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Giovane Amico

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1

Wednesday, November 13th 2019, 9:30pm

Essere Soli: How To

È da tanto che non apro un thread, ma vediamo se questo ha successo.
Allora, poniamo per assurdo che arrivati ad un certo punto della vostra vita realizziate che non volete/potete avere una relazione con qualcuno, che le vostre amicizie, se ci sono, per qualche motivo non possono più essere frequentate (quindi, per quanto nel famoso "momento del bisogno" queste persone possano emergere nella vostra vita diciamo non possano più far parte del quotidiano). La famiglia, per quanto esistente ed amorevole, non la teniamo di conto nell'equazione, perché non è da considerarsi facente parte del "mondo esterno" come una partner o un amico.
Non sto parlando di una deportazione forzata tipo "da domani mi trasferisco a New York", dove dopo la separazione potreste comunque ricostruire una vita nuova, parlo del fatto di erigere dei muri, una linea di confine con gli altri che vi porti a stare da soli, salvo le interazioni strettamente richieste da necessità quali il lavoro o altri elementi basilari di sopravvivenza.
Lo scopo del thread non è capire perché siamo arrivati a questo punto.
Diamo per scontato per un attimo questa sorta di "dogma": dobbiamo stare da soli.
Ora, siamo degli esseri sociali, e questo stesso forum è letteralmente invaso da persone sole che si chiedono come potersi rapportare con gli altri.
Ma noi diamo per assurdo di non poter ricorrere a loro per sopravvivere.
Voi cosa fareste?
Non parlo di come trovare altri.
Siete nella vostra piccola cella di Alkatraz con un bell'ergastolo.
Non c'è corte di appello, non ci sono tunnel da scavare.
Siete lì, avete accettato la vostra condizione e dovete organizzare la vostra cella/vita.
Sto parlando di tutto, come affrontate le questioni, quali passatempi fareste, che orari fareste, che modo di pensare adottereste.
Psicologicamente è una situazione borderline, come la affrontereste?
Metteteci tutto quel che vi viene in mente se pensate che possa calarvi nella situazione, anche raccontare come pieghereste le mutande se questo pensate che descriva il modo di affrontare una situazione del genere.
Ripeto: è un pensiero "dentro la cella", quindi non siamo qui a parlare di come uscirne, ma pensiamo a come muoverci dentro.
Se vi sembra assurdo provate a calarvi un attimo nell'illusione.
Se vivete questa situazione con successo da anni raccontate i vostri trucchi.

fran235

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2

Wednesday, November 13th 2019, 10:51pm

È più o meno la mia condizione con l'aggravante di una famiglia in pezzi....peccato nessun trucco. Semplice andare avanti per senso del dovere nei confronti di chi ancora dipende dalla mia sopravvivenza.
Allontana da me questo calice.....

gloriasinegloria

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3

Wednesday, November 13th 2019, 10:57pm

Se vivete questa situazione con successo da anni raccontate i vostri trucchi.


Senza nessun trionfalismo, io mi identificherei nella situazione del quotato. E la curo con tutta me stessa.

Ma non la considero un successo, a meno che non si possa considerare "successo" il solo aver inteso e realizzato che quasi nessuno (e comunque nessuno di quelli che conosci e frequenti), al di là delle chiacchiere, farebbe mai nulla per te.

Non è neanche una "scoperta": Qualcuno molto più famoso di me disse che "si nasce soli e si muore soli", no ?

Quindi non c'è nessun "trucco" e non è la "ricetta della felicità", ma sono molto più serena vivendo il "muro" da cui posso eventualmente ascoltare o dare (se mi va) di quanto non lo sia stata o potrei mai esserlo se continuassi a credere ad un mare di chiacchiere e pose (persino all'interno della famiglia, e figuriamoci fuori!) che ti illudono di "esserci volerci essere per te" e che poi....t'accorgi che non ci sono anche quando non hai bisogno di nulla e sono loro ad aver bisogno di te, e magari ricevere molto da te, e non capirlo neanche...

Ho rapporti di amicizia anche storici, e sempre più realizzo che tali sono perchè non ho mai chiesto nulla e molto spesso ho dato anche prevenendo la richiesta.
Li mantengo, ma non mi aspetto assolutamente nulla e potrebbero anche sparire tutti domani mattina, che la mia vita non cambierebbe di un millimetro.
Poi ho tantissimi rapporti per lavoro, che spesso diventano para-amicali. Anche questi mi vedono in veste di riferimento ricevente, ma so benissimo che sarei presa per pazza se solo dovessi chiedere un piacere a persone a cui ne ho fatti tanti.
Ovviamente mantengo anche questi, ma non mi commuovo nè mi mobilito più come un tempo.
Molto sinceramente : quella che prima era in me la fiducia in una relazione Umana, adesso è ridotta alla consapevolezza che il lavoro richiede diplomazia. Punto e basta.

Resto anche convinta che la personalità d'eccezione esista. E poichè ritengo di averla conosciuta e goduta in mio padre, non dimentico questa possibilità statisticamente irrisoria. E nel mio niente ho la sola mission desideratissima di poter essere pallida imitazione per mio figlio di quel gigante splendido che è stato (e resta) mio padre per me.

Ma ho molto presente che la personalità d'eccezione sia statisticamente irrisoria 8altrimenti non sarebbe "eccezione") , e che quindi... il "muro" che protegge dalla ricerca delle pure illusioni/delusioni sia solo salvifico.
:)

4

Thursday, November 14th 2019, 12:05am

Secondo me l'esperimento dell'illusione poteva essere "sensato" nel momento in cui non ci fossero continui riferimenti con il contesto esterno nella prefazione e nello sviluppo finale, che per forza di cose non è una cella.

Mi spiego meglio.

Tu dici, fate conto che di stare dentro una cella in un carcere di massima sicurezza, come organizzate la vostra vita ? Per cui il problem solving è "per regole obbligate di gioco" estremamente limitato, in effetti, in una cella cosa si puo' fare ? Stare male, come mille e uno esperimenti scientifici sull'isolamento dimostrano.

Poi dici "se vivete con successo questa condizione da anni svelate i trucchi" ... e qui è il non-sense. Perché porre dei limiti a un'eventuale problem solving, del tipo (tentiamo di uscire anche con grande "fantasia" dal problema) tirando fuori "regole" della cella (puoi guardarti gli esperimenti sull'isolamento per sapere come vive un essere umano a queste condizioni) per poi andare a chiedere "se vivete questa condizione" quando è ovvio che la vita piu' "solitaria" non è paragonabile a una cella ?

E' come se io dicessi: Fuori c'è l'apocalisse e il mondo è un luogo invivibile, siete gli ultimi uomini sulla terra, fuori ci sono solo gli zombie, cosa fate?
Regole del gioco: Non potete chiedere nulla a nessuno, siete soli, non esiste piu' la civilità.
Sviluppo: Quindi se vivete questa condizione nella realtà svelate i trucchi (Sapendo che fuori non c'è l'apocalisse e la civilità esiste)

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Giovane Amico

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Thursday, November 14th 2019, 6:59am

Juniz.
Allora forse è la metafora della cella a non calzare.
Perché sia la cella che l'apocalisse zombie partono dal presupposto che sia l'esterno a costringerti lì.
Questo invece è più un eremitaggio. Forse il mondo è invivibile per te? Forse non è particolarmente invivibile? Può essere in entrambi i casi.
Ma sei tu a chiudere la porta. Non sei costretto lì da causa di forza maggiore.
Scegli di stare lì per dei motivi tuoi, non oggettivi, come effettivamente sono zombie e celle.
Se ti piace di più pensati a un monaco su una montagna, o al nonno di Heidi prima di Heidi. In tutto questo ovviamente parlo di isolamenti sociali come ho spiegato. Non voglio parlare di come scuoiare conigli :D

fran235

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Thursday, November 14th 2019, 7:17am

Esiste chi si isola socialmente per scelta. Gli eremiti sono sempre esistiti. Oggi esiste e si sta diffondendo il fenomeno degli ikkikkomori che però sono eremiti solo da un punto di vista fisico, ma molto "socia " da un punto di vista virtuale. Gli eremiti comunque esistono anche oggi, ma sono una ristretta minoranza e non credo abbiano "trucchi"....È il loro naturale modo di vivere.
Poi esistono tante persone sole, perché la vita, sfortune ed errori, le Hanno portate alla solitudine.
Condizione che non credo "normale " per gran parte del genere umano che, con varie gradazioni, ha bisogno dell'altro da sé.
Allontana da me questo calice.....

solitario92

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Thursday, November 14th 2019, 11:58am

Ciao,

io sono fondamentalmente solo e privo di rapporti umani. Come sono arrivato a questa situazione? Fondamentalmente l'ho voluto io. Intendiamoci, non ho deliberata voglia di stare solo. Tuttavia alcune vicissitudini mi hanno convinto del fatto che non riesco ad avere un rapporto vero e autentico con altre persone, e quindi è sostanzialmente preferibile isolarmi.
Come vivo? È facile. Vado al lavoro (che tutto sommato mi evita l'essere del tutto fuori dalla società, anche se non fornisce legami affettivi), mi dedico ai miei interessi (lettura, musica classica etc etc) e se ho voglia di fare qualche viaggio o qualche esperienza la faccio con tutta calma da solo (spesso molte esperienze sono più gradevoli quando si sta da soli). Insomma, tutto sommato non è poi così disastroso come potrebbe sembrare. Soprattutto, da quando sono completamente isolato mi sento molto più sereno. I dubbi angoscianti sul fatto di essere o meno in rapporti autentici con altre persone hanno lasciato il posto alla tranquilla consapevolezza di essere soli.

gloriasinegloria

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8

Thursday, November 14th 2019, 12:15pm

I dubbi angoscianti sul fatto di essere o meno in rapporti autentici con altre persone hanno lasciato il posto alla tranquilla consapevolezza di essere soli.


:hail:

fran235

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Thursday, November 14th 2019, 12:51pm

certo...ovviamente ognuno ha un'indole diversa. Io sono solofobico
Allontana da me questo calice.....

arianna73

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Thursday, November 14th 2019, 3:46pm

Il topic è super-interessante dato il tema. La solitudine è uno degli argomenti sempre "caldi" del genere umano. In questo forum poi è spesso dettata più che da una scelta consapevole di eremitaggio da una serie di problemi e fatiche di cui si farebbe volentieri a meno.

La formulazione mi lascia qualche perplessità :) Perché l'isolamento sociale intanto non è davvero mai tale finché esiste una famiglia e addirittura AMOREVOLE, Giove pluvio!, che splendida fortuna :)
E poi perché comunque una cosa "deliberatamente scelta" contiene già in sé la soluzione per "abitarla". L'eremitaggio scelto non è l'ostracismo, né un trovarsi in una condizione di solitudine con accettazione.

Personalmente a me interessa la fattispecie più frequente ed endemica, quella di chi di suo sarebbe ben lieto di interagire o è , per citare Fran, addirittura "solofobico" ma deve suo malgrado "abitare" la solitudine. E' questa la situazione che sfida di più e che necessita di trucchi ed escamotage, o di particolare lavoro su sé e nella visione del mondo per andare avanti.

(nella mia esperienza mi sono trovata benissimo in alcune parentesi "selvatiche" , perché le avevo scelte e perché sapevo di avere tutte le forze e i "poteri" per renderle appunto tali, parentesi, quando mi sarei voluta rituffare nella mischia: e mi sto misurando ora, con la perdita degli affetti più cari familiari e non, e nella "fluidità" dei rapporti con partner e le amicizie. con una solitudine indesiderata e non preventivata da "abitare". Quindi per me, work in progress... ti farò sapere :rolleyes: )

edit: per me devo dire che l'assenza di un partner stabile non mi fa provare un particolare senso di solitudine. Lo avverto su altri versanti , principalmente quello familiare e di amicizia "più che famiglia" che ho avuto la gioia di poter vivere per decenni. Ora l'è dura eh.

11

Thursday, November 14th 2019, 4:06pm

la solitudine che tu descrivi mi pare che nessuno la sta vivendo
molti si sentono soli, soffrono (o non soffrono) la solitudine ma non vivono ciò che tu descrivi
ci vorrebbe forse un ergastolano in 41 bis...

ciò che possiamo fare è semplicemente ipotizzare. e cosa si vuole ipotizzare pensando ad una vita senza contatti sociali?
una vita che si occupa di pensieri, di emozioni, di attività individuali. tendo a credere che pochi si riterrebbero soddisfatti.
namasté

Riflessioni

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12

Thursday, November 14th 2019, 10:18pm

Prima la soffrivo molto la solitudine. Ora ho degli amici che sento tramite cellulare. È raro che li veda di persona. Da solo ho visto che anche io sto meglio e mi sento più sereno sinceramente. Ho allontanato familiari e amici che non erano molto interessati a come stavo davvero e la loro mancanza si è rivelata una benedizione a conti fatti. Quando starò meglio proverò a riavvicinarli e se non ci sarà un successo in questo non ne farò di certo un dramma.

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Giovane Amico

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Friday, November 15th 2019, 7:14am

Ma guarda Huesera, già dalle vostre risposte vedo che, oltre all'immagine che ho proposto, tutti voi avete in mente un immagine diversa di solitudine.
Ora, qui nel forum generalmente ho notato che il tipo più frequente è questo:

Ventenne, persona sensibile (ma quindi anche "esigente sentimentalmente", vuole rapporti di un certo livello). Alle superiori il suo carattere lo isola, non è necessariamente un brutto ragazzo/a, non un adone, ma normalmente il problema non è nell'aspetto. Vede i suoi coetanei che trombano come ricci, e pensa "anch'io vorrei avere una persona" spesso scambiando le vampate di ormoni dei suoi coetanei per grandi amori. Finite le superiori per qualche motivo si è costruito l'immagine di una sorta di "riscatto", secondo cui dopo le tribolazioni adolescenziali ora è arrivato in paradiso, ed arriverà la storia magica. Ma questa non arriva. E non capisce perché dato che anche le trame di Dawson's Creek e Oc lasciano intendere che il problema fosse nell'essere acerbo della sua giovinezza ma ora che è "adulto" dovrebbe arrivare l'idillio, ma non arriva, e si sente solo.
Vi suona nuova?

Comunque questo è il caso tipo, ma ci sono persone isolate da malattie, lavoro o persino turbe mentali.

Ma la solitudine non è solo isolamento.
Io credo che ci siano delle scale di grigio fra un reietto triste ed un eremita felice.
Persino l'eremita , quindi uno che deliberatamente sta da solo, può avere motivi più o meno felici. Lo fai per pura felicità? Può anche essere che scegli di stare solo per non nuocere a te o agli altri.
In quel caso abbiamo una scelta consapevole, volontaria ma a malincuore.
Prendiamo un caso assurdo (come l'Alkatraz) da me citato. Prendiamo una persona socialmente attiva che un giorno rimane sfigurata, e vergognandosi della sua deformità sceglie di isolarsi stile Fantasma dell'opera. È un caso diverso da un solitario "nato come tale" e da un monaco eremita. C'è stato un cambiamento, lui amava vivere socialmente, ma la nuova condizione gli ha fatto operare una scelta.
Ci sono tremila casi che potremmo immaginare, tutti in mezzo alla scala che va dal reietto all'eremita.
Certo, magari dovremmo sentire anche la voce di un eremita felice, ma dubito che lo troveremmo su un forum chiamato Nienteansia.
Per cui credo possano esserci delle persone che di fatto siano conflitto, perché vorrebbero l'interazione ma scelgono comunque di isolarsi.

La famiglia per me, ma qui forse parlo del mio pensiero, non fa parte dell'equazione, e qui lo dico proprio perché ho un buon rapporto con loro e non potrei considerarli nel ragionamento che sto facendo.
Io ho due genitori fantastici, con cui parlo e interagisco molto, e non avverto lo stesso distacco che si ha con "gli esterni" nel quotidiano, perché conoscono me stesso a fondo (non tutto è chiaro, ma si può dire che mi capiscono e molto bene), quindi in un certo senso è come avere a che fare con me stesso.
Gioco in casa.
Poi ci sono persone che avvertono un distacco dai genitori e se ci sono fratelli e sorelle , ma comunque la ritengo una materia particolare, che non ha a che fare così direttamente con la solitudine. O comunque segue regole diverse.

14

Friday, November 15th 2019, 9:23am

l'incapacità di inserirsi in un contesto sociale è molto diffuso e soprattutto in una determinata fascia d'età è fonte di grande sofferenza. i miei 27 sono passati ma io ero dallo psicologo in quell'epoca. non ho mai approfondito veramente, sono sincera, però l'impressione è che il "club 27" abbia la sua radice in questo passaggio delicato all'età adulta (matura). i genitori non centrano e non "contano", su questo concordo pienamente con te

se non vogliamo andare ad analizzare le cause di queste incapacità, così come tu hai suggerito, dobbiamo vedere come sopravvivere.
prendendo il tuo esempio del ragazzo (non più) ventenne che aspetta la magia che non avviene (è quasi una violenza non poter analizzare le cause di quest'approccio) cosa possiamo consigliargli di fare. mi pare fosse questo il tema. quindi direi: coltivare passioni, sviluppare le proprie conoscenze, continuare a studiare ed interessarsi alle cose della vita, leggere tanto, riprendere in mano i classici, passare le notti sulle poesie di walt Whitman, fare tanto sport, ubriacarsi ogni tanto, sfinirsi di ballo, viaggiare e conoscere luoghi....

vediamo cos'altro si potrebbe suggerire al (non più) ventenne in attesa di magia...
namasté

arianna73

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Friday, November 15th 2019, 1:33pm

Io dissento un po' dal "non contare" dei genitori / famiglia in generale... ma ho la sensazione che abbiamo due prospettive diverse: voi parlate dei genitori in modo molto "recintato", un bozzolo psicanalitico dove al massimo ci si rispecchia, non si interagisce realmente e non si cresce.

Io penso invece che siano rapporti umani a tutti gli effetti anzi che la prima "scuola" sia proprio lì -fornendo anche un'impostazione fondamentale nel poi affrontare la relazione quotidiana con il resto dell'umanità ...e poi, ma forse dipende dal fatto che sono terrona, la famiglia è un costante contatto con la vita esterna e la rete delle relazioni, la condivisione di quotidianità e ritualità cicliche (si pensi non solo alle feste, ma alle mille situazioni di partecipazione agli eventi della vita, nascite, morti , nozze, studi, lavoro, raggiungimenti vari ...) ed è una cinghia di trasmissione con il mondo.
Probabilmente quest'idea di famiglia così in movimento e in scambio con l'esterno e con la società che circonda, che spontaneamente impedisce l'isolamento, è sempre più rara.

per me proprio attraverso la famiglia fin da bambina sono arrivate migliaia di occasioni di esperienza di relazione.
Poi crescendo ho ritenuto "famiglia" oltre i legami con alcuni (pochi volendo) parenti veramente amati anche gli affetti e le affinità con degli amici importantissimi.

Quindi diciamo che oltre ad avere un'immagine personale della solitudine, c'è un'immagine anche della famiglia molto personale.

Controcorrente dico che non sono particolarmente angosciata dalla solitudine dei ventenni e che dal club dei 27 in realtà la stragrande maggioranza dei soci esce viva e vegeta, semplicemente più consapevole e più adulta, superando il lutto dell'onnipotenza giovanile. Quindi non credo proprio che alla fine siano tanto dei consigli generici ad essere di aiuto, ma l'ascolto NUOVO di sé e delle circostanze uniche e individuali che si vivono.
Cosa che in assenza di circostanze particolarmente drammatiche, problematiche oggettivamente ostiche o disagi psichici seri, arriva con l'indispensabile e utile fatica che è richiesta.

Più complessa è la realtà di chi affronta solitudini e isolamenti di altro tipo. Sono d'accordo che esistono infinite gradazioni di una condizione che fondamentalmente è connaturata all'esistenza umana e che non è mai completamente eludibile. Ma il terreno di confronto frana proprio per questa gradazione e la metafora "cella" o altre "in vitro" non riescono ad afferrare la complessità delle realtà individuali "in vivo"

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