Già la parola solitudine nel pensiero collettivo assume una valenza negativa, che spesso chi è solo – che ne soffra o meno – è automaticamente portato ad avallare. In culture diverse dalla nostra probabilmente non ha lo stesso significato, quindi che sia di per sé negativa non sta scritto da nessuna parte.
Poi è giusto, come molti hanno già fatto, distinguere tra la solitudine temporanea, ed invece una condizione permanente che permea ogni momento della giornata di una persona. Forse anche lì dipende dalle dinamiche che hanno portato a tale condizione, siano queste frutto di una scelta consapevole, di una chiusura volontaria agli altri, oppure un isolamento forzato dagli eventi o dalla struttura caratteriale di una persona. E ancora, come si è già detto in altri 3d simili, andrebbe distinto il senso di solitudine percepito, da una solitudine oggettiva. Di quale solitudine parliamo qui?
Che sia terapeutica, in certe situazioni, ne sono sicura, anzi, a volte è addirittura indispensabile, per ritrovarsi, per respirare senza condizionamenti, per accorgersi di chi siamo veramente senza volerci o doverci sentire costantemente calati in un ruolo definito, laddove certe relazioni con gli altri sembrano più svuotarci che contribuire alla nostra crescita.
Quando ero più giovane commiseravo senza distinzione chi era solo (da un mio punto di vista, ma sono certa che molte di quelle persone non si consideravano sole…) perché l’esistenza così mi sembrava povera, la solitudine la vedevo come la privazione di una necessità primaria, come non saper leggere, o non poter mangiare, non so dire bene. Per poi accorgermi che – senza esserne consapevole – ero sola anch’io, anche se non fisicamente. E, come l’organismo si adatta alle condizioni di vita più improbabili, anche la mente prima o poi, dopo aver sprecato energie senza alcun risultato, si arrende all’evidenza della solitudine come condizione esistenziale, e l’accetta, addirittura senza desiderare veramente di spezzarla.
Ma un certo tipo di solitudine, quella appunto che ti fa sentire solo anche in mezzo ad altri, che crea interferenza ad una reale comunicazione, o quella fatta di reale privazione di rapporti umani oltre una superficiale conoscenza mi sembra sempre più vicina ad una condizione indesiderabile. Non nuoce più di tanto perché non ci si deve confrontare con nessuno, non si divide (né si condivide) niente. Ma alla fine ho la sensazione che senza un pensiero “altro”, senza discussioni, senza confronti, senza sintonia, la vita si faccia lettera morta, un niente senza significato. Così non mi sembra molto costruttiva. Poi ci saranno altri modi di vivere e percepire la solitudine, ma …a ciascuno il suo.