La vita, lo diciamo spesso, è lotta, conflitto, sforzo continuo.
Ma la felicità si ottiene realmente nello sforzo?
Abbiamo notato quanti sforzi facciamo per essere qualcosa o qualcuno di diverso da quello che siamo? Difficilmente vorremmo rimanere quello che siamo, ovvero quello che pensiamo di essere.
Facciamo di tutto affinché gli altri abbiano di noi una immagine positiva per farci accettare da tutti e questo implica un continuo sforzo per essere quello che non si è.
In effetti ciascuno di noi difficilmente accetta di essere semplicemente quello che è. Ci sentiamo inadeguati a tutto e la vita passa tra uno sforzo e l'altro per diventare qualcuno che ci prefiggiamo di essere attraverso l'immaginazione. Confrontiamo le nostre competenze con quelle degli altri e ci rammarichiamo di non possederne di migliori.
Ma perché tutto nella nostra vita deve essere accompagnato dallo sforzo?
Lo sforzo ci illude, ci fa credere di diventare qualcuno di diverso da quello che eravamo. Non ci piace rimanere quello che immaginiamo di essere, senza sapere realmente chi siamo.
Se la vita passa attraverso questi tormenti che ci procuriamo per raggiungere ideali che parzialmente si realizzano possiamo essere davvero felici?
L'ansia, il tormento interiore, la lotta portano davvero alla felicità?
Nessuno di noi potrà essere creativo se non è interiormente tranquillo. Il continuo sforzo per diventare qualcosa o qualcuno di diverso da quello che semplicemente “è” ci assorbe molte energie ma non ci dona la pace interiore nel giusto distacco dalle cose.
Quando osserviamo la nostra mente con semplicità, senza preoccuparci di catalogare i nostri pensieri o di giudicarli negativamente, allora subentra la piena accettazione del nostro “io” il quale si dilegua se ci accorgiamo della sua inconsistenza.
Quando ci osserviamo con distacco ma in profondità, allora siamo calmi e recettivi.
Ma se la nostra preoccupazione è quella di dover cambiare a tutti i costi l'idea che ci siamo fatti di noi stessi attraverso una errata serie di pregiudizi acquisiti nella nostra superficialità, allora perdiamo il nostro stato di creatività, viviamo continuamente in ansia e siamo inconcludenti.
E' veramente felice chi ha capito che ogni momento della nostra vita è comunque interessante, anche quello che sembra il più inadeguato e volgare, perché sa cogliere l'attimo in tutte le occasioni.
Vivere profondamente coscienti della propria inadeguatezza, rimanendo se stessi, osservando tranquillamente quello che ci circonda e ciò che ci passa per la nostra mente, questo può portare alla pace.
E la pace interiore, quella ottenuta senza sforzo, ci rende felici.
gas
Grande gas, queste riflessioni sono eccellenti.
Io ho passato molti anni della mia adolescenza a cercare di essere consono.
Ovviamente a causa di questo mio non sentirmi mai adeguato, soffrivo di una profonda timidezza. E probabilmente anche di ansia senza saperlo.
Ad un certo punto mi sono davvero stufato di stare così, ed ho cominciato a fare ciò che avevo voglia di fare. Così ho smesso di essere mondano e sono andato in montagna.
Oggi poi, dopo la batosta sentimentale subita, ho preso il coraggio a quattro mani, e mi sono anche messo a dire ciò che penso, strafregandomene di ciò che la gente pensa.
Ho ottenuto che molti mi si sono allontanati, visto il mio cambiamento: ad esempio se mi girano i cabbasisi, lo dico (quando mi chiedono come va, dico male speriamo che migliori ma oggi la vedo dura). E la gente mi guarda male...chissà cosa pensa. Io invece solo a dirlo sto bene! Aaahahhaah sto benone!! E non sai che soddisfazione.
A parte questo da un decennio ho deciso di essere ciò che sono. Solo di recente di dire anche ciò che penso.
Ho ottenuto di essere molto solo e di fallire nella professione, dove per barcamenarsi è necessario recitare e leccare quanto basta; chi mi è vicino però mi apprezza, ed io apprezzo lui.
Non ti dico che è facile, perchè l'essere soli e piuttosto presenti a sè stessi, è dura oggi come oggi. A volte mi chiedo se ne valga la pena, e mi rispondo che oramai non potrei fare diversamente, non sarei in grado di dirmi una bugia, di recitare, non riuscirei proprio fisicamente. Ho passato anni ad ascoltarmi per capire com'ero, cosa volevo e cosa è oggettivamente giusto e cosa invece sbagliato. Pensavo che fosse un lavoro che mi avrebbe reso migliore. Forse è così, però mi ha anche reso la vita difficile...
Mi rendo conto che a volte sarebbe indispensabile poter vantare una maggiore popolarità, una maggiore socialità, perchè è parte del vivere e condiziona pure il mero guadagno e quindi la sopravvivenza.
Compreso questo, e anche il fatto che vivere racitando una parte sarebbe per me oggi come oggi insopportabile, ho deciso che se non riesco a vivere qui, causa il mio essere troppo me stesso ed intollerante alle falsità ed alle ipocrisie fino a risultare scorbutico, forse, ho deciso che mi do ancora un paio d'anni massimo, e poi se non riesco a crearmi un mio nucleo di conoscenze in cui poter essere sereno così come sono, bè, io me ne vado...
Sono davvero poco diverso da un disadattato sociale in fin dei conti, e sono così proprio per la mia incapacità ad accettare false ipocrisie, compromessi meschini e finti sorrisi. Questo mio modo di essere non è dovuto ad una sopraffina moralità, ad un animo integerrimo, alla mia integrità, ma solo allo stato di perenne ansia e agitazione che provo nel momento in cui capisco di dover interpretare un ruolo. Questa ansia ed agitazione sono dovute al fatto che non saprei proprio che copione recitare in questa o quella situazione, col rischio di recitare quella sbagliata e fare peggio di come farei interpretando me stesso...
Come se un attore venisse mandato sul palcoscenico senza che abbia mai letto il copione e nemmeno la storia...non può che farsela sotto, e poi essere se stesso. Se è bravo si inventa qualcosa l' per lì, oppure...sviene.
Ecco, io sverrei. Quindi non posso che essere me stesso, con tutte le gravi conseguenze del caso, sopra descritte.
Cosa penso di trovare andando via di qui? Bè, un posto dove non sia necessario recitare una parte, o quantomeno un posto in cui far finta di recitare mentre sono me stesso...non so, so solo che qui sono talmente border line che non posso andare avanti a lungo, se non trovo un branco di cani sciolti come me...
Del resto non è una trovata recente, Il fu Mattia Pascal di Pirandello racconta romanzandola una fuga. Una fuga da una realtà oramai insopportabile.
Sarà un paradosso, ma anche l'essere completamente liberi di essere come si è porta ad essere poco sereni. Forse non ansiosi, nè agitati, però soli spesso.
Ora qualcuno obbietterà che è meglio essere soli che male accompagnati. Certamente, rispondo io, ma il meglio del meglio è essere in compagnia delle persone giuste. E bisogna puntare al meglio del meglio, ovviamente. Se non ci riesci sei...poco sereno, insoddisfatto. Trovare le persone giuste per quelli come me è difficile. Non credo di essere difficile io, credo siano alienati gli altri...che presuntuoso! Non dico tutti, ma molti. Quantomeno quelli che vivono dalle mia parti...
No, francamente non mi voglio cambiare. Anzi, devo dire che nonostante la mia condizione di pezzente border line, non farei a cambio con nessuno! No non lo dico con ipocrisia, lo dico perchè so che tutti quelli che in teoria se la passano meglio di me, in realtà c'hanno qualche croce da portare, tanto quanto me. Pensandoci bene sono croci che io non mi vorrei proprio accollare. Preferisco la mia. E so bene che non c'è chi di croci non ne porta...
Ho abbastanza ben chiari i miei limiti, quelli che fino a tre-quattro anni fa mi facevano irritare da morire. Oggi li sopporto. Se proprio mi girano capita ancora che mi infurio, ma poco dopo mi dico sei sempre tu caro mio, cosa ti aspettavi? E mi rimetto in pace. Se poi sono in buona, riesco pure a riderci.
Nella vita si fa quel che si può. Inutile cercare di fare gli equilibristi se si soffre di vertigini. Dopo averci messo la propria buona volontà, ed essere a posto con la propria coscienza, inutile cercare di andare oltre, si finisce per stressarsi e procurarsi delle delusioni per i fallimenti conseguiti. Bisogna saper essere indulgenti con se stessi, volersi bene. Se uno entra nell'ottica non è nemmeno difficile.
Ecco, io la penso così.
Poi certo, alle volte reciterò pure io senza nemmeno accorgermi, ma se non me ne accorgo non ci sto male, quindi...chissenefrega?
Ci sarebbero ancora altre mille cose da dire su questo tema. Bravo gas, bel post.
alp72