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RAFFAGIULIO

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1

Friday, February 24th 2012, 7:58pm

Ansia E Compulsioni Mentali

Ciao a tutti. E' da quando sono molto piccolo, ora ho 33 anni, che soffro di attacchi d'ansia e sovente questi attacchi generano in me la necessità di elaborare discorsi mentali al fine di sedare l' ansia in oggetto. Questi discorsi sono vere e proprie frasi che mi faccio nella testa. Per fare un esempio: se ho una discussione con un collega di lavoro, dopo ripenso all' evento, il riflettere mi genera ansia in quanto penso che il collega mi possa creare problemi sul lavoro (ho sempre avuto paura di avere problemi con i colleghi e per questo non replico mai), a quel punto la mia mente inizia ha produrre discorsi tra me e il collega al fine di trovare una soluzione per abbassare il mio livello di ansia. Tutto ciò crea un circolo vizioso interminabile che spesso porta all' esaurimento e alla stanchezza. In passato ho lasciato il lavoro per queste ragioni e la paura di aver anche una semplice discussione con un collega possa ricondurmi ad uno stato di angoscia tale da dover mollare un' altra volta. Sono due anni che sono in terapia da una psicologa e grossi passi ne sono fatti, ma purtroppo il percorso è ancora molto lungo. Sono una persona molto insicura e ho sempre il timore che esporre la mia opinione o di reagire ad un comportamento solo perchè poi mi vengono le ansie. Alle volte concentro l'attenzione sul disagio interiore al fine di distogliere l'attenzione dal pensiero e dopo qualche minuto mi sento svuotato, rilassato... ma purtroppo le mie isicurezze si ripresentano all' evento successivo. So che il problema non è l evento in quanto tale ma come esso viene interpetato sulla base del nostro trascorso... ma tutto moltodifficile. Voi come fate ? Aveve delle esperienze da condividere ?

2

Friday, February 24th 2012, 10:33pm

ciao,

mi sembrano tratti di fobia sociale, hai provato farmaci?

PierangeloLopopolo

Giovane Amico

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Occupation: Medico Psicoterapeuta-Psicoanalista

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3

Saturday, February 25th 2012, 2:36am

per RAFFAGIULIO


Non sono certo d’aver compreso, potrei dire perciò cose di poca o di nessuna attinenza con la tua esperienza. Mi pare di capire, stando all'esempio che hai portato, che qualcosa dentro te ti spinge, dopo ogni confronto o dialogo con colleghi, a tentare col pensiero di ritornare sull’accaduto, a fare un lavorio per rifare mentalmente il tutto, per riaggiustare le cose in modo di togliere ogni possibile fonte di dissapore, per evitare che l’altro si senta ferito, infastidito, disturbato da qualcosa che hai detto o manifestato. Il tuo sentire, per quanto tormentoso e capace di infilarti in contorti percorsi, conduce sempre a vedere, a dare risalto, a evidenziare qualcosa che è questione, nodo attuale e prioritario da avvicinare per conoscerti, per lavorare su di te. In apparenza la questione riguarda il rapporto con l’altro dove hai timore di recare dispiacere, di non piacere, di entrare pur sottilmente in urto, col rischio, assai temuto, di ritrovarti poi addosso e contro il malanimo dell’altro, la sua ostilità e antipatia, col timore di ritorsioni. Ebbene, non c’è nulla che rivolgiamo agli altri che non rispecchi ciò che ci accade e che ci è abituale nel rapporto con noi stessi. La difficoltà di legittimare e di dar fiducia a discorsi o modi o atteggiamenti che possano metterti eventualmente in urto o ferire l’altro va di pari passo probabilmente con l’incapacità o scarsa abitudine tua a dare a te smentite, ad ammettere verità spiacevoli sul tuo conto, a imprimere a te “ferite”, come ti accadrebbe o ti accade quando vedi cose di te che non ti piacciono, quando riconoscendole sei costretto a smentire ciò che amavi pensare di te e senti che ti costa. Il lavorio del sentire e le cose tortuose che a volte ci accadono nell'esperienza interna, che parrebbero strane e anomale, possono viceversa avere un senso, far sì che una questione che riguarda il nostro modo d’essere venga al pettine. Il bisogno di avere tutti concordi e in pace con te, di non esporti a guerre sotterranee, potrebbe farti vedere la dipendenza che hai da consenso esterno, dal consenso e approvazione degli altri, che forse va di pari passo col poco di confronto, riflessione e critica che tu eserciti e condividi con te stesso. Nulla accade per caso. Quella che ho fatto è solo un’ipotesi, che non pretende d’essere congrua ed attinente la tua esperienza, ma che vuole soprattutto stimolarti a riflettere sull’esperienza dei tuoi tormentati pensieri, su ciò che senti, per capire, per trovare il filo che conduce a te. Comunque credo che tu abbia già nella tua psicoterapia il luogo dove lavorare su di te ed essere aiutato a farlo al meglio. Considera il mio solo come un piccolo contributo o stimolo di ricerca. Ciao, Pierangelo Lopopolo