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IL METODO EMOTIONAL TAPPING

category Psicologia Carmela Giordano 15 Aprile 2014 | Stampa articolo |
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Un week-end di formazione professionale e benessere. Intervista con Alberto Simone


Proviene dagli Stati Uniti, ma sta riscuotendo un grande successo anche in Italia. È l’Emotional Tapping un’innovativa e risolutiva tecnica terapeutica a breve termine, nata nell’ambito delle nuove psicologie energetiche integrate (body-mind-spirit) di origine americana, tra cui l’EFT – Emotional Freedom Techinc e TFT – Tought Field Technic. È un perfetto complemento metodologico nella “valigetta degli attrezzi” di ogni medico, psicologo clinico e psicoterapeuta. Ma è anche di grande supporto per tutti coloro che si occupano professionalmente di benessere e salute fisica e mentale e che possono accelerare il processo di guarigione e il raggiungimento di una stato di sollievo e benessere dei loro clienti e pazienti.

Abbiamo chiesto ad Alberto Simone, psicologo e psicoterapeuta organizzatore di un primo evento sul tapping lo scorso settembre a Roma con centinaia di presenze, di raccontarci di più su questa tecnica.

Come funziona l’Emotional Tapping?

Come evidenziato dal nome, alla base del metodo c’è un lavoro sulle emozioni, spesso il lato più sottovalutato e poco conosciuto di ogni evento o esperienza che attraversiamo nella vita. Sintetizzando molto, direi che il metodo utilizza i principi energetici della medicina cinese alla base dell’agopuntura uniti a quelli della moderna psicologia, e favorisce l’istantanea risoluzione di condizioni emozionali limitanti di natura fisica, psicologica o esistenziale. Tamburellando con le sole dita della mano su alcuni punti del corpo, mentre si richiama alla mente il problema da trattare attraverso verbalizzazioni, ricordi, sensazioni, si permette all’energia bloccata, collegata al tema trattato, di ricominciare a fluire normalmente nel sistema energetico corporeo. La percezione del problema cambia nel giro di pochi istanti e il sintomo si dissolve rapidamente.

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Contro l’invenzione delle malattie. Primum: non ostinarsi a curare chi è sano

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 14 Aprile 2014 | Stampa articolo |
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Ci sono dei libri destinati ad assumere enorme importanza sociale, specie se vengono ammantati da somma autorità scientifica, tipo i manuali che hanno l’intenzione di definire fattori fondamentali per la vita delle persone, in specie nel momento in cui demarcano confini netti tra la gente da considerare “sana”, chi ha diritto a ricevere sussidi d’invalidità, al rimborso dei danni causati dagli incidenti, all’assistenza sanitaria gratuita, a una maggiore attenzione nel corso degli studi scolastici, o chi va esonerato da certi servizi, e così via dicendo. È il caso del Diagnostic Statistic Manual (DSM) degli psichiatri. Alla fine si trasforma in un’arma, o in uno strumento che attribuisce potere politico, giudiziario, economico. Un’inflazione diagnostica impenna le vendite di ansiolitici, sonniferi, antidepressivi, antipsicotici, antidolorifici, a seconda della maggiore attenzione posta nei confronti d’un particolare disturbo piuttosto che un altro, con la conseguenza di orientare le entrate delle aziende farmaceutiche.

Un eccesso di terapia per “ipocondriaci” non è detto che non provochi danni inferiori alla carenza di cure rivolte a chi ne dovesse avere davvero bisogno. I “normali”, infatti, vanno salvaguardati almeno quanto per gravi depressi e schizofrenici si debba repentinamente predisporre ricovero in ambiente idoneo e talvolta coatto.

L’invenzione diagnostica di “sindromi prodromiche” non giova alla profilassi più d’una generica identificazione anticipata di soggetti predisposti o a rischio di diventare tali.

Sarebbe, come afferma Allen Frances in “Contro l’invenzione delle malattie. Primo, non curare chi è sano” (traduzione di Aglae Pizzone, Bollati Boringhieri, Torino 2013), “fornire un grammo di prevenzione precoce per evitare un chilo di cura a uno stadio più avanzato. Una volta che il cervello si è ammalato, è difficile farlo tornare sano – via via che i circuiti generatori di manie e allucinazioni si attivano, risulta sempre più difficile spegnerli. Sarebbe bello, allora, prevenire la schizofrenia, o, in caso non ci si riuscisse, almeno ridurre l’impatto complessivo della malattia”!

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Come superare l’ansia per chi parla in pubblico

category Atri argomenti Luca Siano 11 Aprile 2014 | Stampa articolo |
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Dietro i grandi oratori della storia non si nasconde solo un grande talento, ma anche tanto esercizio. Sembrerà impossibile da credere, ma in molti dei grandi oratori che hanno fatto la storia dell’umanità non erano proprio nati con il dono del saper parlare in pubblico.

Molti, proprio come noi, erano timidi e impacciati, spaventati dal pubblico, sudavano freddo e balbettavano. Ma con gli esercizi giusti sono riusciti a superare la timidezza e a lasciare impresso nella storia il loro nome.

Possiamo farlo anche noi? Certo, e in 4 semplicissimi passi.

1)   Si deve partire innanzitutto dal controllo di noi stessi, sfruttando le migliori tecniche di respirazione, che sono in grado, se usate adeguatamente, di tenere sotto controllo ansia e panico. Una volta che avremo imparato a respirare, non ci sarà pubblico in grado di intimorirci.

2)   Dopo il controllo di noi stessi, è necessario sviluppare il controllo delle nostre tecniche. Bisogna sfruttare gli esercizi paraverbali, che sono quegli esercizi in grado di farci migliorare lessico, prontezza di formazione delle frasi, vocabolario e tono della voce. Si tratta di tecniche che vengono insegnate sin dai tempi di Cicerone, e che una volta messe in valigia, ci permetteranno di parlare proprio come i politici più navigati.

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La Follia degli stolti. La logica dell’inganno e dell’autoinganno nella vita umana

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 10 Aprile 2014 | Stampa articolo |
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La scienza psicologica, per certi versi, potrebbe essere concepita come lo studio della progressiva degradazione e della continua distruzione della conoscenza. Cosicché ogni fase del processo del pensiero sarebbe da analizzare in questa sua sistematica opera di vera e propria deformazione della verità.

Il primo inganno perpetrato a spese degli altri, ma sostanzialmente anche a nostre spese, consiste nel favorire al massimo la personale apparenza, col presentarci cioè nel migliore dei modi possibile, e ben al di là di quanto lo sia in realtà, a costo persino d’una persistente alterazione di quel flusso di informazioni da sottoporre ad adeguato filtraggio prima che venga ritrasmesso.

Si tratta pur sempre d’un autoinganno, perché una falsa rappresentazione di se stessi agli altri dovrà dapprima venire formulata  quale falsa rappresentazione di se stessi a noi stessi, mediante una complicata serie di procedure di distorsione che eserciteranno la loro influenza un po’ su tutti gli aspetti dell’acquisizione e dell’analisi dei dati che abbiamo a disposizione.

In questa situazione, l’economia invita opportunamente a immagazzinare meno verità, per non dover pagare lo scotto d’una successiva spesa di repressione. E questo in quanto, nel preparare l’inganno, risultano molto importanti i ruoli rivestiti dalla dissonanza cognitiva, dalla proiezione e dal diniego.

Le informazioni che ci pervengono sono immediatamente sottoposte a censura. Accettiamo di buon grado le conferme alle nostre opinioni, scartando quelle che le mettono in crisi.

Al fine di meglio difendere il mio comportamento esagero i lati positivi, ovviamente a favore, e trascuro le analisi che possano compromettere le mie non troppo solide convinzioni. Infatti, a essere disposti a prendere in considerazione le critiche sono esclusivamente le persone più sicure di se stesse.

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Piccole catastrofi quotidiane

category Psicologia Camilla Cristina Scalco 31 Marzo 2014 | Stampa articolo |
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IL PESO DEI TRAUMI INFANTILI NELLO SVILUPPO DELLO STRESS PSICOLOGICO.

Nel senso comune, quando si parla di trauma, o di esperienza scioccante, si fa implicitamente riferimento a qualche evento la cui straordinarietà sia condivisibile per chiunque. Si pensa a grandi incidenti o catastrofi naturali, a condizioni estreme e fuori del comune: situazioni in cui la nostra sopravvivenza è minacciata.

Questa accezione rischia però di togliere “dignità”, o a considerare trascurabile il potere traumatizzante di eventi relazionali apparentemente routinari, come esperienze di trascuratezza o mancanza di rispetto e accudimento, che influiscono sul senso di valore dell’individuo, sulla sua sicurezza, sull’autostima e sul suo senso di efficacia personale.

Per alcuni può essere stato traumatico essere umiliati alle elementari da un maestro troppo duro, per altri essere mollati, improvvisamente, dal proprio partner, per molti può essere traumatica la perdita del lavoro, oppure un divorzio o la perdita di una persona cara, ma anche un giudizio ricevuto.

Il fatto che l’impatto delle esperienze relazionali negative sia soggettivo, rende necessario definire trauma psicologico qualsiasi evento che una persona recepisca come estremamente stressante.

Piccoli e grandi traumi psicologici, vissuti soprattutto in età infantile, hanno un impatto significativo sull’emergere dello stress psicologico e sullo sviluppo di vari disturbi mentali. Anche aspetti caratteriali, come la timidezza o la tendenza al senso di colpa, possono essere la conseguenza di episodi interpersonali, come rifiuti, umiliazioni, colpevolizzazioni, tanto più gravi quanto più ripetuti.

Nei primissimi anni di vita, cominciamo ad organizzare ed ordinare le informazioni che provengono dal mondo esterno e dalle realazioni secondo schemi.

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Psiche primordiale

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 29 Marzo 2014 | Stampa articolo |
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Il disprezzo che ha il collettivo nella società per l’anima individuale è l’estraneamento dissociativo, o, comunemente detto, l’alienazione. – scrive  Diego Pignatelli Spinazzola, in “Psiche primordiale” (Paolo Emilio Persiani, Bologna 2013) – Per un mondo senz’anima che vaga nella dispersione d’identità raggruppate alla morale del gregge attraverso identità mistificate da falsi schemi culturali, dove il simbolo, l’unico mediatore dell’inconscio e del significato ha perso il primato, anche l’unità quale verità esperienziale e racconto mitico ha perso il suo valore. Essa viene relegata ai racconti che il postmodernismo rifiuta di accettare drasticamente. Se comprendessimo però che il mito è verità storica e visione universale delle cose, ossia che rappresenta quel viaggio epico dell’eroe che in larga misura tutta l’umanità dovrà affrontare, allora comprenderemmo che l’individuo creativo, l’eroe, si trovi in uno spartiacque, proponendosi quale risolutore e ‘simbolo unificatore’ per i conflitti religiosi, politici, psicologici e filosofici dell’uomo moderno, e forse un giorno l’umanità potrà liberarsi dalla sua Odissea onirica senza trascinarsi il suo daimon”.

Diego Pignatelli Spinazzola individua il massimo conflitto storico dell’Occidente nella natura stessa dell’Anima, intesa quale particolare Gestalt esprimente, in maniera specifica e continuativa, la qualità nucleare interiore, ma soprattutto lo denuncia nella mancata riscoperta di antichi fenomeni culturali i quali in essa si riattivano ripercorrendone mitici sentieri, mediante memorie ancestrali da cervello rettiliano che, attraverso il sistema simpatico, penetrano recessi profondi e archetipici, residui autoctoni dell’inconscio collettivo.

Quest’archetipo rivelatore svolge funzione mediatrice, tra lo slancio prometeico e la promessa di redenzione, per ristabilire lo Spiritus Invictus da quel Caos, in cui il canone attuale non distingue il destino dell’umanità e le categorie psicopatologiche sono alla fin fine uno spontaneo emergere di contenuti inconsci. La disfatta dell’occidente consiste allora nell’identificarsi nella frammentarietà, mentre l’alienazione dall’una realtà all’altra espelle definitivamente il mito dalla storia?

( Continua … )