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Chiunque dice che con i soldi non si compra la felicità impari a spenderli meglio. Anonimo
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Segni come parole – tra psicologia della scrittura e critica d’arte

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 23 Ottobre 2014 | Stampa articolo |
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L’ermetismo del linguaggio nasce con la scrittura e la difficoltà di lettura di segni che devono esprimere sintesi narrative attraverso delle immagini iconiche. I concetti incanalati dagli ideogrammi si situano a metà strada d’un’elaborazione complessa che accompagna la materializzazione delle parole, offrendole alla funzione visiva. Tuttavia la rappresentazione figurata che trasmette conoscenza, nella verbalizzazione grafica, ha già immagazzinato idee o si è tradotta dapprima in forme e poi direttamente in caratteri?

Sembra che l’alfabetizzazione non abbia mai sostituito il rimanente repertorio di segni, disegni, immagini, icone, nella consapevolezza, come sostiene Ausilio Priuli (“Segni come parole”, Priuli & Verlucca, 2013), che “mentre la parola e la scrittura parlano alla ragione, l’immagine va oltre a parlare ai sentimenti e può esprimere anche concetti che né la parola né la scrittura possono esprimere compiutamente”.

Alle immagini si possono abbinare didascalie, più tardivamente fumetti, solo raramente con finalità sostitutive; preghiere, invocazioni, nomi vengono associati alle raffigurazioni a scopo rafforzativo oppure delucidativo. Questo doppio linguaggio permane spesso in funzione rituale, altre volte di maggiore esplicazione.

La narratività appare appannaggio delle rappresentazioni “a strisce”, a mo’ di illustrazioni di eventi per lo più straordinari (citazioni mitiche, atti bellici), meno frequentemente quotidiani, come laboriosità agricole, o fervore venatorio. Ciò che è descrittivo e possiede senso compiuto assume pure carattere simbolico, con una propria successiva valenza grafica.

Una scena non può contenere le motivazioni antecedenti né gli accadimenti risolutivi, e pertanto potrebbe essere interpretata come fine a se stessa, priva cioè di esigenze strettamente comunicative. Pertanto la presenza di maggiori dettagli non sottenderebbe quelle implicazioni narrative, per come evidentemente le intenderemmo oggi.

Nel rappresentare enfaticamente una narrazione, arricchendola di dettagli illustrativi, è la ritualità della raffigurazione a prendere il sopravvento.

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La Bella addormentata e le sue sorelle

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 15 Ottobre 2014 | Stampa articolo |
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I miti raffigurano personaggi ideali che agiscono secondo le esigenze del Super-Io, mentre le fiabe rappresentano l’integrazione del sé che permette la corretta soddisfazione dei desideri dell’Es.” (Bruno Bettelheim: “The Uses of Enchantment: The Meaning and Importance of Fairy Tales”, 1976).

Si potrebbe affermare che narrazioni, racconti, fiabe, sia orali che scritti, abbiano costituito uno dei supporti privilegiati della psicoanalisi. Una probabile motivazione consisterebbe nel fatto che, come il mito, la fiaba sembra toccare i più profondi meccanismi delle funzioni psichiche, sino a quell’immaginario collettivo, intriso di simboli che finiscono col farne un “oggetto” particolarmente ricco dal punto di vista psicoanalitico.

Nicole Belmont

L’antropologa francese Nicole Belmont sostiene che fiaba e sogno differiscono, nonostante possano a prima vista apparire simili. L’interpretazione dei sogni rappresenta uno dei principali strumenti d’analisi, per cui ci si attenderebbe che anche la narrazione non onirica, in quanto “oggetto” più vicino alla coscienza, presenti un analogo ventaglio interpretativo.

Ma questa ipotesi di lavoro dà contestualmente avvio allo sviluppo di diverse aree investigative. Una speculazione “culturale”  affronta i racconti popolari come risultato d’un compromesso tra diverse istanze della vita psichica. Una “teoria dello sviluppo della personalità umana” evoca un’evoluzione dalla sessualità polimorfa dell’infanzia fino alla genitalità adulta, attraverso tutte quelle numerose prove da superare e risolvere, come il complesso d’Edipo. Un sistema dottrinario, infine, di processi inconsci, per il quale l’appagamento d’un desiderio e il relativo fantasma abbiano un ruolo nello sviluppo di narrazioni di finzione, tra cui appunto le fiabe, dove, per esempio, il fantasma del “ritorno al grembo materno” s’esprime nel nascondiglio in cui “Le Petit Poucet” viene protetto dalla moglie dell’orco, il fantasma della “scena primaria” corrisponde all’interdizione della camera genitoriale proibita da Barbablù, e meno velatamente in “Peau d’Ane” s’espone quello della seduzione e dell’incesto.

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Noi che abbiamo l’animo libero

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 6 Ottobre 2014 | Stampa articolo |
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Death be not proud, though some have called thee/ mighty and dreadful, for, thou art not so/ for, those, whom thou think’st, thou dost overthrow…” (Morte non essere orgogliosa, anche se alcuni hanno chiamato te potente e terribile, tu non sei così, per coloro che credi di rovesciare…”: dal decimo sonetto (1610) degli  Holy Sonnets di John Donne (1572-1631).

L’essere umano è nato per morire, ma la cosa più importante di questo assunto è cosa fa “prima”, in questa condizione umana non eterna. E soprattutto se riesce a conseguire quella libertà dai “brutti sogni”, che si rivela sempre un’emancipazione concessa troppo in ritardo.

“… Any mans’ death diminishes me, because I am involved in Mankinde; And therefore never send to know for whom the bell tolls; [Never ask for whom ...] It tolls for thee. ..” (“Ogni morte d’uomo mi sminuisce, perché io sono coinvolto nel genere umano; E dunque non cercare mai di sapere per chi suona la campana; [non chiedere mai per chi…] Suona per te”: Donne, Meditation XVII).

Durante la Quaresima nel 1631, il chierico della Chiesa d’Inghilterra si alza dal suo letto di malato e consegna “Death’s Duel sermon”, che in seguito fu definito come il suo sermone funebre. Il duello con la morte ritrae la vita come una costante discesa verso la sofferenza e la dipartita. Poiché dall’istante in cui abbiamo avuto inizio ci avviciniamo inesorabilmente al momento della nostra fine. Così, si comincia a morire a poco a poco, ma sin dalla nascita.

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Il Cervello in Cucina e le “manières de table”

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 2 Ottobre 2014 | Stampa articolo |
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Esiste un falso convincimento circa le normali relazioni tra salute, prevenzione, cura, e le “manières de table“, ma non quelle intese dalle raccomandazioni familiari sul comportamento, tipo: “Ne mets pas tes coudes sur la table...”, bensì  un corretto rapportarsi con quegli alimenti che forse, se tutto va bene, ci si può concedere “semel in anno”!

E qui l’elenco potrebbe essere lungo, dall’alcol al caffè, dal glutine agli zuccheri aggiunti.

Ci si deve chiedere poi, in che modo eventualmente affrontare vari tipi di “diete”, e soprattutto “perché”?

Differente il caso di chi “deve” dimagrire da quello di chi vuole semplicemente mantenersi in forma, di chi ha scoperto d’essere intollerante a un certo ingrediente e di chi invece vuol prevenire una tendenza genetica già accertata in famiglia.

E dove li mettiamo i preparati cosiddetti “light”, gli integratori, l’olio di pesce, la cioccolata, la gomma da masticare, l’aspirina, le uova, la carne?

I vegetariani non si nutrono di cadaveri animali, terrestri , acquatici o aerei che siano, e non perché la carne faccia proprio male (ma forse un po’ sì!), piuttosto perché maiali, tacchini, polpi e salmoni sono esseri viventi come noi, e addirittura persino pensanti, che soffrono a venire abbattuti o tolti scelleratamente dal loro ambiente per allestire quella “table” sulla quale esercitare le nostre “manières”, che da piccoli ci raccomandavano che dovevano essere “bonnes”!

Il tacchino selvatico, al contrario di quello da allevamento, veniva considerato una bestia agile e scaltra, che non si faceva ingannare facilmente dagli stratagemmi venatori che lo prendevano come bersaglio. I tacchini selvatici s’arrampicavano sugli alberi e si dedicavano ad attività ludiche, per cui godevano di molto rispetto fra gli altri volatili, tanto da essere considerati, incarnando resilienza e doti adattive, tipiche dei padri pellegrini, fondatori dell’America moderna, uccelli di classe, araldicamente in grado di competere con l’Haliaeetus leucocephalus, dal 1782 simbolo degli United States, rapace austero senz’altro, ma troppo altezzoso per via di quella testa bianca che lo fa sembrare un’aquila calva, e quindi più consono al carattere francese, contraddistinto da un’Aigle de drapeau, o da Le Coq Gaulois (in un gioco di parole tutto nostrano “gallico gallo”).

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Un’idea di felicità

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 25 Settembre 2014 | Stampa articolo |
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Il pensiero è una terapia, alla stessa stregua della lettura, della cultura, della natura…

Un’ossessiva ricerca della felicità riveste spunti nevrotici d’insofferenza verso il futuro, ignoto, mentre un’idea di felicità, attuale, modesta e raggiungibile (e raggiungibile perché modesta), risulta tranquillizzante già nell’immediato. Come la fame, insaziabile, se non c’è niente di cui nutrirsi, ma che si trasforma in sano appetito, e in gusto, di fronte a una tavola imbandita.

Gli autori di quest’agile libretto, “Un’idea di felicità” (Guanda, Parma 2014), Luis Sepúlveda e Carlo Petrini, si dimostrano preparati e pronti a condividere sette idee di futuro e di felicità, alcune delle quali possiedono in comune (nutrimento, condivisione, natura, politica, sviluppo), e due, gastronomia e letteratura (con l’inserimento provvido del racconto de I salmoni dell’Isola felice), che li contraddistinguono per ciò che attualmente rappresentano sulla scena culturale mondiale.

L’idea onnicomprensiva di tutto ciò che è la felicità, per l’uno deve tornare al centro dei nostri pensieri in quanto condivisione e convivialità, piacere di stare a tavola, cultura alimentare, economia più equa, e pertanto politica più giusta, la cui universalità richiede che tutti indistintamente debbano essere liberati dalle condizioni della mancanza, della ristrettezza, del sacrificio.

Per sconfiggere la rassegnazione bisogna imbrigliarne il pensiero, cambiare la mente e la prospettiva delle cose. Insomma, il pensiero come terapia!

L’insostenibilità dell’impatto ecologico generalizzato, e di livello industriale, deve cedere il passo a un mosaico di sistemi rigenerativi, e autorigeneranti, che aiutino ad aumentare “la produttività degli agricoltori di piccola scala”. Proprio così, l’uno e l’altro, in una sorta di “rivoluzione, doppiamente verde, che aumenti la produzione preservando allo stesso tempo l’ambiente”.

Una volta gli agricoltori familiari – scrive Carlo Petrini – erano considerati parte del problema della fame nel mondo, mentre in realtà sono parte della soluzione per la sicurezza alimentare e lo sviluppo sostenibile”.

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Fissare gli obiettivi in azienda e nello sport: c’è attinenza?

category Psicologia Alfonso Falanga 15 Settembre 2014 | Stampa articolo |
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Senza obiettivi non si va da nessuna parte. Letteralmente.

La meta conferisce senso alla propria attività, che sia professionale o sociale, che si tratti di studio o di sport. Oppure dell’andare in vacanza.

La definizione degli obiettivi, perciò, è fortemente connessa ai processi motivazionali. A tale riguardo, è più agevole motivare una persona ponendogli uno scopo finale chiaro e accessibile, che quando il traguardo appare confuso e poco congruo alle risorse disponibili.

Sembra un’affermazione scontata, banale. Lo è certamente, eppure le ovvietà sono spesso svalutate, anche se in esse, il più delle volte, sono situati i principi guida dell’azione umana.

Alla luce di queste premesse, riflettiamo brevemente sulla presunta relazione tra il fissare gli obiettivi in azienda e la definizione delle mete per quanto riguarda un atleta agonista.

Nelle Imprese, in alcuni casi, i processi motivazionali che riguardano i team di lavoro risultano elaborati seguendo lo schema, e  la terminologia,  propri al mondo dello sport agonistico.

Eppure le differenze ci sono e sono rilevanti, per quanto ovvie. Appunto.

In primo luogo, un lavoratore non è un atleta, e non lo è per alcuni semplici motivi, tra cui prevale il fatto che non necessariamente quella persona ha scelto il lavoro che fa e, forse, non gli piace nemmeno farlo.

Oggi, in tempo di contrazione delle opportunità di inserimento nel mondo produttivo, tale eventualità risulta ancora più probabile.

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