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  • "lillas" è una donna

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Data di registrazione: venerdì, 12 settembre 2008

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16

giovedì, 12 aprile 2018, 13:00

Ciao a tutti,
in questi ultimi mesi mi è capitato di riflettere su quanto espresso nel titolo, cioè noto che le persone non accettano più il proprio posto nel mondo, e purtroppo i risvolti sono solo negativi perché la non accettazione dei propri limiti spinge e non vederli e a non fare nulla di utile per migliorare. Tutti credono di sapere tutto e di poter ambire a ogni cosa, di poter esaudire ogni propria ambizione, come se fosse un diritto e non soltanto una possibilità da realizzare.
Un tempo chi non aveva un titolo di studio adeguato e faceva mestieri umili lo faceva comunque con serenità d'animo, perché "sapeva" che quel mestiere era il suo e rispondeva alle sue esigenze e anche alle sue capacità. Al maestro, al medico, si dava del "voi" in segno di rispetto per un livello culturale che veniva riconosciuto come superiore. Nessuno si sognava di mettere in discussione una diagnosi, senza essere del mestiere.
Oggi invece l'umiltà è sparita, insieme alla consapevolezza di sé.
A volte il risultato è grottesco, eppure non fa così ridere, anzi io personalmente provo una certa tristezza di fronte a certi discorsi.
L'ho notato sia in persone molto giovani (ragazzi che fanno lavori stagionali con sogni più grandi di loro) sia in persone anziane (una che mi è molto vicina, con licenza elementare e dopo aver vissuto tra 4 mura per la vita intera ritiene sempre di essere molto più in gamba ed esperta degli altri, e ci tiene a dire che lei ne sa molto più dei laureati (senza nemmeno specificare quali)).
Manca proprio la misura, l'avete notato?

In effetti la cosa è molto diffusa.
La possibilità di avere risposte e informazioni in tempo reale ci pone nella condizione di pesare le risposte di chi ha alle spalle titoli e competenze.
Finché si tratta di individuare la competenza di chi la offre per mestiere benvenuta.
Diverso è sostituirsi o porsi come divulgatore in contrapposizione a chi ha un curriculum di studi ed esperienze.
Mi riallaccio a quanto scritto da coralago.
Nelle famiglie dove lo studio viene vissuto come fatto secondario verranno prodotte personalità convinte a tal punto da mettere in discussione la preparazione dell'altro.
Pur trovando in questa modalità un percorso di conoscenza..seppur sufficiente.
Per certi versi una certa utilità ne viene fuori.
Visto da vicino nessuno è normale