Quel che conta è che il dolore dica, comunichi, illumini, che non sia solo un dazio da pagare, accettato realisticamente come una componente fatale dell'esistenza, con rinuncia a pretese illusorie di abolirlo. Il dolore, attentamente ascoltato, partecipato e visto dall'interno, mostra, rivela, evidenzia, in modo incisivo, segnando nella carne. Il calice amaro non è una penitenza per poi, una volta che sia finito, trarre sollievo/compenso e gioire di più della e in sua assenza. Lo scopo del dolore, come via intima, pur accidentata, senza risparmio di pena per sè, senza ritegno, con ampia capacità di rendere riconoscibile ciò che siamo e come, è di dare terreno fondato di esplorazione e di ricerca su di sè....senza questa tensione, senza questa matrice, il dolore, via sensibile di avvicinamento a sè e di conoscenza, non avrebbe quella forma, quell'intensità, quella caparbietà. Dunque il nostro dolore, spesso trattato come segno o sintomo generico, perchè gli va contro la nostra insopportazione e pregiudizio negativo, merita di essere avvicinato e condiviso con voglia di comprendere, di vedere bene e fin dove possibile nelle sue pieghe e attraverso le sue impronte,in stretto legame aderente con i suoi suggerimenti, così vivi, pur se spiacevoli. C’è chi pur volendo capire, sposta però subito l’attenzione dal dolore alla ricerca delle cause, rischiando di perdere la proposta utile e incalzante del dolore, di non comprendere che l’esperienza intima dolorosa non è un semplice e automatico gemito per offese/difficoltà/avversità attuali o pregresse, ma è specchio, movimento e spinta (con componenti anche sottili da cogliere) a vedere dentro sé, a scoprire, a rendere riconoscibile qualcosa di sé di importante e affatto scontato o già evidente. Deleterio poi bandire il tutto dell’esperienza dolorosa bollandola come patologia. In questo caso i disastri, del mancato incontro/dialogo con parte viva di sé e del rafforzamento della diffidenza e della paura di sé, rischiano di impiantarsi stabili e forti, col suggello della cura, cura che rischia di non avere nulla ha a che fare col prendersi cura di sé ( con l'essere aiutati a farlo) per far crescere unità con se stessi e consapevolezza. L’esito viceversa rischia di essere la separazione in casa tra parte di sé che si difende e parte di sé, intima e profonda, destinata ad avere solo la parte e il volto odioso dell‘intruso o del guastafeste. Pierangelo Lopopolo