Vivo... sono ancora vivo. Vivo... sono ancora vivo. Vivo... vivo e immobile.
Vivo... In questo mio corpo esanime. Io sento tutto. e vedo! Si! Ed è uno strazio terribile.
Vivo... vivo e immobile.
Vivo... in quest'organismo inutile. Mi sentite? Sto gridando da un pezzo e no, non mi sentite!
Mi sentite? Sto muovendo una palpebra e non lo vedete...
Le parole sono il testo di "Vivo" dei Marlene Kuntz , ed è tratto dal loro ultimo album "Ricoveri virtuali e Sexy solitudini".
Si sa, ognuno interpreta i testi a modo suo.. usa parole, sentimenti, che li rendono propri.
Ascoltando questa canzone, mi sono scese le lacrime. Adesso, a parte qualche momento come quello degli ultimi giorni, sto un po' meglio. Ho fatto un tuffo nel passato.. a qualche settimana fa, ai mesi di maggio, giugno, luglio, novembre.. i peggiori dell'ultimo periodo di depressione. Ho fatto un salto anche ad un paio di anni fa, e al periodo delle scuole superiori quando, questo demone, la depressione, mi ha resa sua vittima.Ho avvertito ancora quel dolore.. che ti lascia senza forze. E' come se ti succhiasse via tutte le energie che hai nel corpo. Apatico, stanco, piatto, nervoso.. ti ritrovi su un letto, che ormai diventa il tuo unico amico. Lo sguardo spento, gli occhi rivolti al soffitto che sta sempre li: seppure sia bianco, riesci a vederlo nero. I giorni passano, ineluttabili e sempre uguali. E la vita scorre. Vanno via i 15, i 17, i 18, i 20 anni.. e tu sei sempre li, in quella condizione di stallo. Sembra che non riesci più a cavartene fuori. Pare che non senti niente di ciò che capita intorno a te, e questo è stato l'aspetto più terrificante.Avevo paura di aver perso la capacità di riuscire ad emozionarmi; il terrore di essere diventata irrimediabilmente egoista e chiusa nel mio mondo, fatto da sensi unici pessimisti. Ma invece no, non era così: io non mangiavo nemmeno più. Il "mio corpo esanime" sentiva tutto. Io sentivo tutto. Io vedevo tutto.Mi rendevo conto delle brutture del mondo, dello squallore che certi rapporti umani possono raggiungere. Osservavo la vita da un'altra prospettiva. Mi facevano compagnia i filosofi,la musica, i poeti che descrivevano quel maledettissimo mal di vivere. Le loro parole mi consolavano: non ero l'unica a vivere quel momento li. Non ero la "sfigata" di turno, che non si riusciva ad adattare ai suoi coetanei e ad un mondo spesso vigliacco e poco sensibile. Non ero l'unica che si sentiva straniera in un posto che, invece, doveva profumare di familiarità. Non volevo uscire. Gli altri mi escludevano, ma io mi chiudevo sempre più nel mio mondo: oscuro e misterioso, per chi mi era vicino. Non è vero che io non sentivo il dolore: era su di me e dentro di me, ma in modo triplicato.. lo assorbivo e rigettavo su me stessa in modo smisurato. Senza freni. Il mio corpo era "esanime" perchè non trasmetteva emozioni: era vuoto, piatto e muto. Se ripenso al mio sguardo nello specchio, scavato e con le occhiaie, vedo solo una grande disperazione. Mi rendevo conto di quelle sensazioni mortali. Mi accorgevo di vivere senza speranza; persa nell'oblio di una solitudine e di una tristezza da cui non riuscivo ad uscire più. Capitava di ascoltare storie in tv, e scoppiavo a piangere. Assorbivo il dolore di tutto e tutti, o forse era solo un metodo per cacciare fuori da me il male che mi stava consumando. Volevo tornare a sorridere, a vivere, ma non ce la facevo. Nessuno comprendeva cosa avessi. Nessuno. "Che hai? Sei strana. Ma che ci vuole ad uscire? Io non ti capisco". Non è facile comprendere la mente di un depresso, e magari fa pure paura conoscere quali possano davvero essere i suoi reali pensieri: sì, credo che chi ci sta vicino, sia terrorizzato dai gesti estremi che una persona potrebbe compiere, e non sa bene come muoversi ed agire. E qualcuno pensa bene di lasciarti solo: chissà, se finisci male, potrà dire "era da tanto che non lo vedevo", o si sentirà profondamente in colpa perchè non ce l'ha fatta, o più alleggerito, perchè almeno si era distaccato e le accuse non possono essere così pesanti sul suo Io. Io gridavo. Gridavo il mio dolore. Penso che, tutti coloro che attraversano questi tremendi momenti, allo stesso tempo vogliano chiedere aiuto: almeno, quando si rendono conto che qualcosa si è rotto nella "normale" quotidiana che prima vivevano. Il disagio, almeno il mio, era nato da tanto.. "sto gridando da un pezzo, e no.. non mi sentite! Mi sentite?" urlavo lo strazio che mi stava sotterrando già quando, dopo qualche offesa, chiedevo "ma cosa ho che non va?", e mi sentivo rispondere "sono loro. Lasciali stare", oppure la peggiore "sei tu. Possibile che non ti sai difendere?" e tutto il senso di incapacità che ne derivava. Ho cercato aiuto, appoggio negli altri, che invece mi reputavano "strana, depressa, anomala, che si piange addosso." Ho gridato tanto, a lungo; proprio come Cristiano Godano fa negli ultimi versi. Nessuno mi ha sentito, o lo hanno cominciato a fare quando tutto stava per diventare senza soluzione. Poi mi giro, e mi rendo conto che l'aiuto devo darlo io a me stessa. Lottando, giorno dopo giorno, se ne viene fuori. (Scusate per la lunghezza, ma ne avevo bisogno. Grazie).