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Vivere senza (lutto ed elaborazione)

category Psicologia Simona Esposito 13 Febbraio 2013 | 3,213 letture | Stampa articolo |
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Quando si perde una persona cara, si vive una delle esperienze più dolorose che la vita ci può offrire. La perdita implica un profondo cambiamento nella vita di chi vive il lutto. Si crea un vuoto sia fisico che emotivo. Questo spesso comporta una perdita delle coordinate conosciute interne ed esterne della persona che smarrisce temporaneamente le capacità di organizzazione, pianificazione e concentrazione. Il senso di vuoto psichico, emotivo e fisico, determina spesso un profondo stato di confusione tale da far sì che la persona si trovi senza più punti di riferimento. Questo è dovuto anche al fatto che la nostra società è caratterizzata dal culto per la giovinezza, la salute e il divertimento. Da questa visione del mondo vengono esclusi i malati, i morenti e le persone in lutto. Quindi, quando subiamo una perdita ci accorgiamo che nessuno sa come comportarsi, né noi, né le persone che cercano di esserci vicine. Tradizioni e rituali che potrebbero indicarci un percorso da seguire sono andati persi durante gli ultimi decenni e così, oltre alla sofferenza legata direttamente al lutto, soffriamo anche per l’incomprensione degli altri. Infatti,  quando si soffre, quando si è privati di qualcuno che si ama, quando si è infelici, ci si sente soli e non si riesce più a parlare con la propria famiglia, in questi casi può risultare utile e fondamentale ricevere un sostegno esterno. Affrontare un lutto è un’esperienza molto complessa ed importante per lo sviluppo individuale e familiare futuro. Avere difficoltà nel farlo è comprensibile e possibile ed in questi casi è di grande aiuto un sostegno psicoterapeutico.

Il vissuto del lutto varia da persona in persona, questo perché ognuno di noi è diverso dall’altro. Ognuno ha una sua personalità, vive in un contesto sociale di un certo tipo e ha una propria storia di vita che, a volte, include precedenti esperienze di perdite. Poi, ognuno ha un rapporto specifico con il defunto, che dipende anche dal grado di parentela o dal tipo di amicizia che c’era. Il legame può essere sentito come più o meno profondo, più o meno conflittuale e ambivalente, più o meno affidabile o caratterizzato dalla dipendenza. La morte che ha colpito il nostro caro può essere stata più o meno traumatizzante. Sulla base di questi e altri fattori, ognuno di noi sviluppa la sua reazione luttuosa specifica, che è tanto individuale quanto lo sono le nostre impronte digitali.

In genere dopo la perdita di una persona cara, ci si trova in uno stato di shock nel quale è difficile accettare la realtà e prendere contatto con la mancanza improvvisa. Karl Abraham definisce questo momento come “emorragia interna”, dove l’aiuto degli altri è vissuto come un’invasione e dove primeggia la sensazione che “nessuno può comprendermi”. Un lutto implica una elaborazione graduale del dolore.

Le fasi del dolore Il dolore che provoca un lutto si sviluppa normalmente in cinque fasi:

-          Negazione della realtà e isolamento: Si tratta di un meccanismo di difesa che ci permette di attenuare l’intensa fase iniziale del dolore. E’ una risposta psicologica temporanea.

-          Rabbia: Quando gli effetti mascheranti della negazione della realtà e dell’isolamento cominciano a svanire, la realtà ed il relativo dolore riappaiono. Ma non si è ancora pronti. L’emozione intensa è deviata dall’oggetto del dolore e riorientata e si esprime come rabbia. Rabbia che si può anche orientare verso il soggetto che ci ha provocato il dolore. A questo si può aggiungere un senso di colpa per essere arrabbiati e questo non fa che alimentare la rabbia stessa. Un altro bersaglio della rabbia può essere poi la propria fede. Si prova un profondo senso di disillusione verso quanto fino a quel momento creduto e la propria scala dei valori subisce un radicale mutamento.

-          Auto recriminazioni: Si incomincia poi una fase in cui si auto recrimina su azioni che si sarebbero potute compiere per evitare o ritardare il lutto. Quando accade un evento simile, sembra come se il tempo che abbiamo trascorso con l’altro/a non sia stato sufficiente per trasmettergli/le tutto quello che avremmo voluto.

-          Depressione: Le manifestazioni più tipiche sono umore depresso, sentimenti di tristezza, inappetenza, crisi di pianto, agitazione e scarsa concentrazione. La maggior parte delle persone ha la sensazione che il defunto sia in qualche modo ancora presente.

-          Accettazione : Dopo la fase di depressione, i sintomi depressivi regrediscono e la persona tenta di tornare alla normalità. La durata di questa fase è variabile e non tutti riescono a raggiungerla.

Un meccanismo di gestione del dolore è quello che ricorre alla ricerca di ragioni e nessi logici che diano un “senso” alla perdita subita. Questo “darsi e farsi una ragione” di quanto subito è molto comune e dà la possibilità di una temporanea “giustificazione” di quanto accaduto. Molte volte, poi, si può avere un atteggiamento reattivo che porta a incanalare le proprie energie verso attività di volontariato o associazionistiche.

Nelle prime fasi del lutto la persona che ha perso un caro è costantemente ossessionata dalla memoria della persona che ha perso. E’ come se la psiche dovesse rivalutare tutti gli aspetti della passata relazione onde rimetterli in una diversa prospettiva: accettando e dimenticando quanto vi era di brutto ed apprezzando quanto vi era di buono, prima di lasciare che questa possa affondare definitivamente nella memoria. Solo dopo che questo è accaduto l’energia emozionale che prima era legata nella relazione ormai perduta potrà essere libera. Libera di essere reinvestita in una nuova relazione. Purtroppo non esiste cura universale, perché non esistono tempi standard per tutti. Esistono persone che si disperano subito, si chiudono in se stesse per settimane per poi uscirne, fortificate dalla rassegnazione, e ricominciare da zero. Ci sono soggetti che invece restano sotto shock, o increduli, e rigettano l’idea della perdita per mesi: succede di solito a chi perde una persona cara in modo improvviso o traumatico, o a chi si prende cura dei malati cronici per anni.

Secondo William Worder, psicoterapeuta americano, l’elaborazione del lutto dovrebbe superare quattro fasi:

-          accettare la realtà della perdita subita

-          sperimentare e tollerare il dolore del lutto

-          riadattarsi a vivere in un mondo dove non c’è più la persona morta

-          ritirare e reinvestire le proprie emozioni su nuovi oggetti d’amore.

Accettare la realtà della perdita: innanzitutto è necessario rendersi conto di ciò che è avvenuto. La persona non c’è più. E’ molto importante prendere contatto con la realtà, con il corpo inanime, con i riti di addio, per esempio il funerale. Sono momenti importanti che accompagnano il distacco e lo rendono reale: attraverso queste azioni di transizione, la persona può sentire il distacco in modo più graduale e così diventarne consapevole.

Sperimentare la sofferenza o il dolore: sintomi emotivi e vegetativi: evitare il dolore è inutile e controproducente. Bisogna viverlo, piangere la persona perduta, condividere la sofferenza con le persone care. E’ una fase delicata, in cui si può cercare di fuggire al malessere attraverso varie forme, per esempio risposandosi o cercando nuove conoscenze.

Adattarsi all’ambiente senza la persona scomparsa: dopo aver elaborato profondamente il dolore, l’individuo può cercare un nuovo adattamento alla vita, senza la compagnia della persona scomparsa. Egli troverà altre formule esistenziali, nuove abitudini, nuovi piccoli piaceri; svilupperà una nuova motivazione che gli permetterà di dare alla propria vita un senso diverso, altrettanto importante. La persona scomparsa vivrà nella memoria con delicata malinconia, ma senza impedire alla propria vita il suo naturale svolgersi. Anche questa è una fase delicata, perché il costituirsi di abitudini attuali può scivolare nel patologico: ad esempio, una figlia femmina potrebbe rischiare di prendere il posto della madre, nella gestione della casa. L’equilibrio deve rinnovarsi nella corretta funzionalità dei ruoli e dei desideri. Usare l’energia emotiva per reinvestirla in nuovi rapporti o attività: quando si sarà trovato un nuovo spazio nel mondo, l’energia emotiva potrà fluire su altre possibili relazioni d’amore e di amicizia, o su attività di lavoro e di svago. E’ la fase più difficile per chi resta vedovo o per chi perde un figlio, ma è anche quella che permette di continuare a vivere consapevolmente e con vera motivazione.

Il lutto è un evento naturale e universale ed è importante metabolizzare il senso di perdita di una persona cara; infatti, se non si elabora almeno in parte tale perdita e si rimane prigionieri dell’angoscia, l’esperienza da dolorosa può diventare traumatica. Il lutto richiede molta energia. Per questa ragione, la sua elaborazione risulta più difficile per i bambini e gli anziani. L’elaborazione del lutto nei bambini è essenzialmente legata all’atteggiamento della famiglia. L’elaborazione continua finché siamo in vita, poiché il legame con la persona defunta rimane vivo dentro di noi. Si tratta di un “legame continuato” che viene rivisto e ridefinito a più riprese. Piuttosto che superare il lutto, si impara a conviverci.

Consigli:

-          inutile fuggire al dolore, Soltanto attraversandolo intensamente, potrà veramente essere superato ed integrato nella propria esistenza. Quindi non bisogna troppo reprimere i sentimenti, bisogna lasciare sfogare le emozioni, anche se in una fase iniziale possono apparire eccessivamente intense.

-          Conviene cercare la comprensione di parenti ed amici, non chiudersi in se stessi. Sostenersi a vicenda può essere di grande aiuto.

-          Ricorrere ad uno specialista: psicologo – psicoterapeuta

 







1 Commento a “Vivere senza (lutto ed elaborazione)”

  1. Come superare un lutto

    Il lutto: una delle esperienze più dolorose e difficili che la vita possa porre sul nostro percorso. Il dolore che possiamo provare di fronte alla perdita di una persona cara, è un’esperienza forte, viscerale e destabilizzante. Si tratta di un dolore che per essere superato va vissuto e non “sotterrato“. Perché se rimane dentro come qualcosa che non merita attenzione, “mangia” e pian piano logora la nostra interiorità e quindi la nostra vita.
    Dott.ssa Monia Ferretti

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