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Uno sguardo ai meccanismi difensivi primitivi secondo l’ottica psicoanalitica e seguendo i dettami della scuola francese

category Psicologia Giorgia Aloisio 7 Ottobre 2008 | 17,582 letture | Stampa articolo |
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L’individuo è frutto dell’interazione di tre fattori: la sfera biologica, quella sociale-ecologica ed il mondo intrapsichico. Possiamo quindi definire uomo e donna come individuo bio-psico-sociali (Gilliéron, 1994). Quando una o più di queste tre aree entra in conflitto, ecco che noi, per difenderci dallo squilibrio, dalla crisi, tentiamo di porvi rimedio: questo avviene attraverso l’utilizzo di meccanismi difensivi. Tutti gli esseri umani utilizzano strategie difensive. Esse possono essere adattative (ad esempio, usare difese di fronte ad un disastro naturale, utilizzo che può permette all’individuo di mantenere la propria integrità psichica e/o fisica), oppure maladattative, limitanti, quindi patologiche. Secondo Anna Freud, le difese si orientano in senso patologico nel caso in cui vengano messe in atto precocemente rispetto all’età considerata appropriata oppure se vengono tenute in vita per troppo tempo.

Veniamo a qualche definizione del termine “meccanismo difensivo”, in modo che queste definizioni ci aiutino a comprendere il funzionamento e la finalità con la quale operano queste strategie protettive.

I meccanismi di difesa

Secondo l’Enciclopedia della Psicoanalisi (Laplanche, Pontalis, 1967), una difesa è un “complesso di operazioni la cui finalità è di ridurre e sopprimere ogni modificazione che possa mettere in pericolo l’integrità e la costanza dell’individuo biopsicologico”.

Secondo il DSM-IV i meccanismi di difesa o stili di coping sono “processi psicologici automatici che proteggono l’individuo dall’angoscia e dalla consapevolezza di pericoli o fattori stressanti interni o esterni [...] mediano le reazioni dell’individuo nei confronti dei conflitti emozionali e dei fattori stressanti interni ed esterni”.

Nel 1894, in Neuropsicosi da difesa Freud utilizza il termine “difesa” per spiegare il meccanismo di quelle operazioni inconsce messe in atto per evitare pericoli, angoscia, dispiacere. Di lì in poi assimilerà tutte le difese alla rimozione: questo fino al 1925, quando tornerà nuovamente a parlare di difese, separatamente dalla rimozione, che però continua ad assumere un ruolo cardine tra i meccanismi difensivi. In ogni caso Freud si è occupato principalmente delle difese nevrotiche.

Sarà la figlia di Sigmund Freud a dedicarsi allo studio dei meccanismi di difesa (Anna Freud, L’io e i meccanismi di difesa, 1936). Il suo lavoro confluirà anche nell’Indice Hampsted, primo tentativo di standardizzare i meccanismi difensivi, che in tempi più recenti è stato oggetto di numerose critiche (Vaillant, 1986). Secondo Anna Freud è necessario distinguere tra meccanismo difensivo e misura difensiva.

Meccanismo difensivo: una specifica difesa (esempio: la proiezione)

Misura difensiva: un atteggiamento difensivo nel quale non è possibile identificare una specifica difesa.

Wilhelm Reich nel 1933 parla di “corazza caratteriale” più che di difese. Ognuno di noi ha un carattere, che rappresenta un apparato di protezione nei confronti dell’angoscia; ma quando questo carattere si irrigidisce, diventa una corazza. La corazza caratteriale è una sorta di protezione che viene a formarsi nell’infanzia, di fronte a situazioni particolarmente difficili.

La psicoanalista Melanie Klein si è occupata dei primi stadi di sviluppo dell’individuo ed in particolare dei meccanismi difensivi dei primi anni di vita. Secondo l’autrice, due sono le fasi evolutive: una prima, definita schizo-paranoide, ed una seconda, depressiva. in entrambe giocano un ruolo fondamentale alcune difese, quali la scissione, la proiezione, il diniego, l’introiezione, l’idealizzazione, l’identificazione proiettiva. La Klein si è principalmente focalizzata su queste difese, definibili come difese psicotiche.

Secondo Otto Kernberg le difese, insieme all’esame della realtà ed al livello di integrazione dell’identità, rappresentano i punti cardine attraverso i quali è possibile effettuare una diagnosi (Kernberg distingue 3 aree patologiche: nevrotica, borderline, psicotica). La sua visione dei meccanismi difensivi è gerarchica (continuum di gravità) ed evolutiva (nel senso che i pazienti più gravi-gli psicotici-mettono in atto meccanismi di difesa poco evoluti, caratteristici delle prime fasi infantili).

In questa sede ci occuperemo dei meccanismi difensivi definiti variamente “primitivi” (Kernberg), “psicotici” (Klein), “immature” (Balint, Gero, Vaillant e altri): questi meccanismi sono fondamentali nella storia di vita dell’individuo, al di là che il bambino vada o meno a strutturare una personalità normale o patologica. Naturalmente, nell’ambito della strutturazione psicotica, questi rappresenteranno l’armatura d’elezione con la quale questi pazienti si difenderanno dai conflitti e dagli stressor.

La psicosi

Diamo prima una breve definizione della psicosi, in base alle indicazioni della scuola francese che fa capo a Jean Bergeret ed a Gilliéron: la struttura psicotica si caratterizza per la tipica angoscia di frammentazione, il conflitto esistente tra Es e Realtà esterna, per un Io che non ha avuto modo di formarsi, un impossibile accesso alla realtà ed un non raggiungimento, durante le fasi evolutive, dello stadio edipico. Poiché non costituisce oggetto di questo articolo la struttura psicotica in sé e per sé, consiglio ai lettori di riferirsi ai testi citati in bibliografia.

Secondo Melanie Klein, il bambino vive due fasi di fondamentale importanza: la schizo-paranoide e la depressiva. Il paziente psicotico si ritroverebbe bloccato alla prima fase: di qui spiegato come mai questo tipo di persone faccia un uso così massiccio ed esclusivo di difese primitive (che non a caso vengono anche denominate appunto “psicotiche”).

L’indifferenziazione somatopsichica (Bergeret, 1996) dalla quale emerge il bambino sano porterà la diade madre-bambino a scindersi e a dare vita a due individui separati: la madre ed il suo bambino. Questo è un processo che non avverrà mai nella vita del paziente psicotico, che è stato sempre vissuto dalla madre come un “prolungamento di sé”, e che dunque non ha mai potuto sperimentare la separazione, il suo lutto ed infine il ricongiungimento con la figura d’accudimento (Mahler).

Le difese primitive, quindi, si caratterizzano per una mancata differenziazione tra sé e l’altro (Mc Williams, 1994), per la spinta di pulsioni parziali direzionate verso oggetti parziali, non integrati né costanti, per la loro scarsa “raffinatezza” (se pensiamo che questo genere di difese entra in gioco quando la rimozione, meccanismo evoluto e difesa nevrotica per eccellenza, ha fallito).

Ecco un breve elenco di quelle che ritengo siano le più rilevanti difese di ordine psicotico:

Scissione dell’Io

Il primo meccanismo difensivo primitivo che desidero citare è la Scissione dell’Io: difesa che non va confusa con la Scissione d’oggetto, tipica strategia difensiva di area borderline. Secondo la definizione che ne dà il DSM si tratta di una modalità secondo la quale il soggetto affronta i conflitti o gli stressor tenendo separati gli stati affettivi opposti, non riuscendo ad integrare le qualità positive e negative di sé stesso e degli altri in immagini unitarie (DSM IV, Defensive Functioning Scale).

Si tratta della frammentazione dei processi mentali e della discordanza di pensiero, sentimento e comportamento, tipica delle schizofrenie (le psicosi più gravi).

Si tratta “dell’attività con cui l’Io percepisce differenze nel sé e nei suoi oggetti, o tra se stesso e gli oggetti” (Grotstein, 1981).

Nel XIX secolo Freud e Breuer avevano denominato questo meccanismo “doppia coscienza”: ma fu Melanie Klein ad utilizzare la scissione come base sulla quale edificare una nuova concezione della psicoanalisi.

La scissione nasce nel momento in cui il bambino accetta la separazione dalla figura materna al momento della nascita: chiamiamo questa esperienza “scissione primaria” (Grotstein, 1981), e chiamiamo le successive esperienze di scissione “scissioni percettive”.

Abbiamo un tipo di scissione “normale” (quella del bambino nei primi anni di vita, o quello ad esempio di molte delle persone sopravvissute ad un conflitto mondiale) ed un tipo di scissione dell’Io gravemente patologica. Nella scissione normale, il bambino ha vissuto la separazione dal polo materno che è stato “sufficientemente buono” (Winnicott), capace di empatizzare con lui e capace di fargli sperimentare la separazione (Mahler), una separazione non pericolosa per l’incolumità del bambino ma anzi vitale.

Nella scissione patologica, le parti scisse di sé sono parti ripersonificate, mistificate, che il soggetto non riconosce più come proprie, sono “altri estranei”.

Ecco un esempio clinico utile a chiarire meglio il funzionamento della Scissione dell’Io: un paziente psicotico vive in una città che però non è la sua città natale, e tale condizione lo face sentire “diviso tra due città”. Nel suo mettere in atto il meccanismo della scissione, durante alcune sedute è convinto che il terapeuta, avido di soldi, lo voglia tenere nella città in cui vive e non voglia lasciarlo tornare nella casa di famiglia; altre volte, invece, convinto che il terapeuta sia connivente con suo padre, lo critica pensando che desideri rispedirlo a casa, desideroso di sbarazzarsi di lui.

Diniego psicotico

In questo caso il soggetto affronta i conflitti emozionali o i fattori di stress interni ed esterni rifiutandosi di riconoscere certi aspetti dolorosi della realtà esterna o dell’esperienza soggettiva, di per sé evidenti e facilmente rilevabili. La realtà viene percepita in maniera grossolanamente menomata (DSM IV, Defensive Functioning Scale).

Il diniego si riferisce all’esclusione automatica e involontaria della consapevolezza di un certo aspetto disturbante della realtà, oppure alla incapacità di riconoscere il suo vero significato (White, Gilliland, 1975).

Secondo Sigmund Freud il diniego risale alla fase fallica quando, di fronte al complesso di evirazione, la bambina sostiene di avere avuto un pene ma di essere stata punita per i suoi desideri sessuali inaccettabili tramite evirazione.

Il diniego nel comportamento normale: uno studente immerso nello studio non sente il telefono squillare nella stanza accanto. I giovani soldati mandati al fronte non si rendono conto di quanto sia rischioso per la loro incolumità trovarsi là: probabilmente, se ne fossero più consapevoli, ciò potrebbe rendere la loro prestazione peggiore di quanto non sarebbe.

White e Gilliland (1975) considerano il diniego una “seconda linea di difesa” allorché la rimozione fallisce.

Esempio: una coppia di coniugi è in attesa di un figlio. Il bambino nasce morto: e lo stesso avviene per le gravidanze successive ma la coppia non demorde e continua nel suo desiderio di avere figli. Oppure coniugi che negano la pericolosità del partner nonostante evidenze palesi a tutti (come ricorso al pronto soccorso, …).

Proiezione

Nella proiezione, il soggetto affronta conflitti e stressor attribuendo erroneamente a qualcun altro i propri sentimenti, emozioni, impulsi o pensieri inaccettabili (DSM IV, Defensive Functioning Scale).

Meccanismo dirompente in termini sociali che si manifesta nella diffusa tendenza del soggetto ad attribuire agli altri i propri errori e le proprie mancanze, servendosi spesso a tale scopo di antagonisti immaginari (White, Gilliland, 1975).

La proiezione è la base dell’empatia: per comprendere al meglio l’altro dobbiamo metterci nei suoi panni, proiettando nell’altro parti di noi e a nostra volta cercando di immedesimarci nei vissuti dell’altro. Ma quando viene usata massicciamente diventa una difesa psicotica: quando viene utilizzata al massimo grado rende il soggetto paranoide.

Esempio di proiezione (non delirante): un professore teme che i suoi colleghi stiamo tramando alle sue spalle.

Esempio di proiezione (delirante): un professore è convinto che i suoi colleghi abbiano tentato di avvelenarlo mettendo in tutto il cibo che mangia della stricnina.

Identificazione proiettiva

Nell’identificazione proiettiva il soggetto affronta conflitti emozionali o fattori stressanti interni ed esterni attribuendo erroneamente a qualcun altro i propri sentimenti, impulsi o pensieri inaccettabili. Non di rado, il soggetto suscita negli altri quegli stessi sentimenti che prima attribuiva loro erroneamente. (DSM IV, Defensive Functioning Scale).

In questo processo, il sé del soggetto esperisce la fantasia inconscia di traslocarsi, interamente o solo parzialmente, in un oggetto: tale processo ha luogo per scopi esplorativi o difensivi (Grotstein). Fu Melanie Klein a coniare questo termine (1946).

Nella sua accezione sana, è un fenomeno che rende possibile la comprensione dell’altro: la madre “sufficientemente buona” (Winnicott) riesce a comprendere e a distinguere i bisogni che il suo bambino le comunica attraverso una comprensione empatica, basata sul non verbale, che le permette di sintonizzarsi affettivamente con i suoi bisogni primari.

In sintesi, il paziente proietta propri oggetti interni ed ottiene che la persona su cui sono proiettati si comporti come quegli oggetti: c’è dunque una partecipazione attiva dell’altro in questo meccanismo. Se l’altro non fosse partecipe, incarnando gli oggetti persecutori dell’altro, si tratterebbe di proiezione. Questo meccanismo difensivo, quindi, per essere tale, necessita di una componente interattiva, deve suscitare nell’altro la reazione che il soggetto proietta in lui.

Bibliografia:

- Bergeret J. (1996) La personalità normale e patologica, Milano: Raffaello Cortina Editore, 2002.

- Fenichel O. (1945) Trattato di psicoanalisi delle nevrosi e delle psicosi, Astrolabio, Roma.

- Freud. A (1936) L’io e i meccanismi di difesa, Tr. It. In “Opere”, vol. I, Bollati Boringhieri, Torino 1978.

- Gilliéron E. (1994) Le premier entretien en psychothérapie, tr. It. Il primo colloquio in psicoterapia, Roma: Borla, 2003.

- Grotstein J. S. (1981) Scissione e identificazione proiettiva, Astrolabio, Roma, 1983

- Kernberg O. (1975) Sindromi marginali e narcisismo patologico, Torino: Bollati Boringhieri, 1978.

- Klein M. (1930) L’importanza della formazione dei simboli nello sviluppo dell’Io Tr. It in Scritti,1921-1958. Torino: Bbollati Boringhieri 1978.

- Laplanche, Pontalis (1967) Enciclopedia della psicoanalisi, Edizioni Laterza, Bari.

- Mc Williams N. (1994) La diagnosi psicoanalitica, Astrolabio, Roma, 1999.

- Reich W. (1933) L’analisi del carattere, Tr. It. SugarCo, Varese, 1969.

- White R. B., Gilliland R. M. (1975) I meccanismi di difesa, Astrolabio, Roma, 1977.







2 Commenti a “Uno sguardo ai meccanismi difensivi primitivi secondo l’ottica psicoanalitica e seguendo i dettami della scuola francese”

  1. Pier Gavino Sechi

    Complimenti per la chiarezza ed esaustività. Cercavo un contributo di questo tipo per aprire i lavori di un seminario sull’abuso in cui interverrà come relatore Claudio Foti, Direttore scientifico del Centro studi Hansel e Gretel di Torino. Il seminario si tiene a Cagliari il 24 e 25 gennaio ed è organizzato dalla Passaparola società cooperativa sociale Onlus di Cagliari Centro accreditato Erickson. Per la precisione sono il Presidente della Passaparola. Sono un giurista e non uno psicologo, pertanto, ripeto, ho trovato l’articolo molto interessante e illuminante. Complimenti di nuovo e buon lavoro. Pier Gavino Sechi.

  2. Giorgia Aloisio

    Salve, la ringrazio per i complimenti. Peccato non poter essere stata presente all’evento, sarebbe stato senza dubbio interessante. Buon lavoro! G. Aloisio

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