misticanze – “il tristo pasto” – parole di pane – il sapore del colore – si mangia per come si pensa, si parla, si agisce o ci si astiene dal farlo

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 3 Marzo 2010 | Stampa articolo |
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L’idea di correttezza o scorrettezza nasce dalla continuità, dall’abitudine, dalla ripetizione automatica di un gesto, le quali, non riconoscendo l’inconsueto e l’insolito, lo giudicano non conforme, errato, disdicevole, disgustoso. Le buone maniere a tavola rappresentano un esempio paradigmatico dell’educazione che viene impartita ai pargoli. Poi, a mutuare in superstizioni le convenzioni, intervengono i rituali scaramantici. Mescere il vino dalla bottiglia con un movimento di supinazione dell’avambraccio, in Calabria, è peggio che versarlo con la mancina, mano “del diavolo”. Mai apparecchiare per tredici convitati; la tovaglia non si sbatte dopo cena; saliera ed oliera si poggiano sul tavolo senza passarle di mano in mano; non incrociare i coltelli e non porgerli dalla parte della lama, non infilzarne la punta nel pane, non disporre quest’ultimo capovolto, non farlo cadere, non buttarlo, né sciuparlo in nessun modo: lo si raccatta e lo si bacia per evitare i tristi presagi della forzata raccolta di ogni briciola, una volta defunti. Perché il pane è grazia e “dono di Dio. Come la parola”, scrive Gian Luigi Beccaria, in “Misticanze, parole del gusto, linguaggi del cibo” (Garzanti, Milano 2009).
Per il sacro rispetto che si rivolge al pane “quotidiano”, sulle forme della pasta lievitata si segna una croce prima di infornare, in modo da raddoppiarne il valore simbolico e renderlo segno, esso stesso in grado di trasmettere significati che travalichino l’essenza del suo essere e della sua funzione. Il pane “della carità” ricorre per san Giovanni, sant’Anselmo, san Calogero, san Rocco, a cui nel deserto lo portava il cane; per san Nicola si crede abbia il potere di sedare le tempeste. Si tratta di piccoli pani schiacciati e timbrati da sigilli benedetti, con lo stemma cittadino, l’immagine del patrono (san Rocco), oppure un simbolo solare (san Nicola).

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Solitudine di vita

category Disturbi e patologie Sabrina Costantini 3 Marzo 2010 | Stampa articolo |
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Solitudine di vita, suona come un abisso oscuro, misterioso e freddo, abisso in cui puoi cadere, perderti e rischiare di non tornare mai più. Una sorta di buco nero risucchiante, la cui forza centripeta supera ogni ferrea volontà!

La solitudine è un sentimento d’inquietudine forte, un senso di estraneità a sé, un disagio di fronte a noi stessi, un “dis-agio” non ben identificato, è un senso di tremolio e di indefinitezza sobbalzante allo stomaco, un senso di fragilità alle gambe e confusione alla testa. Non c’è nessuno intorno a noi, nessuno accanto a noi, non vediamo nessuno e non sentiamo nessuno, siamo completamente isolati in una piazza affollata, ci sentiamo incompresi in mezzo a tante orecchie, non sentiamo conforto di fronte a tante parole!

Non si sa bene cosa si sta sentendo, cosa pensare e come affrontare ciò che ci capita. E’ una condizione che alberga nelle nostre anime, ma difficile da afferrare e definire.

Nel mondo dell’arte si trovano sovente scritti ed opere che ne parlano, in modo più o meno  diretto. La ritroviamo sotto le vesti di una speranza ormai morta nella domenica del villaggio (Giacomo Leopardi), nel vuoto desolante del dopo bombe devastanti, di una guerra mondiale (Giuseppe Ungaretti), come nostalgia della terra natia (Ugo Foscolo), come costante ricerca di una musa ispiratrice alla stregua dell’amor cortese (Dante Alighieri). E non è forse la solitudine, l’orrore di un urlo muto, di una condizione angosciante, quella che s’intravede in modo inquietante, nella rappresentazione di Munch? Pensate poi alla solitudine kafkiana, di un uomo che si vede ridotto ad uno scarafaggio, relegato in un angolo della casa e della società, per poi essere spazzato via, proprio nel momento in cui smette di essere utile, produttivo e sfruttabile. Non resta più traccia di umanità!

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I colori la patina, i luoghi la polvere – dal medioevo simbolico alla nostalgia per l’imperfetto ed allo stupore per l’arcobaleno – Cromofobi, cromofili - psicosocioetnoantropologia della percezione e della sensibilità cromatica

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 24 Febbraio 2010 | Stampa articolo |
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“Il bianco porta in sé la sua ombra, la sua caducità, la sua polvere. E’ un colore, non è un neutro. Per certi versi simile al vetro… in modo romantico o autoritario, questo colore si assimila all’idea di qualcosa di speciale e assoluto… Oggi invece il bianco è ‘osceno’, cioè ob-scenum, davanti alla scena, sovra-esposto. Come in una fotografia, in cui la luce azzera i contorni, appanna la vista, il bianco crea una luce diffusa, algida, senza ombre. Non lascia più spazio al mistero…” Roberto Peregalli : “I Luoghi e la Polvere”, Bompiani, Milano 2010
La questione del significato profondo dei colori non può limitarsi soltanto ad un fenomeno percettivo, in quanto la loro psicologia non appare del tutto estranea ad una complessa costruzione culturale che ingloba considerazioni di diverso genere, le quali considerazioni probabilmente sono alla base di tante altrimenti inspiegabili problematiche a quella costruzione culturale strettamente connesse. Come tante altre cose, anche il colore è un prodotto socioculturale, la cui storia è imprescindibile dal suo significato simbolico e psicosociologico. Ad esempio, l’archeologo, lo storico, l’architetto, l’artista, lo studioso vedono oggetti ed immagini che non possono ritrovarsi nel loro stato originale, bensì appaiono nelle modalità in cui la patina del tempo ce li ha trasmessi. E l’azione del tempo non può essere rifiutata, né cancellata, perché ormai divenuta parte integrante della storia, prima ancora della relatività di qualsiasi ulteriore ricerca.
Come la polvere, la patina si deposita dappertutto, avviando ad una diacronia entropica. “La stoffa perde lucentezza, si sfibra, si decolora. Così la pittura, l’intonaco prendono vita indebolendosi nelle maglie del tempo” scrive Roberto Peregalli, in “I Luoghi e la Polvere”. L’osservazione del mondo non è statica, ma deve diversificarsi col trascorrere delle stagioni, con il normale assestamento ed il successivo modificarsi nel tempo. Quando invece si perde la visione d’insieme, si esalta l’eccessivo, e la luce risulta troppo abbagliante, i colori inadeguati, pacchiani, sordidi. Come il nostro respiro, la materia si plasma all’aria, si ossigena, si ossida, ricevendo luce, proiettando ombre.

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Emozioni: quale dissimulazione?

category Atri argomenti Maria Anna Formisano 19 Febbraio 2010 | Stampa articolo |
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La vita di un individuo è regolata da emozioni, in altre parole da un complesso di modificazioni fisiologiche, cognitive e comportamentali come risposta a stimoli ambientali. Le modificazioni fisiologiche sono l’aspetto più appariscente delle risposte  emotive e sono quelle che spesso generano imbarazzo per alcune persone. Molte volte si commette l’errore di dissimulare le emozioni per evitare di apparire agli occhi degli altri troppo vulnerabili e quindi facili prede. Il processo di dissimulazione inizia già nei bambini, ma poi man mano da grande comincia a diventare una vera e propria arte. La correlazione fra sistemi emozionali ed esibizione di comportamenti è abbastanza intrecciata, tutti i comportamenti sono sorretti da sistemi emozionali che gli individui tendono a nascondere, costruendo una progettualità di mascheramento che, col tempo, riprendendo l’espressione di John Milton, scrittore e poeta inglese, può fare dell’ inferno un paradiso e del paradiso un inferno. Molte persone sono convinte che non elicitando apertamente le proprie emozioni, inserendosi in uno “stereotipo emozionale“, ricevono il vantaggio dell’ omologazione sociale, dunque, dell’accettazione e dell’appartenenza. Se da un lato si riscontra nelle realtà qualche pseudovantaggio, dall’altro si potrebbe rischiare di vivere uno stato di malessere. Le false emozioni diventando compagne insostituibili aiutano ad affrontare meglio le convenzione e le norme sociali, difatti, sono molte le persone che per sentirsi più amate in famiglia e dagli amici manifestano atteggiamenti emotivi che non appartengono loro,  spingendosi  fino alla costruzione di  un vero e proprio personaggio. Imparare,dunque,  a manifestare le proprie emozioni significa sperimentare ed esplorare le proprie capacità, evitando di vivere eventuali stress emozionali come situazioni estreme, di imbarazzo e di disagio.  E’ fondamentale ricercare   quello che c’è dietro gli sguardi più lucidi, rivelando  le emozioni proprie e aiutando l’ altro a rivelare quelle sue. Imparare ad essere persone empatiche non significa fare psicoterapia, ma cogliere l’altro e accettarlo così come egli  si presenta nella sua essenza biopsicoaffettiva. L’uomo empatico è colui che non perde di vista la realtà umana e la capacità di percepire il vero nei panni dell’altro, in una fusione cognitiva ed emotiva. Senza esprimere liberamente le proprie emozioni la vita non ha valore,  anzi si riduce ad una finzione, una complicità che si paga cara.

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