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Un lungo addio. Adele ed il tema dell’abbandono – un caso clinico in forma di racconto che apre una finestra sul soggettivo del terapeuta

category Psicoterapia Luciano Lodoli 30 Novembre 2007 | 3,293 letture | Stampa articolo |
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Adele giunge alla mia osservazione una sera di maggio 2003. Ha telefonato chiedendo di essere ricevuta subito perché si sente “terribilmente debole, depressa ed angosciata. Non so se riuscirò ad aspettare domani”.

Ha 28 anni, laureata in agraria, è impiegata in una fabbrica tessile. Originaria di Terni, ove ora lavora, vive in una casa in campagna in affitto da sola. Ha una sorella di sette anni, figlia del padre e della sua attuale moglie. Ha una grande passione per la letteratura e partecipa da alcuni anni all’attività di una scuola di scrittura creativa, in cui ora fa parte dello staff a titolo volontario. Da tre anni ha un rapporto affettivo con un ingegnere di 34 anni, conosciuto frequentando la scuola di scrittura, della quale anch’egli è assiduo frequentatore. Ad una seduta successiva porterà questa scheletrica auto-caratterizzazione: Adele è una persona sensibile, in questo periodo è molto chiusa e si sente spesso inutile. E’ molto precisa. E’ molto sensibile. Si abbatte facilmente. Fa fatica ad instaurare relazioni ma quando ci riesce crea rapporti profondi. Fisicamente è carina ma comune; ha un viso che si dimentica facilmente. Concludendo è una persona come tante: non ha qualcosa che la renda speciale. Da circa tre mesi si “abbatte facilmente”ed ha perso progressivamente appetito, attualmente pesa 52 Kg ed è alta 169 cm. Si sente sempre più ansiosa e dorme con sempre maggiore difficoltà. Riesce ancora a lavorare ma ciò le costa “uno sforzo enorme”. Al di fuori del lavoro si é ritirata in casa limitando le relazioni sociali a qualche presenza alle attività della scuola di scrittura. E’ convinta che anche la sua relazione affettiva stia “deteriorandosi”.

UNA “PRESENZA”

Alcune notti addietro si è svegliata all’improvviso angosciata e molto triste, con il pensiero che sta vivendo una vita che non le piace e che il suo futuro è “troppo incerto”. In quella occasione ha avuto una “strana esperienza”: A: Avevo la sensazione di una presenza… di qualcuno nella stanza. Ho acceso la luce… ho visto che nessuno c’era, ho però continuato a sentirmi come minacciata ancora a lungo.

Mi sentivo fortemente turbata… inquieta. Mi sentivo molto indifesa, ero sola e mi sentivo in balia di questa presenza, come se fossi… incapace di difendermi. Da quel momento ho avuto altre volte quella sensazione di sentire una presenza vicino a me, durante la notte ed anche oggi che sono rimasta a casa… non sono andata a lavorare. Adele si dice consapevole della natura illusoria di questa sensazione ma afferma che la cosa le rende ancora più grave l’insonnia. Ormai dorme due, tre ore di sonno poco ristoratore e spesso interrotto.

T: Questa “sensazione di presenza” di cui mi ha parlato. Se ci pensa le suscita altre immagini, altri ricordi? Momenti in cui ha provato sensazioni simili…

A: L’unica cosa che ho pensato è che mi ha turbato. Mi imbarazza anche solo parlarne e… penso che non ha senso, non c’è nulla di vero, è solo una paura… che ogni tanto mi prende.

T: Se non se la sente di parlarne ora… prendiamo nota che c’è quest’altra paura di cui mi parlerà quando le sarà possibile.

DIAGNOSI DESCRITTIVA

A conclusione della prima valutazione ho gli elementi per formulare diagnosi di episodio depressivo maggiore. Dei requisiti del DSM IV TR sei su nove sono rispettati (richiesti minimo cinque):

1) umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno… presente

2) marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività del giorno, quasi ogni giorno per la maggior parte del giorno… presente

3) significativa perdita di peso, senza essere a dieta… presente

4) insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno… presente

5) agitazione o rallentamento psicomotorio… non presente

6) faticabilità o mancanza di energia quasi ogni giorno… presente

7) sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati… presente

8) ridotta capacità di pensare o di concentrarsi, o indecisione… non presente

9) pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di morire)… parzialmente presente

C’è inoltre quella vaga ombra allucinatoria (“sento una presenza vicino a me”) su cui mi propongo di acquisire presto ulteriori dati. Le consiglio di iniziare un trattamento farmacologico ma Adele rifiuta decisamente dicendo che vuole provare ad uscirne senza farmaci. Adottando le precauzioni del caso circa un eventuale rischio di atti autolesivi, accetto di testare la praticabilità di un iter solo psicoterapeutico.

LINEAMENTI DI STORIA FAMILIARE

Quando Adele nasce i suoi genitori sono sposati da tre anni, la madre, 23 anni, è studentessa universitaria, il padre archeologo 29 anni è già affermato nell’ambiente avendo partecipato ad una importante campagna di scavi in Iraq. La famiglia di origine della madre, contadini proprietari, è considerata un nucleo importante al quale Adele fa sempre riferimento quando ha bisogno di “calore umano”. Le da “il senso di appartenere a qualcosa di sereno … rassicurante”. E’ una famiglia numerosa. Adele si dice molto legata a questi nonni, agli zii ed ai cugini. La famiglia paterna, borghese, è sentita un po’ “fredda ed estranea”. I nonni paterni muoiono quando Adele è ancora bambina. Quando ha cinque anni i genitori si separano. La paziente commenta: ”Ho sempre pensato di essere stata fortunata ad avere dei genitori che si sono separati piuttosto che stare forzatamente insieme”. Adele è affidata alla madre ma diverse volte, nel corso degli anni, passa lunghi periodi con il padre. L’anno successivo alla separazione dei genitori, muore un amico di famiglia, che Adele chiama “zio Andrea” e cui è molto affezionata. Le scuole prima e l’università poi sono attraversate con costanti successi, senza eccessiva fatica. Solo alle medie Adele sente la madre “severa. io molto spesso non mi sentivo all’altezza delle sue aspettative”.

IL PADRE

Durante l’infanzia: ”Era presente, disponibile, io lo sentivo importante” Dopo la separazione, nel periodo delle scuole elementari: “Io mi sentivo amata, ma era poco presente, con altri interessi che lo allontanavano da me. Spesso passava lunghi periodi di lavoro all’estero. Lui suppliva alle assenze con regali. Io non ero abbastanza importante da tenerlo vicino a me. … Quando avevo sette anni sono stata per quasi un anno da lui, all’estero, quando viveva con una donna che aveva un figlio più o meno della mia età, con il quale non mi sono trovata bene. … Stavo da loro, mio padre non sapeva aiutarmi per ciò che riguardava la mia nostalgia per la mamma lontana: quando ero triste sapeva solo darmi delle pacche sulla spalla e mi diceva – cerca di non pensarci! … Una volta, quando stavo da lui, mi ero svegliata di notte, ero andata a cercarlo, la porta della sua camera era aperta e ho visto che stava facendo l’amore con quella sua donna. Questo l’ho capito solo dopo però … allora ho pensato che c’era qualcosa di cui non mi aveva mai parlato, e per questo mi sono sentita tradita, ed ho anche pensato che era una cosa proprio orribile quello che vedevo. Vedevo come dei vermi che si attorcigliavano. Vedevo soprattutto un vermone con il sedere flaccido e brutto, che era mio padre. In realtà mio padre ha un bellissimo fisico ed anche il sedere non ha nulla di brutto, ma io quella volta lo vidi orribile. Allora sono scappata! Sono andata in camera mia e mi sono ficcata sotto le coperte. Dopo un po’ ho sentito arrivare mio padre. Ho visto attraverso una fessura degli occhi che si era rivestito. Mi ha chiamato e chiesto se lo avessi cercato, ma io non ce l’ho fatta a parlare con lui, ho finto di essere addormentata profondamente e non ho risposto. Dopo un po’ se ne è andato. Io sono rimasta sveglia tutta la notte”.

Durante l’adolescenza: “Mio padre non capiva mai le mie esigenze, mi trattava da piccola. Quando io avevo diciotto anni mio padre si è risposato con una donna che lo irretisce e che non è alla sua altezza. Mio padre ora è sempre più preso dalla nuova famiglia. E’ asservito alla moglie. Ho l’impressione che non mi conosca più bene e nemmeno gli interessi più di tanto capirmi. Per questo non ho confidenza con lui, anche se non ci sono più grossi conflitti tra noi”.

LA MADRE

Durante l’infanzia e la fanciullezza: “Era molto presente e affettuosa, protettiva, rassicurante. Mi sentivo protetta ed amata”. Adele ricorda però bene di una volta, aveva sei anni e mezzo, quando la madre dimentica di andarla a prendere a scuola: “si è giustificata dicendomi che era stata presa da un problema che la aveva distratta al punto di farle perdere il senso del tempo che passava”. Durante l’adolescenza: “Mamma mi capiva, mi vedeva come ero. Era dinamica e forte”. Da quando Adele ha sei anni la madre convive con un nuovo compagno, che sposa dopo qualche anno. Adele ha sempre considerato quest’uomo “affettuoso ed affidabile”.

LEGAMI AFFETTIVI

1. A quindici anni Adele ha la prima storia di un certo rilievo. Dura circa sei mesi e ne conserva “un bel ricordo”.

2. Ha poi una relazione che dura circa tre anni con un coetaneo “molto intelligente, sensibile”. Adele è molto addolorata per la fine di questo rapporto anche se sono rimasti amici e ogni tanto si rivedono ma “ora credo di non sentire più amore per lui, ma solo amicizia”.

3. Il terzo legame dura sequattro anni. Adele e Franco prendono casa insieme e si considerano una coppia destinata a un lungo percorso insieme. Quando comincia a delinearsi la prospettiva di un progetto di vita insieme, con figli e altro, inizia un periodo di avvicinamenti ed allontanamenti fino ad una rottura traumatica.

4. “Non avevo più desiderio sessuale, avevo paura di essere diventata frigida. Franco era diventato eccessivamente, maniacalmente, geloso. Mi aggrediva con parolacce. Una volta anche fisicamente. A quel punto l’ho lasciato“.

5. Del successivo compagno, Paolo, Adele dice è “dinamico, entusiasta, ha una forte personalità”.

Il rapporto attraversa, al tempo del primo ciclo di sedute, un periodo di difficoltà decritto da Adele come dovuto al suo desiderio di maggior “coinvolgimento e condivisione. Sento che ognuno fa la sua vita. Io desidero convivere in una casa nostra. Non spostarci continuamente dalla mia alla sua senza che nessuna delle due si possa dire nostra. Paolo non vuole convivere con me. Mi sembra che ci sia poco colloquio tra noi, lui ha bisogno solo di raccontare le sue prodezze, è egocentrico”. Adele in questo periodo oscilla continuamente tra il desiderio di avvicinarsi a Paolo e quello di allontanarsi per punirlo. Nel momento in cui ne parla, al termine della quarta seduta con la quale chiudiamo il primo colloquio, Adele pensa che “il fatto di non riuscire a stare bene con Paolo” sia la causa di gran lunga più rilevante del suo episodio depressivo. Ne parla come di un suo “fallimento personale.”

A: Io non riuscirò mai a stare bene a lungo con qualcuno… starci bene anche quando io comincio a pensare al futuro, ad una casa nostra, ad avere dei figli.

T: Cosa pensa Paolo di questi desideri?

A: Non ne vuole sapere! Anche prima di stare con me diceva sempre che per lui la cosa più importante è la sua libertà e che non avrebbe mai voluto sposarsi o anche solo convivere. Avere una famiglia e figli, meno che mai! Paolo ha un carattere forte, dominante, è un egocentrico.

T: Egoista?

A: Egoista mi sembra troppo. Però… c’e anche il fatto che non vuole conoscere la mia famiglia. Mia madre l’ha vista qualche volta, ma non ha mai voluto conoscerla meglio e gli altri parenti li evita. L’altro giorno abbiamo incontrato uno dei miei zii, sua moglie e due miei cugini. Lui è stato muto tutto il tempo. Io sono che se non li avessi presentati come miei parenti sarebbe stato cordiale e loquace convinta.

T: Ma lei come ci sta con Paolo ?

A: Quando stiamo insieme all’inizio sto bene, poi piano piano cominciano a venirmi in mente tutte le cose che non mi piacciono di lui ed io mi sento sempre più triste. Quando sono sola però sono tristissima anche se spesso penso che lo devo assolutamente lasciare.

T: Se lo lasciasse cosa succederebbe?

A: Sarei disperata! Non lo posso lasciare perché lo amo! E poi ho troppa paura di restare sola.

T: Di essere sola?

A: No, non precisamente… paura di non trovare mai più qualcuno, quando ne avrò bisogno. Di restare sola per tutta la vita …

DEFINIZIONE DEL PROBLEMA

Trascorso un mese, durante il quale abbiamo concluso, in quattro sedute, il primo colloquio, Adele sta meglio. Dorme a sufficienza, anche se continua a svegliarsi spesso durante la notte, mangia di più a volte anche con appetito e piacere, è meno conflittuale con il partner ed ha ripreso a cercare attivamente un nuovo lavoro (“quello attuale non mi piace affatto”). Inizia ad esprimere teorie su di sé: “credo che la mia insicurezza, che causa la mia ricerca di certezze [di essere considerata importante ed amabile, come ha chiarito a mie successive domande] con le persone, sia nata con la separazione dei miei genitori”.

A: Le volte scorse, quando le raccontavo i miei tentativi di stare bene con mio padre quando andavo a stare da lui, ho avuto la stessa sensazione di sofferenza che provo quando non capisco cosa è Paolo per me ed io per lui. Dubito di Paolo e sto male perché penso che dubito di lui. Non so proprio come possiamo stare bene insieme! Ormai è più di un anno che io cerco di dare una forma più definita alla mia vita. Vorrei convivere con Paolo, trovare un lavoro più soddisfacente. Vorrei anche avere nuovi amici, ma ora mi è difficile frequentare anche quelli che ho. Più mi sforzo più ottengo il contrario. Per questo sono triste e mi isolo. Ho paura di non riuscire ad ottenere niente di quello che mi aspetto nella vita.

Le chiedo, per concludere il panorama dei suoi problemi attuali, se ci sono altre cose che la intristiscono o comunque che la facciano soffrire.

A: Quella paura di cui non ho parlato l’altra volta. Ne posso parlare, ho pensato. Anche se so che non c’è un reale pericolo che possa succedere è una cosa che mi infastidisce: a volte ho paura di essere violentata.

T: Da chi?

A: No, no, da nessuno. E’ una cosa immaginaria, come quella “presenza”, è per questo che ho collegato le due cose.

T: Quando le è venuta questa paura?

A: C’è sempre stata… una paura vaga… io ho sempre pensato che mi sia stata messa in testa da mia madre quando mi faceva le raccomandazioni che si fanno ai bambini, del tipo: stai attenta ai maniaci! Io da piccola immaginavo questi maniaci come dei mostri, degli alieni, qualcosa di non proprio umano!

IPOTESI ESPLICATIVA

Adele ha raccontato la sua infanzia, in modo ancora sommario, ma è possibile avanzare alcune ipotesi. E’ facile individuare un importante momento di frattura nella sua narrazione autobiografica, la separazione dei genitori. Adele prende coscienza di questo evento in modo improvviso, la separazione gli è descritta con definizioni minimizzanti ed è da lei vissuta in solitudine senza ricevere aiuto sufficiente dai suoi caregivers. La bambina non è stata in grado di elaborare l’allontanamento da casa del padre, pur contando ancora su una discreta relazione con la madre che però talora appare distratta dalle proprie problematiche emotive. Adele vive l’uscita del padre da casa con senso di colpa e di inadeguatezza: “Io non ero abbastanza importante da tenerlo vicino a me”. Da quel momento, e non ha ancora smesso del tutto, è lei ad inseguire il padre, divenuto evitante poiché non riesce più a vedere la figlia senza soffrire per la perdita del rapporto con la madre [Adele lo capirà molto più tardi]. In ogni possibile interazione affettiva con il padre Adele ne testa l’affetto e subisce cocenti delusioni per come vive l’interazione con lui. La morte dell’amico di famiglia “zio” Andrea l’anno seguente e, nei due anni successivi, del nonno e della nonna paterni , sono lutti che Adele deve elaborare in aggiunta alla separazione dei genitori. Adele ha così strutturato una organizzazione di significato personale di tipo depressivo. Coesistono peraltro tratti che rimandano ad una organizzazione tipo disturbi alimentari psicogeni. Un possibile precedente attaccamento più sicuro è ipotizzabile sia per come Adele definisce i suoi genitori ricordando la prima infanzia (dice del padre ”era presente, disponibile, io lo sentivo importante” e della madre “era molto presente e affettuosa, protettiva, rassicurante.

Mi sentivo protetta ed amata”), sia per come esprime, in modo non verbale, emozioni positive quando parla di questo periodo, in contrasto con le espressioni cupe e tese che assume spesso quando parla dei suoi genitori, soprattutto del padre, riferendosi al periodo successivo alla loro separazione. Questo ipotetico precedente attaccamento più sicuro potrebbe aver limitato l’effetto destabilizzante di altre esperienze traumatiche certe (vedi l’episodio in cui scorge il ”vermone”), o vagamente inferibili (vedi la “presenza” e la “paura di essere violentata”). Esperienze traumatiche che avrebbero potuto avere un più grave effetto disorganizzante sull’attaccamento. Tacitamente mi propongo di affrontare quest’ultimo aspetto quando, e se, sarà possibile.

PRIMO CONTRATTO

Concordiamo sulla necessità prioritaria di completare l’uscita dall’episodio depressivo. Decidiamo pertanto di programmare una terapia breve finalizzata al trattamento dell’episodio depressivo. Ottenuto questo risultato rivaluteremo il caso e decideremo se effettuare un ulteriore percorso terapeutico.

PRIMA FASE DELLA TERAPIA. SEI SEDUTE PIATTE, MA NON STERILI

Adele afferma “sento che la mia sofferenza può essere causata solo dall’incertezza sul futuro del mio rapporto con Paolo. Anche il mio lavoro, che non mi piace, mi sembra un problema piccolo rispetto a quello che mi causa Paolo. Ormai posso solo scegliere se lasciarlo e soffrire o restare con lui e soffrire. In tutti e due i casi starò peggio di ora”. Evito di proposito, in questa fase, di sottoporre a critica questo argomento che mi appare attualmente l’unico appiglio che la paziente ha saputo escogitare per diminuire la sua angoscia. Immagino di ascoltare un suo colloquio interno: °°è vero che sono in una situazione di stallo, che mi fa soffrire terribilmente, ma se non ci fosse questa cosa che non so cosa devo fare con Paolo, tutto andrebbe a meraviglia°°. La terapia perciò, è stata centrata sul presente. Abbiamo messo a fuoco i sintomi presentati da Adele e cercato di riferirli a specifici eventi ed alle sue attuali credenze. Riporto un esempio di eventi quotidiani portati da Adele in cui tornano i tre temi fissi del rapporto con il padre, del rapporto con Paolo e del lavoro che non la soddisfa: “Ore cinque sveglia : sono ansiosa. Arrivo al lavoro e mi sento oppressa dalle molte cose che trovo da fare. Non sopporto più questo lavoro. A metà mattina telefono a mio padre, gli chiedo di prendere informazioni relative ad un concorso per impiegato all’ ** [ Ente di ricerca correlato all’ istituzione di cui è membro il padre] . Lui tergiversa, dice che il posto non è interessante, e dice che non può informarsi personalmente perché apparirebbe come una raccomandazione. Sento rabbia, mi da fastidio la sua solita mancanza di disponibilità. Tornando in macchina dal lavoro mi torna in mente che in questo momento io e Paolo siamo un po’ lontani. Sono molto triste e mi sento sola. Ma da qualche giorno ho la sensazione di poter sopportare meglio la tristezza rispetto a prima. Dopo un po’ mi sento contenta perché questa sera riprendo il corso di scrittura”. Adele continua a migliorare. Pur non verificandosi alcun drammatico cambiamento, si evidenziano alcuni indicatori Sudpositivi. Sono piccoli particolari ma nel complesso depongono per uno sviluppo favorevole. Ad esempio noto che Adele comincia a parlare spontaneamente delle sue emozioni e, come qui sopra per la tristezza, ne sa cogliere l’adeguatezza rispetto al contesto.

UN VIAGGIO IN SUD AFRICA

Dopo nove sedute, comprese le quattro del primo colloquio, Adele è ormai quasi completamente uscita dall’episodio depressivo: “ora soffro in qualche momento della giornata, quando penso ai miei problemi, ma mi passa presto. Sento che sto meglio ogni giorno”. Adele ha in programma un lungo viaggio in Sud Africa con Paolo. Durerà circa 40 giorni. Adele è sicura che tutto andrà benissimo, perché anche durante gli altri viaggi che ha fatto con Paolo sono sempre stati bene: “per me il tempo di questi viaggi è un tempo proprio speciale. E’ come vivere un’esperienza felice molto diversa da quella della realtà quotidiana”. Stabiliamo di rivederci appena Adele sarà tornata dal viaggio”.

UN NUOVO “MERAVIGLIOSO” IMPIEGO

Ci rivediamo dopo le ferie estive. Adele è serena e felice per come è andato il viaggio. Sta, dice, veramente bene. Ha una importante novità da comunicarmi: ha trovato un nuovo impiego, presso una galleria d’arte a Terni, sarà responsabile dell’organizzazione delle mostre e della redazione dei cataloghi “proprio il tipo di lavoro che ho sempre desiderato”. Facciamo altre due sedute durante le quali Adele non fa che ripetere di essere entusiasta del nuovo lavoro e di sentirsi molto bene. Lo star bene di Adele a mio avviso è fortemente condizionato dall’evento favorevole del nuovo impiego e dal ricordo piacevole del bel viaggio. Il suo nuovo equilibrio non può che apparirmi alquanto precario. Ma, come non manco di segnalare alla paziente, ci sono motivi fondati di ottimismo. Questo nuovo lavoro non è caduto dal cielo, ma è frutto di una sua attiva ricerca, portata avanti in un momento di scompenso, ma ben condotta per mesi ed orientata a soddisfare un suo preciso progetto di vita. Prendere coscienza di questo suo atteggiamento attivo ed efficace potrebbe aiutarla a nutrire maggior fiducia anche per ciò che riguarda il suo problema affettivo. Adele a questo punto è poco motivata ad approfondire i temi rimasti inesplorati. Conveniamo perciò di concludere questo primo percorso terapeutico programmando un paio di sedute di follow-up tra due e quattro mesi.

SECONDA FASE DELLA TERAPIA

E’ passato più di un anno. Adele è andata a vivere a casa di Paolo “ma non è come se fosse una casa nostra. Ci sto un po’ come un ospite”. Ogni tanto mi ha inviato una mail con la quale mi ha tenuto al corrente delle sue riflessioni su se stessa. Di solito dice che tutto va bene e che per quanto riguarda il suo rapporto con Paolo non ci sono novità: lei si aspetterebbe, come sempre, di più. Alla fine di gennaio 2004 ricevo lunga mail, con cui Adele chiede di riprendere la terapia.

…Penso che sia giunto il momento di riprendere la terapia. Ho preso una grande decisione: torno a vivere nella casa dove stavo prima di andare da Paolo E’ stata una decisione durissima. Sento di averlo dovuto fare perché non ce la facevo più a sostenere una situazione tanto precaria: Paolo non voleva che io lasciassi questa casa (“perché non si sa mai..”). Quando io parlavo del desiderio di cercare una nuova casa per noi, più vicina a Terni (la lontananza e le 4 ore di viaggio al giorno per andare e tornare dal lavoro a casa sua mi stavano uccidendo), lui prendeva tempo dicendo che non era ancora pronto. Sono convinta che io e lui desideriamo cose completamente diverse: io voglio una casa mia (nostra), possibilmente da comprare, lui no; io voglio dei figli, lui non ne vuole nemmeno parlare; io penso al futuro, lui vede solo il presente. Per me questo non è vivere insieme, non è condivisione. … So benissimo che tornare alla mia vecchia casa comporterà, probabilmente non subito, la fine del nostro rapporto! Forse io sarei stata disposta a rinunciare, anche se con una certa fatica, ad avere dei figli. Ma non a rinunciare a tutto (una casa mia, i progetti ecc.). Io ora mi sento veramente male, non faccio altro che piangere. Sento proprio che in me c’e qualcosa che non va…

RIFORMULAZIONE DEL PROBLEMA

Adele presenta il problema come se le sue oscillazioni di umore dipendessero esclusivamente da cause esterne, a prescindere da lei. Ritiene, a volte, che siano o il segno di una malattia e, altre volte, che dipendano dagli altri, in particolare da Paolo. Ha lo stile affettivo tipico del depressivo: per riconoscere che il partner sta veramente con lei, questi “deve attraversare un fossato e stare con lei separato dal resto del mondo” (come diceva Guidano). Adele torna in terapia nel momento in cui sembra avere acquisito la certezza che il rapporto con Paolo è destinato alla rottura, e questa rottura la avverte come se significasse la perdita dell’ultima occasione affettiva della vita. Quasi ne vuole preconizzare la fine, per ridurre un’incertezza per lei insopportabile. Su questa base si appresta a gestire una prolungata fase di distacco. Ricordo la mia decisione di non affrontare il tema dell’abbandono in fase di episodio depressivo maggiore.

Ecco che ora la paziente mi sta dando il timing per la riformulazione: sta meglio e potrà modificare l’attuale concezione di sé inerme vittima del destino. Adele in questa fase alterna periodi sereni a momenti di grandi oscillazioni emotive. Evito accuratamente di entrare in discorsi del tipo se sia giusto mantenere o rompere il rapporto. Cerco con alcuni episodi in “moviola” di farle riconoscere i processi che regolano in lei il formarsi dell’immagine dell’altro e che tipo di difficoltà ha a modificare l’immagine irrealistica e contraddittoria e allo stesso tempo rigida che ha di Paolo. Questo lo facciamo a partire dalla presa d’atto del fatto che lei ha già una precisa percezione di come finirà la storia: “so benissimo che tornare alla mia vecchia casa comporterà, probabilmente non subito, la fine del nostro rapporto!”. Qui inizio a prendere coscienza di una specifica ridondante invarianza di tutte le sue storie affettive,: dall’ultima via indietro fino ai ricordi associati al desolante senso di perdita vissuto da bambina nei confronti del padre che si separa ed esce di casa: “io non ero abbastanza importante da tenerlo vicino a me”.

SECONDO CONTRATTO

Chiedo a Adele di proporre un obiettivo per questa fase della terapia. Lei ne indica due:

1. Imparare a prendere decisioni

2. Essere serena e soddisfatta della mia vita

Sul primo cerco di portarla a considerare che questa potrà essere una sua conquista ma solo al termine di un percorso, non solo cognitivo, di reale cambiamento. Se non riusciamo prima a comprendere cosa vuol dire per lei prendere una decisione che ritiene così importante, l’obiettivo, così posto, non è perseguibile. Sul secondo la porto a riflettere sul fatto che la serenità e la soddisfazione sono stati d’animo e che, in quanto tali, non è possibile produrli a piacimento. Si possono solo vivere e godere quando capitano. Gli obiettivi della terapia devono essere tali che possa essere lei a renderli realizzabili. Le propongo quindi di ridefinire gli obiettivi come segue:

1. Chiarire quali sono i fattori ricorrenti che le rendono difficile e doloroso prendere specifiche importanti decisioni.

2. Riconoscere quando e come le sue emozioni la disturbano. Da quali eventi o pensieri sono precedute, come si presentano nel contesto, come lei cerca di gestirle.

3. Resta implicito lo scopo di aiutarla ad elaborare la perdita della separazione da Paolo se, come appare inevitabile, il legame sarà rotto.

LA GELOSIA E LA RABBIA

Durante l’estate e l’autunno non va in vacanza con Paolo, pur senza dichiararlo esplicitamente sta provando il distacco. A metà settembre Adele inizia a riferire una forte gelosia nei confronti di una conoscente comune, Virginia, che Paolo vede ogni tanto, ma sempre più spesso, “per pura amicizia” dice.

A: Lei è il prototipo di quello che io non riesco ad essere, e che nemmeno vorrei essere. Lei sa farsi apprezzare compiacendo. Lei sa mostrarsi per quello che non è per ottenere benevolenza. Lei appare orgogliosa e soddisfatta al solo pensare di aver collezionato una preda.

T: Quando ha cominciato a sentire questa gelosia?

A: Da più di un mese mi sono accorta che si telefonavano e che Paolo, pur dicendomi quando la vedeva, era più evasivo del solito se gli chiedevo cosa si dicono e cosa fanno insieme.

Poi un giorno ho fatto una cosa di cui mi vergogno moltissimo: ho letto una lunga lettera che stava scrivendo a Virginia in cui le diceva cose tipo “anche tu mi stai nel cuore e nella mente” oppure “sei il mio tipo”. Io ci sono stata malissimo, anche se non c’era nulla di esplicito, solo frasi ambigue

… T: forse non tanto ambigue …

A: … non tanto!

T: Cosa ha pensato?

A: Che Paolo mi tradisce con lei.

T: Ha detto che è stata malissimo. Cosa ha provato mentre leggeva la lettera.

A: Prima di tutto mi sono sentita annichilita. Non so come raccontarlo… era come se improvvisamente tutto quello che avevo di più…

T: Sì…

A: [piangendo] come se avessi perso tutto… non per Paolo, no… come se ormai non mi rimanesse più niente e che per questo sarò sempre infelice.

T: Ma nei confronti di Paolo cosa, quali emozioni ha provato?

A: Mi ha fatto pena perché si è fatto … fregare da lei!

T: Paolo non ha “un carattere forte, dominante”… non me lo aveva detto lei?

Adele appare sorpresa e turbata e sembra riflettere per la prima volta sull’altro come fornitore di informazioni su se stesso e non come definitore esterno.

A: E’ vero a questo non ho pensato …

T: Posso ripeterle la domanda? Cosa ha provato nei confronti di Paolo?

A: Non so. Mi sento troppo male quando penso a Paolo. Questo è un guaio per me perché non riuscirò nemmeno a lasciarlo! O almeno mi sarà molto più difficile.

T: Non capisco bene…

A: Lei, Virginia, potrebbe prendere il mio posto. Io non riesco a pensare a loro felici. Magari loro potrebbero avere quello che non abbiamo avuto noi.

T: Capisco è normale essere gelosi in queste situazioni. Io però vorrei ripetere la domanda cosa prova nei confronti di Paolo?

A: E’ questo che mi angoscia, non so cosa pensare!

T: Mi dica una cosa. Nell’ipotesi che sia lei che decida di lasciare Paolo, e che lo lasci perché ha capito che è questo che vuole, cosa le può importare di chi e come possa stare con lui?

A: Non lo so… però non tollererei che siano felici insieme! preferirei che spariscano tutti e due dalla faccia della terra!

T: Quanta rabbia, Adele!

A: E’ rabbia … questa?

Per due mesi Adele controlla assiduamente ogni pensiero e comportamento di Paolo, quando si vedono, ma ormai si vedono sempre meno. Quando Paolo è lontano Adele lo controlla con assiduità anche maggiore, invia continui messaggi sul telefonino, con cui richiede dettagliati ragguagli sui suoi movimenti e sulle persone che vede. Sembra sempre ossessionata dalla gelosia e sempre più ingaggiata in questa attività di controllo a 360 gradi su Paolo. Al pensiero del distacco in Adele si attivano la rabbia che, pian piano comincia a riconoscere, la disperazione, la previsione della solitudine, accompagnata dalla convinzione di una sua scarsa amabilità, vissuta come indegnità o difetto. Certe volte sta un po’ meglio e riprende un poco di fiducia, altre volte oscilla così fortemente tra rabbia e disperazione, che mi ricorda l’amore folle della protagonista di “Adele H.”, il bel film di Truffaut, tratto dal libro biografico di Victor Hugo sulla figlia.

UN SOGNO DI ADELE

Una volta mi porta il resoconto scritto di un sogno a suo dire molto angosciante, che l’ha svegliata quella mattina: “Vado a M. e ne approfitto per passare all’azienda tessile in cui avevo lavorato prima dell’attuale impiego e salutare gli ex colleghi. Mi trovo dapprima nel locale dell’amministrazione dove devo definire una questione rimasta pendente. Le porte improvvisamente si chiudono rumorosamente di scatto: sono ora porte blindate automatiche. Mi agito, ci sono molte persone nella stanza, la più vicina mi dice che c’è una nuova regola che vuole che durante l’orario di lavoro le porte rimangano chiuse. Io dico a voce alta, quasi gridando, che non c’entro niente, non lavoro più lì e voglio uscire. Finalmente mi trovo al piano di sotto, dove un tempo lavoravo, e qui incontro Maria la mia vecchia collega di stanza. In quel momento arriva anche R. il mio nuovo capo, il padrone della galleria. Maria lo saluta dicendo: “Ciao frate!” ed io mi vergogno pensando che il suo è un comportamento da ignorante maleducata e discrediti il mio precedente lavoro e quindi anche me stessa agli occhi di R.. Esco piena di vergogna e cerco di raggiungere al più presto il mio nuovo ufficio nella galleria d’arte a Terni. Per uscire dalla fabbrica tessile devo attraversare un fossato che la circonda pieno di acqua profondissima. C’e un canotto tondo con un Caronte che lo conduce. Il Caronte è poco definito, una specie di ombra io salgo assieme a poche altre persone e mi siedo come gli altri sul bordo del canotto. Non so se fidarmi del Caronte. Mi rendo conto che il bordo è viscido e scivoloso ed io non riesco nemmeno a toccare il pavimento del canotto con i piedi e quindi non ho equilibrio. Con me ho le bozze del catalogo su cui sto faticosamente lavorando e di cui sono molto orgogliosa, e penso che cadrò in quell’acqua molto torbida. Penso che rovinerò tutto il lavoro e che io stessa mi sporcherò. Mi preoccupa soprattutto l’dea di rovinare il catalogo e che non potrò più combinare nulla nella vita. Non c’e nessuno che mi possa aiutare. Mi pare di vedere Paolo e Virginia che si abbracciano lassù lontano sulla terrazza della fabbrica. Io non so se posso avere fiducia nel Caronte che non riesco più nemmeno a vedere nella nebbia… Suona la sveglia.

Non c’e bisogno per me di aspettare che Adele espliciti chi possa essere quel Caronte. Mi accorgo che io stesso in questo periodo dubito della mia capacità di portare la terapia a buon fine e spesso rumino inquieto sul mio operato. Che possa trasformarsi anche il terapeuta da guida sicura a traghettatore di dannati? La paziente mi inquieta ancora una volta. Stabiliamo di riprendere la cadenza settimanale delle sedute.

LA ROTTURA DEL LEGAME E L’ELABORAZIONE DELLA PERDITA

La gelosia e la rabbia lasciano pian piano il campo alla disperazione. Adele appare imboccare il percorso della rassegnazione e, in coincidenza con l’approssimarsi del Natale, comunica a Paolo la sua “irrevocabile” decisione di lasciarlo E’ sempre più depressa. Io cerco di farla riflettere sulla congruenza della tristezza con il pensiero del distacco, e sulla necessità che ha di fronte di elaborare la perdita. Ci sono ancora grosse oscillazioni ma Adele comincia a mutare l’immagine che ha di Paolo senza mettere troppo in discussione l’immagine di sé stessa. Cerca ora di riprendere la frequentazione dei vecchi amici e comincia a cercarne di nuovi. Sembra che sia avviata ad una buona accettazione della separazione. Improvvisamente un giorno Adele ritorna sui suoi passi e vede spesso Paolo, lo incontra con i più svrariati pretesti, ma senza realizzare che lo sta cercando. Io temo che ricominci l’altalena del “lo lascio o me lo tengo?”. Ad una seduta Adele esordisce cosi:

A: Ora Paolo si comporta con me in modo subdolo e cattivo!

T: Ossia?

A: Durante il tempo in cui sta con me si comporta diversamente da prima: ora cerca di esaudire ogni mio desiderio, mi propone di fare tutte le cose che sa che mi piacciono, è gentile e premuroso. Questo non fa che aumentare la mia rabbia e la mia tristezza quando non c’e ed io penso che è tutto una finta e che io non avro più nessuno che mi possa dare quello che cerco.

T: Come sa che finge?

A: Forse lui non finge. Sono io che la vedo così … sono io che mi sento male come se fosse così.

LA VILLETTA SUL LAGO

La volta seguente giunge in seduta mentre sto pensando al mio sconforto di non riuscire a superare l’impasse. Cerco di rigiocare una carta che mi era già tre o quattro volte sembrata vincente: una moviola della “prima volta con Paolo”: ogni volta non ne era uscito un gran che, come se qualcosa impedisse ad Adele di completare la relativa riformulazione.

A: Eravamo state invitate, una mia amica della scuola di scrittura Daniela ed io, a cena da Paolo, a casa sua. Paolo abitava in una villetta sul lago di ** . Io avevo subito pensato che l’invito fosse stato organizzato ad arte da Paolo per crearsi una situazione favorevole per fare la corte a Daniela.

T: A Daniela …

A: sì a Daniela perché io avevo già avuto la sensazione che Daniela piacesse a Paolo. Ogni volta che Paolo ci vedeva insieme si avvicinava e diceva qualcosa a Daniela … ci scherzava un po’.

T: Quella sera da Paolo come ci siete andate?

A: Siamo andate insieme io e Daniela. Daniela mi è venuta a prendere a casa e siamo andate da Paolo.

Siamo arrivate alle otto circa ed abbiamo trovato Paolo che stava finendo di cucinare ed aveva acceso un bel fuoco nel camino. Fuori pioveva e faceva freddo. Paolo è stato molto gentile con noi, ci ha salutato affettuosamente con un bacio e ci ha offerto uno suo speciale aperitivo. Poi abbiamo cenato allegramente e abbiamo parlato molto della scuola di scrittura ed anche spettegolato un po’ sugli amorazzi che alcuni degli amici credevano di tenerci nascosti. Abbiamo bevuto anche un po’ di buon vino rosso e ci sentivamo tutti un po’ rilassati ed euforici. Abbiamo fatto l’una di notte e fuori pioveva molto. Così abbiamo deciso di dormire tutti lì. Ci siamo messi in pigiama, a noi li ha prestati Paolo. Eravamo molto buffe con quei larghi pigiami. Siamo andati tutti e tre nel letto di Paolo che era l’unico letto nella casa. Lui ci aveva chiesto se la cosa ci imbarazzasse. Abbiamo risposto che no, non eravamo imbarazzate, sembrava tutto così innocente! Io poi ero convinta che Paolo puntasse Daniela. Ci siamo addormentati subito come sassi. La mattina presto mi sono trovata a fare l’amore con Paolo. Poi abbiamo fatto colazione tutti e tre insieme ed ho visto Paolo cambiato. Era molto gentile con me e cercava di sottolineare che tra noi non era più come prima. Questo mi ha infastidito molto ed io non gli ho parlato più fino a quando siamo andate via. Ci siamo salutati freddamente. In macchina pensavo che mi ero comportata male con Paolo, però non stavo bene non mi spiegavo il cambiamento tra la notte ed il risveglio.

T: Non ricorda nulla di come è capitato che vi trovaste a fare l’amore?

A: Mi pare di ricordare che un po’ di tempo prima ero dovuta andare in bagno. Mentre mi riaddormentavo ho sentito che anche Paolo andava in bagno. Poi non ricordo altro fino a quando mi sono resa conto che eravamo abbracciati e … tutto il resto.

T: La sera aveva pensato che potesse succedere…

A: Assolutamente No. Pensavo, come ho già detto, che Paolo fosse interessato a Daniela.

T: Quindi lei si è trovata nelle sue braccia svegliandosi?

A: Ma… forse non dormivo proprio, ma non mi rendevo bene conto di quello che mi stava succedendo.

T: E’ accaduto altre volte che non si accorgesse di quello che le stava succedendo?

A: Proprio così no! Anche se… ora che ci penso anche con altri mi è successo di trovarmi quasi per caso… a essere coinvolta. Non mi ricordo bene mai come mi ci trovo…

T: Mai, con nessuno?

A: Bè no con il mio primo ragazzo,un mio compagno di scuola mi ricordo molto bene che avevo io preso l’iniziativa perché era un po’ che ci pensavo … a lui. Parlandone sto pensando che ho una specie di grande nostalgia per quello che avevo provato allora. Ma quello per me era stato poco più di un gioco.

T: Mi domando: le sarebbe ancora possibile attivarsi sessualmente per qualcuno prima di esserne presa … quasi a sua insaputa, in stato, per così dire, un po’ dissociato? A: Ora me lo sto chiedendo anch’io!

T: Crede che anche Paolo ci si sia trovato senza accorgersene?

A: No. Ora penso di no! Ma non ci avevo mai pensato così. Io avevo sempre pensato che avevamo condiviso qualcosa di molto particolare, una specie di alchimia … era come se ci fossi e non ci fossi.

Ma prima no, e dopo no… per me è stato diverso. Adesso che è venuta fuori così mi sembra che Paolo abbia organizzato tutto con uno scopo preciso … Nelle sedute seguenti esaminiamo più volte questo aspetto dei suoi esordi sessuali in stato dissociativo. Emergono alcuni aspetti della cui presa di consapevolezza Adele sembra molto meravigliata:

1. la sua convinzione che il rapporto con Paolo sia cominciato in un clima di ideale condivisione di emozioni, desideri e comportamenti, le appare ora una sorta di illusione retrospettiva

; 2. tutti e tre i legami più importanti per lei sono cominciati dopo un primo coinvolgimento sessuale poco partecipato da parte sua, quasi esperito involontariamente;

3. in tutti i casi era dovuto passare del tempo, giorni o settimane, prima che lei accettasse di portare avanti la relazione, come se nella relazione si fosse trovata all’inizio coinvolta suo malgrado;

4. tutti i legami compresi quelli meno significativi erano stati rotti dal partner, tranne gli ultimi due la cui crisi era iniziata in coincidenza con il suo coinvolgimento massimo e quando iniziava il periodo dei progetti per il futuro.

5. T: Al di fuori delle esperienze sentimentali ha mai avuto l’impressione di sentirsi passivamente coinvolta in una situazione in cui non si sentiva abbastanza padrona di sè in rapporto a quello che stava succedendo, come se lei ci fosse e non ci fosse?

A: Quella notte del “vermone” e quella notte della “presenza”.

Per me al momento va bene così. Adele ha portato alla sua considerazione importanti aspetti che riguardano temi importanti come la sua sensibilità per l’abbandono ed ha avvicinato alla coscienza momenti di dissociazione recenti e momenti di dissociazione legati a vecchi episodi come il “vermone” e la “presenza”.

Nelle sedute successive cercherò di guidarla all’esplorazione dei vissuti emotivi legati a questo materiale.

LA DISPERAZIONE

Siamo ad ottobre nel 2005, Adele non vede Paolo da sei mesi. E’ contenta di sentirsi finalmente libera, ma dice di essere completamente a terra e di non sapere perché.

T: Da quanto tempo si se nte così a terra?

A: Due mesi… tre … anche di più.

T: Cosa è cambiato nella sua vita…

A: Niente, a parte che ora non vedo più Paolo.

T: Be?

A: Ma io lo avevo già detto che non stavo più con lui, che tra noi era finita. L’avevo lasciato già prima di Natale, ma è ora che sto peggio, non sono stata mai così disperata!

Le cito una notazione di Guidano:

T: “puoi immaginare tremila volte come sarà dormire senza il partner vicino, ma sarà sempre diverso da quando dormirai senza… e l’averlo immaginato prima non ti servirà dopo, perché dopo sarà completamente diverso”.

I TORMENTI DEL TERAPEUTA

Per alcune sedute sono impegnato in una sorta di ping-pong con Adele cercando ad ogni possibile appiglio di riformulare questo problema della sua disperazione come un problema di gestione del distacco. Inizia a riconoscere che il processo che accompagna la rottura di un rapporto affettivo è assimilabile ad un vero e proprio lutto e che va elaborato come tale. Ogni volta sembra acquisire la consapevolezza del processo e sembra sul punto di uscire dalla prostrazione. La volta successiva … sembra ricominciare da capo. Non riesco a far breccia a livello profondo, a livello del tacito di Adele. Ricordo il suo sogno: “Non so se fidarmi del Caronte”. Anche io sento la mia fiducia vacillare.

LA SUPERVISIONE

All’inizio di novembre porto il caso in supervisione. Lo espongo con una certa sofferta difficoltà che tradisce la mia ansia e la mia vacillante consapevolezza di poter uscire dall’impasse. Sono come oppresso dalla ridondanza con cui ogni ricostruzione di avvenimenti, pensieri e progetti di Adele porti alle stesse conclusioni: forti oscillazioni emotive dalla rabbia alla disperazione ed ogni volta al ritorno alle situazioni emotive e comportamentali appena criticate. Ottengo, apparentemente, poco dalla supervisione. Torno a casa con l’inquietante presentimento che finirò per risolvermi ad inviare la paziente ad un collega. Ben presto sento attivarsi in me una montante rabbia per non aver avuto una confortante validazione, o, almeno, una valida critica, nella supervisione. Rumino: io dicevo “ogni volta che affronto un aspetto X passo per Y e mi ritrovo sempre a Z” e loro mi obiettavano “non vedi che ogni volta che affronti X passi per Y e ti trovi a Z…”.

Prima di addormentarmi penso che se ci sono tutte queste ridondanze posso essere certo di trovare nelle stesse ridondanze la chiave per perseguire il cambiamento. Non so bene cosa possa significare, ma il pensiero mi tranquillizza e penso che se ho sentito questa rabbia vuol dire che mi sto riattivando e che ci tengo a proseguire la terapia e che sento di potercela fare.

IL SOGNO DEL TERAPEUTA

Sogno un luogo onirico ricorrente. Da una alta scogliera mi affaccio sul grande golfo di una città. Sulla mia sinistra intravedo il lungomare, il porto, due castelli e vari altri edifici monumentali, di fronte lontanissimo un promontorio con piccoli paesi arroccati ed a destra tre grandi isole nere. Potrebbe essere il mare nel golfo di Napoli. Il mare è azzurro chiaro, ci sono onde morte altissime e non c’è quasi corrente. L’acqua è appena fresca, deliziosamente fresca, e molto profonda. Io entro in quell’acqua tanto incredibilmente limpida che ho la sensazione di volare leggero e sicuro. Non sono solo, sento sulle spalle e sulla schiena il contatto leggero di una donna, mi volto e la vedo giovane e familiare. Penso dapprima a mia figlia. Nuoto, o volo, fluidamente verso il largo, mentre il cielo diventa di un azzurro sempre più intenso e brillante. Non si vede quasi più la costa dietro di noi ed il promontorio davanti, in breve, è avvolto da nuvole immense e scure. Si alza un vento sempre più teso ed io giro lentamente sulla sinistra. Virando scorgo la città con i suoi due castelli, uno sul monte e l’altro sul mare, avvolti da alte fiamme. Completata la virata sollecito con dolcezza la ragazza a lasciare la mia schiena e lei al mio fianco inizia a nuotare sempre più vigorosamente. Mi accorgo che non è mia figlia ma che, comunque, per lei provo interesse e responsabile premura. Il mare ora è fortemente agitato ed io confido nelle mie forze per arrivare con sicurezza alla riva. Ho la piacevole euforia di chi si sente in grado di far fronte a qualsiasi difficoltà della vita. Con la coda dell’occhio intravedo la ragazza che nuota al mio fianco. Successivamente devo superare un banco di alghe viscide ed impanianti e più avanti una serie di scogli affioranti. Tra gli alti spruzzi delle onde, che si frangono sballottandomi, supero le correnti avverse e finalmente approdo in una tranquilla baia affollata di bagnanti che si asciugano e si rivestono per tornare alle loro case. Uscendo dall’acqua mi accorgo di essere rimasto solo. Per un attimo provo spavento e preoccupazione per la sorte della mia giovane compagna. Ma l’angoscia dura poco ed io sono presto pervaso da una grande serenità. Sento che lei se l’è certamente cavata alla grande contando sulle sue forze e sulla sua nuova acquisita abilità e che se si è diretta ad una sua meta, che non coincide più con la mia, è perché non ne aveva più la necessità. Io mi sento felice e soddisfatto per averla affiancata e sostenuta per gran parte di questa esperienza.

LA CATARSI

Al risveglio rifletto su questo sogno. Quando Adele mi aveva raccontato il suo sogno del Caronte, oltre che comunicarmi la sua incerta fiducia nella terapia e nel terapeuta, mi segnalava di aver avvertito in qualche modo la mia stessa insicurezza.

Se non avevo io un senso sufficiente di autoefficacia come potevo aspettarmi che lo trovasse la paziente? Nella metafora del lungo giro nelle acque del golfo, con Adele prima sostenuta con delicatezza sulla mia schiena e poi osservata a lungo nuotare vigorosa al mio fianco e quindi affidata con fiducia a se stessa, trovo una fonte di rinnovato ottimismo circa il buon esito della terapia.

LA SEDUTA DELLA SVOLTA

La sera stessa in seduta racconto questo mio sogno ad Adele e la metto al corrente del grande senso di fiducia che mi aveva dato. Mi accorgo di essermi così completamente esposto solo dopo averlo fatto! Adele reagisce mostrando un grande sollievo (che condivido) ed inizia subito così:

A: Già mentre lei raccontava il sogno ho cominciato a sentire anch’io una grande fiducia e adesso mi sembra di essere anche … quasi felice.

T: La tristezza e la disperazione …

A: Mi sembra che se penso di farcela è come se perdessero importanza per me.

T: Io le ho dato un’informazione su di me… non vorrei che stia agendo su di lei solo a livello di… diciamo suggestione.

A: No questa volta no. Comincio a capire il meccanismo, mi sembra. Che la fiducia, se non c’è, bisogna cercarla, trovarla in sé stessi, non lo avevo mai pensato.

ULTIMA FASE DELLA TERAPIA

Adele sta veramente bene, vuole però continuare con la terapia per “consolidare i risultati ottenuti”. Le parlo dell’analisi della storia di sviluppo e della possibilità che offre di arrivare ad un maggiore grado di consapevolezza che la aiuti a capire come ha sviluppato il suo significato personale. Adele si dice molto contenta di affrontare questa ultima parte della terapia perché altrimenti le rimarrebbe l’attuale “sensazione di incompiutezza”.

UNA RIFLESSIONE

Sono passati altri tre mesi e siamo ormai a buon punto con la storia di sviluppo di Adele e molte buone prospettive si sono aperte per una conclusione soddisfacente della terapia. Parlarne qui però aprirebbe un capitolo, un po’ avulso da quanto ha costituito il tessuto del lavoro fin qui descritto. Quanto riportato fino ad ora dà bene il senso del mio “soggettivo” di terapeuta, dell’operare, tra dubbi ed incertezze, in una terapia protrattasi più di tre anni, comprendendo interruzioni di alcuni mesi. La conclusione di questa seconda fase, apparentemente avvenuta per crisi, o come per l’intervento di un “deus ex machina” rappresentato dal racconto del sogno del terapeuta, mostra come a volte molto lavoro e molto tempo siano necessari per creare i fondamenti di un sostanziale cambiamento e come, fino a quando questo cambiamento non si verifichi, tutto il processo possa apparire in stallo ed improduttivo. Se il lavoro precedente pazientemente e tenacemente perseguito non fosse stato fatto nulla si sarebbe prodotto. Molte cose importanti avvengono anche a causa del nostro operare ma, nostro malgrado, con modalità che sono solo in piccolissima parte, a priori, sotto il nostro controllo.







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