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[Citazione del momento]
Due visi somiglianti, nessuno dei quali da solo fa ridere, fanno ridere insieme per la loro somiglianza. Blaise Pascal
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La culla delle parole nella Storia della Psicoanalisi

category Psicologia Giuseppe Maria Silvio Ierace 22 Giugno 2015 | Stampa articolo |
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In “Storia della Psicoanalisi” (il Mulino, Bologna 2014) di Antonio Ciocca, Emilio Servadio (1904-1994) viene ricordato per essere stato, assieme al suo maestro Edoardo Weiss (1889-1970), al socialista Nicola Perrotti (1897-1970), al veneziano Cesare Musatti (1897-1989) e alla principessa Wolff Tomasi, uno dei ri-fondatori [la prima era sorta a Teramo intorno a Marco Levi Bianchini (1875-1961)] della Società Psicoanalitica Italiana. E quando questa fu sciolta dal fascismo, l’ebreo triestino Weiss emigrò in America a Chicago, e vi rimase tutto il resto della sua vita, mentre il genovese Servadio scelse l’India, dove ebbe modo d’approfondire un mai sopito interesse per la misteriosofia e le tradizioni iniziatiche.

[Fu questo il mio personale e fertile terreno d’incontro con l’esoterista e parapsicologo in quella che, a metà degli anni ’70 del secolo scorso, fu la felice palestra, costituita dall’editore Giovanni Armenia di Milano, con la rivista “Gli Arcani”].

L’aggressività perversa di una Gattoparda

La baronessa di Stomersee, Alessandra Wolff (1895-1982), sposando l’autore de “Il Gattopardo”, era divenuta Tomasi, duchessa di Palma e principessa di Lampedusa; al I Congresso della S.P.I., del 22-23 ottobre 1946, tenne una relazione dal titolo “Sviluppi della diagnostica e tecnica psicoanalitica”, e al successivo presentò la prolusione su “L’aggressività nelle perversioni”…

Suo allievo fu Francesco Corrao (1922-1994) che, in Italia, ha promosso lo sviluppo dell’analisi di gruppo e la diffusione delle idee di Wilfred Ruprecht Bion (1897-1979).

Il complesso del Ciclope

Radicato nella sua Sicilia, onde rappresentarne il locale “immaginario collettivo” faceva ricorso ai tre  miti de “Il Ciclope, Persefone ed Empedocle”, di cui il primo appariva più puntualmente azzeccato alla realtà meridionale.

( Continua … )

L’autostima

category Psicologia Margherita Scorpiniti 17 Giugno 2015 | Stampa articolo |
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Per “autostima” si intende la considerazione che un individuo ha di sé stesso.

Le prime esperienze infantili influiscono sulla formazione dell’autostima e sulla percezione di sé in rapporto agli altri. Determinano il modo in cui verranno interpretate le successive esperienze. Per la psicoanalisi le primissime esperienze dell’individuo costituiscono la base di tutto quello che seguirà e il modo in cui egli percepirà gli eventi successivi. Il bambino vive queste prime esperienze in maniera caotica, confusionaria e cerca di dare un significato a ciò che avviene dentro e fuori di lui.

Secondo la psicoanalisi l’autostima è un sostegno di natura narcisistica che l’Io riceve dal Super-io, per cui il soggetto non teme punizioni o riprovazioni.

Fu James(1890) a dare una delle prime definizioni di autostima. La ritenne esito dei rapporti tra le aspettative che una persona si pone e gli effettivi risultati che ottiene nella realtà.

Il senso di autostima è legato all’opinione che gli adulti significativi hanno del bambino, ancora sprovvisto di un senso solido di identità. Negli anni successivi, gli atteggiamenti educativi parentali avranno grande valore nello sviluppo della personalità.

Mc Martin(1995) ha descritto quattro tipi di stile educativo, di cui quello “distaccato” è

caratterizzato da scarsa cura e attenzione e genera personalità caratterizzata da bassa autostima, insicurezza nell’attaccamento e aggressività, mentre lo stile “autorevole” combina calore affettivo e fermezza nelle regole, favorendo lo sviluppo di una personalità con buona autostima.

Nel periodo scolare, identificazione e sperimentazione (Erikson-1982) sono i due processi cruciali per la costruzione dell’identità, messi in atto dal ragazzo che si confronta con il parere del gruppo di appartenenza. L’autostima può essere più o meno positiva a seconda dei campi di esperienza e dei risultati in essi acquisiti.

( Continua … )

Impariamo a dire di no

category Atri argomenti Daniela Ruggiero 16 Giugno 2015 | Stampa articolo |
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Molti di noi conoscono quella strana sensazione di disagio che ci pervade quando diciamo un “sì” che invece vorrebbe essere un “no”. In molte situazioni abbiamo timore di deludere le aspettative dell’altro,  di farlo soffrire, di essere considerati in maniera negativa e decidiamo quindi di “soffocare” i nostri reali desideri per soddisfare le altrui richieste.

In queste situazioni anteponiamo le richieste proveniente dal mondo esterno a quelle del nostro mondo interno. Col trascorrere del tempo questa abitudine (che magari all’inizio ci era parsa utile per evitare conflitti e facilitarci la vita) diviene nostra nemica facendoci sentire spesso frustrati, ansiosi e tristi. Di fronte anche alle scelte importanti della vita ci sentiamo disorientati e persi. Combattuti tra i nostri desideri e quelle che sappiamo essere le aspettative altrui.

Questa situazione di disagio può essere affrontata in psicoterapia cognitivo comportamentale attraverso l’apprendimento di strategie di  comunicazione assertiva atte a favorire l’apprendimento di una nuova capacità di comunicare con l’altro ma soprattutto con l’obbiettivo di insegnare al paziente a pensare in maniera differente, a pensare in termini di “sano egoismo”.

Per “sano egosmo” intendiamo uno stile di pensiero che considera e valorizza i propri personali desideri e bisogni; questo non significa ignorare le necessità dell’altro o trascurarle ma riuscire a scegliere liberamente quando sia il caso di anteporre le proprie e quando meno senza rimanere imprigionati all’interno di tanti “sì” che non ci consentono di essere e di fare ciò che veramente vorremo.

Imparare a pensare e comportarsi in maniera “egoisticamente sana” è importante per il nostro benessere e  per poter vivere relazioni sane ed  equilibrate con gli altri.

 

Dott.ssa Daniela Ruggiero, Psicoterapeuta di Vicenza

 

Jung e l’Alchimia

category Psicologia Giuseppe Maria Silvio Ierace 5 Giugno 2015 | Stampa articolo |
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Per quanto tu percorra ogni sua via, non potrai mai raggiungere i confini dell’anima: così profondo è il suo logos…”, Eraclito.

Secondo la tradizione egizia, greco-alessandrina, sulla quale fu impostata l’Alchimia, l’essere umano è fornito di più anime che i cabalisti chiamarono nephesh, ruach, neshamah, mentre gli egizi conoscevano come ka, ba e akh, e i neoplatonici: anima concupiscibile, irascibile e razionale. Tutti concordi sulla complessità delle funzioni legate, in parte alla sopravvivenza, in parte all’intelletto.

Il ka egizio è analogo al nephesh ebraico, delimitando l’energia vitale nella sua dimensione inconscia, pulsionale, istintiva. Il ba, raffigurato come un uccello dalla testa umana, s’avvicina all’anima razionale dei neoplatonici e al ruach cabalistico. Soltanto l’akh rientra nel mondo spirituale.

Le tradizioni occidentali, egizia e cabalistica, e orientali, tipo il taoismo, si conformano pure nel fatto che questa sezione sia frutto d’un lavorio esistenziale servito a coniugare le altre due, consapevole l’una, inconscia l’altra. Se ne deduce che neshamah, o akh che dir si voglia, sarebbe l’espressione più autentica di noi stessi.

Quando allora si parla di “sopprimere”, o uccidere, il ka, s’intende aumentare il controllo che la consapevolezza può esercitare su di esso, procrastinando così opportunamente le gratificazioni. Siamo agli inizi della Nigredo alchemica, la fase in cui i condizionamenti, nati dalla difficile rielaborazione degli stati interni, vanno osservati, messi alla prova e superati.

Le fasi vengono schematicamente scandite in successione. Tuttavia ciò non significa automaticamente che sia avvenuto il definitivo superamento delle precedenti. Le antiche mitologie infatti prevedevano sempre degli aspetti tragici per ogni eroe che avesse affrontato e superato anche brillantemente una certa prova.

Il ka rinasce nell’Albedo. Neutralizzati i vincoli delle suggestioni, si inizia a educare ciò che sfugge alla coscienza, col prendere in considerazione le varie potenzialità interiori, trasformando in risorsa l’eventuale handicap, finché il ka non diventi uno specchio per il ba e l’identità non si rivestirà delle affermazioni assiomatiche dell’io narrante.

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Scopri gli effetti positivi di una respirazione corretta

category Atri argomenti Gianluigi Giacconi 4 Giugno 2015 | Stampa articolo |
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Hai mai osservato la tua respirazione?
Hai fatto caso a quanto è ampia o quanto è corta?
Prova a osservare la tua respirazione in questo momento contando durante la inspirazione e la espirazione.
Fatto?
Sei riuscito a contare fino a quattro? di meno? O di più?
Ti sei accorto se la respirazione si concentra nella pancia, nel torace o nel petto?
Ti piacerebbe capire come respiri e imparare ad usare la respirazione per essere più lucido, intuitivo, vitale e consapevole?
Ti interessa mantenerti ancorato al momento presente invece di essere per la maggior parte del tempo perso fra i tuoi pensieri?
Allora guarda il videocontinua a leggere l’articolo!

https://www.youtube.com/watch?v=4GxgVreB2ts

Fine modulo

Se hai risposto di sì alle domande precedenti sicuramente questo articolo fa per te, infatti ti anticipo i temi di cui tratta la prossima conferenza del Dott. Giacconi dal titolo: “Il potere nel respiro. Scopri come ottenere salute, prosperità e felicità.”

La conferenza si terrà a Mestre il prossimo 8 luglio e sono già aperte le iscrizioni in quanto i posti sono numerati.

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Comunicazione e performance sportiva: gestione delle dinamiche manipolative tra leader e atleta

category Psicologia Alfonso Falanga 29 Maggio 2015 | Stampa articolo |
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Come a volte accade quando si avvicina il momento della performance sportiva, la sollecitazione emotiva rischia di alimentare dinamiche relazionali alquanto conflittuali tra atleta e Istruttore/Coach (d’ora in poi denominato Leader).

Tale evento si traduce, per lo più, in messaggi verbali e non verbali attraverso cui l’atleta scarica all’esterno (leader e/o altri membri del team) la frustrazione derivante dal sentire l’insuccesso come prossimo ed inevitabile. Evidentemente il medesimo procedimento può essere messo in atto dal leader stesso, che cerca nell’atleta o nel gruppo il motivo del suo imminente fallimento.

Sia chiaro che ci riferiamo, in un caso o nell’altro, alla circostanza in cui la mancata realizzazione della meta è del tutto immaginaria: si suppone, infatti, che i protagonisti, ognuno nel suo ruolo, siano adeguatamente preparati allo scopo e che la meta sia legittima, dunque alla portata delle competenze tecniche degli atleti e della loro preparazione fisica. Eppure l’obiettivo diventa un’ossessione ed il prevalere dei versanti disfunzionali dell’emotività produce, nei protagonisti, atteggiamenti manipolativi.

Il termine “manipolazione” non ha, in questo caso, alcuna accezione negativa, vale a dire che non sta ad indicare intenzioni malevoli di uno nei confronti degli altri. Si tratta più precisamente di un comportamento che colui che lo adotta lo sente come unico ed inevitabile, la sola opzione comportamentale che ritiene di avere a disposizione per far fronte a quella specifica circostanza.

La manipolazione, pur se si intensifica in vista della competizione, è per lo più  indice di un comportamento disfunzionale che, semmai con minore intensità, segna costantemente la relazione tra leader e team o tra leader e singolo atleta. Si tratta di un processo che si fonda su un particolare modello relazionale definito Triangolo Drammatico.

Pertanto è opportuno che il leader sia in grado di riconoscere e prevenire, non solo in vista della competizione, tali dinamiche improduttive, logoranti, demotivanti.

( Continua … )