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Come è possibile non farsi condizionare dalle esperienze negative del passato?

category Psicologia Alfonso Falanga 12 Dicembre 2011 | 2,443 letture | Stampa articolo |
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Questa è la domanda che, prma o poi, chi è impegnato in relazioni di aiuto ( counselor, psicologi, psicoterapeuti, formatori, operatori sociali, ecc. ) si sente rivolgere da coloro a cui, attraverso il suo ruolo specifico e le sue particolati metodologie, porta sostegno.

Nel volere fornire una risposta che non sia un semplice slogan, efficace all’apparenza ma improduttivo nei fatti, cominciamo con l’interrogarci su qual è, o quale può essere, la dimensione intrapersonale da cui ha origine il quesito.

 

Prima è opportuno chiedersi cosa si intende per “ esperienze negative “.

Con tale denominazione si indicano, generalmente, eventi ( affettivi, sociali, professionali, esistenziali ) che hanno recato frustrazione, disagio, vera e propria sofferenza. Fatti del passato che la persona, insomma, vuole evitare a tutti i costi di rivivere. Circostanze della cui origine l’individuo si sente responsabile ( colpevole, per meglio dire ) attraverso il proprio comportamento oppure che ha subìto senza potere o sapere reagire ( anche l’impotenza, spesso, è vissuta come colpa ) .

 

La domanda in questione, insomma, porta con sé, quale contenuto emotivo, paura.

Paura di sbagliare ancora e/o paura della propria impotenza.

Se la paura è l’emozione tipica che si sperimenta di fronte ad un pericolo imminente, in tal caso la minaccia si configura non già come un evento esterno bensì come personale attitudine / tendenza all’errore e/o all’impotenza di cui l’evento esterno negativo è semmai conseguenza.

In sostanza  il quesito “ Come è possibile non farsi condizionare dalle esperienze negative del passato? “ esprime la paura di sé stessi o quantomeno di una cospicua parte di sé stessi.

 

L’emozione, inoltre, non si  esaurisce nella una sensazione fisica ma è un complesso di elementi somatici e cognitivi. La paura della propria tendenza all’errore ed all’impotenza, nella fattispecie, è strettamente connessa ad una specifica convinzione su sé stessi che suona più o meno così :

sono destinato/ a all’errore ed all’incapacità ossia

sono intrappolato/ a in una sola risposta inefficace, logorante e controproducente.

In sintesi : non posso e non so fare altro che sbagliare sia quando reagisco che quando non lo faccio.

Concludendo : sono un monoblocco ( emotivo, cognitivo e comportamentale ).

 

A tale convinzione ne sono connesse altre del tipo :

il passato ci condizione sempre ed inevitabilmente;

cambiare in meglio, essere dunque efficaci, produttivi ecc. è possibile solo sganciandosi del passato ( diventare una persona diversa) e dal passato ( trasformarsi in un individuo libero);

 

 

Se la paura è l’emozione che si prova quando si è in pericolo ( o lo si suppone ) la valenza positiva di questo stato d’animo è nel tradursi in una sorta di sirena di allarme che, indicando la minaccia, spinge ad agire di conseguenza.

Si sa che, in tali circostanze, l’agire si può concretizzare in fuga o nel far fronte al pericolo aggredendolo e diventando così, a volte, più pericolosi della minaccia stessa.

Fuga, nel nostro caso, consiste nell’impegno ad evitare, per il resto della propria esistenza, di sperimentare ancora la medesima situazione in cui, in passato, si è commesso l’errore o ci si è sentiti impotenti. Chi ritiene di avere fallito nel matrimonio, ad esempio, si impegna a non instaurare più relazioni affettive significative. Chi ha fallito in un  progetto di lavoro decide di cambiare mestiere. E così via. Tali impegni con sé stessi sono consapevoli o, in alcuni casi, sono presi a livelli più profondi della coscienza.

Ad ogni modo il comportamento che ne segue nella pratica quotidiana  risulta conflittuale, insoddisfacente, ripetitivo pur se attraverso forme diverse.

Fuggire dalla minaccia per sfuggire alla paura perciò non ha molto senso: l’emozione negativa, i pensieri ad essa associati ed i comportamenti improduttivi consequenziali prima o poi si ripropongono. La promessa fatta a sé stessi “ mai più come allora! “ può essere un sollievo momentaneo alla frustrazione ma non un utile progetto di vita.

 

D’altro canto aggredire la minaccia, dunque affrontare a muso duro la paura, significa invece amplificare quella parte di sé che, nella pratica, ha dato vita all’errore. Vuol dire amplificare il comportamento improduttivo, reiterarlo più o meno consapevolmente. Diventa, in sostanza,  fare di più e meglio quello che si è fatto prima.

Aggredire la minaccia, perciò, si traduce in ripetere l’errore tutt’al più perfezionandolo. La paura, perciò, finisce con l’alimentare sé stessa. Ed all’impotenza di aggiunge impotenza.

Entrambi questi atteggiamenti, fuga e “ muso duro “, hanno origine da quella medesima convinzione di cui sopra: sono un monoblocco ( emotivo, cognitivo e comportamentale ).

 

Come è possibile, allora, realizzare una “ terza via “ ?

Proviamo ad elaborarne una. Per farlo, rivisitiamo partendo la domanda di partenza la cui sostanza consiste nella richiesta di una strategia di uscita dal passato.

 

Che vuol dire, in sostanza, “ non farsi condizionare dalle esperienze negative del passato? “.

Pur non volendo aderire ad una visione deterministica che vede l’individuo attuale ( e futuro ) una diretta e prevedibile conseguenza del passato, non possiamo però pensare che ciò che si è stati non abbia peso nel presente. Ognuno è la sua storia, o meglio è anche la sua storia. Ogni persona è protagonista di una narrazione che è ben definita ma non è ancora definitiva.

“ … non farsi condizionare dalle esperienze negative del passato “, perciò, non consiste né nell’opporsi al passato (  “ mai più come allora ! “ ) né uscire da esso come se l’esistenza si svolgesse a compartimenti stagni. Si tratta, invece, di impegnarsi a proseguire nella narrazione proprio perché essa non è ancora chiusa. Non è mai definitivamente chiusa.

Il passato, paradossalmente, condiziona ( limita ) proprio quando si cerca di sfuggirli.

Ma che significa, in realtà, essere la propria storia senza farne un impedimento per una nuova progettualità di vita? Come è possibile non reiterare comportamenti insoddisfacenti, scelte inopportune, sbagli senza fughe e senza aggressioni ?

La risposta, dal nostro punto di vista, richiede che si prendano come riferimento tre variabili:

l’informazione;

i tornaconti;

la volontà.

 

In Analisi Transazionale i comportamenti inadeguati, improduttivi, logoranti e conflittuali in alcuni casi sono considerati esito di una contaminazione. Per tale si intende lo sconfinamento dell’emotività della persona, o della sua componente etica, nella sua dimensione logica ossia di quella parte caratteriale più impegnata nell’analisi di realtà e dunque nell’elaborare scelte comportamentali adatte alla situazione. In queste circostanze si crede di agire essendo consapevoli del qui ed ora ma in sostanza ci si muove in base a componenti caratteriali scollegate da ciò che si è adesso : emozioni legate a situazioni passate, ad esempio, o pregiudizi oppure aspettative grandiose.
In altre circostanze, però, la contaminazione può essere il frutto, più che di un distorto modo di sentire ed osservare il presente, di una mancanza di informazioni.
L’incomprensione tra due persone, anche se impegnate in relazioni durevoli, e la conflittualità che ne deriva può avere la sua origine, ad esempio, nell’ignorare che le parole non hanno lo stesso significato per tutti anche se si parla la stessa lingua. Che stare insieme da tempo ( come partner o come genitori e figli oppure colleghi di lavoro ) non implica necessariamente che ci si conosca a fondo, che si sappia già che cosa l’altro vuole, sente, dice o vorrebbe dire.
In questi casi, dunque, l’evento negativo è generato per lo più da ignoranza. Non ci si capisce al punto da giungere, a volte, alla rottura della relazione ( affettiva, sociale, professionale ) perché mancano le informazioni sulla natura del linguaggio e sulle sue strutture superficiali e profonde, ad esempio, o sul fatto che la quantità di tempo è una variabile necessaria ma non sufficiente a produrre conoscenza e che comunque la conoscenza non è mai definitiva.
La mancanza di informazione riguarda, in qualche modo e misura, anche la seconda variabile: i tornaconti comportamentali.
Per chiarire ciò di cui stiamo parlando prendiamo ad esempio il bambino che, in classe, pur di attirare l’attenzione della maestra su di sé si agita, interrompe, disturba, non sta a sentire.
Certo, l’attenzione che otterrà sarà di una qualità alquanto scadente : rimproveri, punizioni, ecc. Ma indubbiamente non passerà inosservato. Si può essere certi che la maestra, ed i compagni, si ricorderanno di lui per un bel po’ di tempo.
Ovviamente non c’è nulla di male nel fatto che il ragazzino voglia attenzione. E’ un’istanza che è parte essenziale dei bisogni di ogni essere vivente. Far sì che la maestra non abbia altro pensiero che per lui, dunque, rappresenta il tornaconto dell’agitazione che il bambino mostra in classe. E’ il suo vantaggio. Costi quel che costi.
Alcuni individui, anche da adulti, si comportano più o meno come fa quel bambino: si agitano e mettono in atto comportamenti inconcludenti per ottenere quel riconoscimento di cui hanno bisogno. Ci riescono pure, anzi più sono inconcludenti e più si parla con loro e di loro. Certo, anche nel loro caso l’attenzione catturata è di bassa qualità ma è lo scotto da pagare per essere al centro dell’attenzione. Proprio come per quel bambino in classe.
E’ chiaro, ormai, che non è in discussione il vantaggio che essi ottengono ma le modalità, lesive per sé e per gli altri, messe in atto per raggiungere lo scopo.
Ciò di cui questi individui necessitano, perciò, non è modificare lo scopo ma adottare nuove strategie comportamentali per realizzare lo scopo. Ciò che manca, anche in tale circostanza, è ancora una volta l’informazione ossia sapere che quel medesimo bisogno può essere raggiunto in altro modo, meno lesivo, forse faticoso e mai certo ma senz’altro più adeguato all’attualità.

L’ultima variabile che abbiamo preso in considerazione è la volontà.
Se per essa intendiamo l’atto decisionale realizzato in base ad una analisi delle circostanze ed allo scopo di produrre il loro cambiamento, ci accorgiamo che la volontà è perciò la premessa al cambiamento e non un suo risultato. Si decide di cambiare, insomma, e si adottano i comportamenti adatti allo scopo piuttosto che cambiare per poi decidere.
Ecco che allora alcune persone, in situazioni conflittuali, attendono che la conflittualità si sciolga per poi dotarsi di volontà e decidere. Nell’attesa, però, i nodi rischiano di intricarsi ancora di più.
Anche in tal caso ciò che manca, a volte, è proprio l’informazione: sapere, cioè, che la volontà precede il cambiamento e non viceversa. Saperlo per poi praticarlo.
Tornando alla domanda di partenza, allora, il rischio di reiterare comportamenti lesivi a sé ed agli altri non si argina sfuggendo al passato né rassegnandosi ad esso. Evitare di rivivere esperienze negative può essere possibile considerando, semmai, quanto quelle variabili, e la loro assenza, abbiano influito sugli eventi e sul proprio comportamento.
Non è compito facile né breve. E’ una sorta di addestramento, di formazione continua.
Come dice uno studioso “ L’ignoranza porta alla paralisi della volontà” 1.

1 BAUMAN Z, L’etica in un mondo di consumatori, Ed. Laterza, Roma – Bari, 2011, pag. 160

 

Alfonso Falanga

Counselor certificato AssoCounseling

Formatore socio AIF ( Ass.ne Italiana Formatori )

info [@] comunicascolto [.] com







1 Commento a “Come è possibile non farsi condizionare dalle esperienze negative del passato?”

  1. alessio

    Capisco perfetamente i concetti, ma dopo questa lettura rimango legato a quel senso di impotenza e condizionamento che nn mi fa progredire

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