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Bwndy

Amico Inseparabile

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Monday, February 26th 2018, 12:32am

In cerca di consigli concreti.

Non so esattamente come formulare la mia richiesta, visto che non si possono richiedere valutazioni specifiche o indicazioni di terapie da seguire. Quindi richiedo semplicemente questo: un consiglio da parte sua. La ringrazio in anticipo per il tempo che eventualmente dedicherà a questo thread.
Avrei molto da dire sui problemi a cui non ho trovato reale soluzione, quantomeno non definitiva. Io penso che il problema principale, lasciando da parte le cause che lo hanno indotto, sia il seguente: non esprimo liberamente le mie emozioni. Non i miei pensieri, quelli li esprimo. Ma mantengo una sensazione più o meno costante di rigidità, la sensazione di "mettere dei filtri" alle mie emozioni, filtri razionali, pensieri. Per un periodo ho rimuginato moltissimo, anche adesso lo faccio anche se meno.
Semplificando al massimo il problema è che penso troppo e vivo troppo poco, dove per vivere si intende l'immediatezza tra il provare una emozione e l'esprimerla, senza passaggi intermedi.
Non sono quasi mai spontaneo.
ho notato che questo pensare e questa rigidità mi pare essere un modo per avere la situazione maggiormente sotto controllo. Per qualche motivo lasciarmi andare mi spaventa.
Questo incide sulle relazioni interpersonali, soprattutto con l'altro sesso.
Tendo a preoccuparmi molto del futuro e appunto a rimuginare sul passato.
Non so se sono riuscito ad inquadrare sufficientemente il problema, spero di sì. Il consiglio che ricerco è semplicemente su quello che potrei fare per risolvere o per gestire meglio questo problema. Non intendo solo terapia, ma anche altro. Ad esempio mi trasferirò in una città diversa per studiare. Questa penso sia una cosa positiva, considerando anche che non ho buoni rapporti con la mia famiglia. Insomma se le viene in mente qualche cosa che mi potrebbe aiutare, se me la potesse riferire mi aiuterebbe.
La ringrazio.

Quoted

Solo le qualità che sorgono dalla nostra attività spontanea danno forza all’io e formano per tanto la base della sua integrità. L’incapacità di agire spontaneamente, di esprimere quel che veramente si sente e si pensa, e la conseguente necessità di presentare uno pseudo io agli altri e a se stessi, sono la radice del sentimento di inferiorità e di debolezza.


Aggiungo questa frase di Fromm letta oggi perchè esplica bene quello che intendevo dire. Mi manca la capacità di agire spontaneamente, specialmente di esprimere liberamente le emozioni.

This post has been edited 1 times, last edit by "Bwndy" (Feb 27th 2018, 8:55pm)


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Tuesday, February 27th 2018, 9:23pm

Gentile Bwndy,

ho letto diverse volte il post per poter meglio comprendere la situazione da lei vissuta. Ieri sera, dopo aver abbozzato una prima risposta - a dire il vero anche piuttosto articolata - ho esitato ad inviarla, probabilmente in quanto dubbioso della sua reale utilità. Concludo ora che quanto da lei scritto si sottopone a numerose interpretazioni. Di chiaro, ammesso che lo sia, risulta soltanto la sensazione di insoddisfazione nel non riuscire ad esprimere liberamente il proprio repertorio emozionale, presumibilmente a seguito dell'intermediazione di un'attività di pensiero che, in modo più o meno consapevole, starebbe agendo per evitare di esporla ad emozioni indesiderate o di difficile gestione. Da qui la sensazione di "rigidità" da lei accennata, riemersa in maniera preponderante allo stato attuale probabilmente a seguito di una qualche difficoltà relazionale con il proprio partner.

Tali informazioni, tuttavia, probabilmente non sarebbero sufficienti per pensare ad un qualche tipo di attività pratica e concreta, utile a riportarla a godere di un maggior benessere. In aggiunta, ho l'impressione che offrirle tali suggerimenti in assenza di una comprensione specifica del suo caso particolare mancherebbe di riconoscerle l'importanza che meriterebbe. Ciò detto, più che offrirle dei suggerimenti, si potrebbe pensare di valutare meglio questo meccanismo di blocco da lei descritto in un'ottica puramente descrittiva e non terapeutica. Queste le domande che probabilmente le avrei fatto se ci fossimo trovati a parlare in modo diretto:

1. In che modo, a suo giudizio, sta esprimendo le emozioni?
2. Come vorrebbe invece manifestarle?
3. Rispetto ad altre persone, come pensa che differisce il suo modo di manifestare le emozioni?
4. Che cosa intende per "pensare troppo"?
5. Che cosa significa per lei essere una persona spontanea?
6. Considerando che, a suo giudizio, il lasciarsi andare la spaventerebbe, che cosa starebbe facendo concretamente per non lasciarsi andare?
7. Che cosa potrebbe accadere se, potendo, non si controllasse? Detto diversamente, che cosa pensa possa accadere se non controllasse le proprie emozioni?
8. In che modo questo blocco starebbe incidendo sul suo rapporto e, più in generale, sulla sua vita?

Bwndy

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Tuesday, February 27th 2018, 10:45pm

Salve, la ringrazio per la sua risposta.
Nel sintetizzare non sono riuscito ad essere chiaro ed esaustivo, mi spiace. Preciso subito che non sono fidanzato. Per relazioni con l'altro sesso parlo di situazioni in cui una ragazza che mi piace manifesta interesse per me, nel volermi conoscere. Situazioni che poi , per vari motivi( tra cui secondo me la mia rigidità e anche timidezza) non si evolvono come vorrei.
Rispondo alle sue domande:
1)Forse il termine migliore è " contenute" o "trattenute". Forse non le sento come prima, ma quando accade( che siano emozioni intense) cerco di ignorarle, di tapparle, pensando, auto controllandomi. Onestamente credo sia successo a seguito di un periodo negativo in cui dovevo per forza "non mostrare troppo". Ora, però, mi succede anche per quelle positive molto spesso.
2) Apertamente, quando sono positive
3)Che ci sono persone che hanno un rapporto immediato con le proprie emozioni. Stimolo-->emozione--> espressione dell'emozione. C'è una certa fluidità, una naturalezza che provavo anche io un po' di anni fa.
4)Che penso molto spesso quando non dovrei pensare o dovrei pensare meno. Talvolta,durante le interazioni sociali, penso persino all'espressione facciale che faccio, cerco di controllarla. Per me funziona: stimolo--> emozione---> pensiero(ad esempio sullo stimolo, sulla sua fonte, su quella che dovrebbe essere la migliore reazione a questo stimolo secondo me)-->espressione dell'emozione non autentica. Tra l'impulso nel fare una cosa e l'azione concreta, tra il provare una emozione ed esprimerla nella sua intensità, io ci metto in mezzo il pensiero, domande e risposte, considerazioni.
5)Dire ciò che si pensa il più delle volte(questo lo faccio anche), esprimere liberamente le proprie emozioni(questo no)
6)Le faccio un esempio concreto perchè non saprei spiegarmi: incontro una ragazza che mi piace in una situazione particolare, ero molto teso ed agitato, preoccupato di dire o fare cose sbagliate,per non mostrare questa agitazione e per non commettere errori tento di controllarmi, ma nel fare questo alla fine ho parlato poco, sono stato secondo me rigido, non ho nemmeno sorriso. Sono timido ma non così tanto normalmente.
7)Sarebbe dannoso per me mostrare il mio stato emotivo molto spesso. Questo perchè il mio stato emotivo è spesso negativo o mi sento teso. Tuttavia, anche quando questo non avviene, faccio fatica ad esprimerlo appieno.
8 )Credo mi stia impedendo di costruirne alcuni o che me lo abbia impedito in passato. Per quel che riguarda la mia vita in generale, credo sia anche questo a farmi sentire insoddisfatto, frustrato. Una sensazione di star tirando avanti, non di stare vivendo. Una sensazione di essere più passivo che attivo rispetto a ciò che accade.

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Wednesday, February 28th 2018, 11:26pm

Gentile Bwndy,

è stato molto chiaro nel rispondere alle domande che le ho posto, come d’altronde era stato molto chiaro nella sua formulazione del quesito iniziale. La richiesta di dettagli ulteriori in genere ha puramente una finalità pratica: tradurre in termini quanto più concreti possibile difficoltà che, per loro natura, appaiono di sé più astratte e meno gestibili.

Venendo ora al quadro generale, se ho ben compreso, c’è stato un periodo nella sua vita in cui si è sentito fortemente teso e facilmente irritabile. Parte di questa irritabilità e tensione sembra permanere tutt’oggi, come fase residuale del momento di difficoltà percepito, sebbene con minore intensità e frequenza. Al tempo, non volendo manifestare esternamente questi spiacevoli vissuti, per timore delle conseguenze negative che questo avrebbe potuto comportare a livello relazionale, ha iniziato a controllare la propria espressività emotiva (es., mimica facciale, andatura, postura, etc.). Nel tempo, tuttavia, questa strategia di gestione emotiva si sarebbe generalizzata a tutte le diverse emozioni da lei vissute, positive e negative, divenendo progressivamente una forma di automatismo. Il prodotto di questo processo la lascerebbe quindi insoddisfatto e in parte frustrato, in quanto non libero di poter modulare a proprio piacimento i propri affettivi in modo più semplice e genuino. Avrebbe quindi piacere a tornare ad esprimere in modo più flessibile le proprie emozioni, mantenendo un buon controllo nell’espressività emotiva negativa, ma esercitando un minor controllo sulla manifestazione delle emozioni positive. Ritiene infatti che ritornare a padroneggiare un simile controllo emotivo “differenziale” possa permetterle di migliorare la propria capacità di stringere rapporti interpersonali soddisfacenti, anche con l’altro sesso.

Se quanto esposto fosse corretto, potremmo ipotizzare che la sua richiesta sarebbe traducibile in termini concreti nella riduzione di questo automatismo e nella ri-acquisizione di una modalità di regolazione emotiva più flessibile e meno coercitiva. Andrebbe analizzato più nello specifico il modo con cui agirebbe questo processo reso nel tempo automatico. Potremmo supporre, ad esempio, che ogni qual volta insorgesse in lei un’emozione positiva, che in passato avrebbe manifestato in modo naturale e spontaneo, sopraggiungesse un rapido pensiero negativo (es., “E’ pericoloso essere spontanei”, “Devi controllarti”,) che la porterebbe in modo automatico ad inibire questa espressività. Potremmo altresì supporre che il risultato di questo processo di controllo diverrebbe esso stesso oggetto di valutazione cognitiva (es., “Non va bene così”, “Non sono spontaneo”, “Ho sbagliato”), portandola conseguentemente a sperimentare per emozioni orientate più verso un polo negativo (es., frustrazione, insoddisfazione, tristezza) e ad iniziare un’attività di rimuginazione funzionale a ridurre o controllare questo vissuto affettivo spiacevole. Riassumendo:
1. Vive un’emozione positiva (es., gioia, allegria, etc.)
2. Sopraggiungere in modo automatico un pensiero negativo (es., “E’ pericoloso non controllare le proprie emozioni”, “Devo controllare le mie emozioni o potrebbe accadere qualcosa di spiacevole”)
3. Si riduce l’emozione positiva
4. Valuta negativamente il processo appena concluso (es., “Non sono stato autentico”, “Non va bene così”, “Non sono più come un tempo”, “Devo essere più spontaneo”)
5. Sperimenta un’emozione negativa (es., frustrazione, insoddisfazione, tristezza, etc.)
6. Intraprende un’attività rimuginativa finalizzata a ridurre questi vissuti negativi (es., “Come avrei dovuto comportarmi? Forse dovevo essere realmente più spontaneo. Le altre persone in genere che cosa fanno per essere spontanee? Di certo pensano meno. Rispetto a loro come mi sono comportato? Beh io sono un tipo che pensa tanto. Devo pensare meno. Si ma come?”)

Se questa impostazione fosse corretta, prima ancora di intraprendere un lavoro finalizzato all’identificazione dell’automatismo, potrebbe essere più utile lavorare sull’attività di rimuginio in sé, in quanto modalità che, se non resa essa stessa più flessibile, potrebbe renderle più complesso perseguire gli obiettivi di regolazione emozionale sopra citati. Tale operazione, tuttavia, sarebbe forse più opportuno venisse gestite all’interno di un piano terapeutico con uno specialista. Quanto potrei offrirle io in merito, laddove fosse interessato, è una serie di informazioni scientificamente fondante sull’attività del rimuginio nel suo complesso. Mi faccia sapere se questo fosse per lei un qualcosa di utile e di rilievo

Bwndy

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Wednesday, February 28th 2018, 11:50pm

Salve, la ringrazio per l' intervento e penso abbia centrato il punto. Forse il problema è proprio il rimuginio, anche se sospetto questo sia dato da altro o anche da altro.
Certamente è di mio interesse ricevere queste informazioni!
Non so se può farlo- nel caso in cui non possa non importa- ma se potesse, qual è secondo lei la terapia più efficace? Ho letto che la terapia cognitivo- comportamentale è piuttosto efficace per diversi disturbi, non so se valga anche per questi problemi.

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Saturday, March 3rd 2018, 7:53pm

Gentile Bwndy,
per rispondere alle sue perplessità, ho preparato una breve psicoeducazione sul rimuginio. Spero possa essere un’utile fonte di riflessione, per lei, come pure per gli altri utenti del forum.


DEFINIZIONE

Con il termine “rimuginio” o “preoccupazione ansiosa” (in inglese “worry”) si è soliti intendere una componente specifica della manifestazione cognitiva dell’ansia, caratterizzata da pensieri, preoccupazioni ed aspettative negative, e contrapposta alla dimensione emotiva del fenomeno ansioso, solitamente associata all’attivazione neurovegetativa (in inglese, “emotionability”) (Sanavio, 2016). Nello specifico, il termine “rimuginio” si riferisce ad un’attività mentale strutturata, esprimibile come una lungo affaccendarsi di pensieri negativi espressi per lo più in termini verbali sotto forma di dialogo interiore (es., “Non voglio che capisca che sono agitato; sarà meglio controllarmi. Chissà se si vedrà dall’esterno che sono agitato. Che faccia starò facendo? Forse sarà meglio che sorrida più spesso. E se sorridessi troppo? Forse potrebbe capire che non sono spontaneo...potrebbe capire che sono agitato!”), compiuta consapevolmente dalla persona per ricercare la soluzione ad un problema percepito (Borkovec, Robinson, Pruzinsky et DePree, 1983).



RIMUGINIO ANSIOSO E OSSESSIONE

A differenza dell’ossessione, esprimibile come un pensiero intrusivo ricorrente all’interno del proprio flusso di coscienza, i pensieri che si accavallano durante l’attività di rimuginazione non sarebbero avvertiti come “intrusivi”, in quanto passaggi logici del processo di risoluzione del problema adottato. Inoltre, dai dati presenti in letteratura sembrerebbe che le ossessioni si accompagnino a impulsi interni, insorgano in modo improvviso nel flusso di coscienza attraverso contenuti visuo-percettivi (immagini mentali), piuttosto che linguistico-propostizionali (discorsi verbali interni) come accade nella preoccupazione ansiosa, perdurando per un tempo globalmente inferiore rispetto al pensiero tipico del rimuginio.



RIMUGINIO ANSIOSO E RUMINAZIONE DEPRESSIVA

Il pensiero che si presenta nella rimuginazione sembra differire anche rispetto a quello più tipico della ruminazione depressiva, in quanto rivolto al futuro piuttosto che al passato (Papageoorgiou et Wells, 1999). Inoltre, i pensieri associati a questa strategia presentano spesso come contenuti di pericolo, a differenza dei temi di perdita, fallimento e inadeguatezza più tipici della rumuninazione depressiva.



PROBLEMATICITA’ DEL RIMUGINIO

Di per sé la rimuginazione non sarebbe problematica, in quanto strategia adattiva ed utile per fronteggiare al meglio un dato evento minaccioso. Ciononostante, un suo utilizzo frequente e inflessibile potrebbe portare a reiterare soluzioni già proposte, impedendo l’emergere di nuove soluzioni e determinando un’impasse intellettiva. Come tale, ciò che porta a rendere questa strategia di risoluzione dei problemi disadattiva appare la frequenza con cui viene utilizzata (criterio temporale), il grado di utilità in relazione al problema riscontrato (criterio di validità oggettiva) e il grado di compromissione che determina nella vita giornaliera (criterio di pervasività). Riassumendo, la principale differenza che si presenta tra una forma di rimuginazione “adattiva” ed una “disadattiva” non sarebbe di tipo qualitativo, essendo i due fenomeni assolutamente identici lungo questo piano; piuttosto sarebbe da intendersi in termini quantitativi (es., frequenza, intensità, controllabilità).
Spesso le persone si rivolgono in terapia quando iniziano ad avvertire la sensazione sgradevole di stare perdendo il controllo su questa attività mentale, come pure a motivo delle limitazioni che questo genere di strategia comporterebbe nel lungo periodo nella loro vita quotidiana, ad esempio in tutti quei contesti in cui ci si aspetterebbe di poter vivere in modo più libero la propria affettività (es., relazione intima o amicale). Infatti, il rimuginio viene spesso considerata dalla persona che lo sperimenta una strategia che esprime una caratteristica personale stabile e desiderata, piuttosto che il fattore di mantenimento del disagio riportato (Wells, 2009). Comuni sono infatti i casi in cui tale modalità di risoluzione dei problemi viene impiegata per gestire emozioni negative, ritenute problematiche dalla persona.
Al di là delle implicazioni personali che possono portare una persona ad adottare questa specifica strategia di risoluzione dei problemi all’interno di un contesto emotivo negativo – finendo spesso per mantenere, anziché ridurre, la presenza nel lungo periodo di una condizione di disagio psico-emotivo – i dati di diversi studi sembrano indicare che il rimuginio inibisca momentaneamente la produzione di immagini mentali negative associate ad emozioni indesiderate, riducendo al contempo l’attivazione fisiologica associata a questi vissuti emotivi (Sibrava et Borkovec, 2006). Ciò significa che, indipendentemente dalle motivazioni individuali, gli effetti di riduzione del disagio che comporta nel breve periodo il ricorso al rimuginio aumentano la probabilità di far nuovamente ricorso in futuro a questa strategia per la gestione di emozioni indesiderate (rinforzo negativo).
Il motivo sarebbe legato alle implicazioni presenti con i processi attentivi: spostando l’attenzione dall’elaborazione visuo-percettiva dei contenuti emotivi indesiderati (forma concreta), in quanto ritenuti incontrollabili, all’elaborazione linguistico-proposizionale di questi contenuti (forma astratta), si verrebbe a ridurrebbe l’impatto avversivo negativo del processamento emotivo, rendendolo nel complesso più semplice da gestire e controllare. In aggiunta, tale spostamento dell’attenzione permetterebbe di traslare nel futuro ipotetico un problema sperimentato nel momento presente, trasformando la risposta di paura sperimentata nel qui ed ora in uno stato protratto di ansia, di per sé meno attivante, ma di più lunga durata (evitamento cognitivo).
Questi evitamenti cognitivi – evitare che la propria mente venga affollata da immagini mentali negative durante l’esperienziazione di un’emozione spiacevole – impedirebbero alla persona (a) di entrare in relazione con quanto temuto (emozioni negative), (b) di entrare in contatto con esperienze sconfermanti la gravità delle emozioni negative indesiderate, (c) di acquisire modalità di regolazione delle proprie emozioni differenti.
Spesso parlare in modo esplicito di "strategia" può aiutare la persona a riconoscere come questa attività, benché possa essere divenuta negli anni un automatismo, abbia trovato negli anni (e trovi tutt’ora) una propria funzione cosciente nel bisogno di gestire emozioni o pensieri valutati soggettivamente come negativi e indesiderabili. Questo potrebbe presupporre la presenza di alcuni convincimenti di fondo che, se non identificati e messi in discussione, potrebbero portare a mantenere eccessivamente rigida questa condotta di gestione dei propri affetti. Gliene elenco qualcuna tra quelli più comuni:

1) “Le emozioni negative non dovrebbero essere vissute; quando si vivono, bisogna assolutamente fare qualcosa per poterle allontanare” (intolleranza alle emozioni negative)

2) “Occorre sempre essere certi che un determinato evento negativo non si presenti”; “Se dovessi imbattermi in un evento imprevisto e per il quale non sapessi come rispondere, allora non sarei capace di fronteggiarlo al meglio” (Intolleranza dell’incertezza) (Dugas, gagnon, ladouceur et al., 1998;Koerner, et Dugas, 2006; Ladoucer, talbot et dougas, 1997)
Questo il motivo per il quale alcuni autori di stampo cognitivo sono soliti ricondurre il massiccio utilizzo di questa particolare forma di strategia di regolazione emozionale a convinzioni disadattive o “irrazionali” (termine improprio, avente ormai perso fortunatamente il suo significato originario), giustificando come tale forme di intervento rivolte a valutare insieme alla persona la possibilità di accettazione di vissuti emotivi apparentemente intollerabili.



MODALITA’ DI INTERVENTO

Benché il rimuginio, nella sua forma disfunzionale, non costituisca un disturbo mentale, sono stati proposti diversi protocolli d’intervento specifici per la gestione di questa forma di disagio. Emblematica appare la “terapia metacognitiva” dei disturbi d’ansia proposta da Welss ( 1997; 2006) che prevede un intervento diretto a livello delle convinzioni che la persona avrebbe maturato negli anni circa le normali preoccupazioni che comparirebbero nella sua quotidianità (meta-preoccupazione). Tale approccio terapeutico segue la logica che le manifestazioni ansiose associate a questi disturbi siano mantenute proprio da tali convincimenti e dalla valutazione che la persona avrebbe attribuito negli anni a normali esperienze di preoccupazione ansiosa.

Bwndy

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Sunday, March 4th 2018, 1:30am

La ringrazio per la esaustiva risposta, è stato molto gentile.