Gli argomenti di cui parliamo mi hanno affascinato sin da quando frequentavo l'Università.
Per questo motivo, ne parlo volentieri.
Ma non sono un medico, tantomeno un esperto.
Dalla mia ho solo un lungo seminario, seguito tanti anni fa, quando voi forse non eravate ancora nati.
A Pier
I vari studiosi si sono sforzati di individuare l'esperienza specifica nella quale l'ansia viene sperimentata per la prima volta; e quindi assunta come modello prototipico di tutti i successivi stati di profondo disagio di fronte a una minaccia interna o esterna.
Da Otto Rank a Rheingold, passando per Freud, ognuno ha visto in un evento specifico la radice dell'ansia, vale a dire di questo profondo disagio che alla fine può compromettere l'armonico equilibrio tra l'Io e la personalità, l'Io e l'ambiente.
E punterei l'attenzione proprio sull'ambiente, caro Pier.
Il ventre materno è l'ambiente a noi più adatto: sicuro, scevro da pericoli esterni. Insomma una sorta di campana di vetro.
Orbene, se in questo ambiente arrivano stimoli esterni, essi sono assorbiti da chi questo ambiente occupa.
Pertanto, se tua madre si spaventava e entrava in ansia nel momento in cui tuo padre si apprestava a picchiarla o la picchiava, è altamente probabile (quasi certo) che tale paura e tale ansia ti abbia trasferito.
E tu, vivendo in simbiosi con lei, l'hai assorbita.
Questo tuo padre non sapeva.
E ignorava che stava rovinando la vita di due persone.
Hai la mia totale solidarietà.
A Simone
Posso darti la stessa risposta che ho dato a Pier.
In aggiunta.
L'ipnosi potrebbe (dipende dalle capacità dell'ipnotista e dalla buona disposizione del paziente) far venire a galla stati di questa natura cui fai cenno.
Attenzione, però.
Non dimentichiamo che Freud a un certo punto rinunciò a esercitare l'ipnosi, poiché constatò che con essa allontanava la nevrosi dal paziente, ma quest'ultimo cadeva poi in altro genere di psicosi.
Bene.
Premettiamo che tu non sia isterico.
Tuttavia, prima di affrontarla, devi sapere se soffri di qualche fobia.
Perché anche in questo secondo caso, rimuoveresti un disturbo per poi cadere in un altro, simile o addirittura peggiore.
Circa il richiamo al '44, tuo padre è stato sicuramente traumatizzato da piccino.
Le bombe, le corse tra le macerie, la paura di morire; il vedere le persone care terrorizzate; tutto ciò non va preso alla leggera.
Ne so, perché anche i miei vissero un anno terribile così. Io, però, nacqui quando tutto era finito.
E, ritornando a tuo padre, non solo si è portato dietro quel trauma; ma lo ha poi evidenziato - cercando una valvola di sfogo - in una qualche forma psicologica distorta.
Comunque, non sottovalutare i litigi tra i tuoi genitori.
Il trauma che a causa di essi un bambino subisce è fortissimo; quasi insanabile.
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In sintesi, e per concludere.
Adesso capirete la mia provocazione (sottolineta in altro post), quando auspicavo un test psicologico molto severo a coppie che vogliono mettere al mondo un figlio.
Non è possibile che, ancora oggi, la superficialità, l'ignoranza, l'egoismo, la mancanza di equilibrio debbano rovinare la vita di esseri che non hanno chiesto di venire al mondo; e che, una volta vista la luce, devono poi trascinarsi addosso per tutta la vita manie, fobie, ansia (con relative somatizzazioni). Infelicità, insomma.
Perché - è inutile strologare - l'ansioso è un essere dotato di una sensibilità eccessiva. E dunque infelice.
E pertanto, proprio questa ipersensibilità gli farà notare cose (ingiustizie, insofferenze, malazioni, ecc.) che una persona non ansiosa non nota; oppure nota, ma su cui non rimugina più di tanto.
Bisogna armarsi, pertanto, di pazienza e forza d'animo.
Imparare a non fermare troppo l'attenzione sui dettagli che la vita ci sbatte in faccia giorno dopo giorno.
Imparare, con l'esercizio continuo, a impiparsene un po' (lasciarsi scorrere addosso gli eventi).
E fare tutto ciò con la consapevolezza che si sta lavorando ad approntare le difese di sé stessi, del proprio equilibrio, della propria salute, psichica e fisica.
Da soli, o con l'aiuto di uno psicoterapeuta (che sia preparato. Voglio dire che entri in «empatia» col paziente. Altrimenti non serve).
Non c'è altra via d'uscita.
Vi ringrazio perché mi date modo di esprimermi (è la mia autoterapia) e Vi saluto con cordialità.
Giacomo