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La psicoterapia dinamica breve e Freud, il suo ideatore

category Psicoterapia Giorgia Aloisio 13 Giugno 2008 | 5,964 letture | Stampa articolo |
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I primi casi trattati da Sigmund Freud con il metodo psicoanalitico sono stati di breve se non brevissima durata (E. Gilliéron, 1997): Emmy V.N. (sette settimane), Lucy R. (nove settimane), come anche il famoso caso di Dora (tre mesi). Per questo motivo possiamo affermare che Freud fu l’iniziatore inconsapevole di quelle che poi divennero le psicoterapie dinamiche brevi.

Inizialmente per Freud il tempo non rappresentava un criterio fondamentale della sua tecnica: in seguito, invece, l’atemporalità della cura psicoanalitica venne da lui stesso incoraggiata in quanto tale qualità rappresentava il medesimo principio organizzatore della vita psichica inconscia. Quale modo migliore, per affrontare l’inconscio dei pazienti, se non quello di adottare lo stesso principio (l’atemporalità, appunto) durante il trattamento terapeutico? Dunque la psicanalisi iniziò a trasformarsi in un trattamento senza termine.

Ma è anche noto che il padre della psicoanalisi poco si dedicò alle questioni strettamente tecniche, privilegiando al contrario le questioni più prettamente teoriche. Non avevano la stessa opinione gli allievi ed i successori di Freud che, spinti anche da situazioni di emergenza (come le guerre mondiali) sono stati i fondatori delle psicoterapie di breve durata. La messa a punto di tali tecniche, come avremo modo di vedere, permettevano al paziente di mettere in atto dei cambiamenti psichici in tempi evidentemente più brevi rispetto alla psicoanalisi in senso stretto.

Tra gli psicoanalisti che hanno dato vita alla rottura con la teoria classica e alla nascita delle psicoterapie brevi, si deve ricordare Sandor Ferenczi, il quale attribuiva all’analista un ruolo attivo (il terapeuta doveva dare vere e proprie direttive al paziente, spingendolo ad esempio ad affrontare in modo diretto le proprie paure e a rinunciare a soddisfazioni “nevrotiche”). Lo psicoanalista analizzava il rapporto tra la relazione affettiva precoce (remota) e quella attuale (inclusa quella terapeutica), fissando precocemente un termine al trattamento. Il ripetersi, nella situazione analitica, di esperienze traumatiche di vecchia data, avrebbe permesso al paziente di riviverle, elaborarle e superarle definitivamente.

L’idea di terapia come elemento “correttivo” della vita psichica del paziente fa parte anche della tecnica di Alexander (1946), ex allievo di Ferenczi ed inizialmente psicoanalista tra i più ortodossi. Lo psicoanalista, secondo l’autore, doveva dare vita, nel paziente, ad una “esperienza emozionale correttiva”, cioè far ricordare ma soprattutto rivivere e ritrascrivere al paziente un’esperienza traumatica del passato nella situazione terapeutica attuale, evento che gli avrebbe permesso di eliminare la coazione a ripetere (Freud) e di uscire dal circolo nevrotico. Oltre a questo nuovo concetto, Alexander inizia a modificare la frequenza dei colloqui in base al caso, a dare direttive al paziente in merito a questioni di vita quotidiana, e a prepararlo al termine della terapia con alcune sospensioni del trattamento psicologico poco prima della fine degli incontri.

Nel 1941 avrà luogo a Chicago il primo congresso sulla Psicoterapia breve.

Nel 1968, Bellak e Small idearono la tecnica di presa in carico in sole 6 sedute (ma solo in situazione di crisi acuta del paziente).

Negli stessi anni, Balint, allievo di Ferenczi, identifica i fattori che conducono ad una prognosi favorevole al trattamento psicoanalitico di breve durata, tra i quali individua il forte desiderio di cambiare attraverso una migliore conoscenza di sé e la focalizzazione della cura.

La tecnica di Balint si caratterizza per alcuni elementi:

- il dispositivo “faccia a faccia” (in cui il lettino viene eliminato e paziente e terapeuta si trovano seduti faccia a faccia)

- l’immediata fissazione di un limite temporale all’analisi

- la formulazione di una ipotesi psicodinamica di base

- una tecnica interpretativa attiva, nella quale viene posta attenzione selettiva agli elementi riferibili all’ipotesi psicodinamica iniziale e non vengono considerati gli elementi che se ne allontanano.

Fondamentalmente, le psicoterapie brevi ad orientamento psicoanalitico si distinguono dalla psicoanalisi vera e propria per le seguenti caratteristiche fondamentali:

1- la limitazione temporale del trattamento, decisa quasi subito (o almeno nei primi 4 colloqui iniziali), che porta come conseguenza un ridotto numero di incontri, se paragonati con la tecnica freudiana;

2- il dispositivo “faccia a faccia”, col quale viene abbandonata la modalità “divano-poltrona”;

3- la focalizzazione sul conflitto attuale, sempre in relazione al conflitto remoto infantile.

Sifneos è l’ideatore di due diverse forme di psicoterapie psicoanalitiche brevi: la psicoterapia ansiolitica o di supporto (il cui scopo è ridurre il tasso di ansia del quale quel dato paziente soffre) e la STAPP (terapia che ha lo scopo di provocare una situazione ansiosa per il paziente, ed in seguito stimolare nel paziente la presa di coscienza ed infine la risoluzione del problema). A queste due forme di terapia possono fare appello solo alcuni pazienti: coloro che soffrono di una nevrosi definita “genitale” (quindi pazienti meno gravi), pazienti dotati di un buon livello intellettivo, buona capacità di entrare in relazione col terapeuta, forte motivazione al cambiamento, storia infantile costellata da scambi significativi con i caregiver. Anche la durata del trattamento risulta in rottura con l’atemporalità dell’analisi classica: da 12 a 18 sedute.

Davanloo, fondatore della Società di Psicoterapia Breve, ritiene che fin dal primo colloquio il terapeuta debba essere in grado di formulare una diagnosi a livello clinico, dinamico, genetico. Secondo l’autore, sono i pazienti più gravemente disturbati a rispondere positivamente alla psicoterapia breve: per tale motivo non viene fissato un termine alla fine del trattamento (che però dura dalle 15 alle 30 sedute). I criteri per la selezione dei pazienti sono due: la motivazione del paziente e la focalizzazione su un’area conflittuale principale.

Infine non possiamo non ricordare Gilliéron (1994; 1997), ideatore di un “metamodello” nel quale si sottolineano le reciproche influenze di terapeuta e paziente, la formulazione di una diagnosi precoce, il mantenimento di un preciso setting, l’obiettivo del cambiamento psichico. Lo sviluppo psichico ed i suoi tre livelli biologico, psicologico e sociale/culturale, rappresentano la base dalla quale poter partire per qualsiasi tipo di intervento.

Durante gli iniziali quattro colloqui, nella fase dell’indagine psicodinamica breve, il terapeuta formula un’ipotesi psicodiagnostica di base che gli permetterà, alla fine del quarto incontro, di avere un iniziale orientamento diagnostico su quella che è l’organizzazione di personalità del paziente e di decidere, in accordo con le esigenze del paziente, se proseguire o meno il percorso, dando inizio in maniera ufficiale, seguendo le orme del padre della psicoanalisi, ad una vera e propria psicoterapia breve di ispirazione psicoanalitica.

Dott.ssa Giorgia Aloisio, Psicologa (Roma).
info [@] giorgiaaloisio [.] it
Sito web: www.giorgiaaloisio.it
Recapito telefonico: 3280194286


Bibliografia:

 

  • Alexander, F. (1946) Psychoanalytic Therapy, Ronald Press Company, New York
  • Ferenczi, S. (1918) Tecnica psicoanalitica, Rimini, Guaraldi, 1973
  • Freud, S. (1937) Analisi terminabile e interminabile, OSF, Vol.XI, Torino, Bollati
  • Gilliéron, E. (1994) Il primo colloquio in psicoterapia, Roma, Borla 2003
  • Gilliéron, E. (1997) Trattato di psicoterapie brevi, Roma, Borla, 1998






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