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Non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato, il mondo non si ferma aspettando che tu lo ripari. Paulo Coelho
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Quel peso sul petto: cos’è il senso di colpa e come gestirlo

category Atri argomenti Annalisa Sammaciccio 30 Ottobre 2014 | Stampa articolo |
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L’articolo si propone come un viaggio alla scoperta dei meccanismi psicologici che creano il “ricatto morale”, e il senso di colpa, per trovare strategie che ci permettano di costruire nuove relazioni sane, non solo con chi ci “aggancia” nel senso di colpa, ma anche con noi stessi.

Colpa, dal greco amartia significa mancare il bersaglio. Fare ciò che non si voleva.

Non dovevo fare ciò che ho fatto e siccome l’ho fatto non me lo posso perdonare e non merito più nulla di buono”, questa potrebbe essere una tipica frase o un tipico pensiero che sperimenta la persona che si sente in colpa, nel suo dialogo interno.
Il senso di colpa è qualcosa di molto profondo, a volte un modo di “sentire” molto doloroso che spesso arriva a determinare le nostre azioni, le nostre scelte, la nostra vita.

Il senso di colpa è una emozione, e in quanto tale ha una funzione per così dire di segnale, in quanto permette di contenere le pulsioni distruttive e di prendere coscienza della sofferenza dell’altro.
In particolare, mette in guardia qualora si stiano oltrepassando i limiti, costringe ad una messa in discussione e ad un’assunzione di responsabilità. Quindi, il senso di colpa, seppur causando una spiacevole sensazione di tipo emotivo e spesso somatico, ha una sua funzione, all’interno della nostra economia psichica, anche positiva, se sfruttata per renderci consapevoli di qualcosa che non va.

E’ possibile quindi far fronte a quella tipica tendenza di andar consumando il nostro presente, assorbiti da quella sensazione, senza per questo poter far più nulla di buono, per noi e per gli altri.

La prima cosa da fare per poter tenere sotto controllo le emozioni spiacevoli derivate dal senso di colpa (che spesso sono diverse: rabbia, frustrazione, preoccupazione, tristezza, disperazione…) è conoscerlo, e capire cosa esso sia in generale, e poi per ciascuno di noi, dato che si tratta di un sentimento che ha a che fare con messaggi inconsci che ci sono arrivati nel corso della nostra vita, sin da piccolissimi, e di cui non possiamo essere pienamente consapevoli.

Per conoscere da cosa si origina il senso di colpa, le diverse tipologie di senso di colpa esistenti, nonchè le strategie di pensiero attuabili per poterlo superare, rimando all’articolo completo sul seguente link

 

Le nostre emozioni: alla scoperta di un “mondo interiore”

category Psicologia Annalisa Sammaciccio 29 Ottobre 2014 | Stampa articolo |
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Cosa sono le emozioni?

Esistono emozioni positive ed emozioni negative?

Come vivere in armonia con esse?

In psicologia, le emozioni sono spesso definite come uno stato complesso di sentimenti che si traducono in cambiamenti fisici e psicologici che influenzano il pensiero e il comportamento.

Esistono due tipi di emozioni: le emozioni fondamentali e le emozioni complesse.

Le fondamentali sono dette anche emozioni primarie poiché si manifestano nei periodi iniziali della vita umana e ci accomunano a molte altre specie animali. Il neonato evidenzia tre emozioni fondamentali che vengono definite “innate”: paura, amore, ira.
Entro i primi cinque anni di vita manifesta altre emozioni fondamentali quali vergogna, ansia, gelosia, invidia.

Le 8 emozioni primarie sono:

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Santi e Animali – le malattie, la salute, il benessere, l’accoglienza, la pace, l’ordine cosmico

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 28 Ottobre 2014 | Stampa articolo |
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Io sono verme e non uomo” (Salmo 22, 7).

Seppur narrate attraverso un “canone” letterario, le vicende relative ai patronati dei santi possiedono solide fondamenta nell’immaginario popolare, focalizzato su problematiche terrene. Tuttavia, per capire quale possa essere il nesso tra certe malattie e i rispettivi santi taumaturghi occorre raccogliere maggiori informazioni circa la percezione storica e culturale del contesto morboso.

Per esempio, l’epilessia ha una storia molto più antica della stessa religione cristiana, per cui, già prima che a determinati santi, veniva collegata a divinità adorate da Egizi, Indù, Aztechi e Incas dell’America Centrale. Mancando spiegazioni naturali che giustificassero cause e sintomi convulsivi, nei tempi antichi, una tale condizione morbosa è stata quindi interpretata come un evento soprannaturale, mediante il quale gli dei avevano sia il potere d’infliggere punizione alla persona che ne era affetta, sia farle espiare delle colpe, oppure avvertire o sfidare tutti quanti gli altri. L’unico presunto sollievo poteva giungere allora da una corretta invocazione d’aiuto agli dei, pure quando, sempre molto più spesso, veniva considerata un effetto della possessione demoniaca da parte d’un cattivo spirito, che sarebbe stato allontanato dall’esorcista di turno in sembianze animali.

Malattia di San Paolo

Il cristianesimo mantenne la tradizione che collega le convulsioni direttamente a Dio e questa possibilità d’intervento superiore, se non era curativo, almeno apportava conforto e speranza. Nel Nuovo Testamento, ci sono alcuni riferimenti molto specifici alle manifestazioni epilettiche, come in Matteo (4: 24; 17: 14-18), Marco (9: 17-27), Luca (9: 37-43).

Negli Atti (9: 3-9), è lo stesso Saulo, poi divenuto San Paolo, a sperimentare sulla via di Damasco una sorta di attacco epilettico, con classica caduta a terra, accompagnata da allucinazioni uditive e, forse meno caratteristica, perdita della vista per tre giorni (anche se l’impedimento visivo – tra cui la cecità temporanea che dura da alcune ore a diversi giorni – più che come sintomo, è stato effettivamente osservato quale risultato d’un attacco epilettico). É lo stesso San Paolo a fornire prova d’una sua “malattia fisica” nelle lettere ai  Corinzi (2, 12: 7) e ai Galati (4: 13-14), tanto che, nella vecchia Irlanda, l’epilessia era nota anche come “malattia di San Paolo”.

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Segni come parole – tra psicologia della scrittura e critica d’arte

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 23 Ottobre 2014 | Stampa articolo |
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L’ermetismo del linguaggio nasce con la scrittura e la difficoltà di lettura di segni che devono esprimere sintesi narrative attraverso delle immagini iconiche. I concetti incanalati dagli ideogrammi si situano a metà strada d’un’elaborazione complessa che accompagna la materializzazione delle parole, offrendole alla funzione visiva. Tuttavia la rappresentazione figurata che trasmette conoscenza, nella verbalizzazione grafica, ha già immagazzinato idee o si è tradotta dapprima in forme e poi direttamente in caratteri?

Sembra che l’alfabetizzazione non abbia mai sostituito il rimanente repertorio di segni, disegni, immagini, icone, nella consapevolezza, come sostiene Ausilio Priuli (“Segni come parole”, Priuli & Verlucca, 2013), che “mentre la parola e la scrittura parlano alla ragione, l’immagine va oltre a parlare ai sentimenti e può esprimere anche concetti che né la parola né la scrittura possono esprimere compiutamente”.

Alle immagini si possono abbinare didascalie, più tardivamente fumetti, solo raramente con finalità sostitutive; preghiere, invocazioni, nomi vengono associati alle raffigurazioni a scopo rafforzativo oppure delucidativo. Questo doppio linguaggio permane spesso in funzione rituale, altre volte di maggiore esplicazione.

La narratività appare appannaggio delle rappresentazioni “a strisce”, a mo’ di illustrazioni di eventi per lo più straordinari (citazioni mitiche, atti bellici), meno frequentemente quotidiani, come laboriosità agricole, o fervore venatorio. Ciò che è descrittivo e possiede senso compiuto assume pure carattere simbolico, con una propria successiva valenza grafica.

Una scena non può contenere le motivazioni antecedenti né gli accadimenti risolutivi, e pertanto potrebbe essere interpretata come fine a se stessa, priva cioè di esigenze strettamente comunicative. Pertanto la presenza di maggiori dettagli non sottenderebbe quelle implicazioni narrative, per come evidentemente le intenderemmo oggi.

Nel rappresentare enfaticamente una narrazione, arricchendola di dettagli illustrativi, è la ritualità della raffigurazione a prendere il sopravvento.

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La Bella addormentata e le sue sorelle

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 15 Ottobre 2014 | Stampa articolo |
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I miti raffigurano personaggi ideali che agiscono secondo le esigenze del Super-Io, mentre le fiabe rappresentano l’integrazione del sé che permette la corretta soddisfazione dei desideri dell’Es.” (Bruno Bettelheim: “The Uses of Enchantment: The Meaning and Importance of Fairy Tales”, 1976).

Si potrebbe affermare che narrazioni, racconti, fiabe, sia orali che scritti, abbiano costituito uno dei supporti privilegiati della psicoanalisi. Una probabile motivazione consisterebbe nel fatto che, come il mito, la fiaba sembra toccare i più profondi meccanismi delle funzioni psichiche, sino a quell’immaginario collettivo, intriso di simboli che finiscono col farne un “oggetto” particolarmente ricco dal punto di vista psicoanalitico.

Nicole Belmont

L’antropologa francese Nicole Belmont sostiene che fiaba e sogno differiscono, nonostante possano a prima vista apparire simili. L’interpretazione dei sogni rappresenta uno dei principali strumenti d’analisi, per cui ci si attenderebbe che anche la narrazione non onirica, in quanto “oggetto” più vicino alla coscienza, presenti un analogo ventaglio interpretativo.

Ma questa ipotesi di lavoro dà contestualmente avvio allo sviluppo di diverse aree investigative. Una speculazione “culturale”  affronta i racconti popolari come risultato d’un compromesso tra diverse istanze della vita psichica. Una “teoria dello sviluppo della personalità umana” evoca un’evoluzione dalla sessualità polimorfa dell’infanzia fino alla genitalità adulta, attraverso tutte quelle numerose prove da superare e risolvere, come il complesso d’Edipo. Un sistema dottrinario, infine, di processi inconsci, per il quale l’appagamento d’un desiderio e il relativo fantasma abbiano un ruolo nello sviluppo di narrazioni di finzione, tra cui appunto le fiabe, dove, per esempio, il fantasma del “ritorno al grembo materno” s’esprime nel nascondiglio in cui “Le Petit Poucet” viene protetto dalla moglie dell’orco, il fantasma della “scena primaria” corrisponde all’interdizione della camera genitoriale proibita da Barbablù, e meno velatamente in “Peau d’Ane” s’espone quello della seduzione e dell’incesto.

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Noi che abbiamo l’animo libero

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 6 Ottobre 2014 | Stampa articolo |
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Death be not proud, though some have called thee/ mighty and dreadful, for, thou art not so/ for, those, whom thou think’st, thou dost overthrow…” (Morte non essere orgogliosa, anche se alcuni hanno chiamato te potente e terribile, tu non sei così, per coloro che credi di rovesciare…”: dal decimo sonetto (1610) degli  Holy Sonnets di John Donne (1572-1631).

L’essere umano è nato per morire, ma la cosa più importante di questo assunto è cosa fa “prima”, in questa condizione umana non eterna. E soprattutto se riesce a conseguire quella libertà dai “brutti sogni”, che si rivela sempre un’emancipazione concessa troppo in ritardo.

“… Any mans’ death diminishes me, because I am involved in Mankinde; And therefore never send to know for whom the bell tolls; [Never ask for whom ...] It tolls for thee. ..” (“Ogni morte d’uomo mi sminuisce, perché io sono coinvolto nel genere umano; E dunque non cercare mai di sapere per chi suona la campana; [non chiedere mai per chi…] Suona per te”: Donne, Meditation XVII).

Durante la Quaresima nel 1631, il chierico della Chiesa d’Inghilterra si alza dal suo letto di malato e consegna “Death’s Duel sermon”, che in seguito fu definito come il suo sermone funebre. Il duello con la morte ritrae la vita come una costante discesa verso la sofferenza e la dipartita. Poiché dall’istante in cui abbiamo avuto inizio ci avviciniamo inesorabilmente al momento della nostra fine. Così, si comincia a morire a poco a poco, ma sin dalla nascita.

( Continua … )