Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
Niente desideriamo di più di quello che non ci è consentito. Publilio Siro
Viagra online

Io, paziente: un’etichetta ambulante

category Psicoterapia Giorgia Aloisio 21 Luglio 2011 | 3,169 letture | Stampa articolo |
7 votes, average: 4.29 out of 57 votes, average: 4.29 out of 57 votes, average: 4.29 out of 57 votes, average: 4.29 out of 57 votes, average: 4.29 out of 5 (voti: 7 , media: 4.29 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Nella pratica terapeutica che svolgo, mi sono più volte trovata di fronte ad una domanda: “dottoressa, qual è il mio disturbo? Qual è la diagnosi?”.

La domanda, da parte del paziente, è più che lecita e comprensibile: abituati come siamo oggi, direi proprio “immersi” in una cultura che tende ad etichettarci come si etichetta un vaso di marmellata, a medicalizzare ogni tipologia di sintomo senza attribuire al malessere un significato ed un ruolo nell’economia di vita del paziente, la domanda sorge spontanea. Ma a cosa serve la diagnosi? Perché il paziente desidera essere classificato? Cosa potrà farsene di questa etichetta? È giusto comunicarla, da parte del terapeuta?

 

Le origini ed il significato

Il termine nosologia deriva dal greco:  νόσος (nosos) “malattia” e λόγος (logos) “parola” o “discorso” e significa, appunto, classificare in maniera sistematica le patologie.

 

La nosologia – e più in generale la classificazione – esiste per mettere in comunicazione specialisti afferenti a varie aree del sapere e serve per descrivere la condizione di ogni paziente, per “semplificare” la globalità dell’individuo riportando su un piano generale il particolare di ogni persona, affinché sia possibile confrontare tra di loro casi diversi, nel tempo e nel luogo. Naturalmente tutto ciò viene fatto allo scopo di cercare una soluzione alle problematiche che il paziente porta. Si parte dal singolo per arrivare al generale, per poi tornare di nuovo al particolare, un percorso circolare, in sostanza, un ambito che spetta allo specialista, più che al paziente: e questo discorso vale soprattutto in ambito psicologico, dove il confine tra sanità e malattia è davvero molto oscuro e risulta rischioso  distinguere in maniera categorica il soggetto completamente sano da quello completamente “patologico”.

Attraverso la classificazione, lo specialista agisce attivamente sul paziente, disegnando le linee del futuro percorso terapeutico; in questo modo parte il progetto terapeutico, e l’etichetta, pur restando in piedi come un “cartello stradale” che indica ed orienta, viene lasciata alle spalle.

La “benedetta” diagnosi insieme all’ipotesi diagnostica sono utili allo specialista perché lo indirizzano sulle metodologie migliori per affrontare le problematiche del paziente, e in psicologia, descrivono la personalità e i suoi tratti più o meno adattativi.

 

Dalla parte del paziente

Qual è l’utilità di ricevere una diagnosi, dal punto di vista del paziente? Nella pratica clinica ho riscontrato un certo senso di benessere legato alla comunicazione della diagnosi: come dire che ricevere un’etichetta equivalga ad essere in qualche maniera contenuti, definiti, individuati. Ma la persona non si limita ad una diagnosi, ed il suo universo interiore va ben al di là delle aree grigie del suo carattere e del suo comportamento. “Consegnare al paziente” una diagnosi rischia di limitare e minimizzare la complessità di ognuno di noi, pone un paraocchi, è come un cannocchiale attraverso il quale si possono osservare alcuni aspetti, trascurandone degli altri. Ma il paziente non può e non deve essere identificato con il suo disturbo. Purtroppo questo rischio riguarda anche noi specialisti, a volte eccessivamente concentrati sugli aspetti patologici della persona, che invece possiede anche lati sani della personalità da valorizzare ed incentivare.

 

Ricevere una diagnosi, per una persona che non ha dimestichezza con la terminologia, che non è addetta ai lavori, può in alcuni casi dare adito a fraintendimenti e confusioni terminologiche, contribuendo addirittura a peggiorare la sintomatologia.

Con l’uso di internet, inoltre, quella che poteva sembrare una innocua comunicazione rischia di trasformarsi in una maschera (ricordiamo che il termine persona deriva dal latino e significa proprio maschera) dalla quale in alcuni casi è difficile se non impossibile liberarsi: questo accade anche perché molto spesso il paziente cerca sul web ulteriori spiegazioni e risposte rispetto a quelle ricevute dal terapeuta, e dato il carattere generico e generalista della comunicazione online, non è infrequente che il paziente sia portato a collegare al proprio caso dei sintomi che non esistono nella realtà o che magari sono connessi ad un’altra, differente condizione.

 

Invece di consegnare un’etichetta, sarebbe molto più utile che, dopo i primi colloqui, il terapeuta desse una descrizione della personalità del paziente e si soffermasse con lui a riflettere sulle sue dinamiche psicologiche: il confronto ed il lavoro su se stessi, da parte di chi consulta uno specialista, sono il mezzo più prezioso per raggiungere una trasformazione e migliorare il proprio stile di vita, ottimizzando le proprie competenze e le naturali tendenze adattative.

 

Dott.ssa Giorgia Aloisio

Psicologa, psicoterapeuta (Roma).

www.giorgiaaloisio.it







2 Commenti a “Io, paziente: un’etichetta ambulante”

  1. R. G.

    L’argomentazione appare corretta e condivisibile. In effetti si tratta della concezione olistica della scienza, di qualunque scienza. Non si può evidentemente sezionare la cultura ed il sapere, così a fortiori non si può vivisezionare l’uomo nella sua fisiologica esistenza ovvero nel suo patologico vissuto storico. I concetti sono etichette che fanno riferimento a qualcosa di reale (rapporto tra simbolo linguistico e simboleggiato fattuale), servono a dare ordine interno ed a comunicare, tenendo ben presente che l’astratto non e’ il concreto e che quest’ultimo solo riduttivamente può essere spiegato dal primo.
    Ora se l’etichetta di una patologia e’ necessaria per la comunicazione tra specialisti o tra scienziati, diverso discorso va fatto con riferimento al paziente, al quale non bisogna far mancare l’approccio, come dicevo, olistico.
    Al paziente che chiede il nome del male che lo affligge bisognerà, credo, spiegare che il nome ha poca importanza (glielo si può dare solo a titolo di orientamento), ciò che e’ fondamentale e’ la visione d’ insieme che egli dovrà conseguire lungo il percorso terapeutico, deputato anche ad allargare la sua conoscenza e, in definitiva, la sua cultura.

  2. Giorgia Aloisio

    Salve,
    la parola ‘olismo’ direi che è corretta, soprattutto perché viviamo in un mondo tutto spezzettato in ‘specializzazioni’: questa visione ‘a pezzi’ ci fa perdere di vista il tutto, come suggerisce l’etimologia dei termini ‘olismo’, ‘olistico’, etc. Il ‘tutto’, cioè la persona nella sua interezza, non deve essere MAI dimenticata; noi non siamo fatti di mal di pancia + alluce valgo + disturbo depressivo maggiore, siamo persone. Una persona non è la semplice somma delle sue parti o dei suoi malesseri. Nelle mie osservazioni mi accorgo sempre di più che questo approccio frammentante è tipico della medicina ma, a volte, tende a dilagare anche in ambito psicologico.
    Speriamo che le nostre riflessioni possano aiutare chi legge!

Lascia un Commento

*