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Il corpo nell’opera di Egon Schiele e Francis Bacon – di Allison Bersani

category Tesi di laurea Allison Bersani 11 Marzo 2012 | 4,913 letture | Stampa articolo |
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Introduzione

L’idea di un confronto tra Egon Schiele e Francis Bacon può sembrare, di primo acchito, curiosa.
I due artisti, infatti, nascono e si muovono in contesti molto differenti. Schiele nasce alla fine dell’Ottocento in Austria, e da questa nazione sostanzialmente non si allontanerà mai, salvo per alcuni brevi soggiorni all’estero.
Bacon nasce invece nei primi anni del Novecento in Irlanda, ma, a differenza dell’austriaco, ha modo di viaggiare molto ed entrare in contatto con differenti culture.
Schiele può essere considerato uno dei maggiori esponenti dell’Espressionismo, Bacon invece, per quanto nella sua pittura approfondisca alcune caratteristiche peculiari di tale movimento, come l’utilizzo di una tavolozza cromatica febbrile ed opprimente, un segno violento e deformante, non può essere associato ad alcuna corrente artistica, rivelandosi un personaggio essenzialmente isolato. Sappiamo quanto sia importante nella storia dell’arte l’ambiente storico e geografico, che fa sì che artisti appartenenti alla stessa generazione e allo stesso contesto culturale presentino delle analogie. Nei due protagonisti di questa trattazione tale criterio viene a mancare, ma scopriremo come i traits d’union che li avvicinano siano ugualmente molteplici.
Nel primo capitolo, “Una vita controcorrente”, si analizzerà come entrambi, a causa delle loro peculiarità caratteriali, si trovino spesso in contrasto con l’ambiente che li circonda. Se per Schiele le maggiori difficoltà sono rappresentate dal rapporto con la chiusa società austriaca dell’epoca, che guarda con sospetto le sue intense opere, per Bacon invece i problemi sono causati soprattutto dal rapporto con i genitori, che faticano ad accettare la sua omosessualità.
Tale problematico rapporto con l’esterno è causa per entrambi di una sofferta percezione di sé e del proprio corpo, argomento che verrà affrontato nel secondo capitolo, “Il corpo ferito”, in cui si avrà modo di osservare come tale tormento trovi espressione mediante segni e gesti violenti e convulsi compiuti sulla figura.
E se è presente un conflitto col corpo, ovviamente, non può mancare anche un rapporto contrastato con la sessualità, come si avrà modo di approfondire nella terza parte del confronto, “Eros contro Thanatos”. La sessualità ha un ruolo preponderante per i due artisti, ma si rivela anche portatrice di angosce e turbamenti, basti pensare che Schiele finisce in carcere accusato di oscenità, e, per quanto concerne Bacon, oltre al complicato rapporto coi genitori, non si può non considerare la difficoltà che deve aver provato ad accettare la propria omosessualità, in un ambiente in cui l’omofilia era considerata reato e per questo severamente punita. Inoltre amore e morte si intrecciano indissolubilmente nella vita dei due pittori, che si trovano a confrontarsi con il lato oscuro dell’esistenza sin da giovanissimi: Schiele attraverso il precoce lutto del padre, Bacon attraverso l’esperienza della guerra che contrassegna gli anni della sua infanzia. Questa consapevolezza riguardo all’incertezza ed imprevedibilità dell’esistenza, conduce entrambi alla ricerca di un senso che vada oltre la peritura realtà fisica. Tale problematica sarà affrontata nell’ultimo capitolo, “Trascendendo la materia”. Mentre Schiele riesce a trovare in una personale visione di Dio e della spiritualità lo scopo del vivere, per Bacon un Dio non c’è, la vita in se stessa è priva di ragione, ma è proprio la ricerca, probabilmente senza fine, di una profonda condivisione della solitudine a renderla appassionante. Se per Schiele ogni individuo è costituito da un’aura di energia luminosa e divina, Bacon preferisce parlare di emanazione, ma in entrambi i pittori emerge la volontà di dipingere ciò che non può essere dipinto, di dipingere ciò che è al di là della realtà concreta e tangibile, di dipingere l’energia di cui è costituito ogni essere vivente, oltre il suo involucro esteriore.
Due artisti quindi molto lontani, geograficamente e culturalmente, ma con un percorso artistico ricco ed articolato che li porta ad abbracciare l’esistenza nella sua dimensione materiale come in quella immateriale, che li conduce ad apprezzarla nelle sue parentesi felici come in quelle più dolorose, amandola in tutta la sua complessità.

 

Capitolo 1: Una vita controcorrente

In questo primo capitolo si analizzeranno brevemente le vite dei due pittori protagonisti della trattazione, l’austriaco Egon Schiele e l’irlandese Francis Bacon.
Si potrà così osservare come le vicende biografiche di entrambi, nonostante si dispieghino in contesti differenti, presentino notevoli analogie.
Se le inclinazioni artistiche di Schiele vengono sostenute ed incoraggiate dalla famiglia, specialmente dal padre, altrettanto non si può dire per Bacon, i cui genitori vedono nel destino artistico deciso dal figlio il suo sicuro fallimento.
La scoperta ed espressione della sessualità rappresenta però per ambedue un’esperienza critica e difficile.
I genitori di Bacon reagiscono infatti duramente quando scoprono l’omosessualità del figlio, tanto da decidere di cacciarlo di casa; per Schiele invece, a rivelarsi problematico, è soprattutto il rapporto con la società in cui vive, che fatica ad accettare la sua vita sessuale, considerandola troppo “libera” per i costumi dell’epoca.
La sessualità quindi rappresenta un motivo centrale della loro vita ed opera, ma si rivela anche causa di sofferenze e scontro.

[…]

 

 

Capitolo 2: Il corpo ferito

 

2.1 Egon Schiele. L’espressione patologica

Nell’opera di Egon Schiele il corpo subisce un trattamento che si potrebbe definire ai limiti del sadismo: eccessivamente magro, consunto, contratto, piegato in forme contorte.
Sono uomini (e donne) schizoidi quelli dipinti dall’artista viennese, che, per non sentire più la freddezza e l’ostilità dell’ambiente che li circonda, si torcono in uno spasmo, quasi volessero abbandonare il corpo stesso. E’ un corpo rinchiuso in una cella stretta e angusta quello che raffigura l’artista, in cui non c’è spazio per muoversi, dove a stento si riesce a respirare.
E’ un corpo che diviene esso stesso prigione.
E’ un corpo spesso isolato, immerso nella sua solitudine ed incomunicabilità, così come solo e prigioniero deve essersi sentito Egon sin dalla prima infanzia.
Possiamo immaginarlo sui banchi di scuola, sognatore ed introverso, mentre trascorre il tempo disegnando vagoni e locomotive. Agli occhi delle maestre appare un bambino distratto, non riescono a comprendere ciò che si cela nel suo animo e non perdono occasione per rimproverarlo. Nemmeno i genitori devono essere fieri di lui, vedendo svanire il destino di ingegnere che gli avevano prefigurato. Il padre però, superata l’iniziale reticenza, appoggerà con entusiasmo le sue inclinazioni, lasciando nella vita dell’artista un vuoto incolmabile al momento della sua precoce scomparsa. Nel 1905 infatti Adolf Eugen Schiele muore, aprendo nel giovane artista una ferita profonda che però avrà il merito di portare alla luce i temi dominanti della sua opera futura: l’associazione tra sesso, colpa, espiazione, insieme all’ossessione della morte e del declino.

[…]

 

2.2 Francis Bacon. Una deformante verità

Se nell’opera di Schiele, come si è visto, il corpo, ridotto ai minimi termini, diviene oggetto di sevizie e torture, nei dipinti di Bacon la carica di violenza che è costretto a subire non è certamente da meno.
Nei quadri del pittore irlandese la figura umana risulta deformata, quasi come fosse stata vittima di qualche disastro nucleare, o sofferente di una grave patologia genetica, come il protagonista di The Elephant Man.
E’ un corpo non chiaramente definito, sempre in balia di forze ed energie che lo spingono da una parte all’altra.
E’ un corpo sospinto da oscure forze inconsce, la cui sofferenza, come per Schiele, trova la sua origine nell’infanzia dell’artista.
Francis Bacon, già lo abbiamo appreso, è un bambino solitario, incompreso, forse nemmeno particolarmente amato, o perlomeno, così deve essersi percepito.
I genitori trascorrono pochissimo tempo insieme a lui e agli altri figli, e i loro bisogni di bambini restano così inascoltati.
Chissà, forse il piccolo Francis si interroga sul perché di tale assenza, si chiede se c’è qualcosa di sbagliato in lui, nel suo corpo. Quando poi emerge la sua omosessualità, la situazione peggiora ancora di più, e il padre lo manda via di casa.
Francis è solo. Così come spesso sole appaiono le figure da lui ritratte. Sole con la loro angoscia, reiette in un mondo scomodo.

[...]

 

 

Capitolo 3: Eros contro Thanatos



3.1 Egon Schiele. Un doloroso amore per la vita e per la morte

Nella vita di Egon Schiele la pulsione vitale, Eros, e la pulsione di morte, Thanatos, si trovano sin dal principio indissolubilmente intrecciate.
Il rapporto col padre si rivela per lui la primaria fonte di affetto ed appagamento: è il padre che lo sostiene ed appoggia nelle sue aspirazioni artistiche ed è sempre nella figura paterna che Egon si identifica, infatti, pur dedicandosi ad una professione diversa da quella di ingegnere ferroviario che aveva svolto Adolf Eugen Schiele, egli coltiverà per tutta la vita la passione per le ferrovie, tanto che i suoi paesaggi ricorderanno sempre le immagini percepite dal finestrino di un treno in movimento.
Ben presto però il padre viene a mancare, nel 1905, quando Egon ha solo quindici anni.
Questo evento segna profondamente la sua giovane psiche e si ripercuote in tutta la sua produzione pittorica successiva.
L’artista si trova, per quanto sia solo un ragazzino, a dover scendere a patti con l’ineluttabilità della morte e con l’incertezza e la precarietà della vita.
Amore e morte si legano così senza via di scampo nel suo animo, quasi fino a fondersi in un tutt’uno e portarlo a scrivere, in una lirica probabilmente databile 1909-1910:

Sono un essere umano, amo la morte e amo la vita.

[…]

 

3.2 Francis Bacon. L’eccitazione tra la vita e la morte

Nella vita di Francis Bacon, così come in quella di Schiele, Eros e Thanatos sembrano intrecciarsi sin dal principio. Se il pittore viennese si trova a doversi scontrare ben presto con la perdita dell’amato padre, per Bacon invece è proprio il rapporto conflittuale con la figura paterna a far emergere in lui la dialettica amore-morte. Bacon, come si è visto nel primo capitolo, parlando della sua giovinezza, ricorda come detestasse il padre, ma allo stesso tempo fosse sessualmente attratto da lui. Amore e odio quindi si alternano nell’animo dell’artista come le due facce della stessa medaglia, sottolineando il carattere violento e contraddittorio della sua personalità.
Ma in quest’affermazione dell’artista si potrebbe intravedere anche un primo, velato senso di colpa: egli forse detesta il padre proprio perché è attratto da lui ed è in qualche modo consapevole della valenza incestuosa di tale desiderio.
Bacon, in ogni caso, dimostra di amare con complessità ed intensità. In un certo senso anch’egli, come Schiele, ama la vita come ama la morte, o meglio, si nutre dell’eccitazione che il loro intreccio produce:

Perché se la vita ti dà eccitazione, anche il suo opposto, come un’ombra, la morte, ti deve eccitare. Forse non proprio eccitare, ma ne sei consapevole quanto lo sei della vita, ne sei consapevole come delle due facce di una moneta che oscilla fra la vita e la morte. E questa idea ce l’ho molto presente circa le persone, e anche circa me stesso, in fondo. Sono sempre molto sorpreso quando mi sveglio al mattino.

[…]

 

 

Capitolo 4: Trascendendo la materia

 

4.1 Egon Schiele. La luce astrale

La consapevolezza, spesso angosciosa, che Schiele sente nei confronti della vita in tutte le sue molteplici espressioni, e di conseguenza anche per la morte, che non rappresenta altro che l’altra faccia della medaglia, il lato oscuro dell’esistenza, è profondamente legata ad una forte percezione del divino.
L’artista parla spesso di Dio nelle sue lettere e nelle sue liriche, per esempio in Schizzo per un autoritratto (1909-1910):

Dio è là, e io lo sento intensamente, molto intensamente, con la massima intensità.

O ancora, in un’altra poesia sempre databile 1909-1910:

Gli artisti colgono abili
la grande luce vibrante,
il calore,
il respiro degli esseri viventi,
quel che appare e scompare.
Intuiscono
la somiglianza
delle piante
con gli animali,
e degli animali
con l’uomo,
e la somiglianza dell’uomo
con Dio.

Per Schiele, quindi, l’artista è una sorta di veggente, di eletto, di illuminato che sa cogliere le profonde connessioni che legano tutti gli esseri a Dio. L’artista è colui che sa vedere oltre le periture apparenze, che riesce a comprendere la natura divina di ogni creatura, al di là di quelle limitazioni fisiche che creano l’illusione della separazione dagli altri esseri viventi.

[...]

 

4.2 Francis Bacon. L’emanazione

Se in Schiele, come si è visto, il senso di Dio e la spiritualità hanno un ruolo preponderante, altrettanto non si può dire per Francis Bacon, il quale, almeno apparentemente, dimostra un sostanziale ateismo che lo porta ad una sorta di sfiducia nella vita o, perlomeno, all’incapacità di trovarvi un senso.

Penso che la vita sia priva di senso; ma noi le diamo un senso mentre esistiamo. Creiamo certi atteggiamenti che le danno un significato mentre esistiamo, sebbene in se stessi essi siano del tutto privi di significato, sul serio

E ancora:

Perché si nasce e si muore, ma nel frattempo a quest’esistenza senza scopo diamo un significato con le nostre azioni.

Per Bacon, quindi, la vita in sé non ha senso, ma tale consapevolezza non lo conduce ad uno stato di apatia ed inerzia, bensì lo spinge a cercare una sorta di condivisione di tale insensatezza. L’artista irlandese non crede in Dio, ma la sua pittura è pervasa da tutte quelle energie sottili esplicitate da Schiele.

[...]

 

 

 

Per consultare la tesi della Dott.ssa Bersani nella sua completezza cliccare qui >>







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