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ANSIA FUNZIONALE E ANSIA DISFUNZIONALE: la sintomatologia, l’adattabilità, la regolazione e il significato recondino affettivo

category Disturbi e patologie Marialba Albisinni 15 Aprile 2011 | 7,972 letture | Stampa articolo |
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L’ansia è una reazione universale ed è  caratterizzata da sintomi come tremore, sudore, palpitazione e incremento del ritmo cardiaco, è definita come uno “stato di tensione emotiva” (Funk e Wagnalals, 1963). In condizioni sane è una reazione funzionale e fisiologica dell’organismo utile a segnalare la necessità di mobilitare risorse interne e motivare all’azione, vitalizza in qualche modo l’organismo, in questo senso non è patologica.

In ambito etologico/evoluzionistico essa ha un significato adattivo per la nostra specie, utile a prevenire i pericoli legati alla sopravvivenza.
L’adattabilità in termini evoluzionistici, si riferisce ai comportamenti che hanno avuto nella storia della specie un valore legato alla sopravvivenza (Lorenz, 1980). L’ansia è quindi una reazione universale, utile, di per sé non presenta un disturbo, perché attiva il soggetto verso un’azione; quando però i livelli di tensione divengono eccessivi la normale attivazione dell’organismo viene meno e l’ansia spesso diventa ingestibile.

L’ansia disfunzionale è considerata tale quando compare in assenza di uno stimolo reale e risulta ingestibile per la persona che la vive. Quando il livello di ansia è  sproporzionato rispetto al rischio e alla gravità del possibile pericolo e se permane anche quando non esiste più un pericolo oggettivo, la reazione è considerata non funzionale (Beck, 1985).
L’ansia disfunzionale o disadattiva (di stress) compromette le relazioni con l’ambiente e ostacola l’adattamento compromettendo il benessere dell’individuo.

La sintomatologia è caratterizzata da palpitazioni e accelerazioni del battito cardiaco, sudorazione, tremore, sensazione di intorpidimento o di formicolio, sensazioni di soffocamento, nausea o di fastidio all’addome, tensioni e dolori muscolari, vertigini, paura di perdere il controllo e paura di morire, difficoltà nella concentrazione e nell’addormentarsi, incapacità di rilassarsi, irritabilità, perdita di interesse nei confronti dell’ambiente, agitazione e tendenza ad arrossire in pubblico (Pellegrino, 2004).
L’ansia disadattiva esprime un profondo senso di smarrimento e una reale incertezza rispetto al futuro; le persone cercano di sopperire alla mancanza di sicurezza e all’incapacità di vivere nel “qui ed ora” controllando le svariate aree della propria vita fino al punto di essere paralizzate dall’ansia.

Nelle condizioni ordinarie l’organismo si autoregola e passa da una funzione all’altra secondo le richieste situazionali e le risposte adattive sono regolate a seconda delle esigenze della situazione reale. Si parla di disturbo d’ansia quando l’organismo è incapace di autoregolarsi e di uscire dalla “modalità pericolo”; la persona rimane impegnata e fissata in un comportamento difensivo, anche se l’assetto situazionale è cambiato.

Recentemente le teorie sull’attaccamento ci spiegano come le relazioni tra madre e figlio, mal funzionanti nei primi anni di vita, possano costituire fattori di rischio e portano a strutturare stili di attaccamenti insicuri e a disturbi in età adulta. Bowlby considera primari i costrutti etologici darwiniani. La concezione della psicoanalisi bowlbiana è stata ampliata dal cognitivismo che considera la mente come un prodotto dell’evoluzione biologica, il risultato di lunghi processi di adattamento sui quali ha agito la selezione naturale.
Gli stili di accudimento dei caregiver permettono la formazione di modelli operativi interni che vengono mantenuti anche in età adulta (Bowlby, 1988). Ciò struttura schemi cognitivi o mappe che guidano lo stile di interazione più consoni al maternage di riferimento.
Tali schemi sono strutturati su aspettative e previsioni; relazioni di attaccamento insicuro facilmente danno luogo a sindromi fobiche ed in età adulta è riscontrabile un forte stato di ansia e angoscia da separazione (Attili, 2001). Alcune forme di agorafobia nell’adulto, difatti, sostengono l’ipotesi di un modello operativo interno che controlla uno stile di attaccamento ambivalente (pattern C di attaccamento) centrato sulla dimensione dell’ansioso controllo di sé, dell’altro e della relazione. (Guidano, Liotti, 1985).

La dimensione più profonda dell’angoscia riguarda la paura della disintegrazione del proprio Sé. Tali studi clinici sono attribuiti a Heinz Kohut e alla psicoanalisi del Sé che considerano fondamentale per la strutturazione del proprio Sè (inteso come centro di iniziativa e autorealizzazione)la relazionalità affettiva (gli oggetti sè).
Il contenere o meno l’angoscia dipende, secondo tale orientamento, dalle risposte dell’ambiente empatico di oggetti-sé (persone reali e significative) a dare risposte adeguate in situazioni particolarmente difficili e ciò dipende dalla coesione del Sé del genitore, dalla sua capacità matura di avere una funzione tranquillizzante col bambino e ciò può avvenire solo se c’è stata una buona sintonizzazione empatica col suo stato emotivo.
Nella crescita è indispensabile la presenza di persone che calmano e che si sintonizano con l’angoscia del bambino, non la vivono allarmando ulteriormente il suo stato, ma la gestiscono regolandolo, interagendo  in una posizione asimmetrica di sintonia e contenimento empatico.
Il bambino apprende una modalità intrapsichica di AUTO-REGOLAZIONE del proprio stato attraverso la relazionalità con l’altro significativo (ha vissuto e appreso dalla relazione con l’altro il suo stato e la modalità di regolazione interna) ciò lo aiuta a strutturarsi ed a evitare una possibile paura di angoscia di disintegrazione futura. Se ciò non avviene, la modalità regolativa del proprio stato emotivo diviene disfunzionale e si tramuta in sintomi, quali l’ansia e il panico.Ulteriori studi  sull’autoregolazione, sono portati avanti dagli studi empirici dell’infant research (Beebe e Lachmann, 2002) e allargano gli orizzonti clinici, aperti e discutibili, centrati sull’ esperienza della regolazione interattiva, tangibile in ambito terapeutico con adulti ansiosi.

Nel delicato trattamento terapeutico viene ripristinata la possibilità di autoregolarsi attraverso l’attivazione di processi regolatori rinforzanti che a loro volta rafforzano la propria persona.Vengono ricercati i significati soggettivi in  una relazione di mutua fiducia.
In conclusione la sintomatologia dell’ansia ha diversi significati per la persona che la vive. Gestire l’ansia significa conoscersi e acquisire strumenti personali che permettono di ridurre gli effetti esagerati e incontrallabili che tale disturbo sollecita.Significa comprendere i significati soggettivi in una relazione terapeutica sicura.

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Dott.ssa Marialba Albisinni
Psicologa Roma.
Iscriz. albo del Lazio. n. 12403
www.psicologiainessere.it







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