Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
Tutta l'infelicità degli uomini deriva da una cosa sola: dal non sapersene stare tranquilli in una stanza. Blaise Pascal
Viagra online

Uno sguardo alla Terapia Razionale Emotiva

category Psicoterapia Giuseppe Piras 25 Ottobre 2010 | 4,127 letture | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Ciò che caratterizza la scienza psicologica è sicuramente il pluralismo di teorie e correnti che la caratterizzano. Tra le centinaia di teorie, alcune trovano maggior riscontro di altre in virtù  della loro efficacia clinica e della validità che le ricerche scientifiche hanno riscontrato. Il filone cognitivo comportamentale rientra a gran diritto in questa categoria. Anch’esso si caratterizza per ricchezza di contributi teorici e metodologici. Tra di essi menzioniamo la Terapia Razionale Emotiva (RET, dall’inglese Rational Emotive Therapy) nata ad opera dello psicologo Albert Ellis nel 1955. Ideata con connotati essenzialmente pratici, trova in seguito la sua dimensione teorica, oggi consolidata da centinaia di studi e ricerche scientifiche.

Cerchiamo con una breve disamina di capire i principi su cui essa basa il proprio operare. Comprenderli può aiutare il lettore a farsi un’idea di cosa consista nella pratica un’eventuale consulenza con uno psicologo che fa proprio il metodo della RET.

In primo luogo, noi uomini ci possiamo considerare come esseri che nelle proprie azioni ricercano il piacere. Il cosiddetto edonismo. Va sottolineato un aspetto, gli uomini ricercherebbero il piacere più spesso sul breve termine che non sul lungo termine. Ciò comporterebbe il rischio di incappare in condotte inizialmente piacevoli e gratificanti. Esse peccano però di lungimiranza; alla lunga rischiano di mostrarsi controproducenti. Pensiamo ai fumatori o i bevitori. Un esempio altrettanto valido è quello dei bambini che una volta rientrati a casa rimandano l’inizio dei compiti pomeridiani a vantaggio dei videogame o del programma in tv. Essi si allietano della gratificazione immediata derivante dalla scelta trascurandone gli svantaggi successivi. Si troveranno ben presto a fare i conti con i rimproveri dei genitori piuttosto che con la fatica di mettersi a fare i compiti con poco tempo rimasto a disposizione. Accade talvolta che le nostre azioni siano finalizzate all’evitamento di situazioni sgradevoli o al mantenimento di uno status quo che non alteri il nostro stato emotivo. Marinare la scuola per evitare l’interrogazione di chimica piuttosto che darsi malato a lavoro per timore del confronto con il proprio capo sono alcuni esempi.

La RET si propone di fornire principi educativi che meglio equilibrino tali condotte. Come si può notare non si parla di “massimi sistemi esistenziali” ma di “banali” esempi che però costituiscono la nostra quotidianità e spesso le danno colore emotivo. Si pensi a quando diciamo tra di noi “basta un piccolo episodio per rovinarmi la giornata”.

La RET fa del concetto di razionalità uno dei suoi principali assunti. Esso però non va frainteso con un qualcosa di “freddo” che mortifichi il valore delle emozioni, tutt’altro. La RET definisce razionale quel comportamento che consenta di darci scopi e propositi perseguibili con mezzi efficaci, flessibili e ragionevoli. Infatti, la maggior parte dei nostri disturbi emotivi derivano essenzialmente dal trasformare desideri e preferenze in bisogni, pretese ed esigenze assolutistiche. Nella loro rigidità esse ci portano invariabilmente a sbattere contro il muro della realtà. Peccando di flessibilità ed efficacia le nostre pretese si scontrano con quanto più di variegato ci sia: la nostra quotidianità. È come se pretendessimo di misurare l’altezza delle persone con una unità di misura inappropriata (ad es. i chilogrammi), rivelatasi efficace in altri contesti ma non esportabile in altri.

Ciò si ricollegherebbe al fatto che l’uomo è un essere sostanzialmente fallibile che talvolta pretende, a tutti i costi, perfezione da se stesso o esige che la realtà circostante (es. lavoro, società, gli altri, ecc) si adatti alle sue esigenze

La RET postula allora una teoria della personalità e del cambiamento terapeutico ove alla base delle condotte disturbate vi sarebbero alcuni presupposti significativi.

Ad esempio, vi sarebbero delle predisposizioni biologiche che porterebbero l’uomo a comportarsi in maniera tale da auto-conservarsi ed auto-realizzarsi, con forti tendenze al piacere immediato, alla superstizione, alla suggestione, al perfezionismo.

In secondo luogo, gli uomini sarebbero fortemente influenzabili dall’ambiente culturale in cui vivono.

Inoltre, pensieri, emozioni e comportamenti s’influenzerebbero vicendevolmente in un rapporto di circolarità quasi fossero dei vasi comunicanti. Soprattutto gli aspetti cognitivi, cioè di pensiero, rivestirebbero un ruolo significativo giacché l’uomo è un essere capace di simbolizzare e riflettere sul proprio pensiero. Tale parte è un’importante chiave d’accesso al cambiamento terapeutico. Vediamo in concreto cosa s’intende per circolarità e cosa per capacità di riflettere sul proprio pensiero. Supponiamo di essere una persona che non ama particolarmente i posti affollati. Di fronte all’invito di alcuni amici a trascorrere la serata in un locale decisamente gremito potrei sentirmi decisamente ansioso poiché mi immagino che “la serata sarà terribile e che sicuramente mi sentirò  male”; ciò mi porta a declinare l’invito magari accampando scuse particolari (mal di testa, impegni presi in precedenza e non più rimandabili). Ora, nella psicoterapia cognitiva e comportamentale, in cui la RET ben si inserisce, ha grossa importanza il cosiddetto modello ABC dei disturbi emotivi: ove A è l’evento attivante spiacevole (la richiesta degli amici di recarsi in un locale affollato), B è il sistema di convinzioni razionali o irrazionali (l’immagine e i pensieri che accompagnano il momento dell’invito: “sarà una serata terribile e sicuramente mi sentirò male” ) che fanno sentire la persona triste o delusa quanto piuttosto ansiosa, inadeguata, ostile (punto C). Pensieri, emozioni e comportamenti sono allora strettamente correlati tra loro e si influenzano in maniera viziosa come nell’esempio ma potrebbero farlo anche in maniera virtuosa.

Dinnanzi alla medesima richiesta un’altra persona potrebbe sentirsi euforica (reazione emotiva) al solo pensiero di “potrei conoscere gente nuova e distrarmi dalle fatiche del lavoro” (valutazione cognitiva). Ciò la porterebbe ad accettare con partecipazione l’invito (conseguenza comportamentale).

In tal senso, la presa di consapevolezza (l’insight), avverrebbe a tre livelli: 1) non sono le diverse situazioni (“l’invito a ballare”) a causare direttamente le conseguenze emotive e/o comportamentali (“mi sento ansiosa” piuttosto che “declino l’invito”) quanto invece l’adesione dell’individuo ad idee irrazionali (ad es. “sarà una serata terribile, sicuramente mi sentirò male”). 2) Se è vero che alcune idee irrazionali sono acquisite nell’infanzia è pur vero che è l’individuo, nel suo presente, che vi continua ad aderire. Questo punto è particolarmente importante in quanto evita “la caccia agli spettri del passato” tramutandola in “comprensione delle esperienze che mi hanno portato ad essere quel che sono”. “Se è vero che alcune esperienze passate mi hanno condizionato e pur vero che nel presente sono io a scegliere se perpetuare o meno azioni che hanno un risvolto nella mia salute emotiva e di esse sono io il responsabile”. 3) Soltanto un duro lavoro di messa in discussione e progressivo abbandono delle convinzioni irrazionali può aiutare l’individuo a stare meglio. Ciò è possibile, in parte, accettando la propria fallibilità, imparando cioè a godere di sé stessi nel singolo comportamento piuttosto che valutarsi o condannarsi nella globalità della propria essenza. Inoltre, imparare a vedere ciò che è intollerante come, al più, fastidioso e seccante ma anche sopportabile ed affrontabile.

Il rischio è che, talvolta, grazie alle spiccate capacità auto riflessive, ci si affligga anche per i propri disturbi emotivi, divenendo, ad esempio, ansiosi per la propria ansia o depressi per la propria depressione. Nel nostro esempio, la persona che rifiuta l’invito degli amici, dopo un iniziale sollievo dovuto all’essersi sottratta ad una possibile situazione ansiosa, si sentirà oltremodo ansiosa per via della riflessione a posteriori che farà sul suo comportamento. Potrà dire a sé stessa: “sono proprio una cretina nello scappare da queste situazioni”, “gli altri vanno a ballare senza alcun problema perché io non ci riesco? Sarò diversa?”. Ecco che vivrà sulle proprie spalle il peso di un ulteriore mortificazione e la sensazione di una giornata andata a rotoli. Dando un breve sguardo alla persona che di fronte all’invito si mostra euforica possiamo star certi che le riflessioni che farà su di sé assumeranno ben altro tono!! È presto deducibile che anche le considerazioni a posteriori avranno voce in capitolo nel condizionare le nostre successive azioni.

In ultima analisi, il fine della RET è educare le persone ad avere stati d’animo appropriati alle situazioni vissute. Adottando condotte razionali ed evitando di credere indispensabile ciò che piuttosto è desiderabile, catastrofico ciò che al più potrebbe essere sgradevole, accettando la propria intrinseca fallibilità si ha modo di non farsi travolgere dalle esperienze.

Non si nega il fatto che ci si possa talvolta sentir dispiaciuti, rammaricati, irritati, frustrati, ecc, in risposta a determinate circostanze, quanto piuttosto che si possa reagire ad esse con ansia, depressione, ostilità ecc, inadeguate ad ottenere scopi e propositi perseguibili con mezzi efficaci e flessibili. Di fatto è importante comprendere il ruolo che le emozioni giocano nella vita quotidiana. Non sono un qualcosa da allontanare specie quando sono sgradevoli. Esse rappresentano piuttosto un indicatore che testimonia la necessità di stare in allerta in certe circostanze o segnalatore del fatto che ci stiamo avvicinando a un qualcosa di appagante. Non occorre mettere in discussione le emozioni provate quanto piuttosto le speculazioni cognitive che le hanno ipertrofizzate.

 

Dr Giuseppe Piras

 

http://www.terapia-cognitivocomportamentale.it/

 

 

Bibliografia di riferimento:

“Ragione ed emozione in psicoterapia” di Albert Ellis. Casa editrice Astrolabio, Roma. 1989

“Il mestiere di Psicoterapeuta” di Cesare De Silvestri. Casa editrice Astrolabio, Roma. 1999

“L’autoterapia razionale emotiva” di Albert Ellis. Ed. Erickson. Gardolo (TN). 1993

“L’educazione razionale-emotiva” di Mario Di Pietro.  Ed. Erickson. Gardolo (TN). 1992







Lascia un Commento

*