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Smarrirsi e ritrovarsi attraverso la psicoterapia psicodinamica: la difficoltà e la necessità di iniziare il percorso psicoterapeutico

category Psicoterapia 13 Maggio 2013 | |
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La psicoterapia, è un privilegiato punto di osservazione di quelle che sono le difficoltà delle persone. Sempre più spesso, i pazienti oltre alle loro caratteristiche e bisogni  personali, si rassomigliano tra di loro per alcuni tratti comuni, come la diffusione dellaconfusione, del senso di smarrimento e della scarsa consapevolezza di sè.

E’ come se le persone avessero smarrito la bussola, la direzione e quindi si aggirassero come ciechi in un’atmosfera rarefatta e fumosa. I ruoli, le differenze generazionali, i limiti della realtà, lo scorrere del tempo, sono aspetti spesso misconosciuti e negati, tutto tende a rassomiglia a tutto, le differenze annullate.

Questa modalità che potrebbe sembrare una conquista positiva di libertà e di emancipazione, si rivela spesso una fonte di ansia e di paralisi creativa. Molti, posti davanti alla possibilità apparentemente infinita di scelta, non sono in grado affrontare la complessità, poiché prendere una particolare direzione, presuppone l’accettazione dei limiti e la rinuncia a qualcosa per ottenere altro.

Essere messi di fronte ad un bivio, è per alcuni così difficile da sopportare, da condurli a rifugiarsi in una sorta di paralisi vitale. Molte persone si considerano malate o in difficoltà, perché credono di non poter realizzare i loro obiettivi, ma il problema può essere nella stessa definizione degli obiettivi, magari troppo elevati e lontani dalla realtà che deve necessariamente tener conto delle effettive potenzialità, fase di vita e opportunità ambientali.

In altri termini molti pazienti sono malati di eccesso di desiderio che li porta ad essere scontenti, rancorosi e soprattutto ciechi rispetto  alle potenzialità.

Il processo personale di maturazione e di crescita, sembra diventato particolarmente difficile, soprattutto per la perdita di riferimenti culturali, sociali, familiari ed affettivi.

Il sistema familiare, non sempre si poggia sulla presenza di genitori abbastanza adulti da non confondersi con i bisogni e desideri dei loro figli. I ragazzi trovano con più difficoltà maestri ed insegnanti disposti ad aiutarli a maturare un’educazione emotiva e sentimentale.

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I colloqui iniziali con il paziente difficile, il paziente-fantasma

category Psicoterapia 9 Marzo 2013 | |
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La persona in difficoltà psicologica per diventare paziente, per prima cosa deve scegliere un professionista a cui rivolgersi e fissare con lui un primo colloquio.

I primi incontri sono molto delicati, a partire dall’invio e dalla prima telefonata, in un breve spazio di tempo, si sovrappongono e si giocano molti e complessi fattori che coinvolgono entrambi i protagonisti.

 

MODELLI DI ACCOGLIENZA

Secondo il modello di accoglienza della psicoterapia psicodinamica, sono previsti tre colloqui, viso a viso, per raccogliere l’anamnesi, la storia, sondare la motivazione e la reciproca predisposizione al lavoro comune. I primi incontri, oltre a permettere la conoscenza reciproca, danno preziose indicazioni sullo stato psichico del paziente, forniscono una prima valutazione diagnostica indispensabile per individuare la migliore modalità di trattamento che porterà alla formulazione del contratto terapeutico. Si configura un campo relazionale, dove il principale strumento di lavoro è la relazione transfert-controtransfert, che coinvolge paziente e terapeuta impegnati nel setting, ossia in un contesto constante nel tempo e nello spazio (Bleger, 1967).

Sono numerosi gli autori che hanno trattato nei loro scritti questa delicata fase introduttiva, ad esempio Sallivan, l’ideatore della teoria dei colloqui, descrive lo psicoterapeuta come un osservatore partecipante, che cerca di mettere in massimo risalto la personalità del paziente; Etchegoyen, sottolinea come le modalità operative del colloquio non possono seguire norme fisse, domande e libera espressione, devono amalgamarsi a seconda delle circostanze e dei bisogni.

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Il cambiamento, un’esperienza che si ripete

category Psicologia 11 Ottobre 2012 | |
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Il cambiamento, di qualsiasi tipo,  presuppone una crisi e la perdita di qualcosa per trovare qualcosa d’altro. E’ un’esperienza che  ci accompagna fin dalla nascita, associata ad ogni fase importante della vita come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, la laurea, il matrimonio, la nascita di un figlio, la maturità, il pensionamento ecc.

Il cambiamento può essere una scelta volontaria e cercata, o invece subita per le circostanze esterne, può essere un evento positivo o negativo, comunque determina la fine di una serie di abitudini, di relazioni, di ruoli che portano all’apertura a  nuove prospettive che possono arricchire o impoverire la nostra vita, ma che  non possiamo evitare come, ad esempio le conseguenze del trascorrere del tempo.

Anche il cambiamento  più desiderabile, presuppone la perdita di una condizione per acquisirne una nuova e questo aspetto è spesso sottovalutato o negato e tralasciato. Le persone vivono sentimenti ambivalenti anche nei cambiamenti voluti, altalene emotive che possono facilmente confondere, soprattutto  quando non si hanno  gli strumenti emotivi e mentali, per elaborare il passaggio al nuovo, ad esempio l’adolescenza presuppone l’abbandonare il nido della famiglia, la nascita di un figlio determina il passaggio dalla coppia alla famiglia, la maturità coincide con il raggiungimento di risultati importanti ma segna anche la fine della giovinezza e così via.

La perdita, il lutto sono le componenti inevitabili di ogni cambiamento, anche di quelli cercati e desiderati. E’ un’osservazione che  richiama il limite, la finitezza umana, tutti confini per  l’espansione  onnipotente personale e sociale. Nella realtà quotidiana fermarsi, osservare, riflettere, sembrano perdite di tempo, rispetto alla corsa frenetica ed idealizzata che ha come scopo ultimo, quello di riempire il tempo di rumori, di suoni, di incontri fugaci o anche di sostanze che eccitano o rilassano.

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LA PERSONALITA’ LIQUIDA, una forma di confusione attuale tra interno ed esterno

category Psicologia 26 Maggio 2012 | |
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Descrizione della personalità liquida

La personalità liquida è un modo di  descrivere un  paziente che si  può incontrare  nella pratica clinica, ha un’età variabile, caratteristiche diverse ma è riconoscibile per un particolare stile nelle relazioni affettive, si tratta di una persona alla ricerca di un contenitore che possa conferirle quell’unità, quel senso di sé di cui è carente. La donna liquida in particolare, si affanna per qualcosa che lei stessa non è in grado di definire, è in preda all’insoddisfazione  che spesso assume la forma della frustrante ricerca del compagno ideale, è alla ricerca di un contenitore, una brocca che possa darle una individualità, una definizione di sé, di cui è drammaticamente carente, soffre di una ferita narcisista più o meno estesa, ha una bassa autostima, è alla ricerca di una costante rassicurazione e conferma esterna.

Demandare all’Altro il compito di definire la propria identità, è evidentemente un’operazione difficile se non impossibile, il primo pericolo è l’insoddisfazione rancorosa. L’Altro per quanto generoso e dotato di buone qualità, in quanto diverso da sé, è frustrante e limitante, viene chiamato ad aderire ad un rapporto simbiotico che pretende una dedizione assoluta. Anche quando queste condizioni sono garantite, l’Altro-contenitore è comunque  insufficiente proprio perché ha una forma  in sé statica, contrapposta alle qualità plastiche del  liquido che per esistere ha però bisogno del contenitore, altrimenti si disperde  fino a  scomparire. La persona liquida deve continuamente segnare e definire i confini con la brocca verso cui apparentemente si ribella, ma in realtà ne saggia e ne prova le pareti per sentire la propria ed altrui esistenza.

Questo meccanismo psichico è mascherato da razionalizzazioni  ma soprattutto è facilitato dal clima sociale e culturale prevalente dove è massima l’attenzione all’individuo che è investito dal diritto-dovere alla felicità, al piacere senza limiti ed ostacoli, nell’illusione di una soddisfazione perenne. Questo tipo d’ideale è inverosimile e senz’altro molto lontano dall’esperienza frustrante e limitata da variabili immutabili quali il trascorrere del tempo, la limitatezza della vita umana, l’appartenenza ad un sesso, le origini che fondano l’identità ma ne delineano il perimetro di partenza di ognuno di noi (Racamier, 2003).

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Il ladro di emozioni. Un esempio clinico di narcisismo patologico

category Disturbi e patologie 13 Febbraio 2012 | |
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Marco un uomo sulla quarantina con un fisico atletico e possente, ha bisogno di aiuto, si sente alla deriva incapace di sostenere i suoi impegni. Attraversa un momento critico anche perché ha deciso di rinunciare al suo lavoro da impiegato per iniziare la professione di preparatore atletico e socio in una palestra, scelte che coronano la sua passione per l’attività fisica e per il culturismo.

Proprio nel momento in cui sta realizzando il suo progetto, si sente sopraffatto dagli eventi, privo di energia e ripiegato su se stesso. Cercando di contenere l’angoscia che lo pervade, decide di partire da solo per una visita al paesino natale  nel sud della Germania  dove era emigrata la sua famiglia  e dove ha vissuto  fino ai dieci anni per poi ritornare in Italia. Il viaggio è deludente, le persone ed i luoghi sono cambiati, Marco si ritrova ancora più confuso e passivo, decide allora di chiedere una consulenza psicoterapica, anche se si tratta di un contesto per lui avulso che utilizza come strumento di lavoro la parola, mentre la modalità espressiva del paziente è il movimento, il fare e le molteplici e debordanti attività, al punto da considerare come debolezze e malattia la stanchezza e le necessarie pause di riposo. Nonostante le sue difficoltà, Marco è una persona abituata ad essere apprezzata per il suo naturale talento nell’osservare gli altri e alla capacità di assumere il comportamento più idoneo alle circostanze. Egli esercita da sempre un certo fascino sulle ragazze, preferendo gli incontri occasionali fino a quando conosce la moglie che sceglie per la determinazione ed affidabilità, delega a lei il compito di mantenere vivo il legame affettivo e sessuale della coppia. Marco pur affermando di amare la sua famiglia, tende a dimenticarsene lasciandola sullo sfondo, così come sono prive di significato le relazioni con le persone siano queste parenti, amici o clienti, che tratta come personaggi provvisori ed intercambiabili o come oggetti da esperimento al pari degli insetti che da piccolo chiudeva nella scatola di cartone per studiarne il comportamento. Il paziente osserva con autentica sorpresa le manifestazioni di affetto e di stima verso la sua persona, al contrario lui non sperimenta, non sente il legame emotivo, tende piuttosto ad agire in funzione ad un obiettivo, un copione opportunistico che può variare dal rispondere alle richieste della moglie al corteggiare altre donne con le quali si concede frequenti relazioni evitando con cura l’implicazione sentimentale che considera fastidiose e pericolose.  Gli servono molte energie per far fronte ai suoi molteplici impegni lavorativi, affettivi e familiari, Marco sembra riuscire a sostenere il pesante onere fino al momento della crisi depressiva che lo fa precipitare nell’impotenza e nella passività.

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