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Birdy

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16

Sunday, June 30th 2019, 3:32pm

può essere tranquillamente educata e se incanalata nella giusta direzione, fatta fruttare

A questo punto mi è chiaro che attribuiamo al termine "sensibilità" due significati differenti.
La persona sensibile per me è quella che in virtù di una capacità di lettura più immediata e particolareggiata della realtà (comprendendo appunto la capacità di empatia), adotta nei confronti del prossimo l'atteggiamento meno lesivo.
Non se lo pone proprio il problema del COME, camminando in modo meno pachidermico dentro un stanza piena di cristalli, minimizzare i danni...è insito nella sua natura avere spontaneamente questa cura...così insito dal non pensare nemmeno lontanamente alla possibilità di puntare sulle "giuste azioni in borsa"....quelle appunto più redditizie (nel caso dell'elefante, quelle che distruggono meno bicchieri).

Birdy

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17

Sunday, June 30th 2019, 3:36pm

Per dirti, a me come ingegnere, non verrebbe in mente di domandare: quanto deve essere il coefficiente di riflessione sul carico per massimizzare il trasferimento di potenza.
O sono ingegnere e "ce l'ho dentro", oppure non mi faccio questa domanda.
La persona sensibile non deve far fruttare proprio nulla...è lei il frutto in se..il dono.

Vento

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18

Sunday, June 30th 2019, 4:43pm

Mh... insomma un possesso genetico, che si ha dalla nascita, cucito addosso dalla grazia divina.

Come si crede che la genialità non sia sopratutto studio, fatica, esercizio. Ed è proprio il convincersi di avere in dote naturalmente cose di questo tipo, senza credere invece di doversele guadagnare, prendersene cura, esercitarle... ecc., ecc., che porta a giustificare la propria pigrizia con il credere di avere un dono che non abbisogna di essere coltivato.

Tradotto: il miglior modo di sprecare quel dono.
Ero soltanto.
Ero.
Cadeva la neve.

(Kobayashi Issa)

Birdy

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19

Sunday, June 30th 2019, 4:53pm

Mh... insomma un possesso genetico, che si ha dalla nascita, cucito addosso dalla grazia divina.

Questo lo pensi tu. Per me piuttosto un insieme di "carattere" (nell'accezione latina del termine...inteso cioè come fato, ovvero come struttura costituzionale. Della serie, le macchina vanno per strada, gli aerei volano...è il loro fato) e modalità di metabolizzare gli eventi/le esperienze di vita
Come si crede che la genialità non sia sopratutto studio, fatica, esercizio. Ed è proprio il convincersi di avere in dote naturalmente cose di questo tipo, senza credere invece di doversele guadagnare, prendersene cura, esercitarle... ecc., ecc., che porta a giustificare la propria pigrizia con il credere di avere un dono che non abbisogna di essere coltivato.

Tradotto: il miglior modo di sprecare quel dono.
Prova a fargli fare 24/24 equazioni differenziali al Trota e aspettati che per un non meglio identificato miracolo, tiri fuori l'effetto Tunnel quantistico. Auguri Vento.

Birdy

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20

Sunday, June 30th 2019, 4:56pm

La mela non se lo chiede proprio cosa può farne dei zuccheri che la compongono...
Così il pensiero dell'uomo si posa sulla propria immagine esclusivamente col tentativo recondito di alterarla.

Quello che veramente è non può saperlo...può sapere/mentalizzare solamente quello che vorrebbe essere/diventare.

Ovviamente parliamo di cose super discutibili...però è questo il frutto della mia esperienza/osservazione.
Apprezzo moltissimo il tuo contributo Vento...finalmente un punto di vista differente...ne più ne meno valido del mio.

Vento

Nube del lupo

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21

Sunday, June 30th 2019, 5:19pm

Ma l'errore è propio questo: puntare al possesso e non all'esercizio.

E infatti...
Quello che veramente è non può saperlo...può sapere/mentalizzare solamente quello che vorrebbe essere/diventare.
Ero soltanto.
Ero.
Cadeva la neve.

(Kobayashi Issa)

arianna73

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22

Sunday, June 30th 2019, 7:29pm

ma da studente di Psicologia, ti renderai conto da solo dell'ambiguità del significato del termine "fruttare" se accostato al concetto di sensibilità. Siamo al confine dell'ossimoro.
Al contrario. La sua domanda è molto più che pertinente: è necessaria. E proprio in virtù dei suoi studi.

La sensibilità, come altri aspetti rattrappiti, trascurati o disattivati in noi, può essere tranquillamente educata e se incanalata nella giusta direzione, fatta fruttare.


Sono completamente d'accordo, sempre se anch'io ho colto correttamente la correlazione fra la sua domanda e il fatto di avere esplicitato i suoi studi.

La sensibilità per un terapeuta è una caratteristica importantissima, né più né meno come determinati requisiti fisici per il salto in alto. Ma va appunto saputa canalizzare e mettere a frutto. Farla fruttare non è un ossimoro in questo senso, ma il giusto dubbio e obiettivo di chi avendo a che fare con una materia incandescente come il dolore degli altri non può farsi bastare lo spontaneismo.
Perché gli altri esistono , e la sensibilità dev'essere un ponte per raggiungerli meglio e aiutarli di più, non una caratteristica a sé bastante o autoriferita (perché allora può condurre molto facilmente al burnout).

In ogni caso se clearness vorrà tornare sull'argomento sarà sicuramente il suo il contributo più importante :)

frili

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Monday, July 1st 2019, 7:30pm

Ma un conto è raggiungere la giusta preparazione e professionalità, un altro "allenare" o "far fruttare" la sensibilità.

Sensibilità ed empatia non le apprendi come l'inglese o la divina commedia a memoria.
Deve essere un tuo bagaglio in dotazione.

Non è questione di avere la scienza infusa, ma di caratteristiche personali.

E puoi ampliarle o in parte perderle in base ad esperienze che vivi, ma non volutamente.

Non puoi dire "Vado tre mesi nelle favelas brasiliane per alimentare la mia sensibilità": puoi andarci per conoscere meglio il problema, questo sì, ma quello che ti suscita dentro l'esperienza parte da una radice inversa. Cioè se tu hai già una certa sensibilità puoi andare tre mesi nelle favelas brasiliane, per scelta tua, per tuo bisogno di vivere quell'esperienza. Non per calcolo o "allenamento".

Certe caratteristiche ti appartengono oppure no. Almeno io la penso così.

Forse perché vivo il problema rispetto a un'altra dote: la diplomazia.
Nel mio lavoro servirebbe, ma purtroppo ne sono decisamente carente e ho provato e riprovato ad allenarmi e arricchire questo lato.

Risultati zero.

E temo si veda anche qui sul forum.

Vento

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24

Monday, July 1st 2019, 10:14pm

:huh:


Ma infatti, leggendo il post iniziale del thread, si fa riferimento ad una caratteristica che l'utente clearlness si attribuisce e di come poterne vedere i frutti.

Non conoscendola, ed essendo su un forum virtuale, prendiamo per buono quel che dice. Qui non si sta discutendo se abbia o no o quella caratteristica. Al massimo qualcuno ha segnalato questa possibilità.

Per il resto, per quanto mi riguarda, chi crede di nascere imparato al massimo coltiva una mediocrità che sta a bearsi tutto il tempo di se stessa invece di porsi dei traguardi e migliorare per raggiungerli.
Ero soltanto.
Ero.
Cadeva la neve.

(Kobayashi Issa)

arianna73

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Tuesday, July 2nd 2019, 11:46am

Sono d'accordo con Vento. Non c'è nessuna contraddizione fra l'avere una dote innata e farla fruttare. E' l'evoluzione naturale del percorso. Evoluzione senza la quale si resta in una mediocrità che può bastare, come no - o essere inservibile.
Esempio banale: io ho una predisposizione per la musica e il disegno, spontaneamente sono intonata, ho un ottimo orecchio, strimpello chitarra e pianoforote senza aver fatto un giorno di lezione, e con facilità ho sempre schizzato disegni gradevoli: questo ha fatto di me un disegnatrice o una musicista? Ovviamente no, non avendo studiato seriamente stiamo al passatempo piacevole ma professionalmente nullo. E se avevo un talento, di certo non l'ho scoperto, perché il talento anche più plateale non te lo crei a piacimento, ma anche lui resta zavorrato dalla mediocrità e dall'approssimazione - o abortisce proprio - senza perseveranza e studio che appunto lo facciano fruttare, cioè lo facciano evolvere e lo portino a compimento.

Nel caso della sensibilità e di una professione medica questa riflessione e questo approfondimento, questo studio su sé e sul modo di fare della sensibilità un ponte fra sé e gli altri per aiutarli meglio ha- per come la vedo io - una validità ancora più profonda.
Anche perché la sensibilità, in generale, non vuol dire necessariamente empatia, comunicazione, ponti con gli altri. A volte non ben sviluppata e incanalata spinge a barricarsi in corazze, o ad altre conseguenze indesiderate.

Comunque relativamente all'ambito di interesse di clearness, non è un "corso" o una dritta, ma credo potrebbe esserle di ispirazione un bellissimo libro di Eugenio Borgna se già non l'ha letto "Noi siamo un colloquio" :)