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[Citazione del momento]
La paura bussò alla porta. La fede andò ad aprire. Non trovò nessuno. Martin Luther King
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L’uomo, i libri e altri animali – etologia animale e umana (vergleichende Verhaltensforschung), sociobiologia, psicologia evolutiva – Il resto è rumore

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 16 Giugno 2013 | Stampa articolo |
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Tutto avrei potuto immaginare tranne che la lettura d’un libro di critica musicale, qual è quello di Alex Ross (“Il resto è rumore”, Bompiani, Milano 2009) potesse ricongiungersi alle divagazioni alle quali un etologo, Danilo Mainardi, e uno studioso di letteratura comparata, Remo Ceserani, si lasciano andare, dialogando amabilmente da vecchi amici, in  “L’uomo, i libri e altri animali” (il Mulino, Bologna 2013), circa i comportamenti che accomunano gli umani agli altri animali e che trovano echi nella poesia e nell’arte d’ogni tempo e paese. Anch’io, comunque, ho dovuto metterci qualcosa di mio, ma mi sono limitato alla personale progressiva perdita dell’udito, che, come si fa quando si prova a risolvere il problema del sottofondo acustico urbano, incita ad alzare il volume della voce.

L’effetto Lombard, riguarda me, e pure usignoli (Luscinia megarhynchos), cinciallegre (Parus major) e quaglie giapponesi (Coturnix japonica), pappagallini ondulati (Melopsittacus undulatus) e diamanti mandarini (Taeniopygia guttata).

I primi avventori di un locale cominciano a dialogare in toni moderati, che inevitabilmente, automaticamente e inconsapevolmente, aumentano con il vocio dei nuovi arrivati. Si tratta quindi della tendenza del tutto involontaria, incrementando lo sforzo vocale per mantenere la propria udibilità a fronte di un qualche rumore di fondo, a compensare con tale effetto il risultato acustico della pronuncia delle proprie parole in rapporto agli altri segnali uditivi ambientali. Questa variazione riguarda un po’ tutte le caratteristiche acustiche, non soltanto la sonorità, ma anche l’intonazione, il ritmo e persino la durata delle singole sillabe. Ovviamente, se l’intelligibilità della comunicazione non è rilevante, per esempio, in caso di ripetizione di concetti già espressi o di liste, l’esigenza di comunicare in termini di efficacia e di efficienza si riduce, come pure quest’effetto scoperto dall’otorinolaringoiatra  francese Étienne Lombard nel 1909 (“Le signe de l’élévation de la voix”, Annales des Maladies de L’Oreille et du Larynx, XXXVII (2), 101-9, 1911).

Oltre che sugli uccelli, la ricerca scientifica l’ha confermato nelle vocalizzazioni di altri animali, come le scimmie (Macaca mulatta, Simia sciureus, Saguinus oedipus, Callithrix jacchus). Essendo allora un “riflesso” involontario è un buon indice di eventuale simulazione di sordità incipiente.

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Stalking: due anime in un solo nocciolo!

category Psicologia Sabrina Costantini 13 Giugno 2013 | Stampa articolo |
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La parola stalking, deriva dal termine inglese to stalk ed è mutuato dal linguaggio venatorio, viene usato per riferirsi al comportamento del cacciatore, volto ad inseguire, appostarsi, braccare la preda e metterla poi nel sacco.

Un’immagine molto forte!

Ma cosa significa tutto questo, quando si tratta di esseri umani?

Quando sia la vittima che il cacciatore, sono persone e non animali da braccare?

Lo stalker di cui parliamo è un individuo che sotto una spinta irrefrenabile, adotta una condotta disturbante e tormentante, nei confronti di un’altra persona, che si vive come vittima di una condizione indesiderata.

Lo stalker o molestatore assillante è un cacciatore-persecutore, che invia messaggi, recapita lettere e regali, segue, spia, si apposta, bracca la sua vittima per metterla nel suo sacco, per ottenere ciò che desidera: riconoscimento, attenzione, risposte positive, condotte soddisfacenti per i suoi bisogni, vicinanza, legame, possesso, vendetta, ecc.

Per altro, non sempre il braccaggio si esprime con condotte esplicitamente violente, talvolta sono subdole o semplicemente indesiderate ed insistenti, tali da creare una forte pressione sulla vittima.

Lo condotta del molestatore, crea inizialmente scompiglio e sconcerto nel mondo della vittima, per passare poi ad uno stato di disagio, ansia, paura e impotenza. Alla fine la vittima si troverà a vivere in funzione del suo tormentatore, a cercare di capire chi è, cosa desidera, perché lo fa, come fare per evitare la sua presenza, i messaggi, il suo odio risentito, cambiando così molti dei suoi punti di riferimento, gli orari, le condizioni lavorative, i contatti, ecc.

Come visto da varie ricerche e dai dati, lo stalking non pertiene una categoria speciale di persone, ma attraversa tutte le età, i sessi, le condizioni socio-economiche, professionali, ecc. e va a svelare un processo relazionale, intrapsichico e intra-relazionale, che può nascondersi anche dietro insospettabili personaggi.

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L’Intelligenza del denaro – Omeostasi rischio/sicurezza e psicologia dell’arbitrio: economia, etologia, ecologia (il destino degli aranceti)

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 11 Giugno 2013 | Stampa articolo |
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Sam Peltzman verificò l’effetto che negli anni settanta aveva avuto l’introduzione della norma di legge di alcuni standard di sicurezza per le automobili, rendendo obbligatoria l’installazione delle cinture di sicurezza e l’ulteriore protezione dei passeggeri in caso d’impatto, grazie a piantoni dello sterzo e parabrezza ad assorbimento d’urto. Se, prima dell’entrata in vigore della legge, le conseguenze d’un incidente erano sufficientemente gravi da scoraggiare una guida rischiosa, in seguito l’effetto deterrente andò scemando.

Mentre diminuiva la mortalità dei passeggeri, si incrementava la fatalità per pedoni, ciclisti e motociclisti non protetti da quella norma. Un beneficio sociale veniva vanificato dalla riduzione del “prezzo da pagare” in proprio, nelle conseguenze degli incidenti, da parte degli automobilisti.

Questo studio di economia (“Regulation and the Wealth of Nations: The Connection between Government Regulation and Economic Progress”, 2007) dimostrava un’importante ripercussione sui comportamenti in campo psicologico, osservabili e riproducibili in etologia, per quel semplice effetto di compensazione od omeostasi del rischio, da allora riconosciuto come “effetto Peltzman”. Il comportamento cioè viene regolato in risposta al livello di rischio percepito, più cauto se ci si sente più esposti, meno  prudente se si ritiene di essere protetti.

Insomma, sembra ormai del tutto acclarato come le regolamentazioni sulla sicurezza, alla fin fine, non facciano altro che redistribuire il rischio a vantaggio di alcuni, a scapito di altri, visto che, nel momento in cui si introduce una protezione obbligatoria, e la percezione del pericolo si modifica in un solo senso, i comportamenti che vanno nella direzione opposta risultano essere incentivati, rendendo, in conclusione, se non soltanto inefficace, presumibilmente perfino inadeguata la norma, che potrebbe addirittura riuscire a sortire effetti in assoluta controtendenza alla volontà del legislatore.

Dovremmo concludere che il tentativo di regolazione abbia sempre conseguenze inintenzionali e l’imprevisto frustri ogni spirito di positività in chi originariamente l’ha posto in essere?

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In nome del Padre, della madre e del coniuge – Le apparenze sociali – L’ossessione identitaria

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 7 Giugno 2013 | Stampa articolo |
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C’è un dibattito che arrovella i paesi di cultura occidentale, visto il significato per loro rivestito dall’invocazione che apre la principale preghiera della religione professata dai più:  il “nome del padre”. Che sia questo uno, e forse il fondamentale, motivo che impedisce di modificare qualcosa nella tradizione del cognome si è largamente autorizzati a supporlo.

Nonostante si riconosca da varie parti che l’obbligatorietà del cognome paterno si dimostri come un retaggio di un’arcaica concezione di famiglia patriarcale e si inviti ad accordare a entrambi i genitori uguale diritto nell’attribuire ai figli il proprio cognome, la statistica è marcatamente a favore della soluzione paterna, molto ma molto di più rispetto al doppio cognome e solo un’esigua minoranza propenderebbe per il cognome materno, il quale, dobbiamo sottolinearlo, per tanto tempo, forse troppo, come nel caso dei cognomi di fantasia, di santi del giorno o di località, ha rivelato una vergognosa mancanza di legittimazione da parte di qualcuno, appunto il detentore della patria potestà.

Il cognome rappresenta, ancora, come una specie di sedimentazione, in ognuno, della storia e (perché no?) anche della geografia e dei suoi risvolti antropici, che colloca la nostra identità in precise coordinate spazio-temporali quanto mai utili a definirci (Esposito non è affatto la stessa cosa di Brambilla, a seconda che ci si situi in Campania o in Lombardia). Quando ci si presenta si forniscono dei dati descrittivi che inseriscono la nostra individualità in una cornice che solamente l’omonimia può incrinare indelebilmente e allora sì che è necessaria un’ulteriore distinzione: di paternità, maternità, provenienza, grafia nella scrittura, aggiunte di altri nomi o indicazioni si soprannome.

Non è questione da poco per chi, come me, si chiama Ierace, la cui iniziale può essere trasformata facilmente in J, G, o in Y, magari preceduta da una muta H, e la finale, a seconda di dove ci si trovi diventa “e” o “i” (Gerace, Geraci siculo); in Sicilia, sommando il tutto, si arriva perfino a Iraci. Ma questo, direte Voi, sono fatti tuoi. E no, perché si potrebbe ripetere un ragionamento analogo per Rossi, Bianchi e Verdi, Russo, Ferrari, Colombo, Romano, ecc. che risultano i più diffusi assieme a Ricci, Conti, Marino, Costa e Greco. Lo avevo anticipato, non è cosa da poco!

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Come superare la paura di volare

category Disturbi e patologie Simona Esposito 29 Maggio 2013 | Stampa articolo |
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L’Estate è alle porte e, per tutti coloro che non si riducono ai last-second, questo è il momento di prenotare il viaggio per le meritate vacanze. Esiste una vasta gamma di scelte: mete esotiche, capitali europee  e luoghi di culto, molte dei quali sono raggiungibili solo via aerea.  Ciò corrisponde ad un grosso limite per chi soffre di aerofobia o aviofobia, la comunissima paura di volare.

E’ comune in quanto affligge il 20 % della popolazione che vive con estrema angoscia l’arrivo delle vacanze, al punto di rinunciarle pur di non dover affrontare la situazione ansiogena.

L’aerofobia si manifesta con uno stato d’ansia presente da diversi giorni prima della partenza che poi aumenta nel momento del decollo, si presenta: tachicardia, vertigini, nausea, sudorazione ecc.

A questi sintomi somatici si associano quelli psicologici caratterizzati da: fantasie catastrofiche, sensazione di disastro incombente fino a sentirsi morire.

Questa fobia secondo molti studi, tra cui quello condotto dall’American Psychiatric Association, origina da esperienze  negative di viaggio, come l’aver incontrato in viaggio vuoti d’aria particolarmente rilevanti o aver affrontato atterraggi di emergenza. Quel che si nota in questi soggetti è l’incapacità di abbandonarsi, di affidarsi e di lasciarsi andare; hanno difficoltà a farsi guidare da altre persone e si sentono in trappola poiché non possono influire sul corso degli eventi ma solo subirli. Si tratta di individui che hanno la necessità di controllare tutto e tutti  in quanto sono abituati a contare sempre su se stessi, per tale ragione hanno difficoltà a fidarsi e ad affidarsi agli altri. Volare dunque corrisponde al doversi affidare al personale di volo e a un mezzo che non possono controllare, di cui non si ha fiducia.

Chi ha paura di volare asserisce che il proprio disagio risiede nella paura di trovare lungo il volo: turbolenze, guasti, fino a temere la caduta del aeromobile; quindi anche semplici inconvenienti come un ritardo del decollo, il maltempo ecc. possono scatenare una crisi d’ansia nel passeggero.

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Riparare i cuori infranti (SEPARAZIONE – Fine di una storia d’amore)

category Atri argomenti Simona Esposito 23 Maggio 2013 | Stampa articolo |
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“L’amore quando è finito lascia un cratere nell’anima, lo puoi riempire delle emozioni più vili o più sagge, è che se lo riempi di dolore… ti lacera da dentro. Allora piano piano, riempilo con gocce di speranza e sul terreno incolto, lacerato, vedrai nascere un giardino”. Stephen Littleword

Quando finisce una relazione, sia che sia stata una conoscenza intima, l’amore della propria vita, la convivenza o il matrimonio, è sempre un’esperienza dolorosa, che mette alla prova chiunque si trovi ad affrontarla. Infatti, la fine di una relazione è un processo doloroso anche per chi prende la decisione di lasciare; ma per chi viene lasciato lo è molto di più. Il dolore della separazione può comportare cambiamenti repentini dell’umore, causare spossatezza, provare un forte senso di colpa e pensare, in maniera ossessiva, a cosa si sarebbe potuto fare per evitare la separazione. Quindi si presentano sintomi a livello cognitivo, emozionale, comportamentale, somatico e relazionale.

  • A livello cognitivo: riscontriamo difficoltà di concentrazione, lievi stati confusionali, disorientamento, illusioni sensoriali, idee suicidarie transitorie, pensieri ricorrenti relativi al proprio ex.
  • A livello emozionale: si presenta la paura, rabbia, solitudine, tristezza, disperazione e stordimento.
  • A livello comportamentale: vengono manifestati il pianto, disturbi del sonno, diminuzione delle attività quotidiane, isolamento, disturbi del comportamento alimentare, dipendenza dagli altri.
  • A livello somatico: si nota una diminuzione dell’energia, dolori muscolari, sintomi somatici d’ansia (tachicardia, vertigini, cefalea, ecc.), alterazioni dell’attività neuroendocrina e immunitaria;
  • A livello relazionale:  coinvolto a seguito di tutte le manifestazioni elencate, in quanto l’individuo si muove in un contesto sociale che è composto dalla famiglia, dai colleghi, dagli amici e anche in base alle risposte degli altri ai sintomi si profilerà l’intero percorso del lutto.
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