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alfon3

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Saturday, March 27th 2010, 4:20pm

Da mettere in conto, anche, che altri non sanno cosa chiedere, perchè incapaci di percepire autentici bisogni e desideri.
E’ la condizione in cui ci si sente confusi, in balìa dei propri pensieri e della propria emotività senza però che pensieri ed emozioni abbiano una definizione. In questi casi si chiede pure ascolto ma, appunto, incapaci di formulare una domanda più o meno chiara e coerente.
Che può fare, allora, chi ascolta? Chi è testimone di questa confusione? In effetti, in tali circostanze l’oggetto dell’ascolto è proprio la confusione, quale espressione dell’incapacità di percepire bisogni e desideri autentici.
Mi viene da dire … in questi casi, allora, l’oggetto dell’ascolto è l’inautenticità.


Intendevo....fallire...non riuscire a dare nulla all'altro, nonostante il nostro ascolto
Si può fallire, eccome! Però chiediamoci anche: rispetto a cosa c’è il fallimento? Qual è la domanda di chi ha chiesto ascolto? E quali sono le aspettative, di chi ascolta, riguardo se stesso/ a e l’altro?

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Saturday, March 27th 2010, 4:31pm

Partendo da questo mio "postulato", cosa succederebbe se invertissimo i ruoli degli attori ?
L'uomo piangerebbe ?

A mio avviso (ma posso sbagliare, per questo cerco il confronto con punti di vista diversi), se la donna parla di una relazione che fa soffrire, evita di attribuire responsabilità dirette della sua sofferenza. Sentirsi responsabili della sofferenza altrui (a meno che non si abbia a che fare con un cinico/a patologica/o) è una cosa che si vive male, a prescindere dai sensi di colpa(che appartengono al bambino e non all'adulto). Una tale responsabilità può essere causa di rottura della relazione. Questo che ho appena affermato vale per uomini e donne; anche se, sinceramente, sono convinta che in fatto di assunsione di responsabilità in una relazione, gli uomini si "defilano" con maggiore facilità, avvantaggiati dalla loro razionalità.
Io credo che, in una relazione, la fuga dalle proprie responsabilità non faccia distinzioni tra uomo e donna. Sono diverse le modalità con cui essa si manifesta. Una è proprio la rottura della relazione, che a mio avviso può trovare origine nella deresponsabilizzazione dell’uno o dell’altra o di entrambi.
Nel caso da me riportato, per esempio, Lui chiede ma senza assumersi la responsabilità della sua richiesta ( abile manipolatore, il giovanotto!).. Come a dire “ certe cose le devi fare non per me ma perché così si fa, in un rapporto. Io non c’entro” (un comportamento molto freddo e razionale, in apparenza almeno).
Lei è consapevole dell’insoddisfazione di Lui per come va la relazione, è consapevole del fatto che basterebbe che lui cedesse un po’, che imparasse a chiedere … ma non muove un passo. Resta in attesa. Anche il suo atteggiamento esprime una specie di “ Io non c’entro … Quando di deciderai a chiedere, io ti ascolterò … se ci sarò ancora”.
L’ascolto da parte di “ Noi”, in questo caso, ha creato un ponte per bypassare le rispettive razionalità e collegare l’emotività di uno e dell’altra.
Lei piange … cose sente e pensa, mentre piange? Sente amore, affetto, gioia per l’essersi ritrovati? O sente il peso della sua responsabilità? Che si dice, mentre piange … “ Finalmente si mostra … chiede chiaramente” oppure “ E’ finito il gioco. Adesso sarò costretta a fare l’adulta” ? Chissà …
Lui avrebbe pianto, al suo posto? Non lo so. Forse no … Forse avrebbe reagito con un bel “ Vuoi dire che ti faccio del male? “
Certo, è solo un esempio.

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Saturday, March 27th 2010, 5:39pm

I lavori riprendono
La ricerca deve mirare alla elaborazione di un linguaggio che sia utilizzabile solo in riferimento all’oggetto dell’ascolto e non ad altro … che sia accogliente ed incalzante nello stesso tempo … che vada in profondità, senza perdere il contatto con la superficie …

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Saturday, March 27th 2010, 6:12pm

E’ la condizione in cui ci si sente confusi, in balìa dei propri pensieri e della propria emotività senza però che pensieri ed emozioni abbiano una definizione. In questi casi si chiede pure ascolto ma, appunto, incapaci di formulare una domanda più o meno chiara e coerente.
L'essere confusi non porta un'adulto a chiedere ascolto.
La confusione è smarrimento, disconnessione con la realtà( e non penso alla psicosi); in questi casi più che l' emozione si vive l'emotività, i pensieri sono sfumati. Per queste ragioni credo che lo stato di confusione non porta a chiedere ascolto fuori di sè.
Non, necessariamente, c'è confusione in chi i pensieri e le emozioni, APPARENTEMENTE, non hanno una definizione, una connotazione ben precisa, potrebbe esserci altro. Ipotizziamo che nell'ascolto ri/cerchi "il permesso", non a definire emozioni e pensieri che, in realtà, sono bene definiti; ma "il permesso" di dare loro "corpo"....spessore.
E' una ipotesi alternativa.
Che ne pensi ?

Che può fare, allora, chi ascolta? Chi è testimone di questa confusione? In effetti, in tali circostanze l’oggetto dell’ascolto è proprio la confusione, quale espressione dell’incapacità di percepire bisogni e desideri autentici.
Chi si mette nella condizione di ascolto deve accertarsi che ci sia reale confusione.
Si oggetto dell'ascolto è la confusione.
E la domanda è:
A qual fine si chiede all'altro di ascoltare la propria confusione ?


Mi viene da dire … in questi casi, allora, l’oggetto dell’ascolto è l’inautenticità.
Inautenticità ?....valutazione troppo severa e restrittiva.

esempio:
la moglie è depressa perchè viene abbandonata dal marito;
si conosce il perchè della depressione, ma il conoscerlo non è curativo;
la moglie per quale fine manifesta il sintomo della depressione ?
Il marito non tornerà sui suoi passi !....allora?
non riesce a riformulare altri bisogni e desideri, per questa ragione è inautentica?

ps
avrò fatto un pò di pasticci, ma spero di essere riuscita, almeno in parte, a rendere chiaro il mio pensiero :)
quando la mente che si è rifugiata dietro le mura dell'autoprotezione, riesce a liberarsi della prigione che essa stessa ha costruito, solo allora può conoscere la belleza della realtà

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Saturday, March 27th 2010, 9:02pm

Io credo che, in una relazione, la fuga dalle proprie responsabilità non faccia distinzioni tra uomo e donna. Sono diverse le modalità con cui essa si manifesta. Una è proprio la rottura della relazione, che a mio avviso può trovare origine nella deresponsabilizzazione dell’uno o dell’altra o di entrambi.
Se entrambi i soggetti non sentono di essere responsabili, anche se in misura diversa. dei dinamismi della relazione, la rottura è inevitabile.
Se non prendono coscienza che il bene ed il male scaturito all'interno della relazione è opera di entrambi, la rottura è inevitabile.



Nel caso da me riportato, per esempio, Lui chiede ma senza assumersi la responsabilità della sua richiesta ( abile manipolatore, il giovanotto!).. Come a dire “ certe cose le devi fare non per me ma perché così si fa, in un rapporto. Io non c’entro” (un comportamento molto freddo e razionale, in apparenza almeno).
Comportamento tipicamente maschile....per non infierire e dire...maschilista.
(detto tra noi...io non sono una fanatica del femminismo :girl: .......ma questo non vuol dire che si possono accettare, ne tanto meno giustificare determinati comportamenti).


Lei è consapevole dell’insoddisfazione di Lui per come va la relazione, è consapevole del fatto che basterebbe che lui cedesse un po’, che imparasse a chiedere … ma non muove un passo. Resta in attesa. Anche il suo atteggiamento esprime una specie di “ Io non c’entro … Quando di deciderai a chiedere, io ti ascolterò … se ci sarò ancora”.
Comportamente tipico di donna che, facendosi carico delle difficoltà dell'altro, fa della pazienza una "virtù".
Per cui " l'io non c'entro" va tradotto in "ti lascio la libertà di farlo o non farlo...di decidere liberamente di imparare a chiedere o no".
Certo, se ti prendi troppo tempo potresti non trovarmi.

Vuole essere solo uno dei tanti punti di vista femminile...che si diversifica da quello maschile...cioè del tuo Alfon.
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Saturday, March 27th 2010, 9:16pm

L’ascolto da parte di “ Noi”, in questo caso, ha creato un ponte per bypassare le rispettive razionalità e collegare l’emotività di uno e dell’altra.
Purtroppo nella realtà questo "noi" che fa da ponte manca. :(


Lei piange … cose sente e pensa, mentre piange? Sente amore, affetto, gioia per l’essersi ritrovati? O sente il peso della sua responsabilità? Che si dice, mentre piange … “ Finalmente si mostra … chiede chiaramente” oppure “ E’ finito il gioco. Adesso sarò costretta a fare l’adulta” ? Chissà …
Non credo che le donne siano delle eterne bambine, anche se non disdegnano di esserlo, assecondando, il più delle volte, il proprio copione.

Non costretta a fare l'adulta!
Nessun peso delle responsabilità!
Al contrario.
Finalmente mi vede come un'adulta, capace di assumere responsabilità e, quindi, finalmente si mostra....e ci si ritrova con gioia ed affetto.

Altro punto di vista femminile...di chi non crede nei lieto fine del sentimentalismo....ma pone fiducia nelle possibilità delle donne di essere adulte.



Lui avrebbe pianto, al suo posto? Non lo so. Forse no … Forse avrebbe reagito con un bel “ Vuoi dire che ti faccio del male? “
Certo, è solo un esempio.
la reazione maschile?
stupore e meraviglia sul viso...oppure...un fiume di parole, per dimostrare "prove alla mano" che la donna si sbaglia e che lui non fa nulla che possa farla star male.
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Saturday, March 27th 2010, 9:25pm

La ricerca deve mirare alla elaborazione di un linguaggio che sia utilizzabile solo in riferimento all’oggetto dell’ascolto e non ad altro … che sia accogliente ed incalzante nello stesso tempo … che vada in profondità, senza perdere il contatto con la superficie …
Un linguaggio che media tra tendenze opposte.
Mi trovi d'accordo.
Un pò difficilotto da elaborare nella forma e nelle modalità della sua pratica attuazione.
Occorrerà molto intuito e creatività.
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Sunday, March 28th 2010, 10:46am

L'essere confusi non porta un'adulto a chiedere ascolto.
La confusione è smarrimento, disconnessione con la realtà( e non penso alla psicosi); in questi casi più che l' emozione si vive l'emotività, i pensieri sono sfumati. Per queste ragioni credo che lo stato di confusione non porta a chiedere ascolto fuori di sè.
Non, necessariamente, c'è confusione in chi i pensieri e le emozioni, APPARENTEMENTE, non hanno una definizione, una connotazione ben precisa, potrebbe esserci altro. Ipotizziamo che nell'ascolto ri/cerchi "il permesso", non a definire emozioni e pensieri che, in realtà, sono bene definiti; ma "il permesso" di dare loro "corpo"....spessore.
E' una ipotesi alternativa.
Che ne pensi ?


Chi si mette nella condizione di ascolto deve accertarsi che ci sia reale confusione.
Si oggetto dell'ascolto è la confusione.
E la domanda è:
A qual fine si chiede all'altro di ascoltare la propria confusione ?
Certamente chi è confuso prova emozioni e sentimenti … pensa … agisce…
La confusione consiste, io credo, nel fatto che prova qualcosa al posto di qualcosa d’altro ( nel thread sull’AT si è parlato di emozioni parassite, a tal proposito). I vissuti, cioè, pur nella loro consistenza e a volte drammaticità, paiono scollegati dalle circostanze. Ad esempio, come mai il docente di qualche post fa reagisce in quel modo ad una domanda legittima ( la circostanza) dell’allievo? Qual era la minaccia, per il docente, contenuta in quella richiesta di chiarimento? Verrebbe da chiederci : qual è, in tal caso, il contenuto della confusione? In termini AT, qual è lo Stato dell’Io che agisce, nella reazione del docente? Quale sarebbe, invece, lo Stato dell’Io più congruo a quella circostanza ?
In AT la confusione viene definita come contaminazione dell’Adulto da parte del Bambino o del Genitore. Cioè, come a dire, io credo di agire attraverso l’Adulto ma di fatto mi comporto utilizzando il Bambino o il Genitore.
Io non sono molto d’accordo. La contaminazione non necessariamente porta alla confusione. Bisogna accertarsi, come dici tu, che vi sia confusione / disagio / una qualche inquietudine. Ma non sempre la persona “ contaminata” è confusa, anzi. E, come tu avverti, non necessariamente stiamo parlando di uno psicotico. Inoltre la contaminazione non è solo riguardo l’Adulto ma ogni Stato dell’IO nei suoi versanti positivi ( credo che a volte si mitizzi troppo l’Adulto a scapito di altre risorse caratteriali).
Quindi, per tornare al tema di thread, la persona confusa può chiedere ascolto ? Se si, attraverso quale sua risorsa ( Stato dell’Io) lo fa? In tal caso, qual è l’oggetto dell’ascolto ? Coincide con la richiesta iniziale? Qual è l’obiettivo dell’ascolto, per la persona che chiede? Quale, per chi ascolta?
Domande, domande … prendiamoci un po’ di tempo per rispondere, anche per non appesantire il post.

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204

Sunday, March 28th 2010, 10:49am

Inautenticità ?....valutazione troppo severa e restrittiva.

esempio:
la moglie è depressa perchè viene abbandonata dal marito;
si conosce il perchè della depressione, ma il conoscerlo non è curativo;
la moglie per quale fine manifesta il sintomo della depressione ?
Il marito non tornerà sui suoi passi !....allora?
non riesce a riformulare altri bisogni e desideri, per questa ragione è inautentica?
Non intendo inautenticità come “ giudizio di valore”, esempio come sinonimo di falso / sbagliato ecc.
Non la metto sul piano di vero/ non vero ma di congruente / non congruente. Voglio dire, la moglie sa bene che la depressione non farà tornare a casa il marito … tra l’altro, questo stato d’animo, è pure legittimo, giustificato, prevedibile. Non c’è nulla da condannare, insomma. Può però essere inautentico se copre altre emozioni : che so, la rabbia verso il marito e /o verso se stessa, la tristezza per l’abbandono, la paura dell’abbandono … emozioni che, se sperimentate in pieno, potrebbero da una parte sortire effetti a dir poco spiacevoli e dall’altra, forse, condurre all’azione. A rifarsi una vita, nuova e lontana dall’immagine di sé … a ricostruire anche l’immagine di sé.
E’ solo un’ipotesi.

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Sunday, March 28th 2010, 12:41pm

Domande, domande … prendiamoci un po’ di tempo per rispondere, anche per non appesantire il post.
Prendiamoci un pò di tempo.
E' necessario, comunque, intendersi bene sul significato che ciascuno di noi attribuisce alle parole.
Per me il termine "confusione" ha una connotazione decisamente negativa, in quanto lo associo ad uno stato mentale (disturbato anche se non patologico) e non ad uno stato dell'io che prevale sull'altro, determinando così emozioni parassite, fuorvianti perchè ne coprono altre di maggiore rilevanza.


Non intendo inautenticità come “ giudizio di valore”, esempio come sinonimo di falso / sbagliato ecc.
:) Poco dopo avere inviato il post, mi sono resa conto che la mia risposta potesse far pensare ad un tuo giudizio di valore.
In realtà non era così, perchè avevo capito bene che il tuo non era un giudizio di valore sulle emozioni e pensieri, tanto meno sulla persona.
Volevo tornare a correggere il post, ho scelto di non farlo.
Ho pensato....ci sarà una ragione a me sconosciuta per la quale ho "sbagliato" nel porgermi scrivendo quel post...che dava la possibilità ad una interpretazione diversa dalla mia.
Mi sono data il permesso di "sbagliare"( mancanza di precisione, perfezione, fraintentimento), mi sono data il permesso di non correggere (scelta) e mi sono data il permesso di aspettare cosa succedesse.
Cosa è successo?.....Quali sono i risultati?
La risposta appartiene solo a me....e non al forum :girl:

Mi sono attardata nello scrivere con dovizia di particolari, non a caso (tutto ha uno scopo oltre a quello apparente e confessabile)), perchè a questo 3d hai dato la connotazione laboratoriale.
Sperimentarsi più di così in un incontro virtuale....da forum :girl:


Può però essere inautentico se copre altre emozioni : che so, la rabbia verso il marito e /o verso se stessa, la tristezza per l’abbandono, la paura dell’abbandono … emozioni che, se sperimentate in pieno, potrebbero da una parte sortire effetti a dir poco spiacevoli e dall’altra, forse, condurre all’azione. A rifarsi una vita, nuova e lontana dall’immagine di sé … a ricostruire anche l’immagine di sé.
E’ solo un’ipotesi.
E' una ipotesi condivisa sia dagli "addetti ai lavori" (professionisti nell'area psicologica), sia dalle persone comuni.
E' una ipotesi che faccio fatica ad accettare, troppo semplicistica, poco motivata, poco approfondita.
Tanto per fare un esempio: se determinate emozioni(autentiche) sono coperte da altre....qual'è la via di accesso per scoprirle?
Tutti parlano di elaborazione del lutto (e non necessariamente è la morte a creare i lutti ), tutti avanzano la stessa ipotesi.....mah!
Voce di popolo voce di Dio ?
E se io fossi atea? :girl:
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206

Monday, March 29th 2010, 3:24pm

E' necessario, comunque, intendersi bene sul significato che ciascuno di noi attribuisce alle parole
Credo che stiamo dicendo la stessa cosa. Evidentemente l’uso di termini tecnici ( e pensare che mi ero proposto di non utilizzarli) ha prodotto, nelle mie affermazioni, un po’ di … confusione.
Dire che uno Stato dell’Io ( o un suo versante) invade un altro è poco più di una descrizione, infatti. Ciò che conta è l’esito di questo fenomeno : emotività forte anche se non definita, pensieri su sé e gli altri svalutativi, senso di scollegamento dalla realtà, un logorante girare in tondo rispetto al problema che si avverte pressante anche se distante ed indefinito …
Una persona che vive in questa condizione può chiedere ascolto ( non necessariamente ad un terapeuta anche se, appunto, chiede un ascolto “ terapeutico” ovvero – almeno per come lo intendo io – non limitato allo sfogo ma a produrre un cambiamento dei vissuti e del comportamento) ? Io penso di si. E lo fa a partire dalla sua condizione emotiva e cognitiva “ confusa” … voglio dire, scusandomi per l’uso del termine tecnico, lo fa a partire dal suo Bambino iperadattato e spaventato ( “ non so che fare … mi sento a pezzi …”) o dal suo Genitore iper normativo ed arrabbiato ( “ ce l’hanno con me … il mondo fa schifo … è inutile impegnarsi tanto per gli altri“) o iper affettivo e triste ( “ nessuno mi capisce … nessuno apprezza i miei sforzi … non riesco a farmi apprezzare”). E, a partire da questa condizione, qual è la sua richiesta effettiva, quando chiede ascolto? Cambiare ? No, io credo di no ( la mia esperienza mi dice di no). Chiede di restare così come sta, ma di restarci … meglio. Ossia chiede di restare lì dov’è ma senza viverne gli svantaggi sia intrapsichici che sociali.
Ad esempio, se io dico :
“ Briefly, mi dai una mano a capire cosa mi succede quando entro in aula? Mi viene la tremarella … mi si secca la gola … mi sembra che tutti ce l’abbiano con me … ho paura che mi facciano domande a cui non so rispondere … e appena me ne fanno una, reagisco male. Mi arrabbio. Non posso andare avanti così! Di questo passo mi licenzieranno!! Aiutami!”
Cosa sto chiedendo a Briefly? O di fare in modo che io non abbia paura di entrare in aula o di far si che nessuno degli allievi mi faccia una domanda a cui non saprò rispondere … o le sto chiedendo di far si che io sappia rispondere a tutte le possibili domande … Insomma le sto chiedendo di modificare la realtà … che sia realtà emotiva o comportamentale, non c’è differenza … Io le sto chiedendo un’azione “ magica”. E’, la mia, una richiesta di fronte alla quale Briefly, o altri, è destinata a fallire … Lei si sentirà, se cade nel tranello, inadeguata ed io mi sentirò inadeguato ed incompreso. E darò tutta la colpa a Briefly ... " Bell'amica, che è ... Non ha capito proprio niente di me! Del mio problema! Mi ha fatto parlare per un'ora, inutilmente!"
Allora, in un caso simile, qual è- o dovrebbe essere - l’oggetto dell’ascolto? Il mio desiderio che non mi facciano domande a cui non so rispondere o la mia spinta alla perfezione? Su cosa Briefly deve portare la mia energia, la mia logica e la mia emotività? Sul prevedere ogni possibile domanda, sull'essere sfrontato e fregarsene degli allievi ( " Ma che ti importa? Tu rispondi qualsiasi cosa ti viene in mente, tanto quelli nonm capiscono niente!") o sul contenere la mia spinta salvifica ed, in quanto tale, rieccheggiante un alfon perfetto?
Ecco, a mio avviso, la trappola dell’ascolto, quella proprio iniziale, che sta lì, pronta già alla prima parola, al primo sguardo … l’aderire, di chi ascolta, a quella stessa parte caratteriale che fa la domanda … E si finisce con il prodigarsi in consigli, utili perché no, ma di corto respiro … Si finisce ad acconsentire o contraddire … A dire la propria o a riportare quella di un altro. Insomma, a sentire invece che ascoltare, dire invece che comunicare, guardare al posto di osservare.
Ecco, allora, il bisogno, tra le altre cose, di un nuovo linguaggio che colleghi la parte che ha fatto la domanda ( di cui comunque bisogna tenere conto ) alla parte che è oggetto e soggetto vero del disagio.

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Monday, March 29th 2010, 4:01pm

prendiamoci un po’ di tempo per rispondere,
Prendiamoci un pò di tempo.
:) Tu non immagini quanto sia felice che il ....pò di tempo... non si sia dilatato...fino a diventare una eternità :)

Ti invierò dei post ....devi scusarmi se torno un pò indietro....ma è necessario a me e ad altri.
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Monday, March 29th 2010, 4:05pm

In AT la confusione viene definita come contaminazione dell’Adulto da parte del Bambino o del Genitore. Cioè, come a dire, io credo di agire attraverso l’Adulto ma di fatto mi comporto utilizzando il Bambino o il Genitore.
Io non sono molto d’accordo. La contaminazione non necessariamente porta alla confusione. Bisogna accertarsi, come dici tu, che vi sia confusione / disagio / una qualche inquietudine. Ma non sempre la persona “ contaminata” è confusa, anzi. E, come tu avverti, non necessariamente stiamo parlando di uno psicotico. Inoltre la contaminazione non è solo riguardo l’Adulto ma ogni Stato dell’IO nei suoi versanti positivi ( credo che a volte si mitizzi troppo l’Adulto a scapito di altre risorse caratteriali).
Quindi, per tornare al tema di thread, la persona confusa può chiedere ascolto ? Se si, attraverso quale sua risorsa ( Stato dell’Io) lo fa? In tal caso, qual è l’oggetto dell’ascolto ? Coincide con la richiesta iniziale? Qual è l’obiettivo dell’ascolto, per la persona che chiede? Quale, per chi ascolta?
Ho citato gran parte del tuo post, in quanto lo ritengo di vitale importanza, ma , per il momento, desidererei e vorrei soffermarmi solo sull' inciso evidenziato (Dalena ha ragione tra le parentesi ci stanno le cose più importanti ).
Si...concordo con Te...si mitizza troppo l' Adulto.
Ricordo che Tu, nel 3d sull' AT, ti sei soffermato su questo aspetto con un breve post.
L'ho cercato per citarlo fedelmente ma in quel 3d/labirinto non l'ho trovato, ragion per cui dirò, con parole mie, quello che a suo tempo ho creduto di capire.
L'Adulto come puro stato dell'io non esiste, ......ma esiste come funzione di transazione tra il Genitore e il Bambino.
Cercherò di rendermi più comprensibile con una metafora (anche se in passato non con Te ma con altri...le mie metafore hanno creato solo fraintentimenti) ....
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Monday, March 29th 2010, 4:12pm

....ecco ....la metafora.....

Io parto dall'idea che ci sia un "corpo fisico" ed un "corpo psichico"...ok ?
Il corpo fisico ha bisogno di nutrimento, per questa ragione mangiamo cibi che ci forniscono proteine per il ricambio cellulare; carboidrati e grassi per creare fonti di energia. Ci esortano, però, a mangiare cibi capaci di fornire all'organismo vitamine, che non hanno in sè alcun valore nutritivo. Una carenza di vitamine porta disfunzioni dell'organismo, anche gravi. D'altra parte un essere vivente morirebbe se asumese solo vitamine, appunto perchè non hanno alcun valore nutritivo.
A che servono le vitamine?
Il loro valore non sta nell'essere sostanza nutriva ....ma nella funzione di aiutare gli organi a fare il loro lavoro, a non andare in "tilt"....a funzionare nel migliore dei modi.
Ancora una precisazione (lo so...risulto pedante e pesante....forse lo sono..chissà!)
quando abbiamo l'influenza ci consigliano di assumere vitamina C, che non ci cura ma aiuta l' apparato respiratorio a funzionare al meglio e, quindi, ad avere più possibilità di difendersi dagli attacchi del virus.
Passo al "corpo psichico"....e ai tre stati dell'io.
Il Genitore e il Bambino rappresentano il nutrimento.
A mio avviso, il Genitore/proteina ... come tale costruisce e struttura;.... e il Bambino/carboidrato e grasso...fonte di energia.
L'Adulto è Vitamina....ha la funzione di far funzionare..cioè....di non fare andare in "tilt" il corpo psichico".
Se il Genitore vuole costruire e strutturare fuori misura......crea un "corpo psichico gigante" con i piedi di argilla.
Se il Bambino conserva le energie diventa obeso, farà fatica a muoversi, dovrà adattarsi; se le spende tutte in modo disorganico, ne resterà privo, sarà un iperattivo, senza alcun risultato.

Alfon ....nel tuo ultimo post troverò risposte....ma saresti così cortese da riprendere il discorso sull' Adulto, sempre in termini di ascolto?
quando la mente che si è rifugiata dietro le mura dell'autoprotezione, riesce a liberarsi della prigione che essa stessa ha costruito, solo allora può conoscere la belleza della realtà

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alfon3

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Monday, March 29th 2010, 7:07pm

L'Adulto come puro stato dell'io non esiste, ......ma esiste come funzione di transazione tra il Genitore e il Bambino

Parto da qui, che mi ci ritrovo in pieno ...E’ mia convinzione che non ci si possa riferire ad un Adulto se non come regolatore dell’emotività e del giudizio in relazione al “ qui ed ora” ( che può essere anche un qui ed ora in cui mi sto lasciando andare ai ricordi o all’entusiasmo/timore per un progetto ). Se vogliamo, nessuno degli Stati dell’Io può considerarsi puro ossia scevro da rimandi agli altri Stati dell’Io ( nulla a che fare con la contaminazione). Ma questo è un altro discorso che ci condurrebbe OT.
Torniamo di corsa all’ascolto, dunque.
Se la domanda di ascolto ci giunge dalla “ parte” confusa di chi chiede, se la richiesta ( almeno iniziale) che tale domanda contiene è che sia confermata proprio la confusione , quale è la “ parte” con cui accogliere l’istanza? Con quale rispondere ad essa?
Teniamo conto di un fatto. La richiesta non è diretta quasi mai ad un nostro versante positivo. Mai al nostro Adulto, mai al nostro Genitore affettivo o normativo, mai al nostro Bambino Libero o adattato ( giorni fa un’Operatrice mi ha chiesto : “ Ma ascoltando l’utente può accadere che mi accorgo di avere in me una parte che non mi piace? Se mi succede, che faccio?”).
La richiesta, proprio perché parte da una condizione di disagio / confusione, tende a coinvolgerci nel disagio / confusione … Tende a creare una simbiosi disfunzionale … In effetti, le richieste di ascolto sono spesso esordi dei giochi in cui si è parlato nel thread sull’AT. La persona che chiede tende al gioco / simbiosi / manipolazione non perché voglia farci del male, perché voglia prendersi gioco di noi. No, è che non sa fare altro. Trova sollievo proprio giocando, manipolando … trova sollievo perchè ( se l’ascoltatore ci casca)trova conferma alle sue convinzioni, non perché avvenga un vero cambiamento.
Se questo è vero, allora si evidenzia il valore della sospensione del giudizio … ossia della sospensione dell’”attività” dei nostri versanti negativi , le parti di noi che non ci piacciono ma che esistono. Eccome, se esistono. In tal senso l’Adulto ha la funzione, io ritengo, di fare emergere la giusta connessione tra ciò che ci accade mentre ascoltiamo ( cosa proviamo e cosa pensiamo, cosa diremmo e faremmo e cosa effettivamente diciamo e facciamo) e quello che accade fuori ( cosa dice e cosa fa l’altro). Io non credo nella separazione tra dentro e fuori di psicoanalitica memoria. Se, ad esempio, io offendo Briefly, Briefly può scegliere di pensare tante cose … che alfon sia un maleducato, che tutti quelli che studiano At sono maleducati, che tutti quelli che studiano At e si chiamano alfon sono maleducati … al di là della sua scelta ( fondata sulla sua storia) resta che io ho offeso Brefly. Resta, allora, da trovare la connessione tra offesa e reazione, non la loro distanza, la loro reciproca indifferenza.
Quindi, a mio avviso, nell’ascolto l’Adulto mantiene la sua funzione di regolatore . Non ne ha altre. L' uso del pregiudizio, come ne ho accennato nei precedenti post, è un esempio, credo, proprio del giudizio regolato dall'Adulto ... e l'intervento successivo, dell'affettività sempre regolata dall'Adulto. Il tutto per fare emergere l'oggetto dell'ascolto.
E l'Adulto ha questa funzione anche nella risposta, che può dare origine a quel tipo di messaggio altrove definita “ transazioni al centro del bersaglio”.
Ma queste, semmai, ce le conserviamo per merenda … che ne dite?
Spero di non avere fatto troppoa confusione, scrivendo di ascolto e ... confusione