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Giovanni Astro

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1

Wednesday, December 30th 2015, 6:53pm

Non mi riconosco più

Salve a tutti e grazie di essere qui per noi.
Sono un ragazzo di 23 anni iscritto ad una facoltà di Ingegneria; precedentemente ho frequentato il Liceo Classico.
Vi scrivo per narrarvi alcune problematiche che, infide, si sono insinuate nella mia quotidianità, fino a cambiare il mio modo di essere e la percezione che io stesso ho di me. Mi piacerebbe ascoltare davvero il vostro parere sull'idea che vi siete fatti di me (non so perché ho sempre il bisogno di sapere come gli altri mi vedono: parliamo pure di questo!) e su come posso risolvere PRATICAMENTE i miei problemi.
Vi parlerò ora della mia storia e di come sia cambiata la mia psiche durante gli eventi.

--Scuole medie--
Nelle scuole medie ho scoperto la passione per la chitarra e la matematica: soprattutto la prima era il mio motivo di felicità giornaliera. Ogni giorno mi alzavo felice con la voglia di accrescere le mie potenzialità e dare piacere agli altri con il mio strumento era ciò che più volevo. Il mio professore andava dicendo che avevo un vero e proprio talento, che avrei dovuto continuare a suonare per la vita e che difficilmente aveva mai visto un ragazzo imparare così velocemente le sue lezioni (per darvi un riferimento: nel secondo semestre della prima media, finii il programma della terza media..).
In tutte le altre materie, ho sempre raggiunto voti più che eccellenti. Sempre il massimo, con il minimo sforzo.

-- liceo --
A scuola media ultimata, mi iscrissi al liceo Classico perché mi incuriosiva lo studio del Latino e del Greco: già da allora consideravo inconsciamente le Humanae litterae come la vera cultura.
I primi due anni sono stati davvero difficili e degni di una preparazione militare: non ho più il tempo di suonare la chitarra. Qui per la prima volta nella mia vita comincia a nascere in me la sensazione di non essere adeguato: vedo tutti i miei compagni conoscere l'italiano più di me (il più delle volte poi semplicemente essi ostentavano conoscenza, mentre io, più umile, mi lasciavo abbindolare); mi sentivo un pesce fuor d'acqua, si insinua in me la sensazione di non poter far altro che galleggiare, come se quest'ultimo fosse il massimo obiettivo da raggiungere.
In quinto ginnasio però (ossia il secondo anno), è successo qualcosa di strano: preso, coinvolto, rapito dalla bellezza delle lingue classiche (latino e greco) comincio a tradurre senza sforzo. O meglio, gli sforzi che facevano mi risultavano naturali, mi spiego? Quasi come lo sforzo di sollevare pesi per un ragazzo che vuol far palestra.
Do il meglio di me. L'immagine che ho di quegli anni è la seguente: io che studio su una scrivania, concentrato, nel mio ambiente naturale, mentre accresco la mia cultura e partecipo a rendermi ciò che ho sempre saputo di dover essere.
Nei successivi tre anni, studio per piacere. Sto bene con me stesso, so di fare il mio dovere, vedo la stima degli altri crescere nei miei riguardi (forse perché io stesso avevo una stima più alta di me) e sono davvero felice. Le mie materie preferite: latino, greco, matematica e fisica.

-- università --
Finito il liceo, arrivò il momento di scegliere la facoltà universitaria.
Optai per ingegneria. Perché? Bo, credo che il mio pensiero sia stato il seguente: "Ingegneria mi darà un bel futuro (lavoro etc). Non tutti riescono ad intraprendere con successo gli studi in ingegneria. Io sento di poterlo fare, ergo lo faccio, visto che anche la matematica e la fisica mi piacciono".
Arrivato all'università cominciano i casini.
Le materie mi sembrano asettiche, non mi fanno sentire un uomo migliore. Non mi sembrano cultura.
I professori mi paiono tutti una massa di deficienti, senza capacità di comunicazione, il più delle volte che vedo un ingegnere capisco che non vorrei essere come lui: nella mia base dei valori, il saper parlare, la cultura classica, la filosofia, la problematizzazione del sapere, l'HUMANITAS sono state sempre in cima.
Qui all'università vedo professori ingegneri e matematici che mi paiono esauriti, che borbottano tra sé e sé, che non sanno spiegare.
Insomma l'esatto contrario dell'immagine dell'ingegnere dinamico che avevo in testa io al momento dell'iscrizione.
Il lavoro tipico dell'ingegnere mi deprime al sol pensiero.

-- la mia famiglia, il mio ambiente --
Come sono giunto ad avere questa idea dell'ingegnere? Ho una mia teoria: nella mia famiglia, c'è qualche umanista che, nel tempo, era diventato il mio punto di riferimento. Quando mi iscrissi all'università, a tavola si cominciò ad affibiarmi tutti quei luoghi comuni che erano propri degli ingegneri (non sai parlare, Oh! hai indovinato il congiuntivo! etc), sfottò che mi annichilivano..
Credo di aver sempre dato troppa importanza al giudizio altrui, COME SE CIO' CHE SI PENSA DI ME FINISCA PER DEFINIRMI.
Immaginate pertanto come possa essere stato per avvilente sentir quei discorsi su di me, avevo ed ho paura di finire davvero con il non saper parlare, etc.
Poi, fatto molto importante, ho un fratello: chi sta con me o con lui, deve sempre cercare di definire le differenze tra noi e lo fa in negativo. Esempio: tu sei quello bravo in matematica, ergo tuo fratello è quello che non capisce niente di numeri.
Ciò mi infastidisce nel profondo, soprattutto perché non rappresenta la verità.
Io ero bravo in matematica latino e greco. Mio fratello anche, davvero. Però siccome il mio voto di diploma è più alto, per non dire che in alcuni aspetti ero più bravo io, mi hanno appioppato degli handicap, giusto per riconoscere aree di competenza anche a mio fratello (altrimenti, poteva sembrar brutto il fatto che di potesse insinuare che fossi solo io il bravo).
Soprattutto, quando a tavola anche mio fratello con disprezzo mi chiama "ingegnere" e afferma che sono un dislessico (attenzione, solo per il fatto di essere iscritto ad ingegneria..), non gli si dice nulla.. forse per paura che gli si faccia notare che anche in latino e greco avevo io voti più alti (decimi di voto, per carità..); per difendere mio fratello da un confronto che gli altri giudicano impari, lo si spalleggia (mia ipotesi). Mentre io so che lui non ha bisogno di questo, perché vale..ma questo lasciarlo sfottermi in pace, mi pesa.


-- il mio stato psicologico attuale --

Tale atteggiamento mi indebolisce, perché dopo il liceo e con questa università è come se io avessi perso il mio punto di equilibrio. Prima sapevo di valere (o meglio, avevo autostima), ragion per cui ero sicuro di me e non ero esposto ai giudizi altrui.
Ora invece è come se cercassi conferma negli altri, questo perché (credo io) voglio far capire che anche io so parlare etc.. ve l'ho scritto sopra: nella mia scala dei valori, questo è ciò che conta di più.
A ciò aggiungete che la facoltà in sé è molto difficile: benché i risultati arrivino e siano molto alti, tuttavia studio con molto sforzo. E lo sforzo NON deriva dalla non comprensione dei testi, quanto dal dover vincere quell'INERZIA che ogni volta mi fa passare giorni senza che io faccia nulla. Mi alzo la mattina ed è come se dovessi pagare un tributo. "Il lavoro da fare è tantissimo, pertanto meglio non pensarci per questi cinque minuti". Inutile dire che i cinque minuti diventano dieci, venti, cinquecento, mille.
Non vedo naturalezza in ciò che faccio e forse perché i miei familiari mi hanno fatto perdere il gusto.
Lo scopo nella mia vita sarebbe quello di far del bene alla società, a chi mi circonda e capisco che studiare ingegneria mi può aiutare in questo. Viene tuttavia meno un altro requisito: l'accettazione sociale. Non mi sento accettato, come ingegnere. Non voglio diventare come i miei professori: rigidi, introversi. Magari non son tutti così, ma il mio apparato mentale attuale con cui costruisco la realtà che mi circonda fa sì che io ponga l'accento solo su di essi..
Non mi sento più "bravo", non mi sento più quello di una volta.. ho perso l'autostima.. semplicemente questo. Non so come riacquistarla e mi sento degradato. Mi sento esposto agli attacchi di chiunque.

Avete consigli da darmi?

Grazie di esserci e per la professione che svolgete. Siete gli angeli custodi della psiche umana in un momento storico in cui l'uomo ha perso se stesso per il dio denaro. La società ha bisogno di voi.

Ipazia;

Sulla cattiva strada

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Wednesday, December 30th 2015, 7:31pm

Innanzitutto complimenti...per la scelta "coraggiosa" e per l'atteggiamento che hai verso la stessa.

A me sembra quasi che la soluzione al problema che ti fa soffrire,sia nelle tue stesse parole:il modo in cui lo esprimi denota molta consapevolezza,capacità di analisi,di problematizzare la situazione.

E' un po' un luogo comune il fatto che gli uomini "di scienza",non sappiano parlare,non abbiano interessi al di fuori del loro ambito di competenza e pensino che tutto ciò che non lo riguarda non abbia valore.Pregiudizio che a volte è fondato,come puoi vedere,di "barbari specializzati" ne sono piene le università e le scuole.
Tu però non potrai mai essere come loro,dal momento che ti poni in questo modo.Non tanto perché hai fatto il liceo classico,ma per il valore che hai dato ai tuoi studi,che saranno un patrimonio indelebile,nessuno potrà portartelo via.

Te lo assicuro,è molto bello,gratificante,sapere che una persona che affronta un percorso completamente nuovo non abbia messo da parte tutto ciò che ha studiato prima e che ne faccia tesoro (soprattutto se questo patrimonio deriva dal classico,considerato ormai un liceo decaduto e poco attuale).Io stessa provengo da un classico,e penso sia molto importante che un futuro scienziato (che sia questo medico,ingegnere..) non smarrisca la visione d'insieme che ha maturato nel tempo,visione che inevitabilmente non può derivare né dai soli studi scientifici,né unicamente dalle humanae litterae.

Tornando alla situazione nel particolare:quello che studi ti piace?
Parli delle tue capacità,della fatica e delle motivazioni (sicuramente nobili) per cui hai scelto ingegneria.Ma concretamente,riesci a trovare nelle discipline che studi,piacere?
Capisco che a volte sia difficile scindere la disciplina dalla stima che nutri per chi la insegna...ma da quello che ho visto finora,all'università è una capacità fondamentale...anche perché ripeto,non è che assorbendo i loro insegnamenti,tu diventi come loro.

Hai la tua forma mentis,e nessuno te la toglierà,se non lo vorrai.
La chitarra,la suoni ancora?

Per quanto riguarda la tua famiglia....capisco il loro giudizio e la loro approvazione siano importanti,ma alla fine,se sei convinto di quello che fai,lo è relativamente.Appunto,evidentemente devono trovare qualcosa che tu non sappia fare per definire in positivo tuo fratello...luoghi comuni di questo tipo esistono per ogni facoltà (credimi,verso le facoltà umanistiche sono ancora meno simpatici :D )
Impara a passarci sopra...e ad accettarlo come loro modo di caratterizzarvi.Alla fine lo sai tu quello che vali (e lo diranno i fatti,più che le parole).

A me per esempio prendono in giro perché voglio fare psichiatria...secondo la visione dovuta a un certo modo di intendere la psichiatria (caricaturizzandola) e all'ignoranza,uno psichiatra è un medico un po' a statuto speciale,così come le malattie mentali...e anche in facoltà...tutti voglio fare i pediatri o i chirurghi...mentre psichiatria fa storcere loro il naso (quasi come a dire,dopo sei anni di studio,proprio quella ti vai a scegliere?) però io me ne frego,perché conosco le motivazioni che mi muovono e so che non vorrei fare altro.
There is a crack in everything
That’s how the light gets in.

3

Wednesday, December 30th 2015, 11:26pm

Torna a suonare la chitarra e prova a diventare un musicista. Forse è solo questo tutto ciò che ti manca.
Penso sia arrivato il momento di iniziare a vivere...

littlewombat

Giovane Amico

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Thursday, December 31st 2015, 12:31am

Al di là di quello che pensa la tua famiglia, la società, al di là del reddito, al di là del prestigio, a te, fare l'ingegnere per lavoro, piace?
Con la crisi del lavoro che c'è adesso, non sempre si può scegliere, però prima di fare per tutta la vita qualcosa che non ti piace, magari poniti la domanda.
E se in alternativa volessi fare un lavoro più "classico" pensi che come insegnante di lettere per esempio, o come studioso potresti trovare lavoro? E saresti ugualmente portato? Se non l'hai scelto in prima battuta forse non ti piace poi così tanto. Se ti viene in mente solo adesso, al confronto con le difficoltà del tuo corso di studi, può essere che sia come un dire "se avessi fatto l'altro sarebbe stato più facile", come l'erba del vicino che è sempre la più verde.
Più materialmente, un lavoro è un lavoro, e serve per vivere. La fonte della nostra autostima non può derivare solo da questo e da quello che ne pensa la società o la famiglia. Forse ti manca un po' di piacere nella vita. Forse come dice Hank, riprendere la chitarra potrebbe esserti d'aiuto. Non per farlo di lavoro, ma semplicemente perché ti fa stare bene, e ti rende felice.
Poi non è detto che gli ingegneri progettino e basta. Se si cerca un lato più umanizzante della professione, alcuni insegnano, altri sono manager, altri si occupano di risorse umane. Poi la scelta starà a te, e a quello che ti senti portato di fare.
-4

Giovanni Astro

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Thursday, December 31st 2015, 12:10pm

Ciao e grazie per i vostri consigli. Rispondo ad ognuno di voi.

Ad Ipazia;
in ciò che tu mi hai fatto notare, riscontro sempre i due soliti miei problemi: 1) il tempo mi sfugge tra le mani senza che io riesca a darmi una scossa per viverlo appieno; 2) non riesco a prescindere da ciò che le persone che meglio conosco pensano di me.
Sì, quello che studio mi piace: il mio approccio è molto teorico. Studio per il piacere di studiare, per acculturarmi, per capire ciò che mi circonda. Traggo piacere nel comprendere le materie del mio studio e nel discutere con gli altri di quanto sto apprendendo.

Qual è il problema? Non ho tempo per fare nulla, all'università mi ingolfano con una mole di informazioni tale per cui non ho il tempo di studiare con "il giusto gusto": sempre di fretta, sempre velocemente, sempre con mille dubbi, mai con approfondimenti. L'esame è dietro l'angolo e mi rendo conto che mi basterebbe semplicemente essere superficiale per passare.. Ma io non riesco ad esserlo, ogni volta che studio ho bisogno di puntualizzare, essere consapevole di quello che sto facendo. E così il tempo passa.
Ora poi, da un anno a questa parte, siccome sto tardando di qualche mese con la laurea, sento di essermi demotivato: guardo i libri, così, senza far nulla. Mi invento mille occupazioni per distrarre la mente e non studiare; quando mi decido a studiare c'è sempre qualcosa che mi fa dire: "tanto tra 4 ore devi lasciare. Lo sai anche tu che non combinerai nulla nel frattempo". Insomma mi sento impotente di fronte all'enormità del lavoro che mi spetta e ai tempi sempre più stringati che ho per farlo. risultato: paralisi. Questo è il problema 1).

La chitarra.. non la suono più. E non perché non ne abbia voglia. Solo perché ho il bruttissimo difetto di mangiucchiarmi le unghie, che sono un requisito essenziale per suonare. Senza di esse non si ha agilità, il suono è goffo e la voglia di suonare passa...

Venendo al problema 2), non so come uscirne. Vorrei essere più strafottente, più "robusto" alle cattiverie altrui, come lo ero nel periodo del liceo. Da quando sto all'università è come se dovessi dimostrare sempre che non sono il solito "ingegnere" che borbotta parole a caso. E la gente si accorge della mia necessità di avere una loro conferma. Ciò mi fa sentire debole ed esposto.. io questo non lo sopporto. Devo cambiare tutto ciò, ma non so come.

Ad Hank;
ciò che mi hai suggerito tu è quello che ho sempre pensato. Tuttavia non ne ho il coraggio. Ho abbandonato definitivamente il sogno di essere chitarrista professionista quando mi sono iscritto al Classico, ben sapendo che quella scuola non mi avrebbe lasciato il tempo per null'altro che non fosse studiare. I discorsi dei miei familiari si basavano sul fatto che con la chitarra non si mangia, mentre con lo studio sì. Magari avranno ragione.. ma ho deciso che ad un mio futuro figlio mai farò lo stesso discorso.

A Littlewombat;
Quando mi sono iscritto ad ingegneria, non avevo la minima idea di cosa significasse essere ingegnere e del lavoro che il 90% degli ingegneri compie; mi iscrissi perché mi piaceva approfondire quegli aspetti della scienza.
Ora, che sono vicino alla laurea, vedo che essere ingegnere nel 90% dei casi significa finire dietro l'ufficio di una multinazionale, con una routine di vita che non varia mai. Nemmeno morto farò questo tipo di mestiere, preferisco la fame o coltivarmi il mio orticello per trarre sostentamento.
A me piace stare a contatto con le persone, discutere, crescere, sentire il calore umano e aiutarle ad essere migliori. Di piani, progetti, scadenze impellenti non ne voglio sentir minimamente parlare. Tutti i miei amici che giocano a fare gli ingegneri in erba mi danno tristezza, non voglio essere come loro..
Riguardo il mio sogno nella vita.. beh ho sempre desiderato essere un professore. Stare a contatto con i miei studenti, trasmettere la mia passione.. sentirei di fare il lavoro più utile del mondo. Non ti nascondo che se studiare Latino e Greco mi avesse dato la stessa probabilità di lavorare che si ha studiando ingegneria, a quest'ora sarei un letterato e non un ingegnere.
Più recentemente, si è fatta avanti in me anche la possibilità di essere imprenditore. Di alzarmi la mattina inseguendo i miei sogni e lavorando per me stesso, sapendo che tutto ciò che non faccio rappresenta un danno per me. Essere autonomo, incontrarmi con altre persone che condividono i miei progetti di vita e costruire un qualcosa che aiuti la comunità ad essere migliore.
Questi sono i sogni che ho.
Ma a volte mi chiedo se non potessi essere più utile da filosofo che da ingegnere.

littlewombat

Giovane Amico

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Friday, January 1st 2016, 10:06pm

Ciao Giovanni :)
Da quello che scrivi dici che le materie della tua facoltà ti piacciono. Però che ti piacerebbe insegnare. A parte che la scuola attualmente ha i problemi che ha come occupazione, e che la carriera accademica è piuttosto ostica, potresti prendere in considerazione anche di insegnare quelle materie che si studiano ad ingegneria?
E riguardo alla professione di imprenditore, non pensi che forse studiare ingegneria rispetto a materie umanistiche, ti dia maggiori opportunità a riguardo?
(Al limite, mi pare di ricordare che ingegneria avesse moltissimi indirizzi: potresti sempre prendere in considerazione di cambiarlo, senza cambiare del tutto la facoltà, visto che perderesti degli esami già sostenuti)
Ti racconto la mia esperienza se lo ritieni utile.
Io mi sono iscritta molti anni fa ad una facoltà tecnica. Ci vedevo delle grandi potenzialità. Cosa che poi è accaduta. Ma c'erano poche possibilità di lavoro. Solo l'ambiente universitario o grosse aziende avrebbero permesso di fare il lavoro per il quale avevo studiato.
Così per mancanza di lavoro non l'ho terminata. Con mio grande rammarico. E ho fatto un lavoro qualsiasi, giusto perchè bisogna lavorare.
Ho fatto lo sbaglio più grande della mia vita. Non sono stata mai nè carne nè pesce, sempre con un piede nei miei vecchi sogni irrealizzabili, e mai completamente coinvolta nella mia attività attuale, per la quale non avevo nemmeno delle qualifiche avanzate come gli altri. Avrei potuto rinunciare ai miei studi per fare altro, magari qualcosa di attinente al mio attuale lavoro. Che però sento che non mi dà niente. E così non ho mai avuto il coraggio di mollare tutto, e di abbandonare i miei sogni, rinunciando agli esami ed iscrivendomi ad altro. Ho fatto male. Ho fatto bene. Chi può dirlo. Se avessi mollato i miei vecchi studi avrei rinunciato per sempre ai miei sogni. Ma facendo così, che risultati ho ottenuto? Un bel niente. Di restare una nullità a vita. Solo per ostinazione, probabilmente. Io ora come ora penso che sia meglio se uno ama il lavoro che fa, perchè risulta tutto più facile. Poi la vita è dura, e devi prendere quello che trovi. Non so se sia il tuo caso. Forse tu hai la possibilità di non accontentarti e di fare qualcosa in proprio, con il sostegno della famiglia. Allora puoi valutare meglio le varie opportunità. Di non accontentarti di quello che passa il convento, ma di fare anche qualcosa per conto tuo. Ma valuta bene, pensando a quante aziende hanno chiuso, se veramente ne avresti le capacità, i fondi necessari, le conoscenze dell'ambiente e dei clienti, e tutta una miriade di altri fatti che bisogna valutare. Alla fine se uno deve fare il professionista, conviene fare il lavoro di famiglia: hai già la strada spianata, i clienti e tutto il resto. I trucchi del mestiere te li insegnano in casa. Hai già un nome senza dovertelo fare. Alla fine i sogni sono sogni. Puoi sempre coltivarli per conto tuo, se ti va. Ma il lavoro è lavoro. Bisogna pensarci bene.
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