Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
Le usanze sono la scusa per chi non vuol cambiare. Anonimo
Viagra online

Trattamento alimentare del paziente depresso

category Psicoterapia Rocco Berloco 2 Giugno 2011 | 3,658 letture | Stampa articolo |
12 votes, average: 4.17 out of 512 votes, average: 4.17 out of 512 votes, average: 4.17 out of 512 votes, average: 4.17 out of 512 votes, average: 4.17 out of 5 (voti: 12 , media: 4.17 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Il trattamento alimentare del paziente depresso è di fondamentale importanza e di estremo interesse per il medico che si voglia occupare in maniera olistica del soggetto che ha di fronte. Tutti noi sappiamo che gli alimenti contengono una serie di minerali, di aminoacidi, di lipidi, etc e sarebbe estremamente miope pensare che queste sostanze una volta ingerite diventassero neutre o che non potessero essere utilizzate dal paziente. Oggi la depressione dal punto di vista pratico assume un ruolo importante dal punto di vista sociale sia per la sua alta incidenza sulla popolazione, sia per essere una delle più importanti fonti di suicidio. Detto questo ci sembra molto interessante citare alcuni studi a partire da quello della dottoressa Wurtman, del Massachusetts Institute of Technology, la quale  sostiene che aumentando con la dieta l’apporto di triptofano, aminoacido che superata la barriera ematoencefalica si trasforma in serotonina, si possono avere risultati interessanti in numerose forme di depressione. La stessa Wurtman in uno studio successivo con Fernstrom spiega come l’insulina endogena prodotta dopo l’assunzione dei carboidrati possa fare aumentare il triptofano ematico che poi oltrepassa la barriera ematoencefalica. Nei pasti ricchi di proteine e carenti in carboidrati, invece, l’abbondanza di GAEN (aminoacidi elettricamente neutri: tirosina, fenilalanina, leucina, isoleucina, valina) che giungono al cervello mediante lo stesso sistema di trasporto del triptofano si dimostrano competitivi ai danni di quest’ultimo. Il ruolo dell’insulina secondo Wurtman e Fernstrom sarebbe quello di ridurre la quantità di GAEN nel sangue senza antagonizzare anche il triptofano, anzi favorendone, a questo punto il suo trasporto, e la sua successiva trasformazione in serotonina. Il ruolo dei carboidrati nel soggetto depresso viene esaltato anche dal dottor Norman Rosenthal, ricercatore del National Institute of Mental Helth, che infatti  ha somministrato a due gruppi di volontari (uno formato da depressi e l’altro no) sei biscotti contenenti circa cento grammi di carboidrati, notando che dopo due ore l’umore dei componenti del primo gruppo era migliorato. Pure la dottoressa Bonnie Spring, docente di psicologia presso la Chicago Medical School individua i carboidrati come ottimi “sedativi”, infatti dopo aver somministrato ad un gruppo di volontari di diverso sesso e in buona salute due pasti differenti, uno a base di carboidrati e l’altro ricco di proteine, e dopo aver sottoposto loro un test per valutare la qualità dell’umore e lo stato di vigilanza, ha potuto notare come quelli che avevano assunto carboidrati apparivano più tranquilli e rilassati due ore dopo il pasto.  Il dottor Young della McGill University ha evidenziato che in soggetti depressi c’è una carenza di acido folico: il deficit di folacina causa una riduzione dei livelli di serotonina; infatti provocando sperimentalmente uno stato carenziale di folati per cinque mesi in un gruppo di volontari sono apparsi sintomi caratteristici quali la sonnolenza, l’irritabilità, la riduzione della memoria, tutti scomparsi riportando l’acido folico a valori ottimali. Young è anche convinto che la quantità di folati necessari per ridurre i sintomi depressivi si aggiri tra 200 e 500 microgrammi al giorno, quantità normalmente raggiungibile con una sana ed equilibrata dieta.

I tedeschi V. Brantl ed H. Teschemacher hanno individuato nel latte e i suoi derivati delle sostanze morfino-simili capaci di intervenire positivamente, come le endorfine, su insonnia, eccitazione, nervosismo e per similitudine definite “exorfine”. Si tratta di peptidi generatisi nel tubo digerente dall’attività digestiva sulla ß-caseina, una componente proteica presente nel latte ed i suoi derivati. Di qui il nome di ß-casomorfine. Chang e coll hanno dimostrato che un loro derivato, la ß-casomorfina-4 amide è un potente agonista di tipo μ rispetto alla morfina e che resiste all’azione litica della pronasi, della tripsina, della chimotripsina, e della carbossipeptidasi A e B, mentre Havemann e Kuschinskay come siano più potenti, in casi anche di 10 volte, della stessa morfina nell’ottenere effetti sul sistema nervoso centrale. Hauntefeuille e coll hanno studiato come somministrate per via orale le ß-casomorfina-4 amide vengono assorbite entrando in circolo, ma da altri lavori emergerebbe che questa affermazione non è vera per ciò che riguarda l’adulto. Ziodrou e  coll. sostengono  che la digestione del glutine produce peptidi morfino-simili. Ancora a tal proposito, ricordiamo lo studio di Medina et altri secondo cui nel latte di donna siano state trovate tracce di una sostanza diazepam-equivalente. Ciò è stato verificato in dodici donne che non avevano assunto farmaci diazepinici negli ultimi dieci anni. La concentrazione riscontrata era tra 0,4 e 7,3 ng di diazepam-equivalente /ml, mentre Wildmann e coll. avevano già sostenuto precedentemente la presenza di molecole benzodiazepino-simili  nel frumento e nella patata. Anche il ruolo del selenio  sembra essere importante nella comparsa di ansia, tristezza e malinconia. Infatti David Bentos e Richard Cook, psicologi presso l’University College di Swansea, Galles, hanno portato a termine uno studio che ha coinvolto 50 soggetti di età compresa tra i 14 e 74 anni in buone condizioni di salute, a cui sono stati fatti assumere 100 microgrammi di selenio o del placebo per cinque settimane. Dopo sei mesi hanno invertito le somministrazioni e monitorato lo stato psichico dei volontari con test di autovalutazione. Il risultato è stato inequivocabile: l’umore migliorava quando avveniva l’integrazione con il selenio, ed è stato anche possibile stabilire una relazione tra l’entità dello stato carenziale e l’aumento dei sintomi depressivi. Suggestivo è lo studio di Engelberg che ha fatto sua l’ipotesi di Muldoon, secondo cui la riduzione di colesterolo ematico in persone di mezza età riduce il rischio di morte per malattie coronariche, ma aumenta quello per suicidio. Nel cervello dei suicidi sono stati trovati bassi livelli di serotonina e poi nei depressi che tentano il suicidio sono stati trovati livelli di 5-HIAA (acido acetico idrossindolo, maggior metabolita della serotonina) più bassi che in depressi senza questa tendenza; inoltre Vikkunen afferma che soggetti con personalità aggressiva hanno  tasso inferiore di colesterolo ematico. Engelberg quindi, in virtù anche degli studi di Heron e coll.,  i quali avevano scoperto che quando in vitro la viscosità delle membrane sinaptiche del cervello del topo aumentava grazie al colesterolo, aumentava di cinque volte anche il legame con la serotonina, afferma che un ridotto apporto di colesterolo con la dieta può ridurre il colesterolo delle membrane cerebrali, ridurre la viscosità e diminuire l’esposizione dei recettori della serotonina sulla superficie della membrana. Quindi meno serotonina al cervello, aumentato rischio di depressione e conseguentemente di suicidio. Ci sembra anche interessante ricordare a proposito d’insonnia (uno dei problemi spesso associati alla depressione, e non solo) l’importante contributo degli esercizi di rilassamento, il training autogeno, l’ipnosi-terapia, ma anche il ruolo fondamentale del magnesio, della vitamina B 1, B6, o della melatonina, tanto di moda e discussa nell’ultimo periodo. Proprio a proposito di quest’ultima ci piace ricordare l’esperienza dei ricercatori israeliani del Rembam Medical Center di Haifa nei confronti di un bambino con tumore epifisario che soffriva di una grave forma di insonnia. Questi dopo aver messo in evidenza che il paziente aveva una marcata soppressione della secrezione di melatonina per due settimane gliene hanno somministrato 3 mg ogni sera con il risultato di vedere ripristinato il sonno del bambino. Mensioniamo anche il risultato di uno studio effettuato presso l’Università di Hannover su soggetti ipercolesterolemici in trattamento con un preparato a base di aglio: in base ai questionari stilati dai pazienti l’assunzione dell’aglio è coincisa con una diminuzione dell’irritabilità e della stanchezza. In conclusione vogliamo nobilitare un ortaggio presente spesso nella nostra dieta, ma a cui forse non rendiamo il dovuto rispetto: la cipolla, infatti sin dall’antico Egitto questo alimento veniva considerato un ottimo sonnifero. Oggi è stato visto che la quercitina presente al suo interno ha un potente effetto antinfiammatorio, antiossidante e tranquillante, e studi effettuati in Francia hanno evidenziato come la cipolla possa indurre sonnolenza nelle cavie.

 

Dott. Rocco Berloco

www.roccoberloco.it

info [@] roccoberloco [.] it

 







Lascia un Commento

*