Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
Ci sono soltanto due specie di uomini: gli uni, giusti, che si credono peccatori; gli altri, peccatori, che si credono giusti. Blaise Pascal
Viagra online

L’autoefficacia come strumento per la promozione della salute e la prevenzione del disagio

category Psicologia Marisa Nicolini 22 Febbraio 2009 | 6,620 letture | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Autoefficacia e stress nel processo psico-educativo

La concezione della salute e della malattia umane ha subito rilevanti cambiamenti negli ultimi anni.

Modello biomedico = assenza di malattia e di deterioramento

Modello biopsicosociale = la salute e la malattia sono i prodotti dell’interazione fra fattori psicosociali e biologici. Non si parla più solo di prevenzione, ma si enfatizza la promozione della salute.

La salute delle persone è ampiamente nelle loro mani, determinata com’è – oltre che dal corredo genetico – dalle abitudini caratteristiche del proprio stile di vita e dalle condizioni ambientali (genotipo vs. fenotipo).

Soprattutto le abitudini dannose possono e devono essere prevenute: in particolare nell’adolescenza e nella prima età adulta, cause di malattia e di morte sono date da abitudini e comportamenti a rischio, quali, in primo luogo, uso e abuso di fumo, alcol, droghe; malattie a trasmissione sessuale; violenze e attività rischiose che comportano danni fisici, ecc.

Anche i fattori ambientali dovrebbero essere maggiormente considerati nella promozione della salute: ma qui entrano in gioco ancor più prepotentemente situazioni e stili di vita “imposti” dall’alto, ovvero da un modello di sviluppo più attento agli aspetti economico-finanziari che a quelli eco-compatibili: pensiamo già solo ai gravi problemi d’inquinamento che proprio in queste settimane stanno attraversando le nostre città. Le uniche “soluzioni” sembrano essere nel blocco delle auto deciso di volta in volta a seconda delle indicazioni delle cosiddette centraline, tutti pronti a ripartire appena i livelli scendono momentaneamente sotto il valore di soglia.

Negli Stati Uniti è dimostrato che circa la metà dei decessi sono causati prematuramente da abitudini dannose sulle quali le persone potrebbero esercitare un controllo.

Il cambiamento delle abitudini rilevanti per la salute e dei metodi di produzione e consumo che hanno un impatto ambientale importante può effettivamente apportare ampi benefici alla salute.

L’autoefficacia si è dimostrata un fattore importante dei comportamenti di promozione della salute. Essa può rivestire un ruolo determinante per la salute umana a due livelli: al livello di base, l’autoefficacia rispetto alla gestione degli stressors attiva sistemi biologici che modulano la salute e la malattia. Il secondo livello riguarda invece l’esercizio di un controllo diretto sugli aspetti comportamenti modificabili della salute e dell’invecchiamento.

Molti degli effetti biologici dell’autoefficacia si verificano quando ci si trova a dover gestire eventi stressanti acuti e cronici. Lo stress è considerato un importante fattore implicato in molte disfunzioni fisiche.

Il concetto di “controllabilità” è un principio organizzativo chiave delle teorie riguardanti la natura degli effetti dello stress. Non sono le condizioni di vita stressanti di per sé, ma è la percezione dell’incapacità di gestirle che produce gli effetti biologici negativi.

Le teorie psicologiche di tipo cognitivo, in primo luogo l’approccio psico-educativo che intende potenziare la centralità dell’individuo consapevole e responsabile (auto-determinazione e volitività frontale dell’Io), considerano le reazioni di stress nei termini del senso di inefficacia nell’esercitare un controllo sui pericoli incombenti e sulle richieste ambientali percepite come difficili.

Se le persone ritengono di poter affrontare efficacemente i potenziali stressors ambientali non si lasciano turbare da essi (adeguate capacità di coping). Viceversa, se credono di non poter controllare le situazioni e le avversità, cadono vittima dello stress e peggiorano il proprio livello di funzionamento.

L’esposizione agli stressors, senza il senso di poterli controllare, attiva i sistemi neurovegetativo, catecolaminergico e degli oppioidi endogeni. Quando l’autoefficacia viene rinforzata, i soggetti affrontano gli stressors senza sentirsi in difficoltà e senza che si verifichi attivazione neurovegetativa o secrezione degli ormoni dello stress.

Le reazioni biochimiche associate a un debole senso di efficacia sono implicate nella regolazione del sistema immunitario, quindi l’esposizione a stressors incontrollabili tende a danneggiare la funzionalità del sistema immunitario in modo che possono accrescere la vulnerabilità alla malattia.

Studi epidemiologici e correlazionali indicano che la mancanza del senso di controllo o della capacità effettiva di influire sulle richieste ambientali accresce la suscettibilità a infezioni batteriche e virali, contribuisce all’insorgenza di disturbi fisici e accelera il corso delle malattie.

Tuttavia va detto che stress non sempre ha un significato negativo (distress). Lo stress attivato nel processo di acquisizione dell’efficacia di gestione può avere effetti fisiologici positivi, può migliorare e rafforzare diverse componenti del sistema immunitario (eustress).

Di conseguenza: fornire alle persone mezzi per affrontare efficacemente stressors acuti e cronici accresce la funzionalità immunologia.

Dal punto di vista psicologico ben si spiega la valenza positiva dell’eustress in termini di un adeguato livello di attivazione del sistema nervoso sia sotto il profilo cognitivo che, primariamente, sotto il profilo emozionale: la sensazione di essere Se stessi, centrati sulle proprie potenzialità e capaci di agire sui propri punti deboli per rafforzarsi, in sintesi la capacità di attivare il proprio Io in funzione di obiettivi chiari e raggiungibili, oltre alla capacità di gestire il circostante con obiettività ed oggettività, consente al soggetto di padroneggiare gli stressors, con conseguenti effetti positivi sul suo senso di autostima (autoefficacia) e salute in toto (benessere).

I processi di empowerment (rafforzamento delle potenzialità)

Con empowerment si intende l’acquisizione di potere, ovvero l’incremento delle capacità delle persone a controllare attivamente la propria vita.

Esistono tre livelli nei processi di empowement: un livello individuale, o psicologico, uno organizzativo e uno sociale e di comunità: nel senso più completo del termine l’empowerment è dato dalla sinergia dell’empowerment psicologico, relativo al senso di padronanza e di controllo del soggetto su ciò che riguarda la relazione con parte del mondo, e dell’empowerment oggettivo-ambientale, cioè le risorse e le possibilità fornite/consentite dall’ambiente.

Il punto di partenza del processo di empowerment è una situazione definibile come learned helplessness, cioè passività appressa, sentimento di impotenza acquisita, una risposta che un soggetto mette in atto di fronte ad esperienze frustranti quando si rende conto di non poter padroneggiare avvenimenti centrali per la propria esistenza, valutandoli come totalmente non dominabili, sottratti alla propria capacità di controllo.

Il punto di arrivo del processo di empowerment è la learned hopefullness, cioè l’acquisizione della fiducia in sé, l’apprendimento dell’efficacia, derivante dalla sensazione di controllo sugli eventi tramite la partecipazione e l’impegno nel proprio ambiente di vita.

E’ chiaro il riferimento al concetto di locus of control interno, riferito alle caratteristiche di personalità del soggetto che percepisce di controllare attivamente gli eventi, ed al concetto di autoefficacia ampiamente esplicitate nel paragrafo precedente.

In particolare, il concetto di empowerment psicologico può essere visto come un costrutto complesso, derivante dall’integrazione di varie dimensioni, che appartengono almeno a tre diversi ambiti:

  1. di personalità (ad esempio, l’attribuzione a sé dei risultati delle proprie azioni, locus of control interno);
  2. cognitivi (ad esempio, la percezione di autoefficacia, cioè il sentirsi capaci di scegliere e di attuare i comportamenti più adeguati per affrontare una data situazione);
  3. motivazionali (ad esempio, desiderio di partecipare all’azione ed alla gestione di situazioni che ci coinvolgono – o meno – in prima persona)

Queste diverse dimensioni possono essere ricondotte a due fattori principali:

  1. un “protagonismo” interno positivo (la persona si sente protagonista dal proprio interno in quanto ha acquisito un senso di padronanza sulla propria vita = Io soggetto);
  2. e una “fiducia” esterna, negli altri, con cui si può collaborare al meglio per il raggiungimento dei propri obiettivi e non per dipenderne o esserne condizionati.

Infatti, quando le persone si sentono senza potere (powerlessness), ovvero impotenti, sono più facilmente in balìa di eventi che si impongono dall’esterno, più fragili di fronte alle difficoltà, e possono essere vittima di condizionamenti che li inducono a comportamenti a rischio.

Specialmente nell’adolescenza, quando diminuiscono sensibilmente il peso e la valenza dei modelli familiare e scolastico a favore del modello dei pari, se il ragazzo non possiede un’adeguata soggettività (con conseguente capacità di critica e di auto-critica), il rischio di abbracciare modalità comportamenti disfunzionali è altissimo.

Fattori protettivi nel continuum vulnerabilità – resistenza

Abbiamo detto che ogni individuo ha il suo particolare modo di interagire ad un evento percepito come stressante. Tale modo è il risultato di molteplici fattori tra loro interagenti: caratteristiche biologiche, fattori psicologici, culturali, familiari, sociali, ecc., e viene chiamato “vulnerabilità individuale”.

Ogni soggetto partecipa attivamente allo sviluppo del proprio livello di vulnerabilità, che solo in parte è determinato (genetica, ereditarietà, familiarità), ma che è largamente modificabile grazie alla gestione consapevole di altri fattori quali l’educazione (autostima, autoefficacia, potenziamento, ecc.) e la qualità dell’ambiente: è così che ognuno si posiziona in un punto di una ipotetica scala continua salute-malattia.

Parallelamente, però, ciascun individuo ha una sua capacità peculiare di resistere allo stress e di superare positivamente le circostanze avverse: tale capacità viene detta “resilienza” (letteralmente capacità di resistere agli urti).

Ne consegue che più che cercare di mettere i ragazzi al riparo da crisi, stress, o ambienti ‘inquinanti’, come educatori (insegnanti e genitori) dobbiamo occuparci di far emergere da loro stessi quelle sane capacità di coping che, sole, possono porli in grado di affrontare e gestire gli inevitabili stressors e rischi che la vita porrà loro davanti.

L’interazione individuo-ambiente avviene attraverso modalità complesse che chiamano in causa più fattori, come detto di tipo biologico, psicologico, familiare e sociale. E in questa costruzione di Sé all’interno di una società complessa non si può non incontrare il disagio, a livelli diversi, di tipo diverso, ma il disagio fa parte integrante della realtà individuale e sociale. E’ evidente dunque, che non si deve eliminare il disagio, bensì preparare gli individui ad affrontarlo, attivando quelli che vanno sotto il nome di fattori protettivi.

Nell’ottica della promozione della salute si intendono per “protettivi” quei fattori che possono esercitare un ruolo di tutela degli equilibri psicologici e comportamentali in situazioni di stress e che aumentano le capacità degli individui di resistere all’impatto degli eventi penosi della vita (capacità di coping).

Di seguito riportiamo alcuni dei principali fattori protettivi personali:

  1. capacità di interazione sociale = capacità di muoversi appropriatamente in un determinato ambiente sociale selezionando il comportamento adatto alla situazione;
  1. buona autostima = giudizio positivo che la persona ha del proprio valore personale nelle diverse dimensioni della sua personalità e relativamente ai diversi ambiti relazionali.

Il concetto di sé fa riferimento a elementi che la persona utilizza per descrivere se stessa;

l’autostima consiste nella valutazione che la persona fa degli elementi contenuti nel concetto di sé e riguarda il livello:

    1. sociale = percezione che l’individuo ha di sé come amico di altri;
    2. corporeo = accettazione positiva della propria fisicità;
    3. scolastico/lavorativo = percezione di essere bravi quanto basta;
    4. familiare = sapere di poter contare sulla solidarietà e sul supporto dei propri cari;
  1. capacità di problem-solving = abilità che una persona ha di identificare un problema (sia esso cognitivo, emotivo o interpersonale), di definirlo, analizzarlo, trovare soluzioni, valutare l’effetto delle soluzioni scelte;
  1. competenza emozionale = capacità di individuare, attribuire, controllare ed esprimere le proprie emozioni e di riconoscere e rispondere alle emozioni altrui (intelligenza emotiva);
  1. autocontrollo = capacità di controllare i propri impulsi e di rinviare le gratificazioni; capacità di tollerare lo sforzo e la fatica;
  1. percezione di controllabilità = le persone con un locus of control interno tendono ad attribuire la responsabilità di un evento a cause interne, quindi sono più propense a valutare positivamente le loro capacità di affrontare eventi di vita stressanti e a ritenere che buona parte delle loro azioni sia controllabile e modificabile; le persone con un locus of control esterno tendono ad attribuire la responsabilità a fattori esterni (caso, fortuna, ecc.) o a cause interne quali componenti biologiche che si ritengono immodificabili;
  1. autoregolazione = capacità dell’organismo di ristabilire i parametri fisiologici normali dopo che questi sono stati alterati da una situazione esterna. Gli individui, attraverso processi cognitivi, motivazionali ed affettivi, apprendono la capacità di esercitare un’autoregolazione e di affrontare le situazioni conflittuali riducendo lo stress. Ci sono persone che dopo un evento stressante mantengono alto per un tempo più lungo di altre lo stato di attivazione dei parametri fisiologici dell’organismo, prolungando gli effetti negativi degli eventi di vita stressanti. Ciò può essere dovuto a vari fattori, ma una volta che il cervello ha imparato a reagire in un certo modo a determinati eventi (condizionamento), tende a mantenere questa modalità, almeno finché non ne impara altre più utili;
  1. autoefficacia = come detto, giudizio che una persona ha delle proprie capacità di adottare il comportamento adeguato, necessario o richiesto in un dato contesto o per un dato scopo;
  1. supporto sociale = sostegno emozionale, informativo, interpersonale e materiale che è possibile ricevere e scambiare nelle reti sociali.

Una strategia educativa di promozione della salute dovrebbe porsi come obiettivo positivo l’incremento e il rinforzo di tali fattori (empowerment), inteso come aumento delle capacità dei soggetti di rispondere in modo sano agli eventi della vita, consapevoli della propria soggettività in relazione dinamica costante con l’obiettività e l’oggettività della realtà circostante, per il raggiungimento dei propri fini, nel rispetto di quelli altrui.

In questa circolarità di processi ritroviamo anche i valori principali della nostra millenaria cultura: la conoscenza di se stessi, il rispetto del mondo naturale da cui grandemente dipendiamo in termini di qualità di vita, il rispetto degli altri che sono portatori, al nostro pari, di dignità ed obiettivi.

Salute e benessere secondo l’approccio psico-educazionale

Numerose ricerche hanno ormai evidenziato che i due emisferi cerebrali, anatomicamente simili, sono in realtà funzionalmente differenti, soprattutto in relazione al processo di elaborazione e risposta agli stimoli sensoriali e di memorizzazione delle informazioni.

L’emisfero sinistro è caratterizzato da un sistema percettivo e di analisi logico (pensiero convergente, analisi), in cui non sono previste soluzioni alternative/creative. Lavora sulla comparazione di dati già esistenti, categorizza, seleziona e costruisce modelli informazionali di rapido utilizzo (principio di economia). Da qui derivano le regole sociali, gli schemi di pensiero, gli stereotipi, i giudizi e i pregiudizi, le discriminazioni tipo sì/no, buono/cattivo, ecc.

L’emisfero sinistro quindi non può dare una lettura oggettiva e dinamica della realtà, ma soltanto una interpretazione di essa, sulla base di conoscenze prememorizzate.

Questo meccanismo è veloce, del tipo stimolo-risposta: non è facile liberarsi dalla dipendenza delle memorie depositate nell’emisfero sinistro del cervello (se non attivando la volitività, la libera scelta), e spesso nelle nostre azioni e decisioni siamo guidati da questi cosiddetti “modelli operativi interni” senza poter esercitare il libero arbitrio rispetto ai nostri fini. L’individuo così è condizionato, limitato, e non ha accesso alle proprie potenzialità, rimane in superficie, ancorato alle proprie memorie o alle indicazioni provenienti da altri individui o gruppi più forti.

L’emisfero destro, invece, non associa l’informazione, non categorizza: è caratterizzato da un sistema percettivo più globale e integrante, basato sulla sintesi emozionale che facilita il pensiero creativo, divergente. Per tali motivi i processi di percezione, elaborazione e risposta di questa porzione del cervello richiedono tempi più lunghi.

cervello

I due emisferi sono collegati tra di loro dal corpo calloso, le cui fibre nervose permettono all’informazione di essere veicolata nell’emisfero controlaterale per una maggiore e più adeguata integrazione: infatti le modalità di funzionamento dei due emisferi cerebrali sono entrambe indispensabili al raggiungimento e al mantenimento di un sano equilibrio neurofisiologico e neuropsicologico.

Tale sinergia riveste una notevole importanza per i processi di apprendimento, nell’ambito dell’educazione e del suddetto empowerment: purtroppo, però, la società odierna tende a privilegiare e a rinforzare le modalità di funzionamento dell’emisfero sinistro. Viceversa, si diventa coscienti delle proprie azioni, di ciò che si ha intorno, e ci si può autodeterminare quando si attivano in modo equilibrato i due lobi frontali degli emisferi cerebrali, all’interno dei quali si sviluppa l’autoconsapevolezza.

Infatti, è all’interno della corteccia orbito-frontale che le ricerche delle neuroscienze svolte negli ultimi anni hanno identificato una serie di attività fondamentali quali la regolazione delle emozioni, l’attribuzione di significati, la volitività, la duttilità nella programmazione del comportamento rispetto allo scopo dato, l’autodeterminazione, in sintesi la coscienza di sé.

La promozione della salute a scuola

La scuola è il primo contesto allargato, extra-familiare, nel quale il bambino si trova ad interagire. Essa costituisce un ambito nodale di socializzazione secondaria, nella quale si definiscono e rinforzano livelli di identità e di valutazione del sé, condotte e competenze interattive e sociali, ed è naturale aspettarsi che essa fornisce tutto l’aiuto ed il sostegno di cui il bambino/ragazzo necessita.

La scuola, quindi, potrebbe dare un contributo formativo e preventivo importante nell’ambito della dimensione educativa del “saper essere”, aiutando l’individuo a sentirsi incoraggiato e accettato, a formarsi una identità integrata, a percepirsi autore e protagonista efficace della relazione con gli altri e con l’ambiente, favorendone un armonico e completo sviluppo cognitivo, affettivo e relazionale, in un clima di efficacia che renda ognuno soggetto di se stesso e delle proprie azioni.

Conclusioni

Per concludere, è ormai dimostrato che l’individuo si percepisce in una condizione di benessere quando in sé sente esistere un adeguato grado di equilibrio nel funzionamento delle sue diverse componenti, cioè

  1. tra valutazione emozionale e valutazione logico/razionale delle esperienze;
  2. tra le esperienze compiute e il grado di comprensione della realtà;
  3. tra le fonti di stress e le abilità che lo stesso individuo sente di possedere per far fronte allo stress (coping abilities).

Da tutto ciò si può dedurre che ogni nostro sforzo come educatori deve tendere a dare ai soggetti, fin dalla più tenera età, consapevolezza, coscienza della propria realtà interna e di ciò che li circonda come ambiente naturale e sociale, senza paure e inibizioni ma sviluppando in loro la capacità di risolvere i problemi posti inevitabilmente dal mondo, dagli altri: solo così sarà possibile risolvere i conflitti e affrontare situazioni stressanti o patogene per pervenire ad un soddisfacente livello di benessere.

La famiglia e la scuola sono le principali agenzie educative che devono concorrere alla realizzazione di questo fine, che è poi quello di educare soggetti consapevoli (del proprio mondo interno e di quello esterno) con capacità di progettazione e di realizzazione dei propri obiettivi, nel rispetto di tutte le diversità – e relativi conflitti – che potranno incontrare nel proprio percorso esistenziale.







Lascia un Commento

*