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Il paziente medico: un caso clinico

category Psicoterapia Maria Galantucci 15 Novembre 2010 | 3,030 letture | Stampa articolo |
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E un luogo comune dire che i peggiori pazienti sono proprio i medici. In realtà curare i medici è sempre più difficile rispetto ad altre categorie di pazienti. Infatti un medico spesso presenta tratti di personalità ipocondriaci che lo rendono di per sé un paziente difficile. E’ anzi probabile che uno dei motivi nella scelta di questa professione sia proprio la paura delle malattie.

L’ipocondria può essere usata per strumentalizzare i rapporti con gli altri. Il medico, invece, cerca di controllarla, e da qui deriva un suo atteggiamento salvifico, talvolta anche onnipotente. Questa sublimazione, cioè trasformare  una “debolezza” in un’attività socialmente utile, diventa un vantaggio per gli altri, con il rischio però che questo meccanismo, nella pratica, possa trasformarsi in accanimento terapeutico.

Nel caso in cui sia un medico, magari uno psichiatra, a rivolgersi a un terapeuta,  per un disturbo mentale, nel caso da me analizzato per un disturbo bipolare,  entrano in gioco diverse variabili, prima fra tutte l’accettazione della malattia.

Ancora oggi un problema psichiatrico continua a essere percepito come un fallimento e questo sentimento è facilmente esasperato da uno specialista preposto a curarlo. Infatti continuiamo a subire una visione distorta dei disturbi psichici come reazione a situazioni ambientali che pensiamo di modificare senza interventi esterni. Sulla base di questa premessa lo scopo della relazione terapeutica, come nel  caso trattato, è  quello di promuovere un riconoscimento del disturbo, una sua accettazione e, alla fine, un trattamento psicoterapeutico o un trattamento farmacologico, oppure combinato.

Nella relazione tra il medico paziente e il terapeuta è necessaria una chiarezza, nel senso che è indispensabile che il primo sia disponibile a vedersi dall’altra parte della scrivania. Questo è possibile solo se il paziente, che nel caso analizzato è anche medico e psichiatra, ha la capacità di accettare di farsi accompagnare, di abbandonare il suo ruolo di medico e di non voler prevaricare sul terapeuta.

Certamente tutto sarebbe più semplice se il training psicoterapeutico fosse obbligatorio per tutti gli psichiatri.

Dott.ssa Maria Galantucci







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