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Jung e Pauli. Il carteggio originale sulla Sincronicità

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 20 Novembre 2016 | Stampa articolo |
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In Carl Gustav Jung una prima allusione all’idea di sincronicità sembrerebbe balenare in occasione del seminario sui sogni del 28 novembre 1928, in cui si esaminarono delle coincidenze associate a immagini oniriche. Una testa di toro disegnata da un paziente, con un disco solare tra le corna, e la lettera ricevuta da un amico che aveva assistito a una corrida lo indussero a parlare dei sogni sulla tauromachia come di “cose vive”, con l’avvertenza però circa l’eventuale errore nel giungere a considerarli causali”, in quanto che gli eventi accadano a causa dei sogni sarebbe assurdo, e “non riusciremmo mai a dimostrarlo; semplicemente, accadono…”.

Il contemporaneo interesse per il pensiero orientale, e in particolare il taoismo cinese, suscitatogli dal lavoro di Richard Wilhelm su “I Ching” e “Il segreto del fiore d’oro”, gli fecero aggiungere in appendice: “L’Oriente basa gran parte della sua scienza su questa irregolarità, e considera le coincidenze, più che le causalità, come base attendibile del mondo. Il sincronismo è il pregiudizio dell’Oriente; la causalità è il pregiudizio dell’Occidente moderno. Più ci occupiamo dei sogni, più vediamo tali coincidenze-possibilità…”. E completava questa annotazione con l’ammonimento relativo proprio al Libro dei mutamenti (I King): “Ricordatevi che il più antico libro scientifico cinese tratta dei possibili casi della vita”!

Poco più di un anno dopo, dichiarava: “…ho inventato la parola sincronicità come termine che comprendesse questi fenomeni, vale a dire cose che accadono nello stesso momento in quanto espressioni dello stesso contesto temporale”. Ribadendo tale concetto pure in occasione del necrologio commemorativo in onore dell’orientalista di Stoccarda. “La scienza dell’I Ching, infatti, non si fonda sul principio di causalità, bensì su un principio rimasto finora innominato (perché da noi non esiste) che a livello sperimentale ho provvisoriamente indicato come principio di sincronicità”.

( Continua … )

Dal tragico all’osceno

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 20 Ottobre 2016 | Stampa articolo |
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In “Dal tragico all’osceno” (Bompiani, Milano 2016), Antonio Scurati nota come per la prima volta siano stati diagnosticati casi di Sindrome Post-Traumatica da Stress Acuto in soggetti, per così dire, colpiti da un evento mediatico, costituito dall’ossessiva diffusione delle immagini relative al crollo delle Torri gemelle.

Non “reduci di guerra”, bensì spettatori televisivi della violenza terroristica.

Fino a quel momento non erano stati documentati gli effetti sulla salute mentale di una catastrofe sperimentata da lontano. Quindi, non soltanto le persone presenti a un evento traumatico subirebbero spesso sintomi da stress, poiché per un certo numero di adulti, e molti bambini, sarebbe sufficiente assistervi a distanza, per considerarsi anch’essi alla stregua delle vittime. L’11 settembre 2001, buona parte degli americani possono avere percepito gli attacchi terroristici come diretti alle loro persone fisiche, in quanto, nel mostrare i due aerei schiantarsi contro il World Trade Center, la pervasività televisiva li ha ampiamente descritti quali incombenti minacce alla sicurezza dell’intera nazione.

Il quadro clinico della sindrome post-traumatica è contrassegnato dal lacerante e intrusivo ritorno di engrammi mnesici relativi al vissuto dell’accadimento. La ferita viene a riaprirsi e reagisce sanguinando anche nella dinamica psicologica dello spettatore che rigetta a priori l’immagine, in quanto assolutamente intollerabile.

Nel ruolo della psicopatologia collettiva paradigmatica d’un’epoca, il trauma psichico avrebbe allora sostituito la classica paranoia. Quasi quale corpo contundente, l’assalto delle immagini colpisce con una violenza che trascende il suo stesso significato, non tanto per l’eloquenza della simbologia, bensì, come scrive Nicholas Mirzoeff, in “Watching Babylon” (2005),  per la “forza inesorabile della loro mera presenza”.

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Senso di colpa e Responsabilità!

category Psicologia Sabrina Costantini 19 Ottobre 2016 | Stampa articolo |
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Il senso di colpa, costituisce uno dei nodi centrali della sofferenza umana, perché porta con sé conflitti, disturbi, ansia, angoscia, panico, rabbia, patologie …. non rende liberi di essere sé stessi.

Consiste nella sensazione di aver commesso una colpa, di aver compiuto un errore fatale per qualcuno o comunque di aver commesso qualcosa di sbagliato.

“Fatale” nel senso più ampio del termine. Non necessariamente riguarda un effetto oggettivamente nefasto, con conseguenze lesive o dannose a livello concreto o reale. Fatale perché c’è la sensazione di aver creato un danno irreparabile, un evento “catastrofico”, al di là di ogni possibile realtà, di ogni esame oggettivo.

Di fatto, chi si sente in colpa si assume una responsabilità che non gli compete e si accusa di aver agito male o di aver mancato nell’agire. O ancora più in profondità, la sensazione di essere sbagliati nell’essenza di fondo: “Cattivi”, “Stupidi”, “Incapaci”, “Malefici”, “Ingrati”, “Egoisti”, “Insensibili”,  “Privi di valore”….

Ci si sente inadeguati!

Ma il radicato senso di inadeguatezza non pertiene solo l’ambito in cui insorge, bensì tutti i campi di vita, perché il senso di inadeguatezza riguarda la persona stessa nella sua essenza!

Mentre il concetto di responsabilità è maggiormente obiettivo e privo di giudizi, riguarda qualcosa di realistico e oggettivabile, il Senso di Colpa è caricato di un giudizio di valore, di un carico emotivo e concreto eccessivo. Tale natura è determinata proprio dal luogo di insorgenza, dall’origine, di solito in famiglia nell’infanzia, per meccanismi emotivo-irrazionali più o meno inconsci. Come tali, difficilmente visibili e scardinabili.

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La nuova disciplina del benessere. Vivere il meglio possibile… nella Sincronicità: ovvero di Welfare, Hyggelig, Zeitgeist, Kairos, concentrazione, amore… e altre “storie”.

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 10 Ottobre 2016 | Stampa articolo |
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Nel suo celebre saggio “Die Kunst, glücklich zu sein: Dargestellt in fünfzig Lebensregeln” (l’arte d’essere felici: esposta in cinquanta precetti), Arthur Schopenhauer (1788-1860) presentava un’accezione filosofica, molto influenzata dalla concezione buddhista, delle modalità di evitamento del dolore.

Eppure, in tedesco, glück significa anche fortuna e solamente glückseligheit è indice di beatitudine duratura.

E sì, perché sia pur un pieno soddisfacimento dei desideri, sufficiente a non far richiedere nient’altro, s’ottiene, e contemporaneamente purtroppo si compie, in un lasso temporale modesto, se non del tutto effimero, e soltanto se si dovesse prolungare produrrebbe uno stato che può agevolmente spaziare tra la serenità e il gaudio.

Welfare o wellbeing

Con terminologia un po’ più accurata, l’utilitarismo inglese si esprime con happiness,  distinguendo gioia e contentezza, e con welfare traduce ciò che i francesi chiamano bonheur e che, nel campo della politica, ha fatto sorgere il problema di quella condizione di benessere da assicurare in maniera egualitaria a tutti i cittadini.

Appena salito al trono, nel 1972, a diciassette anni, il Quarto “Druk Gyalpo” (Re Drago) della dinastia Wangchuck, Jigme Singye, sovrano quanto mai illuminato del regno himalaiano del Bhutan, proclamò senza tentennamenti che per misurare il progresso dei suoi sudditi non si sarebbe avvalso delle statistiche contenute comunemente nel cosiddetto “Prodotto Interno Lordo”, bensì avrebbe valutato la salute fisica, sociale, e persino spirituale degli abitanti, preservando i valori fondanti della nazione e proteggendo l’integrità naturale del suo ambiente.

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SNC: antidepressivi / trattamenti per la depressione

category Disturbi e patologie Mauro Acierno 17 Settembre 2016 | Stampa articolo |
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Esiste un’ipotesi eziologica per l’insorgenza della depressione come patologia, secondo cui il deficit di queste neuroammine causerebbe l’alterazione delle funzioni da loro regolate. Da questa ipotesi sono nate due categorie di farmaci, MAO-inibitori e TRICICLICI, con diverso meccanismo d’azione, ma medesimo effetto farmacologico, ovvero il potenziamento della trasmissione noradrenergica e serotoninergica. Questi farmaci si sono dimostrati utili, ma non sufficienti: l’effetto antidepressivo compare dopo settimane di trattamento, sebbene la trasmissione neuronale venga ripristinata dopo poche ore dalla somministrazione. Il motivo di questa incongruenza ce lo spiega la seconda ipotesi formulata dagli studiosi, l’ipotesi neurotrofica della depressione; secondo questa teoria, la depressione è causata non esclusivamente dal deficit neuroamminergico, ma altresì da: alterazioni nell’espressione dei recettori di questi neurotrasmettitori, alterazioni nei meccanismi di trasduzione a livello del cytosol e alterazioni durante l’espressione genica di fattori neurotrofici; queste ultime causerebbero fenomeni di neuro degenerazione, in quanto ridicono la plasticità e la sopravvivenza neuronale. Gli antidepressivi di seconda generazione tendono e ridurre tali fenomeni inducendo neurogenesi, ovvero ripristinando la funzione dei neuroni danneggiati; ma anche in tal caso occorrono settimane di trattamento prima che l’effetto si esplichi.

Classificazione degli antidepressivi.

Inibitori delle MAO: inibitori irreversibili delle mono-ammino-ossidasi, enzimi degradativi delle monoammine neuronali: ciò permette ai neurotrasmettitori di essere continuamente rilasciati, senza però subire una degradazione. Gli IMAO di prima generazione sono irreversibili, quelli di seconda generazione presentano invece alcuni membri con caratteristiche di inibitori reversibili e con minor effetti collaterali rispetto ai primi. Tuttavia presentano un uso limitato perché sono epatotossici e richiedono una somministrazione frequente ed una dieta povera di alimenti contenenti tiramina.

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Piccoli equivoci tra noi Animali… e No

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 29 Agosto 2016 | Stampa articolo |
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Gli animali vengono verso di noi” disse laconicamente Ludwig Wittgenstein, ma non è facile concepire come e quando prepararsi a questo specialissimo incontro con la diversità d’un’esperienza di vita sufficiente in se stessa, e poi al di fuori d’ogni tentazione verso l’antropocentrismo, e nell’esteriorità in cui riflettere il nostro più intimo sentire e cogliere l’anelito collettivo dell’esistenza in quanto tale.

Un’eventuale confusione tra le specie condurrebbe allo stordimento, è la risposta di Umberto Pasti, in “Animali e No” (disegni di Pierre Le-Tan, Bompiani, Milano 2015).

Per colpa dell’insulto che aveva subìto, Luca si era abituato a questa sua condizione di ibrido, un poco rapace (soprattutto quando mangiava) e un poco umano (lì, supino al mio fianco). Ma per me si trattò di addentrarmi in un intrico spinosissimo. Murato nella mia condizione di uomo, non riuscivo a capire quasi nulla del comportamento degli animali. A causa di Luca, dell’ansia di quei mesi, del dolore provocatomi dalla sua impotenza, le barriere di contenimento che separano i regni, e all’interno dei regni i generi e le specie, stavano crollando: mi sorprendevo a chiedermi se gli antenati di quel pastore fossero cani o sciacalli, e cosa stesse pensando quel ragno terricolo in agguato, e cosa dicessero quelle tre, quattro, cinque allodole – e discorrevano tra loro, o con l’Acacia esausta di polvere e di vento su cui erano posate?”.

Carolina è un colubro liscio (Coronella austriaca), Teo un botolo, Darling una mantide dalla caratteristica inquietante, “il suo sguardo, mentre mangiava a quattro palmenti, era rivolto altrove, a una specie di interiorità siderale, inintuibile, inavvicinabile, che accentuava il suo aspetto di creatura venuta da un altro mondo, da un pianeta più grigio e più freddo del nostro, probabilmente più evoluto… guardandosi intorno con quegli occhi da E. T. (poteva volgere il capo di trecentosessanta gradi), e talvolta osservando me con un sorriso sarcastico che in realtà dipendeva dalla forma a V della sua bocca… tutto era una scoperta, il cielo stellato coi suoi testi geroglifici (gli asini, ragliando nella notte, parevano darne pubblica lettura)…”!

 

( Continua … )