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Lei84

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Date of registration: Jul 26th 2012

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Thursday, July 26th 2012, 9:12pm

Disforia di genere e fobia sociale

Buonasera a tutti,

per presentarmi vi darò soltanto l'iniziale del mio nome: A., perché questo nome non corrisponde alla mia identità ; soffro infatti di disforia di genere, e a breve intraprenderò un percorso di adeguamento del sesso fenotipico alla mio reale genere psico-neurologico, che è quello femminile.

Ignoro se ci siano altre persone transgender iscritte a questo forum, ma non vorrei focalizzarmi tanto sulla disforia in sé e per sé, quanto piuttosto sugli effetti ansiogeni (e depressogeni, se così si dice) di cui è stata origine in me.

M'avvicino più o meno allegramente ai 30 anni. Pur senza aver ancora preso un milligrammo di estrogeni, né di antiandrogeni la gente che non conosco, nei negozi, per strada (per non parlare del telefono) mi chiamano spesso "Signora", pur portando i capelli corti, senza un filo di trucco e vestendomi nel modo più classicamente maschile che si possa immaginare. Quante volte sul treno ho avuto l'imbarazzo di dover dire al controllore, che mi obiettava, senza alcuna cattiveria, per altro: "Ma signora questa carta fedeltà appartiene a un tale A.R, non può essere sua".

Naturalmente questi episodi in fondo in fondo mi lusingano perché mi fanno sentire credibile come donna, ancor prima dell'inizio di qualsiasi terapia, ma nel contempo mi hanno creato una certa dose di fobia sociale, portandomi a comportamenti evitanti. Dopo un'inizio brillantissimo all'università, dove puntualmente agli appelli si ripeteva il refrain "Qui vedo un solo maschio iscritto, ma si vede si è ritirato perché non lo vedo", al ché dovevo dire "No guardo prof che sarei io", ho cominciato a non riuscire più a sostenere esami e a frequentare. Quando mi andava bene passavo per un adolescente efebico, ma il "signorina" era sempre dietro l'angolo... Raramente ho notato disprezzo o discriminazione, ma piuttosto compassione e/o curiosità. Essere compatiti o guardati come fenomeni da circo è avvilente, o almeno per me lo è stato, e la lista degli episodi è lunga.

Inutile dire che la mi vita sociale si riassume a poco: riesco a lavorare, per ora (presentandomi ancora come "individuo di sesso biologico maschile", e non come "uomo"), perché la grande sofferenza che questa condizione comporta ha fatto crescere in me capacità d'ascolto, di accoglienza e di - perdonerete il barbarismo - problem solving abbastanza sviluppati. Ma dopo? Perché un dopo ci sarà, e quel dopo si chiama stigma.

Non ho mai avuto un rapporto sessuale in vita mia. Non m'interessa accostarmi con un uomo nelle mie attuali condizioni fisiche, pur avendo provato diverse volte l'ebbrezza di un timido innamoramento. Di certo non potrei mettermi a prostituirmi, sarei un disastro, professionalmente, etica a parte.

Ho qualche amicizia, le persone mi vogliono bene perché in fondo a parte un aspetto androgino (più -gino che -andro) non ho eccentricità di sorta e cerco di accogliere il mio prossimo nel modo migliore che mi riesca. Però il rapporto è sovente a senso unico: io mi curo di loro ma non permetto che gli altri si curino di me ; che mettano la mano, per quanto carezzevole, sulla mia piaga profonda. Uscire di casa è sempre e sistematicamente una violenza. E il pensiero della morte mi accompagna sempre, talvolta anche come sprone. Paradossalmente e in questo senso: se ho un lavoro da finire lo uso come pretesto per rimandare al giorno seguente la consegna la presa in considerazione del suicidio, che comunque è sottesa nei miei pensieri ad ogni mio risveglio.

Sono in psicoterapia, e ahimé dipendo da un brutto anti-ansiolitico dall'emivita brevissima, il cui nome comincia con la X.: pessima scelta auto-imposta che mi sento di sconsigliare a chiunque.

Spero che l'argomento transessualismo e/o disforia di genere non crei turbamento, o che almeno sia un turbamento costruttivo. Ho scritto molto senza formulare alcuna domanda o chiedervi niente, ma vi ringrazio della vostra pazienza nel leggermi: la mia è una semplice testimonianza, e uno sfogo.

Posso solo augurare a tutti, come lo auguro a me stessa, di superare le vostre e le nostre difficoltà, traendone la parte, anche infinitesima, di bene di cui un giorno potremo (o potremmo) accorgerci.