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Wednesday, July 4th 2018, 10:27am

Domande frequenti sul Disturbo Ossessivo-Compulsivo

Alla gentile attenzione degli utenti del forum,


prendendo spunto da un testo recente incentrato sul trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo, ho pensato di riassumere in modo succinto alcuni temi inerenti questa difficile condizione psicologica. Per chi fosse interessato all'argomento, anticipo di essere intenzionato a postare entro fine mese/inizio agosto un trattato più esaustivo su questo disturbo. Resto a disposizione qualora tale lettura vi invogliasse a domande pertinenti con il tema di seguito affrontato.


Domanda 1: Partendo dal presupposto che numerosi studi hanno ormai confermato che i pensieri intrusivi negativi (ossessioni) che solitamente si presentano in chi soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo non differiscono (per contenuto) dai normali pensieri intrusivi negativi che si presentano in chi non soffre di questo disagio, perché in chi soffre del disturbo tali pensieri si presentano frequentemente e sono così persistenti?

Risposta: Sono gli stessi tentativi di gestire tali esperienze interne ad influenzare la frequenza e la persistenza con la quale simili pensieri intrusivi si manifestano nella propria esperienza. Nello specifico, sarebbero proprio i comportamenti del prevenire (es., compiere rituali scaramantici prima di uscire di casa sapendo di non potere compiere gli stessi gesti a scuola, all’università o sul posto di lavoro), fronteggiare (es., compiere lavaggi del corpo ritualizzati a seguito del timore di essersi contagiati con una sostanza contaminante), neutralizzare (es., impegnarsi in attività mentali distraenti) o evitare quanto di temuto viene prospettato dal pensiero ossessivo (es., non cucinare per paura di poter inavvertitamente lasciare il gas aperto una vola usciti di casa) a determinare la ricorrenza e la pervasività delle ossessioni. Ad esempio, lo sforzo intenzionale di prevenire la comparsa di un’ossessione distraendosi (es., contare o ripetere mentalmente alcune parole) produce paradossalmente la comparsa della stessa ideazione ossessiva in quanto la persona, al fine di verificare il buon esito della strategia appena messa in atto, è portata a controllare se nella sua mente si è presentato o meno il contenuto ossessivo, e come tale a pensare al pensiero temuto.


Domanda 2: Perché le persone che soffrono di un disturbo ossessivo-compulsivo tendono a ritenere plausibili e realistici gli scenari catastrofici prospettati dalle esperienze ossessive (es., “Se penso che ad un mio familiare possa accadere qualcosa di terribile, allora tale evento potrebbe realmente verificarsi! Devo fare di tutto per prevenirlo!”)

Risposta: Chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo mette in atto un ragionamento che in letteratura scientifica viene spesso definito come “iperprudenzialistico”. Tale modalità di ragionamento si esprime nel dare maggiore credito alla possibilità che uno scenario catastrofico (ma poco probabile) possa verificarsi, per timore che, non facendolo, si possa intenzionalmente sottostimare il rischio di occorrenza dell’evento temuto. Più semplicemente, la persona alle prese con tale disturbo, seppure spesso sia consapevole dell’infondatezza dei propri timori, ritiene più o meno consapevolmente che sia più vantaggioso credere (e comportarsi di conseguenza, prevenendo o fronteggiando l’evento temuto) che i propri timori siano fondati, piuttosto che correre il rischio di rimproverare se stessa per aver sottostimato la gravità o la probabilità di occorrenza dell’evento in questione. Diversamente, la rinuncia ai comportamento iperprudenzialistici assunti viene contemplata esclusivamente in presenza di prove assolutamente certe ed indiscutibili (e quindi impossibili da raggiungere per definizione) dell’infondatezza dei suoi timori. Questo potrebbe spiegare il bisogno marcato di certezza (o la bassa tolleranza all’incertezza), come pure il bisogno di perfezione (o la bassa tolleranza all’imperfezione) manifestata spesso da chi soffre del disturbo. Se, come afferma Nassim Nicholas Taleb, pur sapendo l’utilità della prevenzione pochi effettivamente premiano tali atti, la persona che soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo troverebbe una propria ricompensa nell’atto di prevenzione nel vedere ridotta l’ansia associata ai propri timori (rinforzo negativo); ben poca cosa, a dire il vero, se tenuto conto dei giudizi negativi spezzanti la propria condotta o la propria persona che spesso si auto-attribuisce la persona a seguito della messa in atto delle compulsioni o dei rituali appena compiuti.


Domanda 3: Perché le persone che soffrono di un disturbo ossessivo-compulsivo non riescono a rassicurarsi di fronte ai loro timori come normalmente capita a tutti coloro che si trovano alle prese pensieri intrusivi negativi? Perché non riescono ad accettare di correre il rischio (ipotetico) che i propri timori siano effettivamente fondati?

Risposta: Chi soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo, seppure spesso sia consapevole della bassa probabilità oggettiva che si verifichi quanto temuto, non mette quasi mai veramente in discussione la possibilità che i propri timori siano infondati (ossia, fondati unicamente sulla base di ragionamenti logici slegati da ogni forma di riscontro concreto con la realtà esterna). Al contrario, ogni forma di ragionamento “rassicuratorio” viene sempre compiuto partendo dall’assunto implicito che i propri timori abbiano un fondamento logico (euristica dell’ancoraggio). Detto diversamente, la persona alle prese con tale disturbo ha difficoltà a tollerare ed accettare la possibilità (teorica) che un proprio dubbio ossessivo possa essere plausibile. “Un’idea, un concetto, un’idea, finché resta un’idea è soltanto un’astrazione”, direbbe Giorgio Gaber, probabilmente distante dal considerare catastrofica anche la presenza di semplici e normali astrazioni della nostra mente.
Diversamente, la persona alle prese con tale disturbo, impegnandosi in un’attività mentale “rimuginativa” (es., pensare e ripensare se effettivamente i propri dubbi siano o meno plausibili), renderebbe disponibile a se stessa un numero via via crescente di prove a favore dei propri timori, rendendo paradossalmente sempre più difficile sconfermare la possibilità che quanto temuto potesse effettivamente realizzarsi (euristica del copione). Come tale, ogni sforzo mentale che la persona compie nel tentativo di rassicurarsi ha come effetto paradossale l’incremento della convinzione circa la probabilità e la gravità di occorrenza dell'evento temuto, e quindi l’incremento dell’allarmismo verso i pensieri intrusivi.


Domanda 4: Perché chi soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo persiste nel gestire le ossessioni mettendo in atto comportamenti (es., compulsioni) che appaiono più utili nel breve piuttosto che lungo periodo?

Risposta: Il motivo è da rintracciarsi nel fatto che, in genere, ogni persona tende a ritenere più efficace un comportamento che richiede particolari sforzi fisici o mentali per essere compiuto. Sembra proprio che sia la consapevolezza di tali sforzi ad aumentare indirettamente l’importanza attribuita allo scopo di gestione delle esperienze ossessive. Pertanto, chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo potrebbe reputare più o meno consapevolmente maggiormente conveniente persistere nella propria modalità compulsiva di gestione delle esperienze ossessive a motivo dei costi che tale attività di gestione implicitamente le richiederebbe, un meccanismo del tutto analogo a quello che al supermercato ci spinge a considerare di maggiore qualità il prodotto più costoso. Il fatto che questa attività richieda dei grandi sforzi soggettivi, a ben vedere, comporta spesso che la persona attribuisca maggiore importanza all’obiettivo di prevenire, fronteggiare o neutralizzare le ossessioni a scapito di altri importanti obiettivi personali, riducendo conseguentemente l’interesse per altre attività che non siano associate alla prevenzione della minaccia percepita, un meccanismo analogo a quello dell’innamorato che, investendo così tanto nella relazione con la sua compagna, tende a ritenere di minore importanza ogni altro ambito della sua vita.


Domanda 5: Perché chi soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo, benché sia spesso consapevole dell’irrazionalità dei propri timori e dei grandi costi dei suoi tentativi di gestione delle ossessioni, non riesce a fare a meno di ritenere i primi fondati e i secondi più vantaggiosi per far fronte alle ossessioni?

Risposta: Chi soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo è spesso soggetto al temporal discounting, un fenomeno che consiste nel ritenere tanto più minaccioso ed impellente un evento temuto quanto più è ridotta la distanza temporale e psicologica da tale evento. Ciò potrebbe spiegare il motivo per il quale, in assenza dell’esperienza ossessiva, la persona alle prese con il disturbo riesca con maggiore facilità a ritenere infondati i propri timori e svantaggiose le sue condotte di gestione delle ossessioni, salvo poi andare incontro a grande preoccupazione e agli stessi comportamenti protettivi in prossimità dell’esperienza temuta. È sempre più facile decidere di iniziare una dieta a stomaco pieno che quanto posti di fronte ad una gigantesca pizza napoletana.


Domanda 6: Perché chi soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo, pur essendo consapevole di avere un pieno controllo sui comportamenti messi in atto per gestire le esperienze ossessive, vive spesso la messa in atto di questi ultimi come se non fossero del tutto sotto il controllo della propria volontà?

Risposta: La persona che vive un disturbo ossessivo-compulsivo si sente spesso costretta a mettere in atto le compulsioni per neutralizzare i propri timori in quanto, benché avverta di avere pieno potere sul proprio comportamento, non avverte un medesimo potere di scelta se fare o meno esperienza di tali pensieri intrusivi negativi. Come tale, la costrizione avvertita dalla persona riguarda la pervasività dell’esperienza ossessiva, piuttosto che la modalità con al quale quest’ultima può essere gestita. Il comportamento compulsivo (es., lavaggi, rituali, etc.) viene semplicemente considerato un modo utile per poter fronteggiare la minaccia associata al contenuto o all’occorrenza del pensiero intrusivo negativo. La maggior parte delle persone sceglie intenzionalmente di sottoporsi alla rimozione dei denti del giudizio quando prospettato dal dentista il rischio di complicanze future, ma nessuno avverte la possibilità di scegliere di far crescere storti o meno i propri denti.




BIBLIOGRAFIA

Mancini, F (a cura di) (2016). La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo (pp. 91-109). Milano: Raffaello Cortina