2 commenti su “Psicoterapia e diagnosi”

  1. Armando De Vincentiis

    in merito alla eterna diatriba sui diritti di diagnosi tra medici e psicologi aggiungo quanto segue:
    quando si fa riferimento all’articolo 1 de legge 56/89 che definisce la professione di psicologo in cui vi è esplicitamente scritto che lo psicologo fa “diagnosi” (..) in ambito psicologico…, si tende ad interpretare questa dicitura come espressione di un semplice rapporto o relazione del vissuto personale di un individuo senza però descriverne o definirne la “malattia”.
    Questo è un errore di valutazione in cui spesso molti tendono a cadere. La legge parla di diagnosi! Ossia:

    dal greco dià (attraverso) gnosis (conoscenza)
    – Processo volto alla rilevazione e descrizione di fenomeni riconosciuti come patologici, o procedura orientata a ricondurre un determinato fenomeno all’interno di una specifica categoria.

    La psicologia è la scienza del comportamento umano, e in essa non si distingue un comportamento umano NORMALE da un comportamento PATOLOGICO e, come materia scientifica tesa a comprendere quelle dinamiche che spiegano e descrivono il correlato psichico di un comportamento, integra in sé tutte quelle discipline orientate verso questa comprensione quali: la biologia, la psicofisiologia, la neuropsicologia, l’antropologia, la psicopatologia.
    Una diagnosi psicologica sottintende, quindi, una conoscenza e una considerazione di tali discipline. E’ logico che non essendo fatta da un medico essa non è una diagnosi medica ma è una diagnosi che entra nel merito di tutte quelle competenze che la professione di psicologo prevede ossia: la PSICOLOGIA la PSICOPATOLOGIA la NEUROPSICOLOGIA. La diagnosi psicologica o psicodiagnosi le integra tutte.
    Questo rende la diagnosi psicologica e psicopatologica altrettanto funzionale ed operativa sotto l’aspetto della conoscenza clinica della psicopatologia del paziente e sulle sue relative indicazioni di intervento terapeutico esattamente come la diagnosi medica.
    In tali ambiti, quindi ( psicologia, psicopatologia, neuropsicologia) lo psicologo che fa diagnosi (secondo la legge 56/89) (NON relazione psicologica) CHIAMA, DEFINISCE e/o DESCRIVE la malattia!

    Oltre allo strumento “colloquio diagnostico” (raccolta anamnesi, osservazione ecc. in cui il professionista che si cimenta fa riferimento alle sue conoscenze scientifiche negli ambiti su citati e previsti dal suo PIANO DI STUDI UNIVERSITARIO) lo psicologo è legalmente abilitato all’uso di test diagnostici in tali discipline (si veda ad esempio MMPI, SCID (per la psicopatologia)test di BENDER, MATRICI PROGRESSIVE , MMSE,(per la neuropsicologia) ecc. ecc.) e ciò è un’ulteriore prova della sua competenza diagnostica, professionale e legale.

    Si possono considerare due prove fondamentali che sostengono e confermano quanto su riportato e che invito a prenderne atto:

    1) Un documento pubblico (su psicologiagiuridica.com) scritto dal professor Guglielmo Gulotta avvocato ed ordinario di Psicologia Giuridica all’Università di Torino in risposta ad un quesito rivoltogli dallo stesso Ordine Nazionale degli Psicologi in merito alle competenze diagnostiche dello psicologo. Su tale documento, in cui si dispiega punto per punto la legge 56/89 ed altre caratteristiche della professione di psicologo, si comprende perfettamente la sua autonomia diagnostica e professionale (ritenuta ancora dalla classe medica ingiustificatamente subordinata a non si sa chi o cosa..) ed il suo diritto professionale e legale di mettere mani alla cosiddetta diagnosi differenziale, ritenuta ancora, scorrettamente, di sola ed esclusiva competenza medica.

    http://www.psicologiagiuridica.com/pub/docs/numero_14/articoli/ParereProVeritatePsicologi.pdf

    2) La prova pratica richiesta ai candidati all’esame di Stato per l’abilitazione alla professione di psicologo. Questa consiste nella valutazione di un caso clinico in cui (elemento centrale espressamente richiesto nel compito) va effettuata una DIAGNOSI DIFFERENZIALE (non una relazione psicologica, pena la bocciatura) secondo i criteri del DSM ed una proposta di intervento sulla base di questa.

    Sarebbe davvero un NON SENSO richiedere un tale compito ad un esame di Stato per l’abilitazione alla professione per poi non permettere allo stesso professionista di effettuare tale lavoro dal vivo nella sua pratica clinica.

    Un allegato del quale si invita a prenderne atto è un esempio di linea guida all’esame di stato per psicologi in cui la prova chiede in modo esplicito:

    -ipotesi diagnostiche secondo i criteri del DSM IV
    -diagnosi differenziale
    -strategie di intervento

    http://www.professionepsicologo.com/pdf/Esame_stato_caso_clinico.pdf
    inoltre ricordo che uno psicologo che effettua psicoterapia secondo l’articolo 3 della legge 56/89 ha acquisito, dopo specializzazione, ulteriori competenze in ambito psicopatologico e per tanto ulteriormente legittimato a far diagnosi differenziale.

  2. mi fa piacere che vi sia un aritcolo che parli di ciç:sono medico,42 anni,donna,con tre figlie,una famiglia un\’attività libero-professionale che mi ha portato,non da sola perchè nel mio corso ci sono molti medici oltre che psicologi,a frequentare una scuola di psicoterapia che non ti informa di un solo indirizzo psicoterapeutico,ma ti dà tutte le informazioni delle diverse scuole di psicoterapia che esistono.Sono contenta di essermi iscritta a questo corso,anche se molto faticoso,perchè gli psicologi mi hanno insegnato cose che conoscevo poco e noi medicxi abbiamo dato loro cose che conoscevano poco;ritengo che ci sia sì una differenza di lavoro,ma che possa essere benissimo compensata da entrambi,se si impara a lavorare insieme e a concepire l\’uomo non mente da una parte e corpo dall\’altra,ma un tutt\’uno che governa entrambe le parti…recentemente si è scopertoche un fattore presente nell\’encefalo è molto presente anche nell\’intestino….che vi sia quindi una correlazione fisiologica tra i \"disturbi di pancia\" e l\’attacco di ansia?Non sono d\’accordo sugli studi degli psico- e dei medici:i medici e gli psicologi hanno,a mio avviso,il dovere di continuare a studiare tutta la vita,senza distinzioni di più o meno anni,per il lavoro a cui sono preposti.

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