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Nella maggior parte degli uomini, l'amore per la giustizia non è altro che il timore di patire l'ingiustizia. François De La Rochefoucauld
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La nuova disciplina del benessere. Vivere il meglio possibile… nella Sincronicità: ovvero di Welfare, Hyggelig, Zeitgeist, Kairos, concentrazione, amore… e altre “storie”.

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 10 Ottobre 2016 | 2,959 letture | Stampa articolo |
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Nel suo celebre saggio “Die Kunst, glücklich zu sein: Dargestellt in fünfzig Lebensregeln” (l’arte d’essere felici: esposta in cinquanta precetti), Arthur Schopenhauer (1788-1860) presentava un’accezione filosofica, molto influenzata dalla concezione buddhista, delle modalità di evitamento del dolore.

Eppure, in tedesco, glück significa anche fortuna e solamente glückseligheit è indice di beatitudine duratura.

E sì, perché sia pur un pieno soddisfacimento dei desideri, sufficiente a non far richiedere nient’altro, s’ottiene, e contemporaneamente purtroppo si compie, in un lasso temporale modesto, se non del tutto effimero, e soltanto se si dovesse prolungare produrrebbe uno stato che può agevolmente spaziare tra la serenità e il gaudio.

Welfare o wellbeing

Con terminologia un po’ più accurata, l’utilitarismo inglese si esprime con happiness,  distinguendo gioia e contentezza, e con welfare traduce ciò che i francesi chiamano bonheur e che, nel campo della politica, ha fatto sorgere il problema di quella condizione di benessere da assicurare in maniera egualitaria a tutti i cittadini.

Appena salito al trono, nel 1972, a diciassette anni, il Quarto “Druk Gyalpo” (Re Drago) della dinastia Wangchuck, Jigme Singye, sovrano quanto mai illuminato del regno himalaiano del Bhutan, proclamò senza tentennamenti che per misurare il progresso dei suoi sudditi non si sarebbe avvalso delle statistiche contenute comunemente nel cosiddetto “Prodotto Interno Lordo”, bensì avrebbe valutato la salute fisica, sociale, e persino spirituale degli abitanti, preservando i valori fondanti della nazione e proteggendo l’integrità naturale del suo ambiente.

World Happiness Report

Solo a distanza di quasi un quarantennio, la stagnazione economica indotta dalla globalizzazione avrebbe stimolato nei paesi occidentali dei programmi di revisione alternativa dell’indice di prosperità sociale; in particolare, in Gran Bretagna, nel senso del “national wellbeing” e nelle Nazioni Unite al fine dell’elaborazione di un “World Happiness Report”.

Compiuti cinquant’anni, Jigme Singye avrebbe abdicato in favore del figlio, lasciandogli in eredità il compito di completare il traghettamento del paese verso una democrazia parlamentare, perseguendone lo sviluppo socio-economico, senza trascurare le tradizioni degli antenati e la loro eredità culturale, nel totale consolidamento della serenità dello spirito nazionale.

Nonostante però il piccolo regno, che ha per capitale Thimphu, sia risultato primo per la distribuzione del benessere, tra le 157 nazioni recentemente censite dal World Happiness Report, si situa invece all’Ottantaquattresimo posto per quanto riguarda la soddisfazione assoluta. Tanto per farsi un’idea: l’Italia occupa la cinquantesima posizione di questa classifica; molto meglio vanno Islanda, Svizzera e Danimarca, quest’ultima assolutamente in testa.

 

The Danish Way

Il segreto del successo del paese scandinavo, sviscerato dallo psicoterapeuta Iben Sandahl e dalla giornalista Jessica Alexander, che hanno esplorato la questione (2015), sembra sia riposto nel termine danese “hygge“, difficile da tradurre in italiano e derivato dal germanico “hyggja“, che significa approssimativamente ‘sentirsi soddisfatti’.

Il tentativo di trovare un corrispettivo in “accogliente” non risulta sufficiente a spiegare in modo esaustivo un concetto risalente al XIX secolo, che farebbe implicito riferimento alla possibilità di creare un’atmosfera di piacevolezza e intimità, nell’assaporare i piaceri della vita, circondati dall’affetto delle persone care.

Hyggelig

Troppo danese da potersi trasporre se non con una perifrasi. Insomma, si tratta di un concetto molto più profondo della semplice preparazione di un bel clima romantico, per una buona tavolata sciccosa, grazie all’accensione delle apposite fiammelle sorrette da portacandele per decorazione. Sotto quest’aspetto superficiale deve concorrere un’equilibrata interazione basata sul godimento del momento, dello stare insieme, del cibo, in quello che si dimostra un prezioso rifugio dal mondo esterno.

A rendere così speciale le interazioni dell’Hyggelig sono forse proprio queste regole non scritte sul fatto che nessuno cerca di approfittarsi della situazione per accaparrarsi l’attenzione degli altri e impadronirsi del centro della scena. È un “momento”, ma anche un “ambiente”, in cui ognuno si spoglia delle convenzioni e, lasciati fuori dalla porta problemi e difficoltà, si toglie la maschera delle convenzioni, cercando di apprezzare la piacevolezza di tutta la compagnia al completo e della presenza di ciascuno.

Semplice convivialità?

Quella che sembra una banale riunione di famiglia, nella ricorrenza natalizia, non lo è perché assolutamente priva della pesante negatività dei soliti drammi, problemi, discussioni, commenti, attacchi velati; anzi pare piuttosto una comunione impostata alla fiducia e alla collaborazione, senza concorrenza sottesa, spropositi o invidie. Per il benessere generale sono essenziali questi  legami sociali, intessuti di sentimenti scambiati equamente, ricevuti e donati, sino a dare senso e scopo alla vita, col risultato di ridurre lo stress e rafforzare il sistema immunitario, aumentando di conseguenza la longevità dei partecipanti.

Un approccio multi-assiale

L’egualitarismo danese gioca in questo un ruolo importante, se lo studio di Edward Diener e Robert Biswas-Diener ha scoperto che, pur non essendoci differenza tra i benestanti statunitensi e scandinavi, che si dimostrano soddisfatti in modo uguale, i danesi a basso reddito sono, invece, molto più felici rispetto ai loro omologhi americani.

L’approccio di Robert Biswas-Diener per la “diagnosi” completa in positivo è simile all’approccio multi-assiale utilizzato nella clinica del DSM, cosicché il suo modello comprende sia il benessere psicologico e la soddisfazione di vita, sia ottimismo e speranza (orientamento verso il futuro), come pure punti di forza e interessi (le capacità), valori e naturalmente le condizioni favorevoli.

Solo un’allegra comitiva?

Tutto ciò sembrerebbe rispecchiarsi nei consigli scaturenti dalle regole hygge da applicare alla propria vita. Non cercare di dimostrare quello che non si è, pertanto essere sempre se stessi, abbassando, per così dire, la guardia. Prediligere discussioni equilibrate e spensierate, godendo della convivialità e dimenticando le controversie. Sentirsi membro di un team, fornendo il proprio contributo al “lavoro” della comitiva.

Il fattore hygge ci si svela, dopo tutto, anche come un luogo “sacro” (in danese: hellige), dal quale vanno lasciati fuori tutti i problemi, in modo da diventare un  rifugio dalle apprensioni quotidiane, dove potersi rilassare senza giudicare, e senza il timore d’essere giudicati; aprire il proprio cuore, senza dare importanza a qualsiasi cosa stia succedendo nel mondo accanto e nella vita esteriore.

 

Una sorta di galateo

Come nello spazio, il fattore hygge risulta pertanto limitato anche nel tempo. Quanto si riuscirebbe a resistere alla tentazione spesso fortissima di porsi al centro della scena, discutendo animatamente, per vantarsi o lamentarsi, o solo per imporre la propria presenza o liberarsi delle negatività che ci si porta dietro, sia pure per sbarazzarsene solo momentaneamente.

Questi comportamenti sono infatti molto difficili da applicare per un non danese. Hanno tutta l’aria piuttosto di rientrare in una sorta di galateo, che rimane comunque distante dall’essenza richiamata dall’espressione tedesca per una felicità durevole glückseligheit al fine del conseguimento della quale Schopenhauer offriva una Kunst, come adesso Vittorino Andreoli, con “La nuova disciplina del bendessere. Vivere il meglio possibile” (Marsilio, Venezia 2016), propone una vera e propria scienza.

Arte o disciplina

Di primo acchito, la mia personale perplessità viene dettata dalla constatazione che nel corso d’un’intera esistenza è assolutamente impossibile non imbattersi in situazioni tanto spiacevoli da provocare quella vasta gamma di reazioni emotive che vanno dallo sconforto alla disperazione, trovando sicuro giovamento, se non proprio almeno conforto momentaneo, in una branca del sapere o in un ammaestramento tecnico, esperienziale e creativo insieme. Ci sarebbe da discutere quindi riguardo all’incontrastata applicabilità d’una tale abilità…

Penso non solo alle perdite, ai lutti, alle delusioni affettive, perché a questo mondo purtroppo c’è di peggio, le guerre, le torture, le calamità naturali, come se non bastasse la quotidiana cattiveria dei nostri simili.

Un senso attinente a questa riflessione doveva avercelo quell’aggiunta di “Dargestellt in fünfzig Lebensregeln” al titolo del celebre saggio schopenhaueriano: “Die Kunst, glücklich zu sein”, intesa molto modestamente come  opportuni suggerimenti, indicazioni, spunti, e appunto precetti, regole di vita, sempre però che le circostanze di questa ne permettano un adeguato adattamento.

Sarebbe di poco ausilio una mera elencazione delle condizioni in cui potersi sentire pienamente appagati. Ben più importante è la modalità con cui in quelle rare situazioni di tranquillità si potrebbero volontariamente evitare quei più comuni errori che possano distruggere immantinente tanta armonia. E lo scopo de “La nuova disciplina del bendessere” sarebbe quello di prolungarla quanto più a lungo possibile.

 

L’amore è eterno finché dura

Prendiamo l’esempio dell’innamoramento, la cui durata può essere abbastanza contenuta, la continuità rara, ma la reiterazione frequente.

Nell’ambito erotico-sessuale esisterebbero delle convinzioni piuttosto diffuse, e confuse, che non contribuiscono certo a renderlo diretto procacciatore di gioia. La distinzione esclusiva del piacere sessuale verrebbe posta proporzionalmente in relazione ai rapporti intimi e al numero dei partner. Il mito dell’harem, o del divismo, sono talmente radicati da costituire quasi dei veri e propri complessi. Mentre, nella realtà di tutti i giorni, spesso quel che conta è l’intimità e l’intensità del sentimento che si ha e si prova con la persona amata e con cui si condividono tenerezze e passioni in un’unica sfera affettivo-emotiva.

Occorre concentrazione

Dare per scontato che l’innamoramento abbia una scadenza prevista invita a non prendersene cura bastevole, a non coltivarlo come meriterebbe, a sciuparlo o a comprometterlo irrimediabilmente con la conseguenza di perderlo e dunque soffrirne.

Altro esempio, restando nel medesimo contesto, il tradimento, per ripicca, o per il gusto di provare un’altra minestra e non la solita, costituisce una superficialità imperdonabile, soprattutto nel non rendersi conto che un’altra esperienza, sia pur entusiasmante, spezza inevitabilmente la concentrazione assoluta su quell’unicità fino a quel momento sufficiente a procurare felicità e benessere.

Già il puro e semplice concetto della concentrazione, proveniente pure da quell’accezione filosofica schopenhaueriana, molto influenzata dalla dottrina buddhista, contribuisce a farci raggiungere la beatitudine. Perché il benessere richiede un’immersione totale che rimanga incontaminata. E la fedeltà rappresenta una forma di concentrazione.

Ars amandi

L’amore erotico totale s’avvicina molto a quella sorta di creazione artistica che realizzi l’applicazione della massima attenzione al piacere e alla gioia della libertà e della conoscenza dell’esperienza della vita. “La nuova disciplina del bendessere” di Andreoli mirerebbe quindi a raccogliere quanto di meglio ci sia concesso di sperimentare.

 

Uno stato di grazia

La comprensione della realtà infonde automaticamente i comportamenti più appropriati per permanere in una specie di stato di grazia, alimentato da un’intuizione tra le braccia della quale ci si deve abbandonare.

Il “fattore” nostrano

Quello di cui contemporaneamente dovremmo essere consapevoli è che l’intuizione che coglie nel segno appartiene all’ordine del misterioso, del casuale, del non perseguibile. Paradossalmente, dovremmo allora, più che l’incolto, coltivare l’incoltivabile, considerando il frutto di tanta nostra fatica come un dono inaspettato, o un’immeritata fortuna, il glück di partenza, nonché dosaggio mai troppo abbondante di quell’italianissimo, e altrettanto popolare, “fattore C”.

Zeitgeist

È il caso del successo che sembra per lo più il prodotto di circostanze storiche, o se vogliamo dirla in altri termini del coagularsi di inconsce quanto oscure esigenze d’un’epoca, a cui si perviene lasciandosi andare senza pregiudizi, preconcetti, difese di qualsiasi sorta. Si dice di solito che chi arriva al successo abbia inconsapevolmente colto lo spirito del proprio tempo.

Con Zeitgeist Johann Gottfried Herder (1744-1803) tradusse l’espressione latina “genius saeculi”. E, secondo il pensiero di Rudolf J. L. Steiner (1861-1925), nel riuscire a comprenderne la “missione”, ci si potrebbe collocare al giusto “posto”, appunto per adempierla in piena libertà, appropriandosi del proprio destino, per viverlo per intero, senza farsi coinvolgere e trascinare dal cosiddetto, falso, progresso della civiltà.

Kairos

Nel trattare questo argomento, in “Sincronicità. Natura e Psiche in un universo interconnesso” (Fattore umano, Roma 2013), Joseph Cambray cita il lavoro sul rapporto interattivo tra temporalità e potere politico di Eric Csapo e Margaret Miller (1998), i quali si soffermano sull’evoluzione d’un concetto divenuto familiare agli analisti junghiani.

Nel periodo arcaico, il termine kairos è stato associato a un punto critico oppure alla giusta, appropriata misura, ma nel V secolo il suo significato diventa prevalentemente temporale… Kairos cattura l’atto di decisione nell’intensità del più breve momento possibile; in alcuni contesti, la parola significa ‘criterio’, ‘giudizio’ o atto di decisione stesso. Una fusione semantica di idee riguardo il tempo e sulla conoscenza… il kairos permette di trionfare sulla contingenza”.

“Lo Zen e il tiro con l’arco”?

Per identificarne le predominanti metaforiche, Richard Broxton Onians (1899-1986) ne aveva ripercorso l’etimologia; una relativa al tiro con l’arco, nella combinazione della giusta mira e forza da parte dell’arciere, allo scopo di penetrare l’armatura dell’avversario; l’altra inerente l’arte della tessitura, nel passaggio della spoletta tra i fili, attraverso le aperture appositamente predisposte nell’ordito. Difatti, in seguito, tale nozione si orienta verso un’agognata fessura, a un tempo erotico “posto” giusto e sentimentale opportunità.

Una “metamorfosi degli dei”

Carl Gustav Jung (1875-1961) utilizza il termine in senso dinamico, in attesa d’una “metamorfosi degli dei”.

Questa esigenza del nostro tempo, che davvero non abbiamo scelto coscientemente, è l’espressione dell’uomo interiore e inconscio che si trasforma”, scrisse nel 1957, a proposito di “Gegenwart und Zukunft” (presente e futuro).

L’arte della tessitura

Nel confermare quella combinazione pitagorica tra numero e qualità sincronistiche, Marie-Louise von Franz (1915-1998) persegue nell’associarla a “divinità tessitrici”, alludendo all’idea di un ‘campo’ nel quale le ‘connessioni significative’ si trovino impercettibilmente intrecciate.

Una certa sensazione numinosa

Risulta pertanto fondamentale, per l’emergenza del “fenomeno”, non solo la componente temporale, ma anche quella spaziale; quel tal “posto”… su cui convogliare la percezione d’una certa sensazione numinosa, di un “altro” – “terzo”, oppure “cuarto”, come diceva Giuseppe Gioachino R. Belli (1791-1863) in “Pijjate e ccapate” (1832): “Pe nnun dí… ppòi dí … conveggnenze” (Per non dire…, puoi dire… convenienze) – di cui divenire partecipi, persino paradossalmente in senso scatologico.

Per cui, a proposito della nozione di dêmos, Onians ci tenne a sottolinearne la derivazione da un etimo “grasso”, nello specifico, applicato al suolo.

Omero sembra riferirsi a questo… Egli usa δῆμος (dêmos) della terra occupata da una comunità – che sarebbe la terra fertile ben coperta di letame, opposta alle rocce spoglie e brulle… Su ciascun δῆμος si svilupperebbe una comunità, che si indicherebbe come δῆμος, proprio come noi utilizziamo ‘distretto’, ‘nazione’, ecc., per gli abitanti dello stesso”.

La felicità, o il bendessere, come vogliamo chiamarli, han bisogno di venire adeguatamente concimati!

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Alexander J. & Sandahl I. The Danish Way of Parenting: A Guide To Raising The Happiest Kids in the World, Ehrhorn Hummerston, Copenhagen  2015

Andreoli V. La nuova disciplina del bendessere. Vivere il meglio possibile, Marsilio, Venezia 2016

Cambray J. Sincronicità. Natura e Psiche in un universo interconnesso, Fattore umano, Roma 2013

Csapo E. & Miller M. Democracy, Empire, and Art: Toward a Politics of Time and Narrative, in Boedeker, Deborah and Raaflaub, Kurt (eds.) Democracy, Empire and the Arts in Fifth-century Athens, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1998

Diener E. & Biswas-Diener R. Will money increase subjective well-being? A literature review and guide to needed research, Social Indicators Research, Vol 57, No 2, 119-169, (Springer) 2002

Ierace G. M. S. La gioia di vivere nella sincronicità, su http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/la-gioia-di-vivere-nella-sincronicita/9282/

Jung C. G. Gegenwart und Zukunft, Rascher Verlag, Zürich 1957

Onians R. B. The Origins of European Thought about the Body, the Mind, the Soul, the World, Time and Fate, Cambridge University Press, Cambridge (MA) 1951

von Franz M.-L. Number and Time: Reflections Leading Toward a Unification of Depth Psychology and Physics, Northwestern Univ. Press, Evanston (Il) 1974

 







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