|
essere responsabili vuol dire farsi carico di qualcosa o di qualcuno, anche di se stessi, significa prendersene cura, avere un potere di intervento e di scelta ( con modalità ed intensità diverse a seconda delle circostanze, ovviamente). Essere responsabili è contribuire a ciò che accade, nel bene e nel male, ma anche poter agire sul corso degli eventi. Da questo punto di vista è una buona cosa essere resposnabili, vuol dire che si può fare qualcosa, ancora qualcosa..ed è in particolare la frase che se riusciamo a metterci più a contatto con la nostra umanità ,i nostri limiti e risorse tutto ciò ci renderà ancora più responsabili verso sè stessi!
Essere colpevoli significa, invece, avere determinato un esito definitivo, volontariamente o meno ( non a caso nel diritto penale esiste l'omicidio colposo e l'omicidio volontario). Quindi non c'è più margine d'azione: la colpa implica l'espiazione e basta. Non c'è rimedio.
Eppure spesso preferiamo sentirci in colpa invece che sentirci responsabili. Come mai?
il vantaggio del sentirsi in colpa è che ci rende non-responsabili delle nostre azioni, cioè indica la non volontarietà, da parte nostra, nell'azione
Ma, nel momento in cui provo a superare questi blocchi, di cui prima non mi rendevo conto, mi trovo sempre di fronte ad un bivio: o sono effettivamente colpevole, oppure, se provo a partire dal concetto che invece non ho colpa, almeno non così pesantemente come mi attribuirei, allora cerco di essere più pragmatica, ma: pur non avendo colpa, a quel punto non è che divento legittimata ad agire con arbitrio come mi capita.. oppure si??
ecco, tutto questo mi porterebbe a sentirmi in colpa per essere ingrata, maleducata, egoista, arrogante, tutto quello che si può dire.
ciao, piano, ho provato a sintetizzare il tuo post...da quello che ho capito la impasse in cui ti trovi è il valore che attribuisci, e che chiedi agli altri di attribuire, alle tue esigenze. Mi pare che hai difficoltà a darti autonomamente il permesso di seguire i tuoi bisogni. Non dico che non fai quello che ti serve fare, mi riferisco alla tua reazione interiore: addirittura ti senti arrogante, maleducata ed egoista se fai " semplicemente" ciò che serve alla tua salute. Ti senti in colpa se affermi la tua autonomia, la tua condizione di persona adulta che non c'entra niente con il fare " ciò che ci pare". Essere adulti significa anzi agire in maniera adeguata al contesto ( che può essere affettivo, sociale, personale,ecc).Vuol dire, appunto, passare dal " non è colpa mia" al senso di responsabilità. A me pare che la reazione di tua madre esprima una reazione verso il tuo bisogno di autonomia, il tuo affermare la condizione adulta, il tuo esprimere " me la posso cavare anche da sola". A te la situazione è chiara. La trappola in cui cadi, e che ti impedisce di proseguire, è sentirti ingrata/ arrogante/egoista ess. se segui i tuoi bisogni. E' un aderire all'immagine di te che tua madre ti rimanda quando affermi la tua autonomia. Io non so dirti altro, anche perchè, ripeto, tu hai chiara la situazione. Insisto solo sul fatto che devi lavorare, secondo me, sul non sentire il soddisfare una tua esigenza come il fare qualcosa che danneggi gli altri ( tua madre può sentirsi " danneggiata" dal tuo affermare la tua autonomia, ma non è qualcosa su cui puoi agire, non dipende da te, non è reale).Bene: allo stesso tempo, in che misura questa mia scelta, in realtà è arroganza per non volere trovare il compromesso? E' questa soglia qui, che io non riesco a capire... e sentire dentro di me. Perchè l'esigenza di perseguire questo mio obiettivo è fortissima, non dico che è un'ossessione, ma col tempo, sommata a tante altre situazioni diciamo simili, come stillicidi.. mi fa impuntare sul pensiero che a questo punto, è più giusto che io segua il mio pensiero e la mia persona, senza distruggermi interiormente a darmi sempre il giudizio di figlia ingrata, indecente, approfittatrice, egoista, manipolatrice.. e così via. Perché, mi dico, anche il mio pensiero ha una sua dignità, mentre dall'altra parte, invece di un confronto, trovo sempre il muro, perché le loro idee sono valide, e le mie sono strane. Anche ammettendo ceh in parte io sia ingrata, e tutto il resto, non è possibile che TUTTA la mia persona sia solo malata e distorta, che i miei ragionamenti siano solo astrusi, lo vedo un modo molto facile di evitare il problema di fondo, scaricando su di me come un capro espiatorio.. da qui la mia determinazione a non sentirmi più in colpa.. facendo cosa mi pare.
Ma i dubbi mi rimangono..
This post has been edited 1 times, last edit by "alfon3" (Aug 23rd 2009, 9:16am)
ciao ros...credo che stiamo dicendo la stessa cosa con parole diverse. Sentirsi in colpa o sentirsi responsabili riguarda l'atteggiamento interiore di fronte agli esiti delle proprie azioni. Tu chiami senso di colpa ciò che io intendo come senso di responsabilità. Al di là della terminologia, la sostanza mi sembra simile. Io, infatti, ritengo che il sentirsi in colpa sia bloccante, ci porti semmai più a voler espiare la colpa che ad agire su ciò che abbiamo fatto nel tentativo di migliorare e migliorarci, il che è, mi pare, ciò che intendi e fai tu. E questo per me è essere responsabili. Ma, ripeto, le parole possono essere diverse ma non i contenuti.in me fa l'inverso, cioè quando mi prendono i sensi di colpa, per es per aver causato dispiacere con il mio modo di agire, cerco di rimediare subito anche se qusto implicherebe per me una forzatura, perchè poi la scontenta sarei io.
ho riletto il tuo post perchè ci sono alcuni passaggi che mi hanno colpito molto. Quello che ho riportato in modo particolare. La domanda che ti pongo, gira e rigira, e sempre quella: cosa ti porta a pensare ( e non mi riferisco solo all'atteggiamento degli altri) che la scelta obbligata sia tra l'essere colpevole e l'essere egoista? Io insisto su questo punto. Lo ritengo molto significativo. Rileggerò ancora il tuo post e scriverò le mie eventuali nuove riflessioni.Ma, nel momento in cui provo a superare questi blocchi, di cui prima non mi rendevo conto, mi trovo sempre di fronte ad un bivio: o sono effettivamente colpevole, oppure, se provo a partire dal concetto che invece non ho colpa, almeno non così pesantemente come mi attribuirei, allora cerco di essere più pragmatica, ma: pur non avendo colpa, a quel punto non è che divento legittimata ad agire con arbitrio come mi capita.. oppure si??
This post has been edited 1 times, last edit by "alfon3" (Aug 23rd 2009, 4:42pm)
le parole possono essere diverse ma non i contenuti.
io sostituirei " facendo cosa mi pare" con " facendo ciò di cui ho bisogno". Voglio dire che se traduci l'agire arbitario con l'agire in base alle tue esigenze il discorso del sentirsi in colpa diventa meno ingarbugliato. Non per questo si attenua il suo peso ma almeno la situazione appare, secondo me, più chiara: ti senti in colpa quando segui i tuoi bisogni. Hai bisogno dell'apprezzamento altrui per dare valore alle tue esigenze, fossero anche dei desideri ( che male c'è?). Quando non arriva, quando andirittura vieni tacciata di egoismo, ecco il grloviglio di pensieri e di emozioni ( rabbia, tristezza, paura di sbagliare).lo vedo un modo molto facile di evitare il problema di fondo, scaricando su di me come un capro espiatorio.. da qui la mia determinazione a non sentirmi più in colpa.. facendo cosa mi pare.
Linguisticamente, capisco molto bene che non riesco a rispondere.La domanda che ti pongo, gira e rigira, e sempre quella: cosa ti porta a pensare (e non mi riferisco solo all'atteggiamento degli altri) che la scelta obbligata sia tra l'essere colpevole e l'essere egoista? Io insisto su questo punto. Lo ritengo molto significativo. Rileggerò ancora il tuo post e scriverò le mie eventuali nuove riflessioni.
Dunque, a parte che proprio da un punto di vista logico (mi pare, ma tanto metto sempre tutto in dubbio ormai!!Voglio dire che se traduci l'agire arbitario con l'agire in base alle tue esigenze il discorso del sentirsi in colpa diventa meno ingarbugliato. Non per questo si attenua il suo peso ma almeno la situazione appare, secondo me, più chiara: ti senti in colpa quando segui i tuoi bisogni.
) quando decido di seguire i miei bisogni, per principio non è che a quel punto mi metto a calpestare gli altri.. da qui una parte dei dubbi.. vorrei capire se c'è una qualsivoglia misura o rischio in tal senso.. o insomma, vorrei capire almeno come calcolarlo.. Devo dire, d'altro canto, che il bisogno di apprezzamento ce l'ho solo con i miei familiari, che sono due: mia madre e mio fratello. RIspetto a tutto il resto del mondo, non mi importa più di tanto, o meglio, diciamo che lo gestisco nell'ambito del tornaconto e dell scambio tra persone in generale, siano colleghi, amici, conoscenti o sconosciuti.. non mi crea crisi esistenziali, se con qualcuno non mi trovo, ora ho ritrovato una sorta di equilibrio con il quale riesco a decidere (magari non prorpio all'impronta, comunque in tempi ragionevoli) come comportarmi, cosa dire.. magari chiedo consiglio, o saggio il terreno... non sono proprio completamente sprovveduta. Ho anche imparato a gestire un po' il legame tra aspettativa e osservazione di un contesto per non cadere giù a capofitto in caso di non corrispondenza con le mie proiezioni, insomma, mi sembra di esser molto migliorata nel tempo. Ma con loro, proprio, è un disastro.Hai bisogno dell'apprezzamento altrui per dare valore alle tue esigenze, fossero anche dei desideri ( che male c'è?). Quando non arriva, quando andirittura vieni tacciata di egoismo, ecco il grloviglio di pensieri e di emozioni ( rabbia, tristezza, paura di sbagliare).
Non ci ho mai pensato, né mai me ne sono resa conto. Ora ho 35 anni, e mi accorgo di essere molto più accomodante per certi versi, e molto meno tollerante per altri.Ora mi viene in mente una domanda: non è che hai bisogno proprio di sentirti arrabbiata per seguire i tuoi bisogni e desideri? Voglio dire, se non ti arrabbi non riesci a dare il giusto valore alle tue esigenze?...è una cosa che mi è venuta in mente adesso, forse è una sciocchezza.
quando parlo di sentirsi in colpa o sentirsi egoista mi riferisco principalmente all'atteggiamento interiore che assumiamo di fronte ad una nostra azione o ad un nostro bisogno che ancora non si è tramutato in azione. E' l'atteggiamento che nasce dal giudizio che noi diamo a quello che abbiamo fatto o a quello che sentiamo. A me pare che in te sia molto forte questo atteggiamento da giudice ( verso te stessa) che ti porta a cercare una specie di compromesso tra queste due estremità. Ed è questa l'impasse: le premesse da cui parti sono due belle e profonde trappole. Sono comunque due modi diversi, ma complementari, di giudicarti. Qualsiasi compromesso tu riesca a realizzare resta comunque un giudizio, meno persecutorio, ma sempre un giudizio. Non a caso, e questo m i ha colpito molto, fai il paragone con il ladro del panino...che, poi, dal suo punto di vista, potrebbe ritenere il suo gesto legittimo e necessario ( " avevo fame", potrebbe dire). Non giudicarsi non significa fare ciò che ci pare. Quando trasformiamo il giudizio in valutazione realizziamo il passaggio dalla colpa alla resposnabilità.In effetti, al momento non capisco SE e PERCHE' potrebbe esistere una o più diverse scelte, e come siano configurabili. Come dire: qualsiasi posizione intermedia tra le due, mi sembra che sarebbe solo un voler nascondere la percentuale di quella inferiore delle due: come quando si dice che chi ha rubato un panino.. si.. ma è pur sempre un ladro.
credo che sia una buona cosa riflettere su quanto una nostra azione, pur avendo origine da un nostro bisogno, possa recare danno agli altri. Il problema è, secondo me, nella premessa: lo facciamo per mantenere la relazione con questi altri o per cercare quel compromesso di cui parlavamo prima? Cioè, questa riflessione nasce da un giudizio ( critico e negativo) su noi stessi e i nostri bisogni? Nasce dal senso di colpa o dal senso di resposnabilità?quando decido di seguire i miei bisogni, per principio non è che a quel punto mi metto a calpestare gli altri.. da qui una parte dei dubbi.. vorrei capire se c'è una qualsivoglia misura o rischio in tal senso.. o insomma, vorrei capire almeno come calcolarlo..
Per quanto doloroso ammetterlo, credo proprio che sia un problema tuo...non nel senso che i tuoi bisogni siano il problema ( mi pare di capire che è ciò che intendono i tuoi familiari) ma nel senso che dovrai tu trovare quel modo di relazionarti che ti permetterà di stare con loro nel rispetto [i]anche [/i]delle tue esigenzeMa con loro, proprio, è un disastro.
E tanto più penso che sono la famiglia, tanto più mi da fastidio, soprattutto il fatto che sembra che loro non si pongano affatto simili questioni problematiche. Per loro esiste un modello relazionale, io me ne sono discosta, io sono l'aliena... ergo, è un problema mio..
è una chiara definizione del cosiddetto triangolo drammatico ( di cui parliamo in un altro thread) . Quando la relazione si fonda sul bisogno di cercare un colpevole da una parte e dall'altra sul sentirsi costantemente processati ( e nel processo o ci si difende o si accetta il giudizio degli altri su sè stessi, che diventa poi il proprio giudizio su di sè), la relazione diventa, come tu dici, un logorante girare a vuoto in un labirinto.Come se fossimo dentro un labirinto, un corridoio, un viale, quello che vi pare, e dopo aver visto l'uscita in fondo, appena ci arrivi la porta ti si chiude davanti.
|
|
Installazione Professionale script PHP | Link directory. Add your site | Free url shortener / url redirect | Comunità dei musicisti/cantanti emergenti | Anxiety & stress management | Donare e ricevere Tempo
Forum Software: Burning Board®, developed by WoltLab® GmbH

