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Agitazione e violenza: esiti della diseducazione emotiva

category Psicologia Alfonso Falanga 14 Maggio 2009 | 4,042 letture | Stampa articolo |
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Il termine “passività”, in riferimento al comportamento umano, induce ad immaginare individui che non agiscono ossia che non attivano, al fine di realizzare le proprie mete, le risorse psico – fisiche di cui dispongono.

In realtà così non è. Anche la passività è un comportamento ed in quanto tale ha origini interiori ed esteriori e si concretizza in traguardi materiali ed intrapsichici.

Se la passività viene intesa come “assenza” ciò è dovuto principalmente al fatto che l’agire, o il “non agire”, del soggetto è palesemente incongruo rispetto alle esigenze ambientali. In sostanza la persona viene percepita dai suoi interlocutori come  passiva non tanto perché “non fa” ma  in quanto si attiva in modo scollegato alla contingenza.

Questo tipo di atteggiamento nasce dal non tenere conto, da parte dell’individuo, sia di alcuni aspetti della realtà materiale e sociale a cui appartiene che delle risorse emotive/ cognitive/ comportamentali  che egli/ ella dispone o di cui potrebbe disporre (1).

- il punto di vista analitico transazionale

Secondo l’Analisi Transazionale  sono comportamenti passivi l’astensione, l’iperadattamento, l’agitazione e la violenza .

Delle prime due modalità comportamentali ci siamo già occupati in precedenti occasioni (2). Le riflessioni che seguono, invece, sono centrate sugli ultimi due atteggiamenti.

” In questo comportamento passivo la persona svaluta la propria capacità di agire per risolvere un problema. Si sente acutamente a disagio, intraprende un’attività inutile e ripetitiva nel tentativo di  alleviare il suo disagio. L’energia è diretta sull’attività agitata invece che nell’azione per risolvere il problema. Durante l’agitazione la persona non sente che sta pensando”.

In queste poche righe due Analisti Transazionale, Ian Stewart e Vann Joines, descrivono modalità e contenuti dell’agitazione (3). Essi evidenziano come, in tali circostanze, la persona tolga valore  sia alla sostanza del proprio pensiero  sia al fatto stesso che pensi. Essa, in pratica, si percepisce come semplice meccanismo mosso dall’impulso a reiterare un unico gesto (verbale o non verbale o di entrambi i tipi) su cui, come specificano gli Autori, indirizza ogni risorsa fisica e mentale.

E’ opportuno precisare che non ci stiamo riferendo alla persona che solitamente “fa le cose in fretta” bensì a chi, in una data circostanza percepita stressante, invece che agire in vista della soluzione all’evento problematico, si “blocca”  in un solo gesto ripetitivo o meglio nella replica di un “complesso gestuale”: è il caso di chi fuma e cammina avanti e indietro ( es. il marito mentre la moglie gli chiede di intervenire verso il figlio che non vuole studiare), di chi si morde le unghie di una mano mentre con l’altra si gratta il capo ( es. l’alunno di fronte all’insegnante che gli chiede perché non ha fatto i compiti), di chi mette in ordine gli oggetti che ha davanti canticchiando un ritornello sempre uguale (es. la moglie al rientro del marito a cui  deve comunicare l’arrivo di un bolletta telefonica “esagerata”).

Situazioni in cui la persona, come ci dicono Stewart e Joines, si sente  fuori posto ( in senso letterale, cioè il soggetto, almeno in quel momento, vorrebbe proprio essere altrove) e tende al superamento del disagio concentrandosi su un gesto inutile, se non proprio lesivo al clima relazionale, al posto di affrontare la questione.

Abbiamo già sottolineato  che il comportamento passivo, come ogni comportamento, ha un suo preciso obiettivo, il più delle volte fuori dalla coscienza vigile di chi lo mette in atto, ed oscuro a chi è il destinatario di quell’atteggiamento, ma non per questo meno concreto.

La meta verso cui tende la modalità agitata non ha riferimenti esterni  bensì interni al sistema emotivo/ cognitivo della persona che con quel modo di fare, così apparentemente illogico, comunica la difficoltà a riconoscere e ad accogliere il suo vissuto.

Ciò che intendiamo affermare è che l’agitazione esprime il dialogo conflittuale tra l’individuo e l’emozione (non unica bensì intreccio di emozioni) che in quel momento, in quella specifica situazione, prova.

In sostanza tale modalità comportamentale è la risposta che il soggetto fornisce all’emotività, ed all’insieme di pensieri/convinzioni che le fanno da cornice, che gli suscita l’evento e non al fatto in sé.

- agitazione e violenza

A volte l’agitazione è il preludio ad un comportamento violento. In tal caso, cioè, l’individuo è incapace a contenere l’energia espressa nell’atto ripetitivo e che, in un certo senso, le fa da argine.

A seguito di un mutamento degli stimoli, sia in intensità che in contenuti e forme, tale energia può essere rivolta verso l’esterno producendo così comportamenti lesivi (sotto l’aspetto relazionale e a volte anche in senso fisico/ materiale) alla persona stessa ed ai suoi interlocutori.

Intendiamo dire che mentre nell’agitazione la persona rivolge l’energia verso di sé impegnandola nella reiterazione di un atto, nella violenza essa è diretta verso l’esterno e/ o verso l’individuo stesso che questa volta la utilizza per realizzare un’unica azione definitiva.

Tale passaggio non è dato da una intensificazione del comportamento agitato ovvero la violenza non è un “in più” di quella medesima modalità. La risposta al disagio cambia forma, contenuti, intensità, direzione.

L’agitazione è la manifestazione comportamentale di chi si trova in una sorta di labirinto di cui sa che esiste, in qualche punto, l’uscita. Distante, irraggiungibile forse, ma reale.

La violenza, invece, comunica che il soggetto non ritiene più possibile alcun mutamento: “così è e così sarà”, si dice il “violento”. E’ la conferma, dunque, della definitiva svalutazione di qualsiasi opzione comportamentale. Pertanto la violenza, anche se l’accostamento appare paradossale, è la più intensa forma di passività.

- agitazione, violenza ed emozioni

Già in precedenza abbiamo accennato al fatto che  i comportamenti di cui ci stiamo occupando possono essere interpretati come collegati ad una sorta di diseducazione emotiva da parte del soggetto.

Vale a dire che il non riconoscimento delle proprie emozioni o l’incapacità ad accogliere quanto viene riconosciuto, a cui fa seguito la tendenza a soffocare ogni minimo turbamento, possono produrre (con il contributo di altri fattori di natura socio – relazionale)  gli atteggiamenti di cui ci stiamo occupando.

E’ opportuno, a questo punto, approfondire se pur sinteticamente, il concetto di emozione.

Sintesi di sensazioni e pensieri, l’emozione è una reazione a stimoli ambientali (persone, immagini, suoni, rumori, odori, comportamenti) o individuali (pensieri, ricordi, idee).

Le emozioni avvertite con maggiore chiarezza sono la paura, la tristezza, la rabbia e la gioia. Nella nostra realtà interiore esse non sono così ben distinte ma si intrecciano, coesistono, si alternano repentinamente. La reazione all’evento sarà poi governata da quella che, all’interno del groviglio emotivo, prevarrà sulle altre.

La paura la sentiamo di fronte ad una minaccia. In merito all’arco temporale essa appartiene al futuro dal momento che si riferisce ad un evento che è di là da venire, anche se “futuro” può essere cinque secondi, un minuto, un’ora, un giorno, un mese.

La paura è funzionale alla nostra integrità psico-fisica: avverte della minaccia, aiuta a superare il pericolo o spinge alla  fuga. La paura, dunque, è positiva quando alimenta la nostra attenzione.

La rabbia è l’emozione che sperimentiamo  nel momento che subiamo un danno, cioè quando un aspetto della realtà (materiale – affettiva – sociale) fa da ostacolo al raggiungimento dei nostri obiettivi. Ci arrabbiamo, in sostanza, quando  il mondo non gira come vorremmo.

La rabbia appartiene al presente. E’ funzionale al nostro equilibrio psico-fisico perché ci avvisa del danno e ci fornisce l’energia necessaria a modificare  il dato di realtà che  è di intralcio.

La rabbia è l’emozione meno accettata dagli individui e dalla società. Il suo significato più comune è aggressività ed è inteso in senso negativo, mentre aggressività vuol dire “tendere verso”, dunque in sé non contiene alcun elemento ostile anzi è funzionale all’evoluzione umana e sociale.

Secondo l’arco temporale, la tristezza si riferisce al passato:  accompagna, infatti, una perdita, sia che essa riguardi un oggetto che una persona.

Siamo tristi anche se dobbiamo rinunciare all’idea ( o immagine o ideale) un’idea che abbiamo di noi stessi. Siamo tristi, insomma, anche quando una fase della nostra vita (sociale – affettiva – professionale o cronologica ) ha termine.

Le emozioni non sono eventi negativi né la persona emotiva è debole, inadatta ad esempio a svolgere funzioni direttive (anzi il dare regole richiede una spiccata disponibilità a sentire le proprie emozioni e ad avere cura dell’emotività altrui).

Le emozioni non sono da evitare, soffocare, ignorare.

La negatività, come già accennato, è un versante dell’emozione e dipende dall’uso che facciamo di essa, dalla nostra capacità di accoglierla, dalle convinzioni che abbiamo riguardo l’emozionarsi.

L’ emozione è dunque funzionale ( utile) o disfunzionale ( dannosa).

La disfunzionalità  riguarda intensità e temporalità dell’evento emotivo.

L’ intensità è il grado di congruenza della risposta emotiva al tipo di evento.

Per temporalità si intende sia la durata dell’emozione, ossia la sua persistenza nei processi intrapsichici, che la sua collocazione nell’arco temporale.

Alcuni individui, per motivi legati alla loro storia personale o per distorsioni socio culturali, sono poco orientati ad accogliere la propria emotività in genere o relativamente a specifici vissuti.

In più la nostra cultura (o almeno gli aspetti più superficiali di essa) non apprezza ad esempio la paura – particolarmente negli uomini – e condanna la rabbia come inevitabilmente ed esclusivamente distruttiva. La tristezza è spesso considerata sinonimo di tedio, monotonia e quindi la persona triste è da tenere a distanza (uno stereotipo socio-culturale equipara l’individuo chiassoso alla persona estroversa, socievole, di compagnia. Al contrario, chi è silenzioso è visto come introverso, depresso , asociale e  per ciò da allontanare ).

La variabile ambientale è amplificata dal fatto che la società occidentale attualmente si muove verso una forma di perfezionismo che non lascia spazio all’emotività, come se questa potesse rallentare l’individuo nel raggiungere l’eccellenza nell’esecuzione della propria performance (successo professionale, economico, sociale). Come a dire che chi si emoziona è fuori dal gioco.

Questo orientamento condiziona in modo significativo le relazioni umane portando gli individui a mettere in atto, in prevalenza, comportamenti previsti da tale visione perfezionistica della vita ed è all’origine di quel fenomeno che alcuni studiosi definiscono analfabetismo emotivo (4).

Agitazione e violenza sono dunque reazioni ad un vissuto che il soggetto non riconosce come parte di sé  ma come uno stato che gli si impone dall’esterno e che lede la sua “perfezione” ( dove per tale intende l’assenza di emozioni) ( alcuni individui ritengono che ” gestire” l’emotività sia, di fatto, non provare emozioni).

Ritornando agli esempi precedenti, il comportamento del marito (fuma e cammina avanti e indietro) non è, o non è solo, la risposta alla moglie o al figlio svogliato bensì è la reazione ( nella sua forma manifesta e visibile) al suo disagio ( rabbia  e tristezza, ad esempio) di fronte alla moglie che si lamenta, al pensiero del figlio svogliato ed alla percezione di sé come genitore privo di autorità e / o incapace a produrre armonia familiare.

Lo stesso principio può essere utilizzato per interpretare il comportamento dell’alunno al cospetto dell’insegnante e  della moglie che non sa come dire al marito che è arrivata una bolletta molto “salata”.

Gli esempi qui utilizzati riguardano comportamenti espressi in situazioni che, per quanto fonti di disagio, tutto sommato fanno parte della quotidianità. La dinamica interiore che essi evidenziano, comunque, è estendibile anche a contesti relazionali che presentano come loro costante un più elevato grado di contrasto.

Ci riferiamo, per citarne alcuni, ai rapporti Operatore sociale ed Utente (es. tossicodipendenze, minori e giovani a ” rischio”), Terapeuta e Paziente, Consulente e Cliente.

Momenti di agitazione e violenza segnano, comunque, anche gli ambienti familiare, professionale, scolastico. Tra genitore e figlio, ad esempio, può mettersi in atto una dinamica conflittuale che va oltre, come contenuto, il rendimento negli studi e lo stesso può verificarsi tra marito e moglie o tra insegnante ed alunno.

In sostanza, lì dove il contesto relazionale non è preparato a riconoscere e ad accogliere l’emozione , il rischio di risposte agitate e/o violente è alquanto elevato.

Che fare, allora, per precedere o bloccare queste dinamiche? Come spesso succede a proposito del comportamento umano, non esistono soluzioni certe e definitive. Resta valido, a nostro avviso, il valore preventivo dell’educazione all’emotività che vuol dire favorire, da parte di genitori/ insegnanti/ operatori sociali / educatori, un ambiente relazione in cui emozionarsi non sia considerato un limite all’efficienza e dove, di conseguenza, l’emozione non si esaurisca nei suoi versanti negativi. Un ambiente,  cioè, in cui la persona si ” addestri” ad elaborare risposte congrue all’istanze ambientali, o comunque non distruttive, a partire da ciò che prova, che sia rabbia o tristezza oppure paura. Impari, quindi, che gestire l’emotività  significa proprio fluidità interiore e non, invece, trattare l’emozione come qualcosa in più e, dunque, da “espellere”.

Pertanto il genitore, ad esempio, di fronte al figlio che, rimproverato perché non studia,  si morde le unghie e poi comincia a piangere fino poi a gridare che “non ce la fa più”, che “gli si chiede troppo”, che “fa quel che può”, invece che intimargli di smetterla può provare ad abbracciarlo per poi, passata la fase acuta , chiedergli cos’è che è “troppo”o cosa “non ce la fa più a fare”.

Ciò vale, con le differenze del caso, anche per un rapporto di coppia, la relazione insegnante – alunno o tra operatore sociale ed utente. Intendiamo dire che, di fronte ad una risposta agitata o violenta, chi sta dall’altra parte, al posto di aderire esclusivamente alla “forma” del comportamento,  dovrebbe essere pronto a cogliere il flusso emotivo che sottende la reazione e rispondere ad esso.

A tale scopo è necessario, a nostro avviso, prima ancora riconoscere ed accogliere i propri vissuti vale a dire il complesso di emozioni/ pensieri/ convinzioni e sensazioni generati in sé dal comportamento agitato o violento di cui si è destinatari.

- la questione del falso problema

La nostra esperienza di Consulenti relazionali e di Operatori impegnati nel sostegno ai minori ” a rischio” ci porta a ritenere che, a volte, l’origine di comportamenti agitati o violenti dell’Utente è nel sentirsi, più che non capito, “non creduto” dall’Operatore sociale.

E’ il caso in cui questi si rivolge all’Utente, mentre sta narrando una sua esperienza, con espressioni del tipo ” di che cosa mi vuoi parlare veramente ?” o ” perché non mi dici ciò che pensi/ senti veramente?” fino al fatidico ” il tuo è un falso problema”.

Quando ciò accade, l’Operatore mette in atto una rischiosa svalutazione: l’esperienza riferita dall’Utente, infatti, è il problema, vale a dire rappresenta la sua percezione, problematica, del dato di realtà.

L’Operatore in questione, cioè, confonde la parzialità della narrazione con la sua veridicità.

Non è questa la sede per argomentare riguardo l’azione del sistema cognitivo/ emotivo quale filtro, o lente di ingrandimento, nei processi percettivi. Basti dire che ogni resoconto esperenziale si focalizza sugli aspetti della realtà che maggiormente coinvolgono emozioni/ pensieri/ convinzioni della persona che narra.

Questo meccanismo è alquanto prevedibile ed è facilmente riscontrabile anche nella comunicazione quotidiana.

Se, ad esempio, chiediamo ad una persona in che modo ha trascorso la mattinata, è ipotizzabile che egli non ci descriva effettivamente ogni gesto compiuto dal risveglio fino a pranzo, quante persone ha incontrato e quante cose ha fatto e detto in quell’arco di tempo. E’ probabile, invece, che ci parli dell’evento che, in bene o in male, l’ha maggiormente coinvolto. Ci descriverà in sostanza il fatto più piacevole o più spiacevole vissuto nel periodo in questione.

Un processo simile, nell’ambito della relazione di aiuto, si verifica nel racconto dell’Utente, anzi si intensifica all’intensificarsi del disagio. Questa parzialità non è consapevole e nello stesso tempo non è casuale.

L’Utente concentra la sua esposizione su elementi dell’esperienza che più lo coinvolgono emotivamente e che più aderiscono alle sue convinzioni. In poche parole egli, o ella, allontanerà dal proprio campo cognitivo tutti quei particolari che non sa spiegarsi ma che, forse, sono i più importanti e che comunque sono utili all’Operatore per completare la mappa dell’esperienza narrata.

Ed è appunto questo l’obiettivo, ed il compito, dell’Operatore: ricostruire l’esperienza in tutti in suoi aspetti salienti al fine di dare senso a ciò che, apparentemente, senso non ha e favorire nell’Utente la coscienza di questo nuovo punto di vista.

Giudicare i contenuti e le forme della comunicazione  in base a criteri di vero o falso, invece di “comprendere” ossia di ricondurre il particolare all’insieme che gli dà senso, è origine, in qualsiasi contesto relazionale, di risposte ” agitate” o ” violente”.

A maggior ragione ciò rischia di accadere all’interno di relazioni segnate fin dall’origine, come già accennato, da un consistente grado di conflittualità.

Alfonso Falanga

(1) cfr. Jacqui Lee Schiff : ” Analisi Transazionale e cura delle psicosi ” – ed. Astrolabio

(2) cfr Alfonso Falanga : ” Il genitore in ascolto” ; ” L’iperadattamento nella relazione genitore – figlio” su nienteansia.it

(3) cfr. Ian Stewart;  Vann Joines : ” L’Analisi Transazionale – Guida alla psicologia dei rapporti umani” – ed. Garzanti

(4) cfr. Galimberti U. : ” L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani ” – ed. Feltrinelli







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