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Il linguaggio e la parola nella talking cure

category Psicoterapia Maria Grazia Antinori 16 Ottobre 2013 | 1,093 letture | Stampa articolo |
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La psicoterapia avviene attraverso la parola, il linguaggio. Il rapporto del terapeuta con il paziente è mediato dalla costruzione di una lingua comune, prerequisito per il cambiamento.

L’incontro analitico avviene nella stanza d’analisi, uno spazio accogliente ma allo stesso tempo discreto, il paziente si distende sul lettino assumendo una posizione rilassata che facilita la regressione; l’analista si siede alle sue spalle, fuori dal campo visivo. L’unica regola analitica attiva per il paziente è quella delle libere associazioni e del pensiero fluttuante, ossia parlare liberamente, possibilmente senza autocensure, seguendo il flusso spontaneo dei pensieri.

L’analisi si svolge in una sorta di contenitore psichico e temporale che è il setting, che comprende anche gli accordi condivisi tra i due protagonisti come tempi ed orari delle sedute, onorario, regolazione delle assenze ecc.. In questa cornice dove l’agire è sospeso, l’aspetto fondamentale della talking cure, la cura con le parole (Freud, 1937), è proprio il linguaggio che paziente ed analista costruiscono insieme. Il senso, il valore, le modalità della comunicazione all’interno del gioco tra transfert e controtransfert, sono l’unica forma di azione in un setting che impone l’astinenza da tutte le altre forme di agito.

La psicoterapia è un osservatorio privilegiato dei fenomeno linguistici che normalmente caratterizzano qualsiasi relazione umana. Il linguaggio è profondamente intriso di vita in uno scambio diretto e costante con l’esperienza sensibile, una sorta di sentimento atmosferico sfuggente ma allo stesso tempo influente nell’orientare la ricerca di una rappresentazione in cui si sovrappongono elementi di familiarità ed estraneità in un processo aperto tra interno ed esterno, tra conosciuto ed estraneo. La psicoterapia diventa un tentativo di rappresentare e costituire nel linguaggio, la complessità della nostra esperienza tra vissuti ordinari ed eventi inattesi, trasformando l’inquietudine e l’angoscia in fonti di creatività.

L’analista e il paziente partendo dai loro linguaggi privati, condividono il compito di costruire una lingua comune pur avendo ruoli asimmetrici; l’analista aiuta il paziente a trovare nuove strade e questo può avvenire solo se i due protagonisti dell’incontro analitico, riescono a forgiare e a condividere un linguaggio comune.

Il linguaggio quindi non è semplicemente il mezzo di comunicazione ma assume la posizione del “terzo analitico” ossia il medium comunicativo e al contempo anche il mezzo attraverso cui l’esperienza prende vita.  La teorizzazione del “terzo analitico”, è dello psicoanalista Ogden che nei suoi scritti ha molto riflettuto sull’uso e la funzione del linguaggio.

Secondo Ogden, l’analista lotta con il linguaggio, all’interno della relazione analitica, nel tentativo di dire al paziente qualcosa che è fedele all’esperienza emotiva sia inconscia che conscia. La consapevolezza dei propri stati d’animo è mediata dalle parole, si conosce attraverso le parole, si pensa con le parole. “Fondamentale per un’esperienza analitica che abbia un buon esito è lo sviluppo dell’uso di un linguaggio adeguato al compito di comunicare a se stessi e agli altri qualcosa di quello che uno sente e pensa. Non esiste una forma ideale per il colloquio analitico, al contrario il modo in cui l’analista e l’analizzando parlano uno all’altro è qualcosa che devono inventare per se stessi” (Ogden, 2008, p. 32)

La psicoanalisi è fondata su un paradosso, è una teoria in continua evoluzione che si è sviluppata in circa un secolo, e allo stesso tempo, ogni analisi è unica ed irripetibile in quanto l’analista deve reinventare la psicoanalisi per ogni singolo paziente: “l’analista deve imparare da capo come essere analista con ogni nuovo paziente e in ogni nuova seduta” (Ogden, 2008, p. 7) pur mantenendo fermi e certi elementi quali gli scopi terapeuti, il ruolo, le responsabilità e i valori. Il compito costante dell’analista è quello di creare le condizioni nelle quali l’analizzando, con la partecipazione dell’analista, possa migliorare la sua capacità di sognare i suoi sogni non sognati ed interrotti (Ogden, 2008, p 7).

Il “terzo analitico” si fonda sulla costruzione di una lingua comune metaforica che veicola una vera esperienza emotiva. “Una persona si rivolge a uno psicoanalista perché si trova in uno stato di sofferenza emotiva che non è in grado di definire, inoltre non è in grado di sognare (cioè di fare lavoro psicologico inconscio) o è così disturbata da ciò che sta sognando che i sogni vengono interrotti. Fino a quando è incapace di sognare la sua esperienza emotiva, l’individuo non può cambiare, non può crescere, non può diventare qualcosa di diverso da ciò che è stato. Il paziente e l’analista si impegnano in un esperimento, nei confini della situazione analitica, che ha lo scopo di creare le condizioni nelle quali l’analizzando (con la partecipazione dell’analista) possa migliorare la sua capacità di sognare i suoi sogni non sognati e interrotti. I sogni sognati dal paziente e dall’analista sono contemporaneamente i loro sogni (rêverie) e quelli di un terzo soggetto che allo stesso tempo è il paziente e l’analista e nessuno dei due. Partecipando alla sua attività di sognare i sogni non sognati e interrotti, l’analista riesce a conoscere il paziente in un modo e a un livello di profondità che gli consente di dirgli qualcosa che è fedele all’esperienza emotiva, sia inconscia che conscia, che avviene nella relazione analitica in un momento dato. Ciò che l’analista dice può essere usato dal paziente per il lavoro psicologico conscio e inconscio, cioè per sognare la sua propria esperienza, così da potersi sognare più pienamente nell’esistenza” (Ogden, 2008, pp. 13-14).

La responsabilità dell’analista, è nei confronti del benessere del paziente, piuttosto che nel mettere in atto le regole analitiche, fondamentale, ancora una volta è il linguaggio adatto al compito di comunicare, l’analisi è un impresa continua, un’invenzione unica.

La psicoanalisi a partire da Bion nell’ultimo quarto di secolo, ha iniziato a dare valore alla capacità dell’analista e del paziente di non sapere, di sostenere uno stato di non conoscenza; non sapere è una precondizione per essere in grado di immaginare, funzione indispensabile per poter pensare, giocare, sognare, modificare i dati di un problema e ogni tipo di attività creativa. E’ lungo e complesso il processo che porta un analista a maturare una tale flessibilità e modulazione del linguaggio: “Semplicemente parlare a un paziente, nella mia esperienza, normalmente implica “parlare semplicemente”, cioè parlare in modo semplice e chiaro, libero da cliché, gergo, e da toni di voce “terapeutici” o in atro modo “sapienti” (Ogden, 2009, p. 4).

Ogden  nella sua lunga e vasta esperienza di analista con pazientiincapaci di sognare ad occhi chiusi ed aperti, ha osservato come spesso si sia ritrovato in conversazioni apparentemente non analiticheincentrate su i libri, i film, gli spettacoli, la politica e qualsiasi altro argomento che l’analizzando volesse introdurre. Questo parlare di argomenti diversi e lontani dall’analisi, in realtà si è rivelato una preziosa opportunità, una forma di sognare da svegli, un parlare come sognare: parlare come sognare appare superficialmente come non analitico, ma, secondo me, nelle analisi alle quali mi sto riferendo, esso rappresenta un risultato significativo, in quanto spesso è la prima forma di conversazione che ha luogo in queste analisi che viene sentita reale e viva dal paziente e da me” (Ogden, 2009, p. 10). Questa nuova esperienza, progressivamente nel tempo, apre nuove possibilità nella relazione analitica, conducendo il paziente ad acquisire la possibilità  di parlare al proposito del sognare, cioè di aprirsi al discorso autoriflessivo nel rapporto analitico e nella vita stessa. Questi pazienti sperimentano la loro aumentata capacità di sognare e di pensare e di parlare a proposito del loro sognare e di pensare e di parlare a proposito del loro sognare come un’esperienza di svegliarsi a sé stessi (…) Nella nostra scoperta del parlare-come-sognare, questi pazienti ed io stiamo riscopriamo il sognare e la libera associazione” (Ogden, 2009, p. 10).

Questo modo di procedere di Ogden, sembra un esempio ideale dell’atteggiamento analitico suggerito da Bion, ossia di incontrare ogni paziente in ogni nuova seduta come se fosse la prima volta, mettendo da parte quello che già si conosce liberandosi da quello che si è imparato dall’esperienza. “Solo allora (l’analista) può provare a liberarsi da ciò che pensava di sapere, in modo da essere recettivo a tutto ciò che non sa” (Bion, 1970)

 

Maria Grazia Antinori

Psicoterapeuta.

Cell 334 338 58 35

www.arpit.it

antinorimariagrazia [@] virgilio [.] it

 

 


Bibliografia

W. R. Bion (1970), Attenzione ed interpretazione, Armando, Roma, 1973

S. Freud (1937), Costruzione in analisi, OSF(1989), vol. 11, Bollati Boringhieri, Torino.

T.Ogden ,(2005), L’arte della psicoanalisi. Sognare sogni non pensati, Raffaello Cortina editore, Milano, 2008.

T. Ogden (2009) Riscoprire la psicoanalisi, Cis Editore, Milano, 2010.

 







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