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alfon3

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Wednesday, March 24th 2010, 4:11pm

La quotidianità è fatta di gente "comune", talvolta, ignorante, psicologicamente e culturalmente; e questi vedono la vulnerabilità come reale, e, quindi,l'altro indifeso, il momento giusto per attaccarlo. Praticamente, prima chiedono ascolto e poi..."giocano a fregare".
In altri casi, pur, non mancando di intelligenza e cultura, il loro "soggettivismo egocentrista" vanifica ogni forma di ascolto
L’ascolto non sempre produce in noi emozioni / pensieri / sentimenti positivi … voglio dire che non sempre, dopo avere ascoltato ed essere stati ascoltati, c’è comunicazione nel senso di condivisione. L’ascolto può dare come sito una amplificazione della distanza tra noi e l’altro. La capacità di ascolto, in questi casi, ci permette “ solo” di essere consapevoli di questa distanza, della sua origine e del nostro margine di azione nella relazione. E, proprio ascoltando, ci rendiamo conto che questo margine è ridotto, ridottissimo,
A mio avviso anche per comprendere cosa dell’altro non ci piace abbiamo bisogno di sospendere il giudizio affinchè emerga l’oggetto del nostro disappunto ( a dir poco).



L'altra possibilità del docente(narcisista) potrebbe essere: "questi ragazzi sono persi, non capiranno nulla, il mio sapere è sprecato con loro."
Si, è una possibilità molto concreta

alfon3

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Wednesday, March 24th 2010, 4:53pm

Voglio aggiungere due parole riguardo la non - difesa e l'essere indifesi ... nel primo caso siamo consapevoli dei nostri vissuti e li " sospendiamo", per lasciare emergere l'oggetto dell'ascolto. Cioè non ce ne facciamo scudo.
Siamo, invece, indifesi quando aderiamo all'immagine di noi stessi che le parole dell'altro ci rimandano, ossia quando aderiamo alla svalutazione che l'altro fa di noi. Questo, si sa, è un rischio che corriamo, nelle relazioni. E' un rischio a cui, inevitabilmente, l'ascolto ci espone.

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Wednesday, March 24th 2010, 11:03pm

Briefly... ok, capito! L'ascolto del corpo è una buona idea, però io ho già parlato di queste cose diverso tempo fa, ti linko il thread: Tutto ciò che viviamo si incrive nel nostro corpo.

Poi vedremo in che modo incastrare tutto quanto, ok? ;)
Dimenticavo, Briefly, di aver postato anche questo, inerente all'argomento: Il corpo non mente
Grazie Dalena,
mi occorrerà un pò di tempo per leggere tutto con attenzione :) .
Ti farò sapere ;)
quando la mente che si è rifugiata dietro le mura dell'autoprotezione, riesce a liberarsi della prigione che essa stessa ha costruito, solo allora può conoscere la belleza della realtà

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Wednesday, March 24th 2010, 11:20pm

Voglio aggiungere due parole riguardo la non - difesa e l'essere indifesi ... nel primo caso siamo consapevoli dei nostri vissuti e li " sospendiamo", per lasciare emergere l'oggetto dell'ascolto. Cioè non ce ne facciamo scudo.
Per fare emergere il contenuto dell'ascolto di sè, occorre la volontà di farlo ed il coraggio di accettarlo.
se potessimo vedere le corazze invisibili di ciascuno....penseremmo di avere fatto il viaggio indietro nel tempo...;
dalla semplice comunicazione da bar...ai consigli di amministrazione...agli incontri politici....potremmo dedurre di essere tornati ai tornei medievali
infatti sono delle vere e prorie feste d'armi...dove ognuno indossa la sua bella "corazza"/scudo.

Siamo, invece, indifesi quando aderiamo all'immagine di noi stessi che le parole dell'altro ci rimandano, ossia quando aderiamo alla svalutazione che l'altro fa di noi. Questo, si sa, è un rischio che corriamo, nelle relazioni. E' un rischio a cui, inevitabilmente, l'ascolto ci espone.
Siamo indifesi tutti(questa volta la generalizzazione ci sta)... ma non sappiamo di esserli..anzi stando dentro il nostro gioco/copione...ci sentiamo forti ed invincibili. Se l'altro nell'ascolto ci rimanda una immagine svalutante...saltano gli equilibri. In questi casi sono molte le valutazione da fare.
Per esempio la competenza dell'altro, cioè la capacità di far tacere se stesso, la sua buona fede e tanto altro ancora :)
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Wednesday, March 24th 2010, 11:31pm

L’ascolto non sempre produce in noi emozioni / pensieri / sentimenti positivi … voglio dire che non sempre, dopo avere ascoltato ed essere stati ascoltati, c’è comunicazione nel senso di condivisione. L’ascolto può dare come sito una amplificazione della distanza tra noi e l’altro. La capacità di ascolto, in questi casi, ci permette “ solo” di essere consapevoli di questa distanza, della sua origine e del nostro margine di azione nella relazione. E, proprio ascoltando, ci rendiamo conto che questo margine è ridotto, ridottissimo,
Si, l'ascolto, comunque vadano le cose, serve.
Serve per non stare a perdere il proprio tempo con chi dista...anni luce.
Sarebbe una pericolosa perdita di tempo, perchè, in special modo la sensibilità di alcuni, porterebbe
all' lautosvalutarsi....autocolpevolizzarsi dell'insuccesso dell' ascolto.


A mio avviso anche per comprendere cosa dell’altro non ci piace abbiamo bisogno di sospendere il giudizio affinchè emerga l’oggetto del nostro disappunto ( a dir poco).
Si....concordo.
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Dalena

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Thursday, March 25th 2010, 12:06am

La comprensione richiede la conoscenza di sé, premessa indispensabile alla sospensione del giudizio ( cosa sospendo, se non conosco i miei giudizi e pre-giudizi?) ed il coraggio di relazionarsi all’altro in questa condizione di sospensione, di non – difesa ( che è altro dall’essere indifesi/ vulnerabili).
La mancanza di comprensione produce fretta ( ma chi può dire cosa viene prima e cosa viene dopo?).




Posso dirvi che mi piace la lentezza di questo thread? Forse dirò cose già dette, anzi, di sicuro, ma capita nelle discussioni lunghe, se è così scusatemi, io ne ho preso coscienza adesso di questi concetti :) .

Non ci si può improvvisare ascoltatori, ormai mi sembra chiarissimo, ed il fatto di non conoscere i propri pregiudizi è centrale, ma esiste una persona che non abbia affatto dei pregiudizi? Penso di no, però penso anche che non tutto debba essere sulle spalle dell'ascoltatore: anche l'ascoltato deve fare la sua parte che è quella di capire quando l'altro non sta capendo, di accorgersi quando l'altro sta cadendo in un pregiudizio o sta proiettando vissuti suoi, cosa difficile in quanto dovrebbe in primo luogo sapere che quei contenuti non gli appartengono, quindi avere una certa conoscenza di sé, e poi non avere timore di dirlo, di offendere, quindi l'ascoltatore dovrebbe già essersi messo idealmente sullo stesso piano dell'ascoltato, pur con un ruolo diverso.

Il parallelo col mio lavoro è forte: durante il corso di studi per diventare fisioterapista ho fatto due livelli di psicomotricità di gruppo con la finalità di imparare a non proiettare i miei desideri sui pazienti, è stato molto formativo! Durante l'ultima seduta ciascuno di noi doveva accompagnare ad esplorare la palestra un compagno bendato, intuire ciò che volesse fare e rendergli sicuro tutto il percorso, tutto questo senza parlare! Poi i ruoli si invertivano. La mia compagna bendata ha voluto fare l'asse di equilibrio (!) e alla fine si è lanciata nel vuoto (!!!) convinta che l'avrei presa, ed è stato in effetti così. Mi disse di essersi sentita completamente al sicuro e di aver potuto fare tutto quello che le passava per la testa. Però secondo me aveva esagerato, non vi pare? Saltare, e non era una piuma, in braccio a me... la mia schiena ne risentì!

Questo mi insegna che ci vuole molta disponibilità per mettersi al servizio degli altri, e ci vuole tanta preparazione, e poi alla fine non è detto che la soddisfazione dell'utente corrisponda alla nostra, quindi, riportandomi in tema, dobbiamo anche fare attenzione, ascoltando, di non trovarci mallopponi sul groppone, cose che non fanno male alla schiena ma all'anima sì! O no...? :D

La fretta produce mancanza di comprensione, io penso che l'ordine sia proprio questo :thinking: Mi pare che sia così perché, invece, quando parlo con qualcuno che capisce in fretta succede appunto l'opposto, ossia che la comprensione porti avanti il discorso più in fretta :) Sempre che abbia capito il punto.

alfon3

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Thursday, March 25th 2010, 3:32pm

ma esiste una persona che non abbia affatto dei pregiudizi? Penso di no, però penso anche che non tutto debba essere sulle spalle dell'ascoltatore
Questo è, a mio avviso, il nodo cruciale dell’ascolto. Fermo restando che non esistono, credo, persone senza pregiudizi, questi vanno sospesi per far emergere l’oggetto dell’ascolto e, se il caso ( spesso lo è), sono da riprendere proprio per mettere un argine, per evitare i mallopponi sul groppone , per prevenire simbiosi disfunzionali tra chi ascolta e chi chiede ascolto. Il discorso, io credo, verte sull’uso che facciamo del pregiudizio … lo usiamo per difenderci o per orientarci nella relazione?
Però, io credo, che l’onere maggiore spetti a chi si pone nel ruolo dell’ascoltatore. La consapevolezza, nell’altro, è un obiettivo e ritengo che difficilmente possa ritenersi una premessa.
Faccio un esempio :
L’altro “ Ti avverto, io ho un coltello in tasca. Da stasera lo porterò sempre con me perché mi devo difendere … ci sono brutte facce in giro, specialmente quando prendo l’autobus per venire qui.”
Emersione del pregiudizio:
Noi : “ I coltelli non mi piacciono. Non mi piacciono le persone violente. Tu sei un violento. Non voglio più vederti. Con te è tempo perso!”
Uso del pregiudizio:
Noi : “ Il coltello lo puoi portare in qualsiasi altro momento della giornata ma non quando vieni qui … Non stiamo lavorando per farti girare con il coltello in tasca. Tu non dovresti mai portarlo … ma io, negli altri momenti della tua giornata, non ci sono . Qui, invece, ci sono e metto le regole. Qui niente coltelli! Ora decidi tu: vuoi continuare a venire oppure no? Mentre ci pensi, vado a prendermi un caffè”

Il ricordo mi è tornato alla mente pensando alla tua collega che fa la trapezista a scapito della tua schiena...

alfon3

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Thursday, March 25th 2010, 7:13pm

ed il fatto di non conoscere i propri pregiudizi è centrale, ma esiste una persona che non abbia affatto dei pregiudizi? Penso di no, però penso anche che non tutto debba essere sulle spalle dell'ascoltatore:
Sicuramente, in particolar modo quando l’obiettivo, inconsapevole ma potente, dell’utente è ottenere aiuto per continuare fare quello che fa ma senza soffrirne le conseguenze. Quando, cioè, è alla ricerca di una sponda su cui poggiare la negatività del suo comportamento per goderne solo i vantaggi ( irresponsabilità, deleghe, attenzione). E qui, se l’operatore si lascia prendere, c’è il rischio di trovarsi con il malloppone sulla schiena.

La fretta produce mancanza di comprensione, io penso che l'ordine sia proprio questo

Sospendere il giudizio è proprio è la strada per far emergere in fretta l’oggetto dell’ascolto.

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Friday, March 26th 2010, 7:21pm

RE: ascolto e linguaggio ...

Se ascoltare, ed ascoltarci, è cercare il senso e non solo i significati forse, per farlo, abbiamo bisogno di un linguaggio diverso, distante cioè dalle generalizzazioni della comunicazione quotidiana, quella costretta tra i ritmi della routine e la moltitudine di stimoli a cui siamo sottoposti, sembra paradossale, proprio attraverso la routine.
Un linguaggio diverso non perché formato da altre parole ma perché le parole prendono destinazioni diverse.
Se ci proviamo, ci accorgiamo forse che anche il nostro modo di parlare è parte inscindibile del nostro copione … che le parole che utilizziamo sono scelte non a caso … inconsapevolmente, ma non casualmente.
Dunque ascoltarci ed ascoltare attraverso un nuovo linguaggio, per trovare un altro linguaggio.
Per il momento, almeno per me, solo uno spunto su cui lavorare …
A che punto sono i lavori ? :)
Se vorrai...resto in attesa di sapere.
Credo che la forma del linguaggio stia alla base di una buona e costruttiva comunicazione. Di più non so.
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Friday, March 26th 2010, 9:15pm

....riflessioni sull'ascolto....

Sull'ascolto bisognerà fare un distinguo, per evitare di cadere nell'illusione che sia un'attività semplice, facile e alla portata di tutti.
Chi chiede di essere ascoltato, in parecchi casi, ha necessità di un ascolto di tipo terapeutico; e lo si può intuire/vedere dalle particolarissime modalità di chiedere, che sono quelle del bambino, non del genitore, tanto meno dell'adulto. In questi casi bisognerà essere molto attenti nel prestarsi ad ascoltare, per non creare false illusioni pe sè e per l'altro (allora si che, prima o poi, ci si potrebbe trovare con il malloppone sulla schiena). Lo spirito di generosità, ma, anche, il non volere rinunciare alla personale gratificazione, che ne deriva dal dare aiuto, può rendere imprudenti. In alcuni casi, è necessario il coraggio di dire:" non sono in grado di ascoltarti", anche se ciò comporta il dovere riconoscere i propri limiti, rischiando la disistima o il giudizio malevolo di chi non viene ascoltato.
L'ascolto che io definisco terapeutico( anche se può essere praticato fuori da una psicoterapia e da un non terapeuta) richiede dei fattori specifici ed irrinunciabili, quali la consapevolezza di sè, la conoscenza psicologica dell'altro (che chiede ascolto), la capacità empatica di comprendere, di amare(non in senso erotico), la disponibilità di energia psichica che si è disposti a spendere(anche a fondo perduto) nell'altro, e, principalmente, la capacità di saper vincere la paura di smarrirsi nell'altro, soprattutto, quando l'ascolto, nostro malgrado, tira fuori in chi ascolta i personali "scheletri dell'armadio". Se non ci sono questi presupposti, l'ascolto si risolverà in un processo mentale/razionale nella migliore delle ipotesi; oppure in una serie di disfunzioni relazionali. Non mancheranno emozioni di fallimento reciproco, in cui uno si sente "sfruttato" e l'atro "tradito", ed altro ancora.
L'ascolto nella reciprocità è la condizione più costruttiva; perchè il ruolo tra chi ascolta e chi chiede di essere ascoltato è intercambiabile e dipende dai bisogni del momento dell'uno o dell'altro. E' una condizione di ascolto su un piano di parità e di stima reciproca e, quindi, di qualità. L'uno riconosce all'altro sia la competenza necessaria per ascoltare, sia la necessità di essere ascoltato (al bisogno), senza che questo suo bisogno lo sminuisca nel suo "essere uomo/donna" adulto/a..
quando la mente che si è rifugiata dietro le mura dell'autoprotezione, riesce a liberarsi della prigione che essa stessa ha costruito, solo allora può conoscere la belleza della realtà

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Friday, March 26th 2010, 11:39pm

A che punto sono i lavori
Eh, i lavori continuano … non si sono mai fermati. I risultati? Mah…
Ora mi viene in mente un pezzo … un tassello da aggiungere al mosaico … continuando sulla scia dell’ultimo esempio …
( Al ritorno dal caffè, in verità mai preso) : “ Bè, allora? Che hai deciso? Anzi, prima che mi rispondi, ti faccio io una domanda … Secondo te, mostrarmi il coltello era il solo modo che avevi per attirare la mia attenzione? Secondo te, cosa ti avrei risposto se tu mi avessi chiesto chiaramente che avevi bisogno della mia attenzione? “
Insomma, un tentativo di collegare l’esperienza specifica ad altre esperienze derivanti da un stesso contenuto: la svalutazione si sé e dell’altro ... Un tentativo di legare quel fatto specifico al suo scopo, più che alla sua causa …
I lavori riprendono

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Friday, March 26th 2010, 11:42pm

la disponibilità di energia psichica che si è disposti a spendere(anche a fondo perduto)
Sicuramente. Sono fermamente convinto che si possa effettivamente ascoltare se, tra le altre cose, si è disposti ad essere dimenticati. Una premessa all'ascolto è la rinuncia.

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Saturday, March 27th 2010, 12:03am

… Secondo te, mostrarmi il coltello era il solo modo che avevi per attirare la mia attenzione? Secondo te, cosa ti avrei risposto se tu mi avessi chiesto chiaramente che avevi bisogno della mia attenzione? “
Insomma, un tentativo di collegare l’esperienza specifica ad altre esperienze derivanti da un stesso contenuto: la svalutazione si sé e dell’altro ... Un tentativo di legare quel fatto specifico al suo scopo, più che alla sua causa …
Nel non sapere o volere chiedere in modo diretto sta uno dei tanti "inghippi" della comunicazione.
Chiedere in modo diretto attenzione? è come mostrare la propria "anima".....è come "denudare"la psiche :girl: in particolar modo per gli uomini.
Io sono convinta che non si voglia....perchè il chiedere per parecchi, uomini e donne, è indice di "incapacità", e lo vivono, in modo, invalidante ...una mancanza di " valore".
Da mettere in conto, anche, che altri non sanno cosa chiedere, perchè incapaci di percepire autentici bisogni e desideri.
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Saturday, March 27th 2010, 12:10am

Sicuramente. Sono fermamente convinto che si possa effettivamente ascoltare se, tra le altre cose, si è disposti ad essere dimenticati. Una premessa all'ascolto è la rinuncia.

Io non davo il significato di "rinuncia" o "essere dimendicati", ciò prevede un esito positivo dell'ascolto.
Intendevo....fallire...non riuscire a dare nulla all'altro, nonostante il nostro ascolto.
Riflettendo...." a fondo perduto"..è una espressione che in questo caso non ci stava ....perchè.non rende chiara la mia idea..... :)
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Saturday, March 27th 2010, 11:59am

L’ascoltatore è proprio una sorta di bussola. Per esserlo, deve sempre stare un passo avanti. Deve prevedere, che non è leggere nel pensiero.
Si, a mio avviso ci vogliono severità e disciplina. Altrimenti ci si perde, ci si confonde con l’altro, nell’altro. Si finisce con il vivere lo stesso problema in due. Si fa compagnia all’altro, ma non lo si accompagna.
Alfon....queste tue affermazioni hanno dato l'avvio alle mie riflessioni sull'ascolto e, nello stesso tempo. le danno senso, le completano e le collocano nel contesto.
Attori : Lei e Lui
Noi, come ascoltatori

Lui ( rivolto a Lei, rigida, sguardo rivolto altrove ) : “ Perché ti ostini a volere sempre avere ragione? Lo capisci che questo tuo modo di fare fa male al rapporto?”
Noi ( rivolti a Lui) : “ Perché non provi a dirle “ fa male a me?”
Lui : “ E’ lo stesso. Lei mi ha capito”
Noi : “ Se è lo stesso, che hai da perdere se ci provi?”
Lui ( rivolto a Lei ) ( abbassando il tono di voce) : “ … il tuo modo di fare … fa male a me … mi fa male … mi fa sentire fuori dal rapporto”
Lei non risponde, non lo guarda ancora … ma piange.
Io parto dal presupposto che la psiche femminile e maschile differiscono per "strutturazione". Forse, inizialmente, la struttura sarà stata la stessa, ma la società (dalla famiglia in poi...) le ha strutturate in modo diverso.
Partendo da questo mio "postulato", cosa succederebbe se invertissimo i ruoli degli attori ?
L'uomo piangerebbe ?

A mio avviso (ma posso sbagliare, per questo cerco il confronto con punti di vista diversi), se la donna parla di una relazione che fa soffrire, evita di attribuire responsabilità dirette della sua sofferenza. Sentirsi responsabili della sofferenza altrui (a meno che non si abbia a che fare con un cinico/a patologica/o) è una cosa che si vive male, a prescindere dai sensi di colpa(che appartengono al bambino e non all'adulto). Una tale responsabilità può essere causa di rottura della relazione. Questo che ho appena affermato vale per uomini e donne; anche se, sinceramente, sono convinta che in fatto di assunsione di responsabilità in una relazione, gli uomini si "defilano" con maggiore facilità, avvantaggiati dalla loro razionalità.

Il mio scopo non è quello di "competere", ma di invitare a pensare e parlare in termini non di psiche "indifferenziata", bensì di psiche maschile e femminile.

Alfon....cosa ne pensi?

Voglio aggiungere due parole riguardo la non - difesa e l'essere indifesi ... nel primo caso siamo consapevoli dei nostri vissuti e li " sospendiamo", per lasciare emergere l'oggetto dell'ascolto. Cioè non ce ne facciamo scudo.
Siamo, invece, indifesi quando aderiamo all'immagine di noi stessi che le parole dell'altro ci rimandano, ossia quando aderiamo alla svalutazione che l'altro fa di noi. Questo, si sa, è un rischio che corriamo, nelle relazioni. E' un rischio a cui, inevitabilmente, l'ascolto ci espone.
E' un rischio che si corre da entrambi le parti....da chi ascolta e da chiede di essere ascoltato.
Anche queste affermazioni che ho citato hanno dato origine e completano le mie riflessioni.
quando la mente che si è rifugiata dietro le mura dell'autoprotezione, riesce a liberarsi della prigione che essa stessa ha costruito, solo allora può conoscere la belleza della realtà