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summertime

il Kérygma

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Wednesday, February 8th 2012, 10:25am

Madri apprensive - l'affettività nel nucleo familiare

A beneficio di tutti, riporto una novella di C.J. Lewis che perspicacemente racconta il dramma dell'affettività materna.


Molte perversioni dell’affetto sono collegate principalmente all’affetto inteso come “amore bisogno”; ma anche l’affetto nella sua forma di “amore dono” non è immune da travisamenti.
Penso a una certa signora Fidget, che morì alcuni mesi or sono. E’ sorprendente vedere come la sua famiglia, da allora, si sia rianimata.
L’espressione tesa è scomparsa dal volto di suo marito; a volte lo si vede persino sorridere. Il figlio più piccolo, che consideravo una creatura scontrosa e malevola, sta ora rivelando doti di umanità. Il maggiore, che non era mai in casa, se non nei momenti che passava a letto, ora è quasi sempre là, e si è messo a risistemare il giardino.
La figlia, considerata da tutti “di salute cagionevole” (anche se non ero mai riuscito a scoprire di che male soffrisse) ora prende lezioni di equitazione – il che un tempo sarebbe stato impensabile – va a ballare tutte le sere, e gioca quanto vuole a tennis. Persino il cane, che non poteva uscire se non condotto al guinzaglio, ora è un ben noto membro del Club del Lampione della strada dove abitano.

Si sentiva spesso dire, alla signora Fidget, che viveva per la sua famiglia, il che non era certo falso, come tutti i vicini ben sapevano. “Quella donna vive per la sua famiglia – dicevano - che moglie, e che madre!” Faceva tutti i bucati da sola. Vero; lo faceva male, e si sarebbero potuti permettere la spesa della lavanderia; spesso la pregavano di non farlo, ma lei continuava ostinatamente.
C’era sempre qualcosa di caldo a pranzo per chi restava a casa, e sempre qualcosa di caldo per cena (anche d’estate). La imploravano di non preparare nulla; le giuravano, quasi con il pianto in gola, di preferire i piatti freddi (ed era vero), ma senza risultato. Lei viveva per la sua famiglia.
Rimaneva sempre alzata per dare il “bentornato” a chi, di notte, rincasava tardi; le due o le tre del mattino, non faceva differenza, trovavi sempre lì ad aspettarti quel viso tirato, fragile e pallido, quasi una silenziosa accusa; il che significava, naturalmente, che non si poteva uscire troppo spesso, a meno di non passare per un individuo senza scrupoli.
Per di più, era sempre indaffarata per qualche cosa; ella si reputava, infatti (non so giudicare se a ragione o torto), un’eccellente sarta dilettante e un’esperta della maglia. E’ ovvio che poi, in casa, fossero tutti costretti a indossare quella roba; a detta del vicario, dopo la sua morte, i contributi di quella famiglia alle “vendite di beneficenza” superarono, da soli, quelli messi insieme da tutti gli altri parrocchiani.

E poi, come si preoccupava della loro salute! Da sola sopportava il fardello della “salute delicata” della figlia. Il dottore – un vecchio amico, dato che tutto veniva fatto al di fuori dell’assistenza sanitaria pubblica – non poteva mai parlare direttamente con la sua paziente, dopo una brevissima visita la madre se lo portava in un’altra stanza. La ragazza non doveva avere alcuna preoccupazione, nessuna responsabilità per la propria salute; per lei c’erano soltanto cure amorose, carezze, diete speciali, disgustosi cordiali ricostituenti, e colazioni a letto. La signora Fidget, infatti, com’era solita ripetere, si “ammazzava di lavoro” per la sua famiglia.

Non c’era modo di impedirglielo, né era possibile restarsene seduti a guardarla, senza sentirsi in colpa. Dovevano aiutarla.
La verità è che si sentivano continuamente in dovere di aiutarla. Il che significa che erano costretti a fare delle cose per lei, onde aiutarla a fare delle cose per loro che, personalmente, non desideravano ella facesse.

Quanto al suo caro cagnolino, diceva di considerarlo “proprio come uno dei miei figli”. Fin dove le era riuscito, infatti, esso assomigliava esattamente a uno di loro, ma, non avendo scrupoli, se la passava molto meglio e, per quanto sottoposto a continui controlli veterinari e diete, e guardato a vista, riusciva talvolta a raggiungere il bidone della spazzatura o il cane del vicino.

Il vicario dice che ora la signora Fidget riposa in pace, speriamo sia davvero così; quello che è certo, è che ora la sua famiglia ha finalmente trovato la pace.


E’ facile come, nel caso dell’istinto materno, la tendenza a comportarsi in questo modo sia, per così dire, innata. L’affetto materno, infatti, è un “amore dono” ma tale da avere bisogno di dare; perciò ha bisogno di rendersi necessario, mentre lo scopo proprio di un dono dovrebbe essere quello di porre chi lo riceve nella condizione di non avere più bisogno del nostro dono.
Si nutrono i figli per metterli presto in grado di nutrirsi da soli; si insegna loro affinché presto possano fare a meno dei nostri insegnamenti. E’ dunque un compito ingrato quello che spetta all’ “amore dono”: esso deve, infatti, operare in vista della propria abdicazione. Dobbiamo mirare a renderci superflui.
Il momento in cui potremo dire: “Non hanno più bisogno di me” dovrebbe anche essere il momento della nostra ricompensa. Ma il nostro istinto, di per sé, non può arrivare a tanto; esso desidera il bene del proprio oggetto, ma non in maniera così limpida: desidera soltanto il bene che noi stessi possiamo dargli.
Dovrebbe invece subentrare un tipo d’affetto più alto, che desideri veramente e soltanto il bene del proprio oggetto, da qualunque parte gli venga, aiutandoci ad addomesticare l’istinto, e a metterlo quindi in grado di abdicare. Questo riesce di frequente; ma dove ciò non si verifica, il bisogno famelico di rendersi necessari troverà giustificazione in sé stesso, o tenendo il proprio oggetto in condizione di eterna dipendenza, o creando per lui dei bisogni fittizi. E lo farà con tanta maggiore spregiudicatezza quanto più sarà convinto, con un fondamento di verità, di essere un “amore dono” e, come tale, “altruista”.

Anche la mia professione – l’insegnamento universitario – è, in questo senso, pericolosa. Se un docente vale davvero, dovrà impegnarsi affinché giunga presto il momento in cui i suoi allievi saranno in grado di essere i suoi critici e rivali. Dovremmo provare un gran piacere, una volta giunto questo momento, allo stesso modo del maestro di scherma che è soddisfatto quando un allievo arriva a toccarlo con il fioretto e a disarmarlo. E molti, effettivamente provano soddisfazione.

doctor Faust

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Wednesday, February 8th 2012, 11:05am

E’ dunque un compito ingrato quello che spetta all’ “amore dono”: esso deve, infatti, operare in vista della propria abdicazione. Dobbiamo mirare a renderci superflui.


In analisi transazionale il genitore amorevole negativo è quello che impedisce l'autonomia per eccesso di protezione della prole.
L'uotonomia e' il fine ultimo dell'educazione. Un bambino che frequenta le scuole piu' esclusive, gli ambienti piu' riservati, le università piu prestigiose, se non impara ad essere automono e' un disgraziato.

Se un docente vale davvero, dovrà impegnarsi affinché giunga presto il momento in cui i suoi allievi saranno in grado di essere i suoi critici e rivali.


Questo e' il fine dell'insegnamento. Insegnare all'allievo a superare il maestro. Quando non avviene vuol dire che si e' sbagliato nell'educazione, e si diventa semplici trasmettitori di un sapere sterile.

Dovremmo provare un gran piacere, una volta giunto questo momento, allo stesso modo del maestro di scherma che è soddisfatto quando un allievo arriva a toccarlo con il fioretto e a disarmarlo. E molti, effettivamente provano soddisfazione.


Io godo tantissimo quando qualcuno mi tiene testa e mi dimostra limiti e lacune del mio sapere, con un fine costruttivo. Mi spiace che altri invece ritengano la discussione, la dissertazione e la diatriba, nel senso classico del termine, come aggressione, prevaricazione, ostinazione o lesa maesta'.

Nell'adolescenza i figli sani mettono in discussione i genitori, ne indicano il comportamento, lo criticano e lo sottopongono a giudizio. La grandezza del genitore sta nell'accettare la discussione e mentenerla entro uno spazio dialogico.

I figli non sani non discutono, ubbidiscono in silenzio, oppure evitano ogni discussione e si ritirano. Apparentemente sono figli modello. Poi arrivano le sorprese.

runica

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Wednesday, February 8th 2012, 1:23pm

Con una figlia che oggi sta per compiere tredici anni sono stata una madre molto simile alla signora Fidget. Lo sono stata nonostante conoscessi teorie che spiegavano e storie che dimostravano che stavo sbagliando.
L'ho avuta, per scelta, tardi. L'ho pensata molto prima di concepirla e molto ho pensato e modellato la madre che sarei stata, una madre, scontatamente, opposta a quella che ho avuto in sorte, ovvero distante da me a causa di una sua cronica infelicità.
Io sapevo tutto, eppure questo non è servito a evitare di "usare" mia figlia per cercare di riscattare i crediti affettivi che avevo col passato.
Più di un anno fa la mia vita si è improvvisamente riempita di una passione, tutta intellettuale sul nascere e via via molto di più. Da quel momento, senza calcolarlo, in automatico, ho cominciato a dedicare meno pensieri e meno tempo a lei e con convinzione un po' di più a me stessa.
Non posso certo fare un bilancio adesso se la svolta comporterà davvero un bene, duraturo, posso però testimoniare che se la madre che sono stata era davvero da sconfiggere, per farlo, un supplementare sapiente e consapevole atto d'amore materno non è bastato, almeno a me. Nel mio caso, devo lucidamente riconoscermelo, a "salvarci", sarà stata solo e nient'altro che una scelta di egoismo.

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Wednesday, February 8th 2012, 2:21pm

"Con una figlia che oggi sta per compiere tredici anni sono stata una madre molto simile alla signora Fidget. Lo sono stata nonostante conoscessi teorie che spiegavano e storie che dimostravano che stavo sbagliando.
L'ho avuta, per scelta, tardi. L'ho pensata molto prima di concepirla e molto ho pensato e modellato la madre che sarei stata, una madre, scontatamente, opposta a quella che ho avuto in sorte, ovvero distante da me a causa di una sua cronica infelicità.
Io sapevo tutto, eppure questo non è servito a evitare di "usare" mia figlia per cercare di riscattare i crediti affettivi che avevo col passato.
Più di un anno fa la mia vita si è improvvisamente riempita di una passione, tutta intellettuale sul nascere e via via molto di più. Da quel momento, senza calcolarlo, in automatico, ho cominciato a dedicare meno pensieri e meno tempo a lei e con convinzione un po' di più a me stessa.
Non posso certo fare un bilancio adesso se la svolta comporterà davvero un bene, duraturo, posso però testimoniare che se la madre che sono stata era davvero da sconfiggere, per farlo, un supplementare sapiente e consapevole atto d'amore materno non è bastato, almeno a me. Nel mio caso, devo lucidamente riconoscermelo, a "salvarci", sarà stata solo e nient'altro che una scelta di egoismo"

Ciao Runica,
ti ringrazio per esserti messa in gioco con la tua testimonianza vissuta.
Non ho capito di che passione parli, quindi nella mia risposta tengo conto di questo "punto interrogativo": tu la chiami una "scelta di egoismo", ci sono passioni egoistiche e passioni pienamente sane.
Penso ci siano molti fattori che incidono nella capacità di gestire le nostre emozioni: predisposizioni biologiche, l'educazione ricevuta in famiglia, il modello offertoci dai nostri genitori (che può contraddire apertamente l'educazione teorica che ci hanno impartito), le relazioni con i coetanei a partire dalle scuole primarie fino all'età di giovani adulti, i nostri valori morali, l'autostima, il nostro lavoro sul conoscere e cambiare noi stessi, ecc.
Se non sei riuscita (fino ad un anno fa) a gestire il tuo "fiume in piena" di affettività verso tua figlia, dev'esserti mancato qualcosa in alcuni di questi fattori.
Io sono convinto che a tutti noi è concesso, a partire da un dato momento della nostra vita, di divenire "padroni di noi stessi" e di avere "potere sulle nostre emozioni". Forse il tuo momento è stato un anno fa - dico forse sempre per il punto interrogativo di prima.

Voglio ricordare una cosa importante: possiamo avere il controllo di noi stessi solo se abbiamo una linea di direzione nella nostra vita, dei valori che ci ancorano alla terra della vita e agli altri, solo se ricerchiamo un equilibrio.
Ho sentito molte persone lamentarsi per i propri problemi emotivo-psicologici e parallelamente avere una mentalità all'acqua di rose (superficiale) e vivere in modo sregolato al livello dei "poeti maledetti".
Dunque la questione dell'equilibrio psichico è anche una questione di etica personale e di filosofia di vita.

Runica, ti faccio un grande in bocca al lupo per la tua vita e per la tua famiglia.
Un abbraccio,
Fabrizio

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Wednesday, February 8th 2012, 2:29pm

Summertime,
ti faccio molti complimenti per il tema che hai scelto di proporre.
Potrà far riflettere e dare benefici a molte persone.
Complimenti anche perchè è un tema difficile, molte mamme che lo leggeranno inconsciamente faranno una forte resistenza ad ammettere la "cruda verità" che molte attenzioni per i figli non le hanno avute per affetto, ma per se stesse, per rassicurarsi psicologicamente.
Ma tutti abbiamo bisogno di tener conto delle crude verità se vogliamo fare i conti onestamente con la vita e con noi stessi, una volta per tutte.
E come diceva il grande Aristotele, bisogna onorare la verità più dei sentimenti personali.
Un grande saluto,
Fabrizio

runica

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6

Thursday, February 9th 2012, 10:33am


Ciao Runica,
ti ringrazio per esserti messa in gioco con la tua testimonianza vissuta.
Non ho capito di che passione parli, quindi nella mia risposta tengo conto di questo "punto interrogativo": tu la chiami una "scelta di egoismo", ci sono passioni egoistiche e passioni pienamente sane.
Penso ci siano molti fattori che incidono nella capacità di gestire le nostre emozioni: predisposizioni biologiche, l'educazione ricevuta in famiglia, il modello offertoci dai nostri genitori (che può contraddire apertamente l'educazione teorica che ci hanno impartito), le relazioni con i coetanei a partire dalle scuole primarie fino all'età di giovani adulti, i nostri valori morali, l'autostima, il nostro lavoro sul conoscere e cambiare noi stessi, ecc.
Se non sei riuscita (fino ad un anno fa) a gestire il tuo "fiume in piena" di affettività verso tua figlia, dev'esserti mancato qualcosa in alcuni di questi fattori.
Io sono convinto che a tutti noi è concesso, a partire da un dato momento della nostra vita, di divenire "padroni di noi stessi" e di avere "potere sulle nostre emozioni". Forse il tuo momento è stato un anno fa - dico forse sempre per il punto interrogativo di prima.

Voglio ricordare una cosa importante: possiamo avere il controllo di noi stessi solo se abbiamo una linea di direzione nella nostra vita, dei valori che ci ancorano alla terra della vita e agli altri, solo se ricerchiamo un equilibrio.
Ho sentito molte persone lamentarsi per i propri problemi emotivo-psicologici e parallelamente avere una mentalità all'acqua di rose (superficiale) e vivere in modo sregolato al livello dei "poeti maledetti".
Dunque la questione dell'equilibrio psichico è anche una questione di etica personale e di filosofia di vita.

Runica, ti faccio un grande in bocca al lupo per la tua vita e per la tua famiglia.
Un abbraccio,
Fabrizio



Anzitutto grazie per la tua accoglienza così partecipata, appena arrivata qui, è incoraggiante.
Parlo della passione per la scrittura, ma qualunque passione, vera, indipendentemente dalla sua sanità etica, mangia tempo e coinvolgimento ad altre preesistenti. L'esperienza mi dice che inevitabilmente al sopraggiungere di un interesse forte, i consueti retrocederanno nel proprio orizzonte. Questo rispetto ad un figlio, sul momento fa sentire in colpa, ed è giusto che sia così, perchè è un senso di colpa che può far riflettere fino a trovare degli aggiustamenti per arrivare a veder convivere più amori, più passioni, più responsabilità. Prendendo ad esempio il mio caso: scrivere per un'ora e poi magari l'ora dopo seguire, probabilmente rafforzati dalla soddisfazione ricavata nel tempo precedente, i propri figli mentre studiano.

Per avere un buon controllo di noi stessi, penso che si debba darci tempo per capire se quella direzione che dici tu siamo in grado di raggiungerla e soprattutto come. Forse misurando il cammino con unità di misura piccole, piccole quanto cucchiani da caffè, come insegnava Eliot.


Un bocca a lupo a te Heart per tutte le cose a cui tieni, ti auguro molte.

Lupotta

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Thursday, February 9th 2012, 4:28pm

Ottimo spunto di riflessione, davvero.
Il "mestiere" di madre sicuramente è il più difficile, e purtroppo per di più si tende a "perdonare" per questo motivo, molti errori.
E' sicuramente arduo dover crescere un figlio, spero un giorno di essere in grado di farlo, e di dargli gli strumenti giusti per poter crearsi una vita serena e soddisfacente.
Quando si è mamma si sbaglia sempre: proprio perchè si ha davanti un altra persona, e non un oggetto inanimato.
Tutto sta, secondo me, nel non pretendere di avere la verità in mano, e nell'umiltà di voler crescere insieme ai propri figli, imparando giorno dopo giorno anche da loro.. in un circolo virtuoso di sentimenti ed esperienze.
L'uomo si differenzia dal resto della natura soprattutto per una viscida gelatina di menzogne che lo avvolge e lo protegge.

Juniz

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8

Thursday, February 9th 2012, 6:16pm

Mi è venuto da sorridere perché un po' mia madre ce l'ho rivista. Meno male che nessuno è stato leso da questo comportamento, e a grande differenza però lei i nostri consigli li ascolta, il confronto esiste . Ogni tanto le ricordo che la nuova scuola di ballo liscio per adulti è aperta, e di non guardare il ballo solo d'avanti la televisione con aria sognante mentre fa biscottini perché a papà piacciono tanto. Spero un giorno di convincerla almeno a provare.
"Morendo torneremo cenere..." -"io diventerò Glitter".

The Heart

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Friday, February 10th 2012, 11:24am

"Mi è venuto da sorridere perché un po' mia madre ce l'ho rivista. Meno male che nessuno è stato leso da questo comportamento, e a grande differenza però lei i nostri consigli li ascolta, il confronto esiste . Ogni tanto le ricordo che la nuova scuola di ballo liscio per adulti è aperta, e di non guardare il ballo solo d'avanti la televisione con aria sognante mentre fa biscottini perché a papà piacciono tanto. Spero un giorno di convincerla almeno a provare."

Difficile che tu riesca a convincerla. Queste madri di famiglia sono più schive degli animali predatori.
Ti conviene convincere tuo papà, e la mamma lo seguirebbe a ruota.
Altrimenti non so, prova con telefonate minatorie da cabine telefoniche nei paraggi, autobombe a scopo dimostrativo...o scoppia a piangere di fronte a lei implorandola, funziona più di una bomba sul cuore di una madre :)
Ecco, chiedile di farlo per te.
Io ho fatto così (implorando in modo più consono a noi maschietti, ossia chiedendo per favore :) ) con i miei, e li ho convinti a fare ogni sera delle brevi passeggiate.
Altrimenti stanarli da casa sarebbe stato più difficile che con un boss mafioso latitante...
UN abbraccio,
Fabri

Luna_stregata

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Friday, February 10th 2012, 3:33pm

Mi piacerebbe capire la relazione tra il modello genitoriale avuto e le possibilità di diventare una madre del genere.
Noto inoltre una forte correlazione tra l'essere delle madri apprensive e l'essere totalmente dedite alla famiglia come se l'eccessiva chiusura in famiglia porti a una maggiore proiezione di aspettative e frustrazioni sui figli.

millylilly

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11

Wednesday, February 29th 2012, 7:42pm

mm

mia madre non è come la signora descritta, ma è comunque una persona MOLTO apprensiva. Sino a un paio di mesi fa se tornavo all'una di notte la trovavo sveglia seduta sul divano in cucina, pronta a dirmene di tutti i colori. Ora non lo fa più, però sono certa che sta nel suo letto sveglia sino a che non mi sente rientrare. Ah! Io ho quasi 37 anni!

olivia6

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12

Sunday, March 4th 2012, 4:07pm

Nell'adolescenza i figli sani mettono in discussione i genitori, ne indicano il comportamento, lo criticano e lo sottopongono a giudizio. La grandezza del genitore sta nell'accettare la discussione e mentenerla entro uno spazio dialogico.
I figli non sani non discutono, ubbidiscono in silenzio, oppure evitano ogni discussione e si ritirano. Apparentemente sono figli modello. Poi arrivano le sorprese.
E nel caso in cui un figlio (o figlia, nel mio caso) sia stato critico e abbia ostinatamente cercato di ribellarsi nei confronti di atteggiamenti e decisioni del genitore (la madre, sempre nel mio caso), ma ne sia spesso uscito "sconfitto" (nell'adolescenza, ma anche una volta diventato un giovane adulto)? Sconfitto a causa di una madre estremamente volitiva e poco disposta a rivedere le sue idee, ma anche a causa di sensi di colpa che piano piano emergono e di altre dinamiche che alla fine fanno cedere nel confronto con il genitore.

P.S. Perdonate la (probabilmente) scarsa chiarezza di quanto ho scritto...la scarsa abitudine ad interagire con gli altri negli ultimi tempi ha intaccato la mia capicità di esprimermi temo!

ISABELL

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Monday, March 5th 2012, 8:34am

E' una madre "distruttiva " l'iperprotezione è uguale alla distruzione .Tutto quello che è troppo non va bene (troppo amore fa anche male )

CLaura

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Saturday, March 10th 2012, 10:18am

Più che distruttiva, direi che impedisce ai figli di costruirsi autonomamente: il carattere, la personalità, l'indipendenza, lo spirito d'iniziativa. Ne impedisce la maturazione, la crescita interiore, in questo magari compensano in parte stimoli esterni ma penso che non si fa certo un bene ai figli proteggendoli dal mondo, dando senza che loro imparino a chiedere insistere finchè non abbiano ottenuto.
Mia madre con le sue paure ad esempio ogni volta che dovevo uscire la sera era una serie di moniti e raccomandazioni, io oggi capisco i pericoli, ma se penso a quel che sento in TV non dovrei mandare mio figlio al nido nè all'asilo nè dai preti; lo avvertirò da grande a far attenzione a certi adulti ma non posso impaurirlo come faceva mia madre che a sentire lei nelle discoteche c'erano solo spacciatori molestatori delinquenti, neanche andassimo a ballare a Rebibbia ...

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Saturday, March 10th 2012, 11:12am

E nel caso in cui un figlio (o figlia, nel mio caso) sia stato critico e abbia ostinatamente cercato di ribellarsi nei confronti di atteggiamenti e decisioni del genitore (la madre, sempre nel mio caso), ma ne sia spesso uscito "sconfitto" (nell'adolescenza, ma anche una volta diventato un giovane adulto)? Sconfitto a causa di una madre estremamente volitiva e poco disposta a rivedere le sue idee, ma anche a causa di sensi di colpa che piano piano emergono e di altre dinamiche che alla fine fanno cedere nel confronto con il genitore.

P.S. Perdonate la (probabilmente) scarsa chiarezza di quanto ho scritto...la scarsa abitudine ad interagire con gli altri negli ultimi tempi ha intaccato la mia capicità di esprimermi temo!


In effetti ho capito poco. Riforlmula la domanda. E' anche un ri-esercizio al coordinamento del pensiero.