Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
Sono più le persone disposte a morire per degli ideali, che quelle disposte a vivere per essi. H. Hesse
Viagra online

Lo sguardo della gorgone: l’impatto delle nuove tecnologie sulla psicoterapia

category Psicoterapia Davide Barone 1 Dicembre 2007 | 3,175 letture | Stampa articolo |
2 votes, average: 5.00 out of 52 votes, average: 5.00 out of 52 votes, average: 5.00 out of 52 votes, average: 5.00 out of 52 votes, average: 5.00 out of 5 (voti: 2 , media: 5.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Sappiamo ormai che la rivoluzione tecnico-digitale riguarda, come i psicotecnologi sostengono da tempo, non solo la società, le abitudini, il comportamento ma anche la mente e addirittura il cervello in un rapporto tra cultura e pensiero che non può che essere circolare e interattivo. In quest’ottica è inevitabile poiché tale rivoluzione investe anche la psicoanalisi, una riflessione critica e autocritica sulla perturbazione che i nuovi modelli cognitivi ed affettivo emotivi, promossi dall’interattività digitale, producono su tutti i piani del sapere psicoanalitico e psicoterapeutico in genere a partire, cioè, dagli aspetti più pratici fino agli aspetti più tecnico-teorici concernenti la riflessione sul setting e sul metodo.
La sensazione è che l’apertura a questa riflessione sia ostacolata da una sorta di terrore sacro, d’istinto di conservazione che attiva meccanismi difensivi e resistenze non insoliti allorquando la psicoanalisi è stata chiamata ad un “mutatis mutandis” dal confronto con nuovi modelli comportamentali e relazionali emergenti nel contesto socio-culturale. Così, anche ora, una sorta di rimozione delle “pulsioni critiche” pare verificarsi ogni qualvolta la riflessione sulle mutazioni psicotecnologiche investe il Sè psicoanalitico del terapeuta; la sua identificazione in un metodo, una gestualità, un ruolo, un rito.

In tal senso appare indiziante e sintomatico di uno spostamento reattivo, il proliferare selettivo di ricerche e studi esclusivamente sulle psicopatologie tecno-derivate (internet, telefonino, videogioco-dipendenza ecc) o sulle psicoterapie on-line, quasi come se il volto della rivoluzione neo-tecnologica possedesse il potere “gorgonico” di pietrificare la ricerca, inducendo una sorta di cecità isterica nello sguardo psicoanalitico quando si fa autoriflessivo. Questo atteggiamento di evitamento appare, di fatto, sempre più difficile e anacronistico da sostenere: le nuove tecnologie, infatti, sono ormai non solo dentro la stanza dell’analista sotto forma di computer, cellulari, sms, e-mail; strumenti che entrambi i soggetti della relazione psicoterapeutica usano per lavorare, per comunicare, per ricordare, per pensare, in breve per vivere ma, in un certo senso, stanno trasformando la stanza stessa che da luogo chiuso, spazio-temporalmente definito dell’analisi, diventa sempre più anche “non-luogo” ubiquitario e virtuale grazie alla multimedialità e alla reperibilità continua permessa da internet, cellulari ecc . Quello che vorrei proporre è, pertanto, la ricerca di una visione integrata che riconosca potenzialità trasformative, a vari livelli delle nuove tecnologie della mente sulla pratica, sulla tecnica, e sulla epistemologia psicoterapeutica; auspicando un percorso di allargamento progressivo dello sguardo che dal particolare approdi al globale, dal referenziale all’autoreferenziale, dal lineare al sistemico. Con l’ausilio di una tabella a doppia entrata ho provato a descrivere, schematicamente, le specificità di alcuni possibili apporti “neo-tecnologici” alla clinica psicoterapeutica, in relazione alle combinazioni di differenti ambiti del “sapere” (tecnico-operativo, teorico-epistemico) e del “fare” psicoterapeutico (pratico-organizzativo e simbolico-interpretativo) potenzialmente coinvolti.

Tab 1. Interazioni tra nuove tecnologie della comunicazione e setting psicoterapeutico

Ambiti del “sapere”

Tabella 1

Ambiti del “fare”

Il caso della posta elettronica

Tra quelle citate nella tabella, la posta elettronica mi sembra essere la tecnologia che per la sua diffusione e particolarità, pone maggiormente una serie di questioni epistemologiche in relazione al suo utilizzo in un contesto psicoterapeutico. Quando il paziente scrive una e-mail all’analista? Quale significato attribuirgli? Come deve rispondere l’analista? Trattare la “e-mail” come materiale d’analisi all’interno del luogo predisposto della terapia, alla stregua del classico sogno trascritto è davvero utile? Non risponde, invece, all’ esigenza difensiva dell’analista di ricondurre sul terreno, conosciuto e controllabile, della propria competenza consolidata un evento che lo coglie impreparato? Ed il paziente come vive questa eventuale azione o una non risposta? Potrebbe ad esempio sentirsi disconfermato immaginando di essere stato respinto per aver messo in atto un comportamento seduttivo, con tutte le implicazioni transferali che ne possono conseguire (ad esempio in termini di fantasie edipiche e angoscia di castrazione o d’onnipotenza, di controllo ecc.).

In realtà l’e-mail potrebbe rappresentare anche una “seduzione”, termine etimologicamente connnesso all’idea di sviare e distrarre, in questo senso, l’e-mail del paziente potrebbe “agire” il desiderio di allontanare l’analista dalle regole, le convenzioni “istituzionalizzate” della relazione analitica (il setting cosidetto esterno) laddove, ad esempio, siano, più o meno inconsciamente, vissute dal paziente come rappresentative dell’autorità e del potere di una figura paterna a cui si desidera strappare “l’analista-madre” per poterne ricevere, senza condizioni, l’”amore”. Si profilerebbe, in pratica, una riproposizione del triangolo edipico, le cui implicazioni tragressive emergerebbero anche nel desiderio di violare quella sacralità che il setting tradizionale, soprattutto quello considerato puro, può evocare.

Lo stesso tema può essere proposto in una chiave kleiniana maggiormente generalizzabile: quella dell’invidia del seno, con conseguente introiezione della “e-mail-parti dell’io” all’interno del “computer-analista-madre” per appropriarsi degli oggetti buoni che vi sono contenuti. Dunque, in che modo gestire queste proiezioni, il transfert, il controtransfert, la necessità di stabilire dei confini? Come mantenere una certa neutralità senza sembrare punitivi o rifiutanti? E, per quanto riguarda più specificamente la teoria della tecnica, lo psicoanalista deve continuare a comportarsi come tale con il paziente anche fuori il setting prestabilito dell’analisi? E, dunque, quali sono i reali confini del setting?

Le domande possibili sono tante anche perchè la e-mail, in particolare nel contesto psicoterapeutico, ha una natura estremamente ambigua che deriva forse dal suo essere ‘transizionale’ in molti sensi; qualcosa a metà, ad esempio, tra la parola scritta e parlata, tra il pensiero e l’azione, tra virtuale e reale, tra oggetto concreto e immateriale input elettronico, tra finzione e verità, tra interno ed esterno al luogo spazio-temporale della terapia. Ma proprio questa ambiguità di fondo; questo essere in bilico sempre fra due possibilità che possono anche contemporaneamente essere in contraddizione e, pertanto, offrire sempre un diverso punto di vista mi sembra facciano della e-mail uno strumento da non sottovalutare e anzi da valorizzare. Infatti, se costruire insieme un punto di vista alternativo dell’esperienza può essere uno degli obiettivi principali di un lavoro psicoterapeutico, l’utilizzo della posta elettronica, esprimendo in qualche modo un nuovo “setting”, offre opportunità per essere che rivelano nuovi modelli di relazione, veicolanti aspetti delle personalità del paziente e dell’analista alternativi a quelli emersi nella relazione terapeutica tradizionale; promuove, in sostanza, un alterità che forse più che ridotta va in qualche modo protetta per sfruttarne quella carica perturbante che potrebbe tornare utile, tra l’altro, per vitalizzare o disincagliare il processo psicoterapeutico dalle secche di una relazione bloccata. Quello che più mi affascina, però, è la sovrapposizione e interazione di livelli interpretativi che emergono come se la “e-mail”, nel contesto della psicoterapia, fosse un caleidoscopio di significati che si possono ottenere e a cui dare un valore trasformativo soprattutto in virtù della possibilità, che realizza, di guardare contemporaneamente dentro e fuori la stanza dell’analisi; di cambiare il vertice di osservazione permettendo un processo simile a quello teorizzato da Bion dell’oscillazione “Ps-D”ossia: un processo alternante di costruzione e decostruzione di una percezione e di una comprensione che genera nuova conoscenza. Anche i concetti di “livello logico” e “paradosso”, mutuati dall’approccio sistemico, possono essere d’aiuto per spiegare l’apparente contraddizione paradossale di uno strumento che se da un lato, tramite l’atto dello scrivere, facilita un’oggettivazione dell’emozione; un differimento dell’impulso e della soddisfazione del desiderio e quella tolleranza alla frustrazione che Bion considera generatrice di pensiero (desaturazione); dall’altro, all’interno della relazione analitica, rischia di assumere la forma di “agito” ossia un atto impulsivo che risponde ad un esigenza di scarica emotiva e soddisfazione immediata di un desiderio inconscio. E’ chiaro che i termini di questa contraddizione non sono più escludentisi se collocati su differenti livelli logici sicchè, in ultima analisi, i benefici dello scrivere (Pennebaker 1989); di quel raccontarsi che implica una scissione, funzionale al processo psicoterapeutico, tra Io che sperimenta e io che osserva e, consequenzialmente, l’assunzione di una posizione riflessiva e critica sulla propria esperienza (mentalizzazione), possono sommarsi ai benefici potenzialmente derivanti dall’interpretazione della e-mail come acting, come richiesta di collusione, che invece fornisce informazioni preziose sullo“status quo” della relazione e sulle dinamiche di transfert, di controtransfert, che in particolare investono il setting.

Se dovessi sintetizzare in una metafora penso si potrebbe paragonare l’utilità della “e-mail” alla terapia a quella dello specchietto retrovisore di un’automobile, il quale porta allo sguardo del conducente (il terapeuta) la visione di uno spazio altrimenti difficilmente percepibile; tale visione può porsi come contemporaneamente disponibile a quella diretta, connaturata alla posizione di guida (la visione condizionata dai ruoli) ed essere utile, ad esempio, per percepire a 360° la collocazione (il significato) del veicolo (la relazione analitica, la psicoterapia) all’interno di quel setting più vasto che è la vita di tutti i giorni.


Bibliografia

Bion W. (1962) Apprendere dall’esperienza Tr. It. Armando Roma 1972
Carli R. (1987) Psicologia clinica Utet, Torino
Lingiardi V Gazzillo F. (2003) Quale setting per la posta elettronica? In Psicotech rivista n° 2 Franco Angeli, Milano
Neri C. Correale A. Fadda P (a cura di) (1994) Letture Bioniane. Borla, Roma
Pennebaker J. (1989), Stream of consciousness and stress: Levels of thinking, in J.S. Uleman – J.A. Bargh (a cura di), Unintended Thought, Guilford Press, New York
Watzlawick P. Beavin J. H. Jackson D. (1967) Pragmatica della comunicazione umana Astrolabio, Roma, 1971.







Lascia un Commento

*