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FidoDido

Giovane Amico

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46

Wednesday, April 17th 2019, 3:16pm

Un sociologo sudcoreano che studia e vive in Germania, Byung Chul-Han, ha capovolto la prospettiva per cui secondo lui la depressione e altre disforie della mente nascerebbero dal respingimento del negativo nelle società attuali, che è una pratica abbastanza recente e che è innaturale rispetto alla storia e alle esperienze degli uomini. Sapevo dell'abbreviamento dei tempi del lutto imposti dal DSM che cita arianna73 e difatti è l'esperienza del lutto (reale o simbolico che sia) a creare quel vulnus nel soggetto che lo rende fragile. Secondo le pratiche di cura questo vulnus va coperto sotto al tappeto, o che non duri più di due settimane!, una sorta di tabù dei tempi attuali. La sofferenza, fosse anche minima, va celata allo sguardo degli altri.

Oltre al discorso sulla sofferenza, che si può minimizzare ma niente toglie che sia reale, c'è questa richiesta di 'guarigione' da parte del paziente. Il DSM non credo se ne soffermi molto, teso com'è ad inglobare, elencare, aggiungere, non ad esentare, sottrarre, tollerare. Ma un paziente è preso da un filo di speranza quasi cieca e si affida ai CSM proprio nell'ottica di un ristabilimento. Poco sa di quanto, in certi casi, si tratti di un processo di 'fidelizzazione' più stringente di un contratto con MondoLibri.

arianna73

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47

Wednesday, April 17th 2019, 4:06pm

Grazie FidoDido, non conoscevo questo sociologo, sebbene la tesi non mi suoni nuova il fatto che qualcuno l'abbia proposta coi criteri della scienza sociologica è decisamente degno di nota.
E nel mio piccolo credo che ci abbia molto azzeccato. Avendone tempo e possibilità ne leggerò qualcosa, grazie della segnalazione.
La società ha avuto col negativo o quello da esso ritenuto tale sempre un rapporto profondamente conflittuale, la cosiddetta "malattia mentale" o il non riuscire a conformarsi alle reazioni socialmente accettabili ha sempre scatenato "ritorsioni" ed esorcismi, se penso a com'era affrontata culturalmente la malattia mentale e che cure/torture erano ritenute appropriate fino a pochi decenni fa, forse penso che il ghetto immateriale dello psicofarmaco è comunque un passo avanti.

Ci si "fidelizzava", chi poteva, è vero, anche al lettino dello psicanalista. E costava caro, già. E forse funzionava molto meno in tanti casi...c'è stato un approccio fideistico anche se per motivi di costo più "elitario" magari anche lì.
Ma la risposta sempre più quasi solo farmacologica al dolore e la colpevolizzazione di chi non lo "supera" almeno apparentemente in tempi brevissimi è un fenomeno innegabile e troppo controverso.

Io in due settimane non metabolizzo nemmeno il lutto del pesce rosso, mi vengono ancora i lucciconi se guardo sul mobile dove c'era la boccia e non credo di essere così estremamente più sensibile degli altri, e non ho mai manco avuto un pesce rosso.
Ma mi sembra, umanamente, un confine temporale di una stupidità delirante.

FidoDido

Giovane Amico

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Wednesday, April 17th 2019, 5:52pm

Anch'io penso che una medicalizzazione e un'ampia autogestione della stessa sia preferibile a pratiche e segregazioni e fasce che pure ancora in misura minore si usano.
Cipriano parla e scrive di "manicomio chimico" perché è ugualmente una costrizione, per quanto più discreta, molto più inglobante e con una platea sempre più vasta. Per questo pensavo a Chul-Han, che parla di psicopolitica, come forma di scrittura sulla psiche e non solo più sul corpo. Mi rendo pure conto che è un discorso molto vasto, astratto e un po' fumoso da trattare qui perché coinvolge altri campi. A me interessa perché in qualche modo è consolatorio rispetto a una situazione scomoda in cui sono impigliato.
Mi fa piacere comunque che se ne parli, di Cipriano, di sciamani e di piccole e meno piccole resistenze.

arianna73

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49

Thursday, April 18th 2019, 12:59pm

Anche io sono contenta che qualche voce parli.
Le resistenze oscillano in base alla liberazione dal male e dal dolore che si ottiene, e credo che ci siano continueranno ad esserci in modo più o meno oscillante, assieme alle rese.
Io da infelice cronicizzata (le cose non che fossero tutte splendore, ma questo lutto mi ha fatto balzare in un baratro dal quale non vedo risalite) so che il farmaco non è la prima e l'unica risposta di cui ho bisogno.
Probabile che occorrerà anche a me questa "stampella" anche se ho un'estrema riluttanza ad assumerla come un'ostia consacrata, un atto di fede senza un colloquio, senza un ascolto vero,un'accoglienza almeno parziale di quello che sento dentro di me.

Non so come andrà. In questo momento ammetto che sono decisamente pessimista.

FidoDido

Giovane Amico

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Thursday, April 18th 2019, 4:52pm

L'analogia con l'ostia è lampante, ci si affida agli sciamani perché operino una 'differenza', era il corpo di Cristo e adesso che cos'è, questa pillola bianca e insapore? Similmente è un riportare alla vita - che però non è quella della pienezza dell'anima, una connessione spirituale con qualcosa d'Altro, ma quella operativa di un corpo che deve funzionare, con degli impegni di lavoro e delle scadenze da ottemperare, delle performance da eseguire.

Ti porgo le mie condoglianze per il tuo lutto. Hai controllato, nel caso risulti di tuo interesse, che non ci siano gruppi di auto-mutuo-aiuto nella tua zona? Possono essere utili, anche se un CSM in quanto servizio pubblico non può suggerirtene - altra aporia. Io ai tempi non li presi in considerazione, non sapevo neppure che esistessero, a posteriori penso che mi avrebbe reso meno ardua l'elaborazione.

arianna73

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Thursday, April 18th 2019, 9:01pm

Già.
"Funzionare", non rompere le scatole, non mettere in imbarazzo, non rallentare. "Non pesare".
(claustrofobia)

Ti ringrazio per la vicinanza FidoDido.
La prima cosa che ho cercato sono stati proprio gruppi di mutuo aiuto ma fra le mille cose che non funzionano nel pur grosso centro in cui vivo a quanto pare c'è pure questa. Qualcosa esiste in relazione alle malattie infantili rare e ai malati terminali oncologici ma altro non c'è, per chi elabora o prova ad elaborare un lutto. Sicuramente mentre un farmaco può rendersi sempre utile e si fa sempre in tempo a farselo prescrivere, ehm, un po' di "semplice" condivisione hai ragione, renderebbe le cose un po' meno ardue o almeno non troppo "aliene".

fran235

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Thursday, April 18th 2019, 9:17pm

La "condivisione " e azzardo un termine qui spesso osteggiato e, credo, male interpretato la "compassione ". Spesso mancano. Il dolore, le perdite sono costanti della vita umana. Sono per lo più inevitabili. Dio, la sorte o il caso...fate un po' voi, ci avrebbero dato il modo di rendere dolore e perdite meno insopportabili attraverso la condivisione e la compassione, ma spesso non siamo in grado di utilizzarle. Come se il dolore e le perdite prima o poi non ci toccassero tutti
Voglio fare con te l'amore vero quello che non abbiamo fatto mai
quello dove alla fine si piange e si leccano le lacrime

arianna73

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Friday, April 19th 2019, 1:41pm

Fran, sono completamente d'accordo con te. L'unione fa la forza, si dice anche più prosaicamente, e senza dubbio uno dei guai ai quali si prova a mettere una pezza chimica è proprio l'atomizzazione nella quale viviamo.
La compassione è equivocata per pietismo che ne è più o meno agli antipodi, e si schiva e "schifa" in modo pericolosamente superficiale.
Nelle relazioni umane (inclusa quella con sé stessi) c'è sia il veleno che la cura, o almeno la stampella per reggere i colpi della nostra condizione. edit: ribadisco l'ennesima volta che ciò non esclude e non demonizza il ricorso al farmaco, più che altro si tratta di tentare di definire un poco "un contesto", nel quale siano realmente utili.

Una lettura di due anni fa che avevo intenzione di recuperare sull'argomento (i buoni propositi addirittura epici che poi si procrastinano sempre :() e che questo topic mi ha fatto ricordare è "Psicopillole: per un uso etico e strategico dei farmaci". di Alberto Caputo.
Se qualcuno avesse letto, bene accette recensioni e pareri :)

FidoDido

Giovane Amico

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Friday, April 19th 2019, 3:26pm

Penso anch'io che nell'elaborazione del lutto svolga un ruolo molto importante la compassione, il patire-insieme ad altri aiuta a ricostruire un senso, un ordine personale, che la perdita disintegra o comunque intacca fortemente.
Però è vero, l'AMA non è pratica diffusa come qualche anno fa neppure qui, come non lo è la terapia di gruppo nei CSM. Sono momenti di scambio, di presenza, di sguardi, di confronti anche molto difficili con l'altro e con se stessi.
La guarigione, o una migliore sopportazione del dolore, credo passi anche attraverso questi momenti etici del riconoscimento del dolore altrui che per forza di cose non si può realizzare unicamente in un rapporto frontale medico-paziente.

fran235

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Friday, April 19th 2019, 3:29pm

La guarigione, o una migliore sopportazione del dolore, credo passi anche attraverso questi momenti etici del riconoscimento del dolore altrui che per forza di cose non si può realizzare unicamente in un rapporto frontale medico-paziente.


forse tutto ciò non può sempre e comunque sostituire i farmaci in tutti i casi, ma credo potrebbe aiutare molto
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arianna73

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Friday, April 19th 2019, 4:50pm

Ci stiamo avvicinando credo non casualmente all'argomento in discussione in un'altra sezione, la solitudine.
La dimensione comunitaria e comune è di fatto vitale, è stata una cappa pesante molto spesso per le libertà individuali ma forse l'individualismo del nostro tempo ha "buttato via il bambino con l'acqua sporca" senza peraltro liberarsi mai - né poterlo fare - dalla serie dei condizionamenti comunque "esterni" all'individuo.

In ogni caso nel frontale medico/paziente mi chiedo anche della solitudine del medico. A non essere completamente tronfi, ottusi e collusi - insomma a non essere dei soggetti decisamente str.... - mi chiedo se anche il medico non ceda alla prescrizione "avventata" di fronte alla sua solitudine e fatica di fronte al dolore che è chiamato a "gestire".

Come si diceva in un altro topic ancora, il burnout in chi ha a che fare con questo tipo di disagio è frequente. E forse, data la richiesta di "benessere" sempre più vasta e incoraggiata ad essere tale, è una condizione strisciante.
Un sistema sociale che incoraggia tutti alla scorciatoia, una marcia in folle sul surriscaldamento della frustrazione, una rotta che andrebbe invertita. O almeno corretta un po' :(

FidoDido

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Friday, April 19th 2019, 6:36pm

"Chi l'ha detto che si viene al mondo per essere felici?", diceva un cardinale in un vecchio e famoso film :)

Dal punto di vista del paziente lo specialista è certamente una 'persona' qualificata per il lavoro che svolge, come a volte sfugge che sia in un certo senso l'interfaccia tra la sofferenza e l'interesse che può dare la legge e la pratica disciplinare alla sofferenza. Per forza questo interesse tende a risolversi in un modo, come dire, freddo e tecnico.

Per quanto sia un rapporto ben poco equilibrato il paziente e lo specialista vivono in funzione reciproca e ciascuno dei due poli certifica l'altro. Avviene uno 'scambio', un duplice riconoscimento durante le sedute.

Fosse teatro direi che sono ruoli di copioni spesso simili. Purtroppo è vita vera e son dinamiche avvolte da molti silenzi.

(Appena pesco il thread sulla solitudine lo leggo)

arianna73

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58

Saturday, April 20th 2019, 10:49am

"Fosse teatro direi che sono ruoli di copioni spesso simili. Purtroppo è vita vera e son dinamiche avvolte da molti silenzi."

Già , FidoDido. E quei silenzi possono anche uccidere.
O, meno drammaticamente, allontanare la "guarigione" (o l'attenuazione della sofferenza).

Per il topic scusami! Avevo l'impressione che fosse su e visibile, mi sbagliavo. E' nella sezione "Noi e gli altri", "ma non è che siamo tutti soli?" è il titolo :)

59

Saturday, April 20th 2019, 11:17pm

"Chi l'ha detto che si viene al mondo per essere felici?"

Vero, ma è altresì vero che nessuno ci ha comandato di essere infelici! :-WD

FidoDido

Giovane Amico

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60

Sunday, April 21st 2019, 6:32pm

Michele® :)

Questo mi ricorda due libri agli antipodi: le istruzioni per rendersi infelici di Watlawicz, psicologo, e le dieci possibili ragioni per la tristezza del pensiero di Stirner, filosofo. Gli psicologi offrono generalmente una visione più ottimista e conciliatrice sulla felicità. :)