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Utente Attivo

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Wednesday, November 14th 2012, 3:24pm

L'invincibile fame di vita

Anni persi? Anni guadagnati? Nei momenti bui la prima, in quelli buoni la seconda. Ma ora è un momento buio.
Riassunto: cresciuta (male) in una famiglia dominata dai problemi di mio padre (mai diagnosticati ma di tipo paranoide), in cui l'unica funzione vitale che mi concedevo era occuparmi di lui e tenerlo tranquillo. Quindi, autolimitazione in tutte le normali manifestazioni di una vita in sviluppo: uscite, amicizia, amore, passioni, perché in ogni apsetto della mia vita lui sapeva e poteva colpire. Poi lui si ammala gravemente di un male incurabile e reagisce cominciando ad accorgersi dei suoi errori e a lasciarmi finalmente il mio spazio. Io recupero le forze e l'entusiasmo e mi approprio della mia vita. Ma... ho già 29 anni. Comunque, non mi lascio andare ai rimpianti e vivo. E' lo stesso, però, vivere certe esperienze a 30 anni? Ne dubito, tutto ha il sapore delle occasioni mancate, di quello che sarebbe potuto essere. Poi un ragazzo, e anche con lui problemi e una storia fallita. Mi ritrovo a 37 anni, in un'altra regione, a fare il lavoro più bello del mondo: l'insegnante. A costante contatto con gli adolescenti (dei quali intuisco con prontezza, a detta di tutti, umori, problemi, emergenze), entusiasta e appassionata, ma... in continuo confronto con i miei anni di allora. Tutta l'amarezza si è risvegliata. E comincio a credere che la mia vita non mi apparterrà mai, perché mi trovo "sfasata" rispetto alle vite dei miei coetanei, ormai grigiamente protesi verso una vita "di casa". Di energie ne ho da vendere, di impegno ne profondo in vari ambiti, sembro a tutti una persona dinamica che fa una vita invidiabile e che sa quello che vuole. E invece, penso ossessivamente (e quando mi ci metto lo faccio con implacabile tormento) che è troppo tardi e che, persi quegli anni, mai recupererò il gap e la mia vita è destinata ad essere perennemente e profondamente infelice, tanto da perdere senso. Ho convissuto praticamente dalla nascita con i problemi di mio padre e, inevitabilmente, con i miei: disturbi ossessivi, attacchi di panico, ipocondria, derealizzazione. Insomma, tutta la gamma dell'ansia, da manuale. E sono sfibrata. Non se ne accorgono all'esterno, ma sono di nuovo nei guai. Mi rivedo adolescente, universitaria, e vorrei sbattere la testa contro il muro per non aver avuto la forza di oppormi, di vivere quegli anni pensando un po' di più a me. Non ne uscirò mai, vero? E allora, come faccio?

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ansia, doc, nostalgia, rimpianto