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mpoletti

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1

giovedì, 13 settembre 2018, 14:49

Come altra - menti

Approfitto di un momento di pausa per fare un esperimento, prendendo spunto dall'autobiografia di nata sbagliata. Mi sono reso conto di aver omesso tante cose sul mio conto: un po' per privacy, un po' perché certi aneddoti mi sembravano di poco conto. Forse, mettendo in ordine cronologico gli eventi, riuscirete a capirmi meglio e - soprattutto - riuscirò a capirmi meglio.

Sono nato il 25 gennaio 1979 a Sondrio, alle 17; essendo mia madre una dormigliona, credo di aver deciso di venire al mondo in un momento in cui non si fosse svegliata di soprassalto. Per un imprevisto che non voglio raccontare, il mio non fu un parto semplice: passai i primi 5 giorni della mia vita nel reparto rianimazione, ed i secondi 5 in patologia neonatale. Questo ha fatto sì che mi considerassi sempre "diverso e più sfortunato" dagli altri e che i miei genitori fossero sempre apprensivi nei miei confronti....ma io mi sentivo bene, fisicamente parlando, eccezion fatta per le continue tonsilliti che mi torturarono nei primi anni della mia vita.
Non ricordo molto dei miei primi 24 mesi: stando a quanto mi hanno raccontato, noi tre vivevamo in un appartamento in affitto nel capoluogo, poi ci trasferimmo nel paese d'origine di mia madre, a poca distanza dalla sua famiglia. Nello stesso periodo - più o meno - morì mio nonno paterno. Uno dei primi ricordi d'infanzia che ho è proprio la sua bara, nera, nella navata della Chiesa del paese. Di quei primi anni ho solo ricordi sfumati, come tante tessere di un puzzle che fatico a vedere nella sua interezza.
In ogni caso, sono certo che passai molto tempo con i miei nonni materni: non solo perché i miei genitori lavoravano (mia madre infermiera, mio padre impiegato), ma anche perché mio padre era Presidente del Circolo Ricreativo Assistenziale Lavoratori dove lavorava. Le mie giornate dipendevano dai turni di lavoro di mia madre: se aveva il turno del mattino, era mia nonna ad accompagnarmi all'asilo quando compii tre anni, se aveva il turno di pomeriggio, mia madre mi accompagnava e poi - alle quattro - andavo a casa di mia nonna con il pulmino. Potreste pensare che - almeno la domenica - passassi la giornata con i miei genitori: la risposta è "non sempre". Di tanto in tanto, mia madre era reperibile, pertanto era mia nonna a badare a me.
Fu una mezza fortuna il fatto che un mio coetaneo abitasse proprio sotto il mio appartamento: dico solo mezza perché avrei voluto frequentarlo più spesso, ma non potevo sempre andare a casa sua e - quando accadeva - il vecchiaccio vicino di casa si lamentava del rumore.
La laurea di mio padre faceva bella mostra in una stanza di casa nostra: io la potevo vedere ogni giorno, così come quasi ogni giorno mio padre ricordasse con piacere il periodo universitario. Per i primi due anni, però, lo vidi poco: lavorò prima a Milano, poi a Piacenza.
Comincio l'asilo e già si nota la mia timidezza: se qualcuno mi invita a giocare, accetto volentieri, ma io non chiedo mai

Citato

Posso giocare con te?

figuriamoci se io chiedo a qualcuno di giocare. Mi rifugio nei libri, come una sorta di novello Leopardi, mi piace leggere: per trascorrere un po' di tempo con i miei, li sveglio ben prima dell'alba, entrando nella loro camera con un libro sotto braccio. Già allora capivo che i miei genitori si sentivano obbligati a leggere in vece mia di prima mattina....Insomma, di certo lo facevano contro voglia. Intanto, mio padre torna sempre tardi la sera.
Nel 1985 una svolta: il 12 settembre comincio la scuola, il 1 ottobre nasce mio fratello. Solo adesso mi rendo conto quanto sia stato stressante per me quel periodo: del resto, parliamo di due eventi abbastanza pesanti, specie per un bambino di 6 anni. Sedici alunni sono guidati da una maestra molto "vecchio stampo": credo di essere stato uno degli ultimi a vedere i miei compagni picchiati per un errore (una volta, mi beccai uno schiaffone anche io). Un paio di cose dettate dall'impostazione della maestra non giovano molto alla mia socialità. Tra matematica e italiano, io preferisco la seconda materia, mentre la mia maestra dava più importanza alla prima (a Natale avevo già letto tutto il libro di lettura). Quando si tratta di fare lavori di gruppo, poi, il mio cognome non mi agevola: sono l'ultimo dell'elenco sul registro, in una classe nel frattempo ridotta a tredici....Quando si tratta di lavorare in coppia, io devo fare "coppia da solo", perché la mia maestra parte sempre dalla lettera A del cognome e fa solo coppie. Logico che mi senta escluso. Comincio a capire perché un paio di volte abbia fatto la pipì in classe.
La depressione credo cominci in quel periodo.
Il salto dalle elementari alle medie è traumatico: in prima ci capita una prof. di Italiano preparata, ma più adatta ad insegnare in un liceo piuttosto che ad un gruppo di ragazzi che si affacciano all'adolescenza. Arrivano le prime note sul diario (non avevo fatto i compiti perché me ne sono proprio dimenticato), le prime distrazioni ed i primi brutti voti causati dall'ansia (la tremarella davanti alla cattedra me la ricordo solo io), i primi giudizi dei professori ("Si impegna, ma i risultati sono inferiori alle attese"), i primi scherni dei compagni, fino a sfociare in 4 anni di bullismo: due alle medie, altrettanti a ragioneria. Io che non riesco a capire il perché mi trattino così, perché mi chiamino frocio e sfigato né che riesca a difendermi...Intanto, lei, l'ansia, cresce.
Il bullismo peggiora alle superiori: per me è come gettare benzina sul fuoco. Vengo accusato dai miei genitori di non impegnarmi abbastanza, compaiono i primi sintomi psicosomatici, vengo bocciato, cambio classe, ma non si risolvono i problemi.
[continua]

Questo post è stato modificato 3 volta(e), ultima modifica di "mpoletti" (13/09/2018, 16:49)


fran235

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2

giovedì, 13 settembre 2018, 15:19

Bravissimo. Scivi, fa bene. Comunque non ti ha detto tanto male. Mia mamma e mia nonna mi picchiavano con un grosso cucchiaio di legno per ogni stron.... Elementari e medie con suore baffute che mi tiravao le orecchie a ogni piè sospinto e i primi due anni delle superiori a fare a mazzate con dei gorilla che mi chiamavano "fro.." quando erano di umore gentile ;)
Guarda che a parole non si può gestire a mani nude le intenzioni
Stando al posto mio contraddirai quei simboli che sono le emozioni

Belfalas

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3

giovedì, 13 settembre 2018, 15:30

Bravissimo. Scivi, fa bene. Comunque non ti ha detto tanto male. Mia mamma e mia nonna mi picchiavano con un grosso cucchiaio di legno per ogni stron.... Elementari e medie con suore baffute che mi tiravao le orecchie a ogni piè sospinto e i primi due anni delle superiori a fare a mazzate con dei gorilla che mi chiamavano "fro.." quando erano di umore gentile ;)

...e fu così che ti beccasti quel pungo nell'occhio sinistro che ti lsaciò la pupilla permanentemente dilatata aggiungendo uno tocco di mistero in più al tuo già splendido fascino alieno!
Kiss

fran235

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4

giovedì, 13 settembre 2018, 15:58

ahahah...tu ci ridi! suor Domenica era una marcantonia di 1,80 con baffetti da sparviero che faceva più male dei gorilla
Guarda che a parole non si può gestire a mani nude le intenzioni
Stando al posto mio contraddirai quei simboli che sono le emozioni

mayra

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5

giovedì, 13 settembre 2018, 16:56

Mpoletti abbiamo qualcosa in comune: anche il mio parto ( avvenuto nel 1977 ) fu tutt'altro che facile. Ero podalica, nonostante questo il ginecologo decise di farmi nascere con parto naturale, quando sarebbe stato meglio fare un cesareo. Mia madre racconta che alla nascita ero mezza asfissiata, e ho rischiato di morire, ma ormai è acqua passata.
Alle elementari una delle mie maestre ( per altro preparatissima ), si arrabbiava ogni due per tre per futili motivi. Le mani non le ha mai alzate a nessuno, per carità, ma spesso sembrava che cercasse un pretesto per arrabbiarsi ( non era un'impressione solo mia, quasi tutti i miei compagni pensavano la stessa cosa ).
Anche questo è acqua passata.

mpoletti

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6

venerdì, 14 settembre 2018, 10:46

Intanto ringrazio per i commenti, poi [CONTINUA]
Dicevamo,la bocciatura. Per circa un anno, la situazione mi appare sotto controllo; i voti migliorano (non tanto come vorrei), ma le interrogazioni sono sempre un dramma. Studio, mi impegno, ma davanti alla cattedra mi impappino: ho paura, ho l'ansia, balbetto....Roba che ti fa sentire sbagliato. Vedi gli altri tuoi compagni prendere buoni voti ed avere tempo libero. Tu, per riposarti un attimo, devi fare tutto di nascosto, perché i voti devono comunque migliorare. Vengo mandato a ripetizione di ragioneria su consiglio della prof.: capisco i concetti, ma non riesco a memorizzarli con la facilità dei miei compagni. A dire tutta la verità, ho paura del giudizio altrui: non solo dei voti in senso stretto, ma che mi considerino un inetto.
La vita comincia ad essere monotona: scuola 4 ore al giorno, studio a casa 4 ore al pomeriggio. Mio padre si incaponisce che deve aiutarmi a fare i compiti di sera, quando rientra dall'ufficio: il tempo libero si riduce ulteriormente.
Arriva l'anno della maturità, che da quell'anno si chiama "Esame di Stato": 3 prove scritte, un orale, una tesina da preparare. Mio padre mette il becco pure nella tesina da portare all'esame, volendo decidere lui l'argomento. Lo dico al prof. che mi segue per le ripetizioni: lui parla con mio padre e riesce a fargli cambiare idea con un discorso circostanziato, fermo, preciso. Comunque devo studiare Dimagrisco in poco tempo, la pelle si squama come se avessi la psoriasi, ma ce la faccio. Sorprendentemente, prendo 6 al tema (più propriamente 10/15) e circa 8 nella prova scritta di ragioneria (13/15). Nella terza prova prendo due punti in meno della sufficienza, ma un buon orale mi fa arrivare a 65/100: mi sento libero, anche se per poco tempo.
Per l'Università devo trasferirmi da Sondrio a Milano. Mio padre non mi sembra troppo convinto se farò Scienze della Comunicazione, ma la Bocconi proprio non fa per me. Tuttavia, decide che - anziché un appartamento in condivisione - è meglio se vado in collegio. Motivo: tu non sai stare con gli altri e ci sentiamo più tranquilli in un ambiente "controllato". Bella zona, senza dubbio, ma il "bello" finisce lì. Il rettore del collegio vuole che socializzi.
Con le matricole è abbastanza semplice, ma poi conosco un paio di anziani che mi apostrofano come "matricola di m..." e mi chiudo a riccio: l'esatto contrario di quanto voleva il rettore. All'Università è diverso, ma invidio il fatto che gli altri riescano di tanto in tanto ad uscire la sera; a me non è permesso: devo rientrare a mezzanotte, come Cenerentola. La notte non riesco a dormire: ognuno nella propria stanza può fare ciò che vuole, ma le pareti sono sottili come carta velina, la stanza è spoglia.
Comincio a stare il meno possibile in collegio: nel frattempo, dico a mio padre che me ne voglio andare da lì. Un evento imprevisto, ma prevedibile, gioca a mio favore: siccome mi isolavo troppo, secondo il rettore non sono adatto alla vita del collegio, e mi caccia. Vado a vivere in appartamento.
Mi sento più libero, riesco a trascorrere qualche sera fuori, ma sono lento nello studio (i due esami di diritto diventano una tragedia greca). Risultato: due anni di fuoricorso, anche perché ho la sciagurata idea di passare dal Vecchio Ordinamento quadriennale al Nuovo Ordinamento triennale.
[CONTINUA]

fran235

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7

venerdì, 14 settembre 2018, 11:09

anche io sono un genitore...ma quando c'è vo c'è vo

Guarda che a parole non si può gestire a mani nude le intenzioni
Stando al posto mio contraddirai quei simboli che sono le emozioni

mpoletti

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venerdì, 14 settembre 2018, 11:42

[CONTINUA]
Mio nonno materno si ammala nel 1999: lo vedo spegnersi a poco a poco. Mi lascerà un vuoto incolmabile il 29 settembre 2001, un paio di settimane dopo che ero riuscito a passare l'esame di diritto privato con la sufficienza striminzita al terzo tentativo...e dopo un triste evento che tutti ricordano. Tutte le lacrime che avevo dentro le verso nei due giorni successivi. Della mesta cerimonia funebre ricordo ancora vari episodi: un amico di nonno che mi accarezza la testa per consolarmi, l'unico compagno di scuola con cui avevo legato che si presenta al funerale perché aveva visto le carte, mio zio materno che mi passa gli occhiali scuri per coprire gli occhi rossi, mia zia/sua moglie che mi tiene sotto braccio mentre andiamo in Chiesa...e mio padre che mi intima di non piangere.
Riprendo subito l'Università: grazie alla maggior libertà data dall'appartamento riesco a farmi degli amici e a divertirmi. Forse ci siamo, ma qualche cosa - per me - è troppo: orari sballati, grandi spese quando si esce. Non lo so: mi sento a mio agio insieme a loro, ma a volte mi sembra che non mi capiscano. E' come se pensassi di essere normale, ma non lo sono agli occhi degli altri.

Facciamo un salto indietro. Vedendo il mio disagio, i miei mi spingono a consultare uno psicanalista. Lo "specialista" riesce in una cosa che mai avrei immaginato: riesce a non mettermi a mio agio. Alla seconda seduta, mi chiudo a riccio e lo saluto. So che lavora ancora, ma non l'ho mai più rivisto. Primo tentativo di psicanalisi fermato sul nascere: in parte sicuramente per colpa mia, in parte perché credo che lo specialista non fosse stato in grado di prendermi per il verso giusto. Diciamo che è un concorso di colpa: cinquanta percento a testa, con l'attenuante (per me) che io non conosco il mondo della psicanalisi, mentre lui dovrebbe essere in grado di capire le persone...Se, però, non sai a mettere a suo agio un paziente, è meglio che cambi mestiere: io la vedo così.

Credo sia allora che ho deciso di robotizzarmi: faccio solo ciò che volete voi, almeno non mi rompete le scatole. E' evidente che non sono adatto per vivere in questo mondo...ma la soddisfazione di suicidarmi non ve la do, non ve la voglio dare.
[CONTINUA]

finally

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venerdì, 14 settembre 2018, 12:45

Facciamo un salto indietro. Vedendo il mio disagio, i miei mi spingono a consultare uno psicanalista. Lo "specialista" riesce in una cosa che mai avrei immaginato: riesce a non mettermi a mio agio. Alla seconda seduta, mi chiudo a riccio e lo saluto. So che lavora ancora, ma non l'ho mai più rivisto. Primo tentativo di psicanalisi fermato sul nascere: in parte sicuramente per colpa mia, in parte perché credo che lo specialista non fosse stato in grado di prendermi per il verso giusto. Diciamo che è un concorso di colpa: cinquanta percento a testa, con l'attenuante (per me) che io non conosco il mondo della psicanalisi, mentre lui dovrebbe essere in grado di capire le persone...Se, però, non sai a mettere a suo agio un paziente, è meglio che cambi mestiere: io la vedo così.


La prima volta che mi sono trovata davanti ad uno psicanalista, lui fece scena muta, e io pure, continuava a guardarmi con quegli occhi di ghiaccio, eppure ero disperata, diciamo che l'approccio col mondo della psiche non fu il massimo per me.

Altra-menti

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sabato, 15 settembre 2018, 18:26

In tema di nascite

In tema di nascite, posso dirvi che io nacqui a sei mesi e mezzo. Anzi, mi fecero nascere perchè mi stavo soffocando.
Mia madre ebbe una pessima gravidanza, molto solitaria e con costanti minacce di aborto. Mio padre era lontano per lavoro, la sua famiglia di origine non fu mai molto partecipe e mia madre fu costretta a letto, accudita dalla vicina ex-prostituta.

Una volta al mondo, mi misero in incubatrice due mesi, poi alle dimissioni avvisarono i miei genitori che avevo una malformazione cardiaca grave.


Comunque le suore e i preti sono sempre stati grandi oppressori. Conosco parecchie persone cresciute in scuole o istituti con religiosi e nessuno ricorda di essere stato trattato bene. Qualcuno è rimasto profondamente traumatizzato.

mpoletti

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11

Ieri, 11:51

[Continua]
Lo studio rallenta: serate fuori, orari sballati non sono il problema principale. Il problema principale è sempre lo stesso: gli altri riescono a studiare, passare gli esami ed avere del tempo libero....io posso solo o studiare (e sperare di passare gli esami) oppure divertirmi. La classica coperta corta.
Comunque giungo all'ultimo esame con la media del 23 dopo sei anni. Non credo sia un caso che - il giorno dopo il suddetto esame, nonostante fosse maggio - mi sale la febbre: lo stress e l'ansia devono sfogarsi in qualche modo.
Da Milano riparto per Sondrio per il tempo della tesi: scendo una volta a settimana nel capoluogo lombardo per parlare con il professore, ma le cose procedono per il meglio. Non apprezzo il fatto che mio padre voglia a tutti i costi aiutarmi nella stesura: fa sentire "meno mio" il mio lavoro....ma fargli cambiare idea non è difficile: è impossibile.
Tra un capitolo della tesi e l'altro, mi ritaglio qualche spazio per organizzare un piccolo rinfresco da offrire ai miei (quasi) ex compagni di studi dopo la discussione. Invito non-mi-ricordo-quante persone, tra cui P. e G. P. è uno studente di ingegneria, mio amico perché figlio di amici di famiglia (spero sia chiaro). G.,invece, è una mia compagna di Università: a lei facevo leggere i vari capitoli della tesi prima di mostrarli al professore durante il colloquio, solo per passare il tempo, per ingannare l'attesa. Mi sembra logico invitarla alla discussione, prevista per il 15 giugno; lei non si presenta, si nega al telefono...Perché l'ha fatto? La giustificazione che non apprezza l'ambiente universitario come un tempo lascia un po' il tempo che trova, visto che - fino a pochi giorni prima - mi aveva promesso il contrario ("Per te faccio un eccezione"). Avrei dovuto insospettirmi visto che rispondeva al telefono solo quando la chiamavo con il numero nascosto. Insomma, posso dire che ho visto l'ultima volta G. a maggio 2005.
Mentre scrivo la tesi, comincio ad interessarmi per fare qualche stage: ho bisogno di fare esperienza. Un colloquio in questo senso sembra andare bene: per tre mesi dovrei andare a Lecco in una grossa ditta, ma è meglio che ci vada a settembre, perché avrei più possibilità di imparare (durante l'estate, il lavoro latita). Per non stare fermo due mesi, d'accordo con mio padre, vado a fare esperienza in un hotel. Il mio primo approccio con il lavoro non è dei migliori: bravino in linea teorica, ma l'ansia (che - comunque - non sento perché non me ne rendo conto) non mi permette di essere produttivo come il direttore dell'hotel vorrebbe. Non mi caccia solo perché il contratto è breve. Cerco di comportarmi bene con tutti, ma solo chi capisce un po' il mio carattere riesce ad apprezzarmi: sono un tipo sensibile. Chi ha un carattere più duro, riesce ad offendermi e a farmi sentire sbagliato praticamente in ogni circostanza.
[CONTINUA]

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