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Triangolo Drammatico e “ circuito della positività “ : dall’intervento formativo alla vita quotidiana

category Psicologia Alfonso Falanga 10 Gennaio 2012 | 2,767 letture | Stampa articolo |
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In alcuni precedenti articoli abbiamo denominato “ circuito della positività “ una particolare procedura attraverso cui il Formatore, in aula, invita gli allievi a focalizzarsi sui punti forti ( tali sono le reazioni emotive/ cognitive/ comportamentali congrue al contesto ) che hanno accompagnato i punti deboli e cioè le risposte all’evento problematico ( professionale, sociale, familiare, privato ) risultate insoddisfacenti.
Lo scopo di tal genere di intervento, in cui la Formazione si incontra con il Counseling ed il Coaching, non è certo favorire un facile ottimismo bensì fare emergere, nel sistema di riferimento degli allievi, un punto di partenza positivo da cui muoversi per poi elaborare risposte efficaci ed il più possibile definitive.
Il circuito della positività, insomma, non nega l’inefficacia delle precedenti azioni e reazioni, ed i disagi sia materiali che morali da essi derivanti, ma punta a valorizzare quel comportamento efficace, anche se unico e di minima intensità,  che comunque accompagna l’insuccesso.
Coloro che partecipano ad un percorso formativo, infatti, generalmente lo fanno per risolvere un problema. In aula, cioè, cercano direttamente o indirettamente risposte. La procedura a cui ci stiamo riferendo non nega, come già affermato, né il nodo conflittuale né l’inadeguatezza delle modalità con cui quelle persone, fino a quel momento, l’hanno affrontato. Il “ circuito della positività “, invece, evidenzia il fatto che la persona, anche in caso di esito negativo, non si esaurisce nel comportamento infruttuoso. Il suo obiettivo è ricordare ad ognuno che la propria storia, professionale o sociale oppure familiare, non si conclude nel e con l’insuccesso.

In questa nota vogliamo evidenziare, inoltre, come tale modalità esperienziale rappresenti uno strumento cognitivo utile a fare emergere l’individuo da quel circuito vizioso, emotivo e comportamentale, definito Triangolo Drammatico.
Per tale si intende, sinteticamente, la messa in atto di un ruolo percepito che non necessariamente coincide con quanto effettivamente accade nella realtà. La persona, cioè, si percepisce Vittima delle circostanze ( es. persone, eventi, proprie attitudini caratteriali ) oppure Persecutore di sé stessa o di altri o ancora Salvatore delle inefficienze altrui. Ribadiamo che si tratta di percezioni e non necessariamente di comportamenti tangibili ( l’iniziale maiuscola indica proprio tale differenza ).
D’altra parte non si esclude che la Vittima possa effettivamente vivere una situazione di disagio materiale e morale, il Persecutore possa  agire nei confronti degli altri in modo invadente/ soffocante/ boicottante ecc. così come il Salvatore possa veramente spendere il suo tempo nel soccorrere gli altri.
Il punto cruciale, perciò, non è tanto se l’azione sia veramente connessa al significato a cui il ruolo rimanda bensì il fatto che la persona si senta intrappolata in quel ruolo. Che senta l’essere Vittima o Carnefice o Persecutore ( o, generalmente, tutte e tre le condizioni ) come la sola e definitiva realtà emotiva/ cognitiva/ comportamentale per sé disponibile. Come, cioè, una sorta di destino ineludibile. Così deve essere nel lavoro o in famiglia o nella coppia oppure nella vita sociale: questo è quanto pensa e sente la persona ingabbiata nel Triangolo Drammatico.
Spesso ne vuole uscire, certo. Lo vuole sinceramente ed onestamente. Spesso, in queste circostanze, non vale quanto si afferma a proposito del tornaconto psicologico: la persona non ricava nulla di ulteriore dal disagio che deriva dall’essere incapsulata in un sistema relazionale fondato sul Triangolo Drammatico. Vuole uscirne ma non sa come.
Tale mancanza di orientamento il più delle volte si risolve nel ripetere, con più insistenza, la medesima modalità comportamentale. Il soggetto, cioè, tenta di risolvere facendo meglio e di più quello che già faceva. Oppure, di più e meglio, fa l’esatto contrario. Oppure rinuncia. O si agita, insomma, o si astiene. In un modo o nell’altro non fa che riproporre, con forme appena diverse,  quello stesso circolo vizioso da cui ha esigenza di fuggire.
Tutti, spesso, consapevoli del fallimento o comunque della difficoltà, sinceramente desiderosi di mutare direzione, mantengono invece la barra del timone sulla stessa rotta. Lo fanno, anzi, con rinnovata energia.
Così è per il professionista che fallisce gli obiettivi aziendali o per il genitore che ha difficoltà di dialogo con il figlio. Lo stesso accade, nella coppia, quando i partner vivono una condizione conflittuale.  Così è per il docente che è incapace di coinvolgere gli allievi. E via di seguito …

Proprio in questo groviglio emotivo/ cognitivo e comportamentale si inserisce, come un cuneo che forza la matassa, il circuito della positività.
E’ nostra convinzione che tale procedura trovi applicazione sia nell’ambito dell’intervento formativo, come già specificato negli articoli citati, sia nella pratica del Counseling applicato alla conflittualità relazionale quotidiana.
Nel primo caso, essa non va utilizzata in modo generico. Un esempio in tal senso è la domanda che a volte, a fine lavori, viene posta dal formatore all’aula e cioè:
“ Che cosa ci portiamo a casa ? “.
Interrogativo rischioso in quanto dà spazio a ridefinizioni che possono produrre una regressione nella percezione, da parte degli allievi, del problema affrontato durante il percorso e delle soluzioni elaborate.
Il circuito della positività, invece, deve contenere domande orientate in modo specifico verso l’oggetto del percorso o addirittura verso suoi specifici aspetti. Domande che, insieme all’elemento conflittuale, tengano conto del punto forte.
Un esempio è :
“ Che cosa hai fatto di buono, per te, quando hai capito che non ce l’avresti fatta a realizzare il tuo obiettivo ? “ ( può essere, come al solito, una meta professionale o in ambito familiare o in quello della coppia ecc. ).
La risposta che viene fornita, spesso non subito, contiene il punto forte da cui poi partire per elaborare nuove opzioni.
Ad esempio:
“ Ho saputo gestire la mia rabbia / tristezza / paura ed ho continuato, pur consapevole di fallire … “ oppure
“ Non ho rinunciato e sono qui a cercare una soluzione “ o
“ Nonostante la delusione, ho cercato di comprendere le ragioni dell’altro … “
e così via.
Risposte, dunque, che non negano il problema ma negano che l’insuccesso esaurisca tutte le possibilità d’azione di cui si dispone. Rifiutano, cioè, che quella persona sia definitivamente ed esclusivamente Vittima o Persecutore o Salvatore.

La stessa procedura, con le opportune modifiche del caso, può essere praticata dal Counselor in un intervento a sostegno di un soggetto irretito, nella quotidianità, nel Triangolo Drammatico.
Anche in quest’ambito il circuito della positività ha lo scopo di ricordare alla persona che non si raggiunge mai veramente la cima e non si tocca mai veramente il fondo bensì si è sempre in cammino. Il cammino è, dunque, ricerca. Il compito del Counselor, mediante questa procedura, non è certo indicare dove e cosa cercare bensì evidenziare che dove fino ad allora si è cercato non esaurisce tutti i luoghi in cui è possibile ancora cercare.

 

Alfonso Falanga
Counselor e Formatore
info [@] comunicascolto [.] com







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