A me al liceo si è spenta una luce. Dovrei raccontarlo in un altro post, quello da me aperto e come tante cose della mia vita mai chiuso. Ricordo ancora i primissimi giorni. Era l'estate del 2001, e la vissi quasi come ho vissuto quella successiva alla maturità. Ricordo come se fosse ieri quei giorni appena dopo l'11 settembre. Mi rendevo conto, letteralmente, che cominciando il liceo, sarebbe finita la mia vita.
Una vita spensierata, normale, con qualche certezza.
Alle medie studiavo molto, ma perchè durante il giorno perdevo tempo. Le materie orali le studiavo in classe pochi minuti prima di essere interrogato.
Mi sentivo talmente sicuro di me che non mi importava di niente. Ero sicuro, e i risultati erano anche positivi. Positivissimi. Ricordo che la mia professoressa, di me e di un mio amico, quello storico (per chi avrà letto la mia storia altrove) parlava bene anche con gli altri professori.
C'era forse un clima in cui mi sentivo "accettato", anzi "stimato".
Questo clima non è mai più tornato, questa serenità che produceva anche un sano sviluppo delle mie facoltà mentali.
Era sicuramente un'illusione, che mi faceva felice. La mia intelligenza non ha niente di prodigioso, anzi, giorno dopo giorno ne sperimento il fallimento totale. Alla normale angoscia che una qualunque esistenza vive, si somma quella del fatto che giorno dopo giorno sento che la mia intelligenza sta perdendo vigore, mentre la mia volontà di sapere rimane sempre immutata. Mi sento prigioniero di questa volontà mal supportata dal cervello, e così mi sono sempre sentito durante il liceo.
Questa è l'eredità che mi porto dietro dal liceo. Lì mi sarei dovuto "formare", come mai più in seguito: ebbene, io lì, in una maniera che mi pare ancora "assurda", "inconcepibile" (spesso mi chiedo: ma perchè proprio a me, così, all'improvviso), lì è iniziato il progressivo mio disfacimento.
La matematica è stato il punto più dolente di quest'esperienza. Io ho sempre pensato, e penso ancora oggi, che per lo studio della matematica basta che ci sia la passione. Ebbene, in me questa non basta.
Ma dirò di più: quando leggo una cosa, matematica, che non riguarda quello che "devo studiare", la mia memoria, il mio interesse, mi stupisce: riesco a ricordarla a lungo tempo, se non per sempre. Quando invece devo imparare qualcosa perchè "devo", si paralizza tutto in me. E' questa differenza che mi fa paura, più di tutto, perchè nessuno veramente la capisce, è un disturbo "troppo raro" per poter essere compreso da altre persone.
Ho provato a vedere se nel mio "impedimento" per la matematica ci sia qualcosa di patologico: se qualcuno di voi mi può aiutare, gliene sarei grato.
Ho l'impressione che gran parte delle mie sofferenze sparirebbe conoscendo il male di cui sono malato, in relazione al sapere, e alla matematica in particolare. Questo blocco, pigrizia, che è solo legato al fatto che "devo fare una cosa". Questa voce interiore che mi dice "tu non puoi imparare, è matematica, non potrai mai riuscire".
Scusa, Kimitake, scusate tutti la digressione. Sto disperandomi senza lacrime (non riesco nemmeno a piangere più).
E' un problema mio, e sinceramente non me ne frega degli altri, ma se immagino per un momento alle sofferenze che i miei hanno sofferto da quando hanno visto la luce nei miei occhi svanire, comparire sempre quella macchia di terrore, di dolore, di oscuro nei miei occhi azzurri, che da piccolo brillavano di vivacità (a loro dire), se ci penso mi atterrisco ancora di più. Qui al sud, quando si vede un ragazzo, ci si commuove ancora a pensare a quanto intelligente o bello o sensibile o buono sia, e quando una di queste doti viene a mancare progressivamente (nel mio caso è un mix, cala l'intelligenza, cala la volontà, cala la vivacità), credetemi, è una cosa difficilmente spiegabile. A maggior ragione se i miei per motivi di lavoro si trovano costantemente a vedere altri ragazzi in cui certe facoltà aumentano, anzichè diminuire.
Io mi sento così, con due fardelli: quello di non riuscire a spiegare il mio declino intellettuale, cominciato al liceo e mai più esauritosi del tutto, e quello di non riuscire a tollerare che i miei, i miei nonni, soffrano per questo progressivo declino.
Sto pensando seriamente di andarmene, ho pensato più volte di prendere un aereo, una nave, un treno semplicemente, e scappare per sempre da qui, per non doverli più affrontare.