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SÉ AUTOBIOGRAFICO ED ALZHEIMER

category Psicoterapia Carmela Giordano 25 Settembre 2013 | 2,313 letture | Stampa articolo |
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“Dimenticare se stessi. La continuità del Sé nei pazienti Alzheimer”, di Maria C. Quattropani ed Emanuela Coppola, co-autori Roberta Lampasona e Antonino Giorgi, edito Piccin

Di Carmela Giordano

Psicologa – psicoterapeuta, esperta in psicodiagnosi

Insegnante e Socia A.I.M.I., Associazione Italiana Massaggio Infantile


In letteratura capita sovente che un autore ricorra ad alcuni espedienti letterari, ad alcune figure retoriche, che rendano il romanzo più accattivante per il lettore.

Capita ad esempio che, per spiegare qualcosa che è avvenuto in un tempo passato rispetto a quello narrativo del brano, l’autore interrompa la narrazione del presente e retroceda, narrando così eventi passati come se gli stessi fossero nel presente.

Questa figura retorica letteraria è conosciuta con il nome di analessi; nel linguaggio cinematografico, invece, viene più comunemente definita flashback.

La funzione principale dell’analessi è quella di colmare le lacune presenti nelle informazioni che si hanno su alcuni fatti cruciali. A volte, però, tale figura retorica viene impiegata per confondere il lettore e creare un colpo di scena, facendone perdere la funzione esplicativa.

La capacità narrativa è una dimensione fondamentale ed insopprimibile del pensiero umano, tanto che la vita di ognuno di noi potrebbe essere intesa come un romanzo, come un racconto autobiografico, come la costruzione e ricostruzione della propria identità.

La memoria autobiografica organizza le conoscenze riguardanti i fatti e gli episodi della vita personale secondo schemi e percorsi di significato, impliciti o espliciti, consapevoli o inconsci, con lo scopo di preservare una continuità ed una coerenza del Sé e dell’identità.

Ma la memoria, si sa, con l’età è soggetta a degenerazione a causa dell’insorgenza di demenza, e tra queste la forma più frequente è l’Alzheimer.

Nel testo “Dimenticare se stessi. La continuità del Sé nei pazienti Alzheimer”, edito dalla Piccin Nuova Libraria, scritto da Maria C. Quattropani ed Emanuela Coppola e dai due co-autori Roberta Lampasona e Antonino Giorgi, si descrive come nei pazienti Alzheimer la narrazione di Sé cominci a disfarsi, confondendo fatti ed eventi in un susseguirsi di flashback: dagli ultimi ricordi, agli accadimenti più recenti, fino a quelli più remoti.

L’organizzazione temporale degli avvenimenti è molto importante per l’essere umano, perché la sua stessa identità è fondata sull’integrazione temporale tra passato, presente e futuro. In questi pazienti la coerenza narrativa del Sé è messa a rischio dalle gravi compromissioni dei processi di memoria autobiografica ed episodica. Le dislocazioni disordinate nel tempo sono comuni nelle rievocazioni narrative dei pazienti Alzheimer, per i quali l’accesso ad un ricordo della memoria autobiografica produce un risultato spesso vago, generando, così, senso di disorientamento, incertezza ed insicurezza.

Raccontarsi in un setting clinico, in cui ricercatori, pazienti e famiglie possano stabilire una solida alleanza di lavoro, significa poter elaborare insieme emotivamente la diagnosi, giungendo all’accettazione della malattia.

La psicologia clinica, quindi, non può sottrarsi dal contribuire alla prevenzione, alla diagnosi e al trattamento dei disturbi; il primo obiettivo del lavoro quotidiano della psicologia clinica deve essere il perseverare nell’individuazione dei segni preclinici della demenza di Alzheimer e nella formulazione accurata e precoce della diagnosi.

L’Alzheimer ha un’insorgenza subdola, un esordio non uniforme, varia in relazione alle caratteristiche personologiche, biologiche e sociali del paziente e, proprio a causa di questa eterogeneità, diviene sempre più importante costruire profili cognitivi specifici per ciascun soggetto.

“Di Alzheimer non si guarisce, ma la qualità di vita è sicuramente migliorabile” proprio attraverso l’adattamento alla patologia da parte dei pazienti, ma anche dei loro familiari.

Nella parte finale del testo, infatti, le autrici, “scese in campo” circa venticinque anni fa, delineano la possibilità di fare riferimento a diverse forme di intervento rivolte sia ai pazienti che ai loro caregivers. Propongono: gruppi di sostegno per le famiglie dei malati allo scopo di consentire loro di gestire meglio la malattia, ma anche il carico emotivo legato all’assistenza; il ricorso ad interventi, detti “multicomponenziali”, che prevedono la pratica di yoga, meditazione ed esercizi psico-educazionali; la creazione degli “Alzheimer caffè”; la terapia di attivazione cognitiva per i malati, svolta con l’ausilio di brani musicali, canti, giochi, lavori di giardinaggio e altre attività manuali.

“Dimenticare se stessi” è la testimonianza essenziale alla psicogeriatria come “corpus nuovo”, a cui una psicologia dell’invecchiamento, scientificamente fondata, può dare un contributo essenziale.

 







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