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L’ascolto non sempre produce in noi emozioni / pensieri / sentimenti positivi … voglio dire che non sempre, dopo avere ascoltato ed essere stati ascoltati, c’è comunicazione nel senso di condivisione. L’ascolto può dare come sito una amplificazione della distanza tra noi e l’altro. La capacità di ascolto, in questi casi, ci permette “ solo” di essere consapevoli di questa distanza, della sua origine e del nostro margine di azione nella relazione. E, proprio ascoltando, ci rendiamo conto che questo margine è ridotto, ridottissimo,La quotidianità è fatta di gente "comune", talvolta, ignorante, psicologicamente e culturalmente; e questi vedono la vulnerabilità come reale, e, quindi,l'altro indifeso, il momento giusto per attaccarlo. Praticamente, prima chiedono ascolto e poi..."giocano a fregare".
In altri casi, pur, non mancando di intelligenza e cultura, il loro "soggettivismo egocentrista" vanifica ogni forma di ascolto
Si, è una possibilità molto concreta
L'altra possibilità del docente(narcisista) potrebbe essere: "questi ragazzi sono persi, non capiranno nulla, il mio sapere è sprecato con loro."
Briefly... ok, capito! L'ascolto del corpo è una buona idea, però io ho già parlato di queste cose diverso tempo fa, ti linko il thread: Tutto ciò che viviamo si incrive nel nostro corpo.
Poi vedremo in che modo incastrare tutto quanto, ok?![]()
Grazie Dalena,Dimenticavo, Briefly, di aver postato anche questo, inerente all'argomento: Il corpo non mente
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Per fare emergere il contenuto dell'ascolto di sè, occorre la volontà di farlo ed il coraggio di accettarlo.Voglio aggiungere due parole riguardo la non - difesa e l'essere indifesi ... nel primo caso siamo consapevoli dei nostri vissuti e li " sospendiamo", per lasciare emergere l'oggetto dell'ascolto. Cioè non ce ne facciamo scudo.
Siamo indifesi tutti(questa volta la generalizzazione ci sta)... ma non sappiamo di esserli..anzi stando dentro il nostro gioco/copione...ci sentiamo forti ed invincibili. Se l'altro nell'ascolto ci rimanda una immagine svalutante...saltano gli equilibri. In questi casi sono molte le valutazione da fare.Siamo, invece, indifesi quando aderiamo all'immagine di noi stessi che le parole dell'altro ci rimandano, ossia quando aderiamo alla svalutazione che l'altro fa di noi. Questo, si sa, è un rischio che corriamo, nelle relazioni. E' un rischio a cui, inevitabilmente, l'ascolto ci espone.
Si, l'ascolto, comunque vadano le cose, serve.L’ascolto non sempre produce in noi emozioni / pensieri / sentimenti positivi … voglio dire che non sempre, dopo avere ascoltato ed essere stati ascoltati, c’è comunicazione nel senso di condivisione. L’ascolto può dare come sito una amplificazione della distanza tra noi e l’altro. La capacità di ascolto, in questi casi, ci permette “ solo” di essere consapevoli di questa distanza, della sua origine e del nostro margine di azione nella relazione. E, proprio ascoltando, ci rendiamo conto che questo margine è ridotto, ridottissimo,
Si....concordo.A mio avviso anche per comprendere cosa dell’altro non ci piace abbiamo bisogno di sospendere il giudizio affinchè emerga l’oggetto del nostro disappunto ( a dir poco).
La comprensione richiede la conoscenza di sé, premessa indispensabile alla sospensione del giudizio ( cosa sospendo, se non conosco i miei giudizi e pre-giudizi?) ed il coraggio di relazionarsi all’altro in questa condizione di sospensione, di non – difesa ( che è altro dall’essere indifesi/ vulnerabili).
La mancanza di comprensione produce fretta ( ma chi può dire cosa viene prima e cosa viene dopo?).
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Mi pare che sia così perché, invece, quando parlo con qualcuno che capisce in fretta succede appunto l'opposto, ossia che la comprensione porti avanti il discorso più in fretta
Sempre che abbia capito il punto. Questo è, a mio avviso, il nodo cruciale dell’ascolto. Fermo restando che non esistono, credo, persone senza pregiudizi, questi vanno sospesi per far emergere l’oggetto dell’ascolto e, se il caso ( spesso lo è), sono da riprendere proprio per mettere un argine, per evitare i mallopponi sul groppone , per prevenire simbiosi disfunzionali tra chi ascolta e chi chiede ascolto. Il discorso, io credo, verte sull’uso che facciamo del pregiudizio … lo usiamo per difenderci o per orientarci nella relazione?ma esiste una persona che non abbia affatto dei pregiudizi? Penso di no, però penso anche che non tutto debba essere sulle spalle dell'ascoltatore
Sicuramente, in particolar modo quando l’obiettivo, inconsapevole ma potente, dell’utente è ottenere aiuto per continuare fare quello che fa ma senza soffrirne le conseguenze. Quando, cioè, è alla ricerca di una sponda su cui poggiare la negatività del suo comportamento per goderne solo i vantaggi ( irresponsabilità, deleghe, attenzione). E qui, se l’operatore si lascia prendere, c’è il rischio di trovarsi con il malloppone sulla schiena.ed il fatto di non conoscere i propri pregiudizi è centrale, ma esiste una persona che non abbia affatto dei pregiudizi? Penso di no, però penso anche che non tutto debba essere sulle spalle dell'ascoltatore:
La fretta produce mancanza di comprensione, io penso che l'ordine sia proprio questo
This post has been edited 1 times, last edit by "alfon3" (Mar 25th 2010, 7:25pm)
A che punto sono i lavori ?Se ascoltare, ed ascoltarci, è cercare il senso e non solo i significati forse, per farlo, abbiamo bisogno di un linguaggio diverso, distante cioè dalle generalizzazioni della comunicazione quotidiana, quella costretta tra i ritmi della routine e la moltitudine di stimoli a cui siamo sottoposti, sembra paradossale, proprio attraverso la routine.
Un linguaggio diverso non perché formato da altre parole ma perché le parole prendono destinazioni diverse.
Se ci proviamo, ci accorgiamo forse che anche il nostro modo di parlare è parte inscindibile del nostro copione … che le parole che utilizziamo sono scelte non a caso … inconsapevolmente, ma non casualmente.
Dunque ascoltarci ed ascoltare attraverso un nuovo linguaggio, per trovare un altro linguaggio.
Per il momento, almeno per me, solo uno spunto su cui lavorare …
Eh, i lavori continuano … non si sono mai fermati. I risultati? Mah…A che punto sono i lavori
Nel non sapere o volere chiedere in modo diretto sta uno dei tanti "inghippi" della comunicazione.… Secondo te, mostrarmi il coltello era il solo modo che avevi per attirare la mia attenzione? Secondo te, cosa ti avrei risposto se tu mi avessi chiesto chiaramente che avevi bisogno della mia attenzione? “
Insomma, un tentativo di collegare l’esperienza specifica ad altre esperienze derivanti da un stesso contenuto: la svalutazione si sé e dell’altro ... Un tentativo di legare quel fatto specifico al suo scopo, più che alla sua causa …
in particolar modo per gli uomini.Sicuramente. Sono fermamente convinto che si possa effettivamente ascoltare se, tra le altre cose, si è disposti ad essere dimenticati. Una premessa all'ascolto è la rinuncia.
Alfon....queste tue affermazioni hanno dato l'avvio alle mie riflessioni sull'ascolto e, nello stesso tempo. le danno senso, le completano e le collocano nel contesto.L’ascoltatore è proprio una sorta di bussola. Per esserlo, deve sempre stare un passo avanti. Deve prevedere, che non è leggere nel pensiero.
Si, a mio avviso ci vogliono severità e disciplina. Altrimenti ci si perde, ci si confonde con l’altro, nell’altro. Si finisce con il vivere lo stesso problema in due. Si fa compagnia all’altro, ma non lo si accompagna.
Io parto dal presupposto che la psiche femminile e maschile differiscono per "strutturazione". Forse, inizialmente, la struttura sarà stata la stessa, ma la società (dalla famiglia in poi...) le ha strutturate in modo diverso.Attori : Lei e Lui
Noi, come ascoltatori
Lui ( rivolto a Lei, rigida, sguardo rivolto altrove ) : “ Perché ti ostini a volere sempre avere ragione? Lo capisci che questo tuo modo di fare fa male al rapporto?”
Noi ( rivolti a Lui) : “ Perché non provi a dirle “ fa male a me?”
Lui : “ E’ lo stesso. Lei mi ha capito”
Noi : “ Se è lo stesso, che hai da perdere se ci provi?”
Lui ( rivolto a Lei ) ( abbassando il tono di voce) : “ … il tuo modo di fare … fa male a me … mi fa male … mi fa sentire fuori dal rapporto”
Lei non risponde, non lo guarda ancora … ma piange.
E' un rischio che si corre da entrambi le parti....da chi ascolta e da chiede di essere ascoltato.Voglio aggiungere due parole riguardo la non - difesa e l'essere indifesi ... nel primo caso siamo consapevoli dei nostri vissuti e li " sospendiamo", per lasciare emergere l'oggetto dell'ascolto. Cioè non ce ne facciamo scudo.
Siamo, invece, indifesi quando aderiamo all'immagine di noi stessi che le parole dell'altro ci rimandano, ossia quando aderiamo alla svalutazione che l'altro fa di noi. Questo, si sa, è un rischio che corriamo, nelle relazioni. E' un rischio a cui, inevitabilmente, l'ascolto ci espone.
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