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[Citazione del momento]
Troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante. Mogol (Giulio Rapetti)
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Malumore al mattino: colpisce più le donne

category Psicologia Teresita Forlano 23 Aprile 2014 | Stampa articolo |
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Secondo uno studio della Duke University, nel north Carolina, la donna  al mattino appena sveglia, pare sia più tendente ad essere di malumore che non l’uomo , se le ore di sonno sono poche o il sonno è  insoddisfacente. Questo perché, secondo gli scienziati, la donna ha bisogno delle sue ore di sonno (otto se normodormiente, o di più se lungo dormiente): se non le ottiene, allora diviene più ostile e arrabbiata.

Al malumore, la rabbia, o l’ostilità di alcune donne al mattino, dopo una nottata di sonno inadeguata per la salute, c’è una spiegazione scientifica: è una questione di ormoni. L’umore alterato è il sintomo più evidente.

Per dare una spiegazione all’ostilità mattutina di alcune donne, i ricercatori hanno coinvolto 210 persone  ambosessi per poi analizzare il comportamento mattutino di maschi e femmine, dopo aver dormito lo stesso numero di ore.
Ebbene, a parità di ore di sonno, si è osservato che le donne erano più di malumore, ostili, o arrabbiate.
Si è scoperto attraverso lo studio, che la causa  che sottende a tutto ciò è uno squilibrio nel funzionamento degli ormoni.

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L’amore incondizionato e l’amore maturo

category Atri argomenti Maria Grazia Antinori 21 Aprile 2014 | Stampa articolo |
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Molte persone, soprattutto donne, sono convinte che la definizione dell’amore ideale comprenda parole quali puro, assoluto. L’amore è concepito come una relazione incondizionata, separata dal comportamento, una sorta di sentimento totale ed assoluto. Una relazione di questo tipo ricorda le prime fasi della vita del neonato dove la madre non è ancora riconosciuta come persona ma piuttosto vissuta come una sorta di ambiente accudente indispensabile per il benessere e la stessa sopravvivenza del bebè.

L’amore maturo, al contrario presuppone riconoscere l’altro e noi stessi come persone distinte e riconoscibili è quindi l’opposto dell’amare incondizionato, è infatti una condizione fortemente condizionata dalla conoscenza e dalla relazione con l’altro. L’amore incondizionato è al contrario, frutto esclusivo della massima idealizzazione dell’oggetto qualunque esso sia L’amore maturo invece si confronta ed è alimentato dal riconoscimento dell’altro come persona unica e distinta a cui riconoscere punti di forza e di fragilità.

La prima fase dell’innamoramento comprende l’idealizzazione dell’oggetto amato che è sentito come la fonte di ogni gioia e di ogni piacere. E’ una fase esaltate e piena di vitalità che rende gli innamorati diversi da chiunque altro, si sentono gli eletti ossia coloro che hanno incontrato l’amore. E’ proprio questa condizione che rende gli innamorati unici, diversi dai comuni mortali, sono stati toccati dall’assoluto, dal riconoscimento dell’altro come ritrovamento della propria metà mancante. Purtroppo la fase di esaltazione è destinata a durare un tempo limitato, piano, piano si infiltra la realtà con le sue complessità, ombre ed ambivalenze. Questo è un momento delicato dove l’innamorato sente di perdere la sensazione di diversità e di esaltazione, il sentimento si trova ad essere provato e confrontato alla luce della realtà esterna. Quando gli innamorati da privilegiati toccati da cupido ricadono nella normalità della quotidianità, per qualcuno può essere un salto troppo forte che determina la fine della magia e delle famose ” farfalle nello stomaco” e questo può significare la fine dell’amore, le emozioni si spengono o meglio si trasformano in altro, in sensazioni che richiedono un lavoro e soprattutto un confronto con l’altro che liberato dal mantello dell’idealizzazione, ritorna ad essere visto come una persona complessa e anche ambivalente.

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In lode della vita non vissuta il – Teatro della follia / la follia del Teatro

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 17 Aprile 2014 | Stampa articolo |
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Le persone, cosiddette “normali”, parlano di se stesse come di esseri intenzionali, scrive il filosofo canadese Ian Hacking, in “Rewriting the Soul: Multiple Personality and the Sciences of Memory” (1995).  Le “descrizioni” degli atti sono quasi sempre esposizioni di come un’azione si sarebbe voluta compiere e soprattutto con quale finalità la si sarebbe portata a termine. Si offrono spiegazioni del perché e del per come si agisce in quel determinato modo piuttosto che in un altro. Eppure, per un individuo, il ventaglio di narrazioni fruibili dipende dalla disponibilità delle rappresentazioni che gli offre la società in cui risiede. Quindi, tutti forniscono enunciazioni, non tutte con l’esperienza di psicologi, psichiatri, scienziati, giornalisti e scrittori, o delle comunità culturali, racconti per lo più corrispondenti alle intese popolari e che potrebbero essere assunti da un qualsiasi individuo quali ordinari commenti del proprio agire.

Che si venga classificati sani o malati di mente, tutto questo ha una diretta conseguenza sull’interpretazione di noi stessi, asserisce lo psicologo dell’educazione Jeff Sugarman (2009), nel prendere in esame l’approccio di Hacking all’ontologia storica. La medesima comprensione di sé implica la cognizione delle opere compiute, o che stiamo per porre in atto, almeno quali manifestazioni di volontà, quindi, il capire le relazioni che rendiamo delle imprese di cui parliamo o che abbiamo intenzione di portare a compimento.

Nella società contemporanea, per certi versi per motivi differenti, in un caso dovuti a deficit nell’altro a esubero narrativo, l’autismo e il disturbo di personalità multipla offrono probabilmente degli esempi concreti di caratterizzazione in cui il tipo di atto e il tipo di persona che compie l’azione si rappresentano incontrovertibilmente proprio come “Acting under a description” (letteralmente “agendo sotto una descrizione”). Un conto infatti è giustificare un gesto di stizza, o di scontrosa scorrettezza, scolpandosi “perché si è stati provocati”, ben altro  dire spavaldamente d’averlo fatto “per dimostrare chi comanda”, molto meno plausibile scusarsi ricorrendo alla motivazione psicopatologica “sapete, sono affetto da ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder)”.

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IL METODO EMOTIONAL TAPPING

category Psicologia Carmela Giordano 15 Aprile 2014 | Stampa articolo |
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Un week-end di formazione professionale e benessere. Intervista con Alberto Simone


Proviene dagli Stati Uniti, ma sta riscuotendo un grande successo anche in Italia. È l’Emotional Tapping un’innovativa e risolutiva tecnica terapeutica a breve termine, nata nell’ambito delle nuove psicologie energetiche integrate (body-mind-spirit) di origine americana, tra cui l’EFT – Emotional Freedom Techinc e TFT – Tought Field Technic. È un perfetto complemento metodologico nella “valigetta degli attrezzi” di ogni medico, psicologo clinico e psicoterapeuta. Ma è anche di grande supporto per tutti coloro che si occupano professionalmente di benessere e salute fisica e mentale e che possono accelerare il processo di guarigione e il raggiungimento di una stato di sollievo e benessere dei loro clienti e pazienti.

Abbiamo chiesto ad Alberto Simone, psicologo e psicoterapeuta organizzatore di un primo evento sul tapping lo scorso settembre a Roma con centinaia di presenze, di raccontarci di più su questa tecnica.

Come funziona l’Emotional Tapping?

Come evidenziato dal nome, alla base del metodo c’è un lavoro sulle emozioni, spesso il lato più sottovalutato e poco conosciuto di ogni evento o esperienza che attraversiamo nella vita. Sintetizzando molto, direi che il metodo utilizza i principi energetici della medicina cinese alla base dell’agopuntura uniti a quelli della moderna psicologia, e favorisce l’istantanea risoluzione di condizioni emozionali limitanti di natura fisica, psicologica o esistenziale. Tamburellando con le sole dita della mano su alcuni punti del corpo, mentre si richiama alla mente il problema da trattare attraverso verbalizzazioni, ricordi, sensazioni, si permette all’energia bloccata, collegata al tema trattato, di ricominciare a fluire normalmente nel sistema energetico corporeo. La percezione del problema cambia nel giro di pochi istanti e il sintomo si dissolve rapidamente.

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Contro l’invenzione delle malattie. Primum: non ostinarsi a curare chi è sano

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 14 Aprile 2014 | Stampa articolo |
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Ci sono dei libri destinati ad assumere enorme importanza sociale, specie se vengono ammantati da somma autorità scientifica, tipo i manuali che hanno l’intenzione di definire fattori fondamentali per la vita delle persone, in specie nel momento in cui demarcano confini netti tra la gente da considerare “sana”, chi ha diritto a ricevere sussidi d’invalidità, al rimborso dei danni causati dagli incidenti, all’assistenza sanitaria gratuita, a una maggiore attenzione nel corso degli studi scolastici, o chi va esonerato da certi servizi, e così via dicendo. È il caso del Diagnostic Statistic Manual (DSM) degli psichiatri. Alla fine si trasforma in un’arma, o in uno strumento che attribuisce potere politico, giudiziario, economico. Un’inflazione diagnostica impenna le vendite di ansiolitici, sonniferi, antidepressivi, antipsicotici, antidolorifici, a seconda della maggiore attenzione posta nei confronti d’un particolare disturbo piuttosto che un altro, con la conseguenza di orientare le entrate delle aziende farmaceutiche.

Un eccesso di terapia per “ipocondriaci” non è detto che non provochi danni inferiori alla carenza di cure rivolte a chi ne dovesse avere davvero bisogno. I “normali”, infatti, vanno salvaguardati almeno quanto per gravi depressi e schizofrenici si debba repentinamente predisporre ricovero in ambiente idoneo e talvolta coatto.

L’invenzione diagnostica di “sindromi prodromiche” non giova alla profilassi più d’una generica identificazione anticipata di soggetti predisposti o a rischio di diventare tali.

Sarebbe, come afferma Allen Frances in “Contro l’invenzione delle malattie. Primo, non curare chi è sano” (traduzione di Aglae Pizzone, Bollati Boringhieri, Torino 2013), “fornire un grammo di prevenzione precoce per evitare un chilo di cura a uno stadio più avanzato. Una volta che il cervello si è ammalato, è difficile farlo tornare sano – via via che i circuiti generatori di manie e allucinazioni si attivano, risulta sempre più difficile spegnerli. Sarebbe bello, allora, prevenire la schizofrenia, o, in caso non ci si riuscisse, almeno ridurre l’impatto complessivo della malattia”!

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Come superare l’ansia per chi parla in pubblico

category Atri argomenti Luca Siano 11 Aprile 2014 | Stampa articolo |
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Dietro i grandi oratori della storia non si nasconde solo un grande talento, ma anche tanto esercizio. Sembrerà impossibile da credere, ma in molti dei grandi oratori che hanno fatto la storia dell’umanità non erano proprio nati con il dono del saper parlare in pubblico.

Molti, proprio come noi, erano timidi e impacciati, spaventati dal pubblico, sudavano freddo e balbettavano. Ma con gli esercizi giusti sono riusciti a superare la timidezza e a lasciare impresso nella storia il loro nome.

Possiamo farlo anche noi? Certo, e in 4 semplicissimi passi.

1)   Si deve partire innanzitutto dal controllo di noi stessi, sfruttando le migliori tecniche di respirazione, che sono in grado, se usate adeguatamente, di tenere sotto controllo ansia e panico. Una volta che avremo imparato a respirare, non ci sarà pubblico in grado di intimorirci.

2)   Dopo il controllo di noi stessi, è necessario sviluppare il controllo delle nostre tecniche. Bisogna sfruttare gli esercizi paraverbali, che sono quegli esercizi in grado di farci migliorare lessico, prontezza di formazione delle frasi, vocabolario e tono della voce. Si tratta di tecniche che vengono insegnate sin dai tempi di Cicerone, e che una volta messe in valigia, ci permetteranno di parlare proprio come i politici più navigati.

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