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) Quindi tu dici, Lea, che eliminando la componente ansiosa che investe la sola idea del "da farsi", il pensiero si tradurrebbe più agevolmente in azione, eliminando il passaggio delle estenuanti trattative interiori tra l'imperativo a fare e l'ansia?
Non so voi, a me quell'angoscia del fare assale anche in retrospettiva, quando richiamo alla memoria cose che ho portato avanti, e mi domando: come ho fatto? come ho potuto riuscirci?
) Abbandonare l'ansia è come uscire da un guscio pesante, che impone limiti di movimento e di respiro, ma che paradossalmente dà la magica illusione di essere "al sicuro". E tra il comprendere questo e tradurlo nei fatti...ahi, se ne passa.
) E, nello stesso tempo, non ce la dice lunga sulla consapevolezza di fondo di impiastricciarci così tanto di riflessioni e perfezionismi da rendere pressochè impossibile l'operatività concreta?
ma cerco di predispormi ad accogliere ogni smentita che mi indirizzasse verso il "si può fare". La rimando in attesa di un momento adeguato : ad esempio, con il tempo necessario a pensarla bene, con concentrazione.
Per me è abbastanza il contrario, ammesso che quseto meccanismo non sia tutta una mia costruzione inutile e dannosa: la penso temporanea proprio per trovare la motivazione a non adagiarmici dentro ed agire per andare verso un cambiamento. Perhcé poi penso (cioè, credo di pensare) che se DAVVERO voglio qualcosa, ebbene mi devo dare da fare, e non dirlo e basta... poi però, letteralmente non so da che canto rifarmi.Che il voler sentire come passeggero uno stato di cose a cui intimamente non ci sentiamo a nostro agio non sia soltanto una ulteriore illusione al puro fine di riuscire a sopportarla? Prova ad immaginare che ciò che stai facendo / o non facendo, sia una
condizione permanente, con cui dovrai convivere fino alla pensione. Come
ti fa sentire? Non ti dà una scossa?
e non quella che l'ha ricevuto... E pensate che per anni mi sono sentita rivolgere accuse del tipo che non sono in condizioni di affrontare una vita, "dove voglio andare"...Certo che c'è la rassegnazione e la convinzione di non essere capace. A fare le cose che ho imparato, è facilissimo.. non ci vuole mica troppa applicazione! E' per quelle importanti, che contano, che forse dovrebbero rimanere alla fine e oltre tutto il resto, che non solo mi sento incapace, ma non in possesso di un codice minimo di conoscenze: è come se non fossi alfabetizzata sulle relazioni, sulla conoscenza di me stessa, sul come agire per intraprendere qualsiasi progetto personale a medio-lungo termine. E' prorpio una mancanza di sensibilità, che con tutta la buona volontà non è così semplice recuperare, e non si attacca con la collaMi viene da pensare, rileggendo vari post, che riguardo al rimandare o evitare, oltre all'ansia c'è anche una sorta di rinuncia a sé, di rassegnazione. Almeno per quanto mi riguarda, ho questa vaga sensazione del "tanto ogni sforzo è inutile".
oggi sono prorpio giù e il colmo è che se mi vedete sembro normale!Su questo punto... sono rimasta molto colpita, per non dire sconvolta. Conosco molto bene il significato di questi termini, a prescindere dall'aspetto clinico, e da anni penso di avere delle deviazioni della personalità segnate da queste caratteristiche...Sei troppo perfezionista. Potresti avere una personalita' ossessiva-compulsiva. Attenzione: la personalita' ossessiva-compulsiva non ha niente a che vedere col disturbo d'ansia ossessivo-compulsivo, e' una roba completamente diversa. Magari sono fuori strada completamente, pero' questo e' l'articolo: http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_os…ersonalit%C3%A0
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This post has been edited 1 times, last edit by "piano" (Oct 4th 2010, 7:12pm)
PIù che altro, vorrei sapere sinceramente se non avete più scritto nulla
perché lo ritenete inutile, perché non mi evolvo, perché non mi esprimo
in un modo che incoraggia l'interrelazione.. o che altro..
PIù che altro, vorrei sapere sinceramente se non avete più scritto nulla
perché lo ritenete inutile, perché non mi evolvo, perché non mi esprimo
in un modo che incoraggia l'interrelazione.. o che altro..
Intanto, come ho letto perfettamente espresso in un altro post di un altro utente, non riesco davvero a partecipare emotivamente di ciò che accade agli altri. E' ben oltre che dire "non mi interessa" o mi annoia... Spesso anzi mi stupisco di quanto gli altri enfatizzino alcuni fatti che gli accadano, che per me magari sono questioni di importanza assolutamente secondaria. Certo, qui si va nella sfera del soggettivo, ma la percentuale nel mio caso è altissima.. non riesco ad esempio sul lavoro, a scuola, a stare minuti e minuti a fare conversazione o anticamera, dopo un po' mi stufo e non partecipo, penso che si veda chiaramente che ho altro per la testa oppure che non mi importa affatto di sapere che la figlia di qui ha l'influenza oppure che la macchina è nuova oppure che tra una settimana c'è la riunione.. sono tutte cose per me insulse, soprattutto considerando che ad esempio essendo io supplente, la mia partecipazione è asolutamente temporanea e limitata nel tempo e non può portare assolutamente NULLA al miglioramento di una relazione che in sostanza non ha nemmeno senso di essere apporfondita, perché incosistente per definizione. Eppure, vedo che gli altri ci si buttano a capofitto, e guai se non ci fossero questi momenti di pausa e di traccheggio... a me il tempo non basta mai, tra cose da scrivere, fotocpie, appunti, oppure per un mucchio di altre cose in sospeso su altri fronti.. E NON è sempre per cattiva organizzazione, è che proprio ne ho tante!anche qui comunque ti richiedo: ma nel conreto, cosa c'è che secondo te non va in te e nel tuo rapporto con gli altri?
e poi, perchè temi che ci sia qualcosa che non va? cosa ti porta a pensarlo?
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